Part 2
L'incontro di cui sopra avvenne nell'anno di Roma 747. Si era nel mese di dicembre e l'inverno regnava sopra tutte le regioni orientali del Mediterraneo.
Quelli che attraversano il deserto in questa stagione non possono proseguire molto tempo senza sentirsi presi da un grande appetito. La compagnia sotto la piccola tenda non faceva certo eccezione alla regola. Aveva molta fame e quindi mangiava di gusto; dopo che fu mesciuto il vino i tre principiarono a discorrere.
— «Nulla riesce di più gradito ad un viaggiatore del sentirsi chiamare per nome da un amico in paese sconosciuto» — disse l'Egiziano che aveva voluto esser l'anfitrione del pasto.
«Resteremo molti giorni insieme e sarebbe ora d'incominciare a conoscerci. Così, se vi aggrada, l'ultimo venuto sarà il primo a parlare.»
Principiando pian piano, come un individuo prudente, il Greco incominciò:
— «Quello ch'io ho da dire, fratelli, è così strano che non so proprio donde principiare e in qual guisa parlar correttamente. Io non capisco ancora me stesso. Son tanto sicuro che ciò che sto facendo, sia ciò che vuole il maestro, che il servirlo è per me una costante estasi. Quando penso allo scopo cui debbo adempiere provo una gioia così grande che riconosco essere ciò il volere divino.»
Il buon uomo si fermò, incapace di proseguire, mentre gli altri, come lui, abbassarono gli occhi.
— «Nel lontano Occidente — proseguì — vi è un paese che non potrà mai esser dimenticato. Il mondo gli deve troppo ed il potersi sdebitare è cosa che arreca all'uomo un grande piacere. Non parlerò di belle arti, di filosofia, d'oratoria, di poesia, di guerra. O miei fratelli, la gloria è quella che splenderà luminosamente, e, per mezzo di essa, Colui che noi cerchiamo sarà conosciuto su tutta la terra. Il paese di cui vi parlo è la Grecia. Io sono Gaspare, figlio di Cleonte, ateniese. I miei antenati si dedicarono interamente allo studio, e da essi io ho ereditata la stessa inclinazione. Due dei nostri filosofi, i maggiori, insegnano, l'uno, che esiste un'anima in ogni uomo, e ch'essa è immortale, l'altro che vi è un Dio solo il quale è infinitamente giusto. Io scelsi fra le molte teorie quelle dei due filosofi come le sole degne di attenzione, giacchè mi pareva che vi potesse essere un legame sconosciuto fra Dio e l'anima. Su questo tema la mente può discutere fin ad un certo punto ma poi trova una barriera insormontabile, giunti alla quale si è obbligati a chieder aiuto. Così feci ma non ebbi alcuna risposta. Disperato mi allontanai dalle scuole e dalle città.» —
A queste parole l'Indiano ebbe un sorriso di approvazione.
— «In Tessaglia, verso settentrione, — continuò il Greco — v'è una catena di montagne famosa per esser riputata dimora degli Dei, chiamata l'Olimpo, dove Zeus, ch'era considerato il sommo di essi dai miei compatrioti, abitava. — Andai sulla vetta di quelle montagne. Trovai una caverna nel monte, dove la catena, che principia ad occidente, piega a sud-est, e là mi fermai abbandonandomi a meditare, anzi no, mi abbandonai attendendo, sapendo che ogni sospiro era una preghiera, una rivelazione. Credendo in Dio, invisibile ma supremo, credevo anche che, qualora io mi fossi commosso, egli avrebbe avuto compassione di me e mi avrebbe risposto.»
— «Ed egli rispose! ed egli rispose!» — esclamò l'Indiano alzando le mani dalla pezza di seta che teneva sulle ginocchia.
— «Ascoltatemi, fratelli» — disse il Greco calmandosi con difficoltà — La porta del mio eremitaggio guardava verso il mare sopra il golfo di Thermaic. Un giorno vidi cader da un battello che navigava non molto lontano, un uomo. Egli nuotò verso la riva. Io lo raccolsi e ne presi cura. Era un Ebreo, sapiente nella storia e nella legge del suo popolo; da lui appresi come esistesse davvero il Dio delle mie preghiere e come avesse composto le sue leggi e fosse stato per secoli padrone e re degli Ebrei. Ciò non era forse la Rivelazione di cui avevo sognato? La mia fede mi aveva fruttato. Iddio mi aveva risposto.» —
— «Com'Egli risponde a tutti quelli che lo implorano con tale fede!» — disse l'Indiano.
— «Ma ahimè! esclamò l'Egiziano, vi son pochi saggi abbastanza per capire quando egli risponda!» —
— «Questo non è tutto — continuò il Greco. — L'uomo che mi è stato inviato mi ha detto di più. Disse che i profeti, che nell'epoca che seguì la prima Rivelazione passeggiavano e parlavano con Dio, dichiararono ch'egli sarebbe ritornato. Mi diede i nomi dei profeti e dei libri sacri e mi citò le loro parole. Mi disse anche che la seconda venuta era vicina ed attesa da un momento all'altro in Gerusalemme.» —
Il Greco si fermò e il suo viso si rabbuiò.
— «È vero — disse dopo una breve pausa — è vero che l'uomo mi ha detto che come Dio e la Rivelazione di cui mi parlava erano stati solo per gli Ebrei così lo sarebbero ancora questa volta. — «E non avverrà nulla pel resto del mondo? — chiesi — «No — fu la risposta che mi diede con voce altera. — «No, noi siamo il suo popolo preferito.» — La risposta però non mi scoraggiò. Perchè dovrebbe un simile Dio limitare il suo amore e la sua beneficenza ad un regno solo e ad una sola razza? Mi ripromisi di venir a capo d'ogni verità. Penetrai il suo orgoglio e trovai che i suoi padri erano stati tutti servi eletti per mantenere la Verità in vita perchè il mondo imparasse a conoscerla e fosse salvato. Quando l'Ebreo se ne fu andato, e mi ritrovai solo ancora, innalzai al cielo una nuova preghiera! cioè che mi fosse permesso di vedere il Re al suo arrivo e di imparare ad idolatrarlo. Una notte mi sedetti sulla soglia della porta della mia camera cercando di avvicinarmi ai misteri della mia esistenza, conoscendo ciò che significa conoscere Dio; tutto ad un tratto, nel mare ch'era sotto di me, o piuttosto nell'oscurità che copriva la sua superficie, vidi una stella che cominciava a brillare; lentamente essa spuntò; si avvicinò e si fermò sopra la collina e sopra la mia porta, di guisa che la sua luce splendeva pienamente su di me. Io caddi a terra, mi addormentai e udii in sogno una voce che mi diceva: — «O Gaspare! La tua fede ha vinto! Che tu sia benedetto! con due altre persone venute dalle estreme parti del mondo, vedrai Colui che deve venire, sarai testimonio della sua venuta, e, in qualsiasi occasione potrai testimoniare in suo favore. Di buon mattino alzati e va ad incontrarlo, fidandoti dello Spirito che ti guiderà.» —
Di buon mattino mi destai sentendo in me lo Spirito e provando una luce in me assai maggiore di quella del sole.
Mi tolsi il vestito da eremita e mi abbigliai da vecchio, levando da un nascondiglio il denaro che mi ero portato dalla città.
Una nave passò poco lontana; le feci cenno d'arrestarsi, fui accolto a bordo, e mi feci sbarcare ad Antiochia. Là acquistai un cammello colle relative bardature. Fra i giardini e gli orti che coprono le spiaggie dell'Oronte soggiornai a Emesa, a Damasco, a Boston, a Filadelfia; quindi venni a questa volta. E così, o fratelli, voi conoscete la mia storia per intero. Ora lasciate che io ascolti la vostra.» —
CAPITOLO IV.
L'Egiziano e l'Indiano si guardarono reciprocamente; il primo fece un cenno colla mano; il secondo salutò e principiò: — «Nostro fratello ha parlato bene. Possan le mie parole essere così saggie come le sue.» — Egli s'interruppe, riflettè un istante, poi ricominciò:
— «Voi potete chiamarmi, fratello, col nome di Melchiorre. Io vi parlo in una lingua che, se non è la più vecchia del mondo, fu almeno la prima a scriversi — intendo dire il Sanscrito dell'India. Io son Indiano di nascita. Il mio popolo fu il primo ad avviarsi pel cammino della sapienza, il primo a distinguerla nei varî rami delle scienze, il primo a renderla bella. Checchè avvenga d'ora in poi i quattro Vedi devono essere conservati perchè son le prime fonti della religione e della cultura dello spirito. Da essi derivarono gli Upa-Vedi, che come furon dettati da Brahma, trattano di medicina dell'arte della guerra, dell'architettura, della musica e delle 64 arti meccaniche: i Vedi Angas dettati da saggi ispirati e dedicati all'astronomia, alla grammatica, alla prosodia, alla pronuncia, alle bellezze ed incanti, ai riti religiosi e alle cerimonie: gli Upa-Angas scritti dal sapiente Vyâsa e dedicati alla cosmogonia, alla cronologia, e alla geografia; inoltre il Ramayana e il Mahabhârata, poemi eroici, sono destinati alla perpetuazione dei nostri Dei e dei nostri semi Dei. Questi, o fratello, sono i sûtra, o grandi libri di riti sacri. Per me ora non servono più; tuttavia in eterno resteranno ad illustrare il genio incomparabile della mia razza. Essi erano promesse di rapida perfezione. Voi chiedete perchè le promesse caddero? Ahimè! I libri stessi chiusero tutte le porte del progresso e sotto pretesto di cura delle anime i loro autori divulgarono il principio fatale che un uomo non deve dedicarsi alle scoperte o alle invenzioni perchè Iddio lo ha provveduto di tutte le cose che gli abbisognano. Quando tale comandamento divenne legge sacra la lucerna Indiana si sprofondò in un pozzo, ove, d'allora in poi, rischiarò strette mura ed acque amare. Queste allusioni, fratello, non provengono dall'orgoglio come ben capirète quando vi avrò detto che i sûtra insegnarono che v'è un Dio supremo chiamato Brahma, e anche che i Purâna o poemi sacri degli Upa-Angas, ci parlano della virtù, delle opere buone, e dell'anima. Così se mio fratello mi concederà di parlare — e l'oratore s'inchinò rispettosamente davanti al Greco — dirò che secoli avanti che il suo popolo fosse conosciuto, le due idee Dio ed Anima assorbivano già tutte le forze dell'intelletto Indiano. Per spiegarmi meglio lasciatemi dire che Brahma è indicato dagli stessi libri sacri come una triade — Brahma — Vishnù — Shiva. Di questi Brahma si dice sia stato l'autore della nostra razza, creando la quale egli la divise in quattro rami. Prima egli popolò la terra, e i cieli; indi preparò la terra per gli spiriti terrestri; dalla di lui bocca furon poi create le caste Brahmine a lui più prossime per somiglianza, più sublimi e più nobili, uniche maestre esplicatrici dei Vedi, che, nel medesimo tempo egli dettava ordinatissimi e pieni di utili cognizioni. Dalle sue braccia uscirono i Kshatriya o guerrieri; dal suo petto, la sede della vita, vennero i Vaisya, o pastori, o coltivatori, o mercanti; dal suo piede, in segno di degradazione, scaturirono i sudra, o schiavi, destinati a servire le altre classi, lavoratori, artigiani e così via. Prendete nota per di più, che la legge, nata con loro, proibiva all'uomo di una data classe di divenire membro di un'altra; il Brahmino non poteva iniziarsi ad un ordine più basso; s'egli violava le leggi del suo grado diveniva un bandito, abbandonato da tutti meno chè dai banditi compagni a lui.
A questo punto l'imaginazione del Greco, precorrendo sopra a tutte le conseguenze di tale degradazione, ebbe uno slancio superiore all'interesse fin qui dimostrato ed esclamò: — «In tale stato, o fratello, si trovano quanti abbisognano di un Dio misericordioso!» —
— «Sì, aggiunse l'Egiziano, di un Dio misericordioso come il nostro.» —
Le ciglia dell'Indiano si contrassero dolorosamente ma quando l'emozione fu passata egli procedette con voce raddolcita.
— «Io nacqui Brahmino. La mia vita, per conseguenza, fu regolata da leggi fino al minimo atto, fino alla mia ultima ora. Il primo mio cibo, il mio battesimo, la prima volta che vidi il sole, l'iniziazione mia nel primo ordine, furono celebrati con testi sacri e con rigide cerimonie. Io non potevo camminare, mangiare e dormire senza la tema di violare una legge. E vi sarebbe stato, o fratello, un castigo per l'anima mia! A seconda dei gradi di peccato, la mia anima sarebbe andata nell'uno o nell'altro dei cieli; in quello d'Idra ch'è il più basso, o nel più alto che è quello di Brahma; oppure sarebbe stata respinta per risorger alla vita sotto il corpo di un verme, d'una mosca, di un pesce, oppure di un bruto. La ricompensa per la perfetta osservanza sarebbe stata la Beatitudine, o l'assorbimento nell'Essere di Brahma che non sarebbe stato tanto un'altra esistenza quanto piuttosto un assoluto riposo.» —
L'Indiano si fermò un momento per pensare, poi, continuando, disse: «Il compito dello stadio della vita di un Brahmino chiamato del primo ordine è quello della vita di studioso. Quando fui pronto ad entrare nel second'ordine — cioè quando fu il momento di ammogliarmi, di divenire capo di famiglia io dubitavo di tutto persino di Brahma: ero un eretico. Dalla profondità del pozzo, cioè dall'oscurità in cui mi trovavo nella mia ignoranza, avevo scoperto una luce verso l'alto, verso l'orifizio di esso, e desideravo intensamente di salire a livello di quella fiamma luminosa. Finalmente — oh con quali anni di fatiche affannose! — potei trovarmi in pieno giorno e ammirai il principio della vita, l'elemento principale delle religioni, il vincolo migliore fra l'anima e Dio: l'amore!»
La faccia del buon uomo, tutta grinze, s'imporporò all'improvviso ed egli congiunse le mani con forza. Ne seguì un silenzio durante il quale gli altri lo guardavano, e il Greco in ispecie, cogli occhi pieni di lagrime.
Finalmente egli ripigliò:
— La felicità dell'amore sta nell'azione; la prova è ciò che uno è disposto di fare per altri. Io non poteva trovar un minuto di riposo. Brahma aveva riempito il mondo di tante persone misere. I Sûdra chiedevano consigli a me e così facevano i devoti e le vittime. L'isola di Gang e Lagor era situata ove le acque sacre del Gange scompaiono nell'oceano Indiano. All'ombra del tempio costruitovi pel sapiente Kapila, in una riunione di preghiere coi discepoli che la memoria beatificata dell'uomo santo tiene intorno alla casa, tentai di trovar riposo. Ma due volte all'anno venivano pellegrinaggi Indiani. La loro miseria rinforzò il mio amore. Contro il suggerimento che mi spingeva a parlare tenni il silenzio poichè una parola contro Brahma o la triade dei Sûtra mi avrebbe perduto, e mi avrebbe condannato un atto di gentilezza coi banditi Brahmini che ogni tanto si trascinavano a morire sopra le sabbie ardenti, o una benedizione concessa, o una tazza d'acqua data; ed io sarei divenuto uno di coloro che son paria per la famiglia, per il paese, per la propria casta. L'amore vinse! Io parlai ai discepoli nel tempio; mi trascinarono fuori; parlai ai pellegrini; mi cacciarono a sassate dall'isola. Sulle strade maestre tentai di predicare: i miei uditori mi fuggivano o attentavano alla mia vita. In tutta l'India infine non v'era luogo ov'io potessi trovare asilo o salvezza. Nemmeno fra i banditi, perchè, nonostante fossero caduti in peccato credevano tuttora in Brahma.
Nella mia miseria cercavo un po' di solitudine, nella quale nascondermi da tutti meno che da Dio. Seguii il corso del Gange fino alla sorgente all'Hymalaya. Quando entrai nel valico a Hurdwar, dove il fiume, nella sua immacolata purezza, slancia la sua corrente fra le bassure melmose, pregai per la mia razza, e mi credetti perduto a lei per sempre. Fra gole, fra rupi, attraverso ghiacciai, vicino a cime che sembravano attingere le stelle, continuai la mia via fino al Lang Tso, un lago di meravigliose bellezze, addormentato ai piedi del Tigri Gange, e del Kailas Parbot, giganti che sfoggiano la loro corona di neve biancheggiante in eterno di faccia al sole. Là, al centro della terra, dove l'Indo, il Gange ed il Brahmaputra, nascono per correre nei loro alvei rispettivi; dove l'umanità prese la sua dimora e si divise per popolare il mondo, lasciando Balk, la madre delle città, ad attestare il gran fatto; dove la Natura, ritornata alle sue primitive condizioni e sicura nelle sue immensità, invita il sapiente e l'esiliato con promessa di salvezza ad uno e di solitudine all'altro, là io mi recai per restar solo con Dio, pregando, digiunando, attendendo la morte.» —
La sua voce si abbassò e le mani ossute si strinsero in una fervida stretta.
— «Una notte camminavo presso la spiaggia del lago e parlavo al silenzio ascoltatore: — «Quando verrà Iddio a redimerci? Non vi sarà mai salvezza?» — allorchè, all'improvviso una luce cominciò ad ardere tremula fuori dell'acqua; una stella si sollevò e si mosse verso di me, soffermandosi sul mio capo. Lo splendore mi abbagliò. Mentre giacevo a terra udii una voce di dolcezza infinita: — «Il tuo amore ha vinto. Che tu sia benedetto, o figlio dell'India! La Redenzione è prossima. Con due altri dell'estreme parti della terra tu vedrai il Redentore e sarai testimone della sua venuta. Di buon mattino alzati, va ad incontrare queste due persone e poni tutta la tua fede nello Spirito che ti guiderà.» — E da allora la luce rimase meco: così sapevo ch'era la presenza visibile dello Spirito. Il mattino dopo cominciai a far ritorno nel mondo abitato, dalla via donde ero venuto. In una fenditura della montagna avevo trovato una pietra di notevole valore che vendetti a Hurdwar. Da Lahwe, per Cabul, e Yezd giunsi ad Ispahan. Là comperai il cammello e quindi fui condotto a Bagdad, non aspettando le carovane. Viaggiai solo senza paura perchè lo Spirito era ed è tuttora con me. Quale gloria è la nostra, o fratelli! Noi vedremo il Redentore, gli parleremo, lo adoreremo! Ho finito.» —
CAPITOLO V.
Il Greco proruppe in vivaci espressioni di gioia e congratulazioni; dopo le quali l'Egiziano prese a dire con gravità caratteristica:
— «Vi saluto, mio fratello, voi avete molto sofferto ed io gioisco del vostro trionfo. Se entrambi desiderate ascoltarmi vi dirò chi sono e come fui indotto a venire. Attendetemi un momento.» — Uscì; diede un'occhiata ai cammelli e poi riprese il suo posto.
— «Le vostre parole, fratello, le aveva dettate lo Spirito — disse per incominciare — e lo Spirito me le fa comprendere. Ciascuno di voi parlò particolarmente dei vostri paesi: in ciò v'era un gran motivo che adesso vi spiegherò: lasciatemi ora dirvi di me e del mio popolo. Io sono Balthasar, Egiziano.» —
Le ultime parole furon dette adagio ma con tale dignità che ambedue gli uditori s'inchinarono all'oratore.
— «Vi sono parecchie glorie che posso attribuire alla mia razza — continuò — ma io mi contenterò di una. La storia cominciò con noi. Noi fummo i primi a perpetrare gli eventi tenuti dagli annali. Così noi non abbiamo tradizioni, ed invece della poesia vi offriamo certezza. Sulle facciate dei palazzi e dei templi, sugli obelischi, sulle pareti delle tombe, noi scrivemmo i nomi dei nostri re e le loro gesta; e ai delicati papiri noi confidammo la sapienza dei nostri filosofi ed i segreti della nostra religione — tutti i segreti meno uno — del quale vi parlerò ora. Più antico dei Vedi, o Melchiorre; più antico delle canzoni d'Omero o delle metafisiche di Platone, o mio Gaspare, più vecchie dei libri Sacri o dei re dei Chinesi, o di quelli di Syddàrtha, più vecchio della Genesi di Mosè l'Ebreo; più vecchio di tutti insomma gli annali umani sono le scritture di Menes, il nostro primo Re.» —
Riposando un istante egli fissò i suoi grandi occhi dolcemente sul Greco dicendo: — «Nella giovinezza dell'Ellade quali, o Gaspare, furono i Maestri dei suoi maestri?» —
Il Greco s'inchinò sorridendo.
— «Da questi annali» — continuò Balthasar — «noi sappiamo che quando i padri vennero dal lontano deserto, dalle fonti dei tre fiumi Sacri, — dal vecchio Iran del quale voi parlaste, o Melchiorre — recarono con sè la storia del mondo e del Diluvio quale fu tramandata dai figli di Noè agli Ariani, e insegnarono i concetti di Dio, del Creatore, dell'Anima, immortale come Dio. Quando il compito, che ora ci chiama, sarà felicemente terminato, se vorrete venire con me, vi mostrerò la biblioteca Sacra del nostro sacerdozio; fra tanti il Libro dei Morti, nel quale è il rituale che deve essere osservato dall'anima dopo che la Morte l'ha inviata al Giudizio eterno.
Queste idee — Dio e l'anima Immortale — furon portate da Mizraim al di là del deserto, sino alle rive del Nilo, facili e semplici nella loro primitiva purezza, come è tutto ciò che proviene direttamente dalle mani di Dio. Tale era pure il primo rito — una canzone ed una preghiera, adatta per un'anima gioconda, piena di speranze ed innamorata del suo Creatore.» A questo punto il Greco alzò le mani esclamando:
— «Oh la luce si fa dinanzi ai miei occhi!»
— «Ed in me pure» — disse l'Indiano con egual fervore.
L'Egiziano li guardò benignamente, poi proseguì dicendo:
— «La religione è soltanto una legge che lega l'Uomo al suo Creatore: nella sua purezza non ha che questi elementi: Dio, l'anima e il loro mutuo riconoscimento, dai quali, allorchè sono messi in pratica, nascono l'Adorazione, l'Amore e la Ricompensa.
Tale, fratelli miei, era la religione di nostro padre Mizraim nella sua primitiva semplicità. La maledizione delle maledizioni è che gli uomini non la lasciarono stare così.» —
Egli si fermò come pensando in che modo dovesse continuare.
— «Parecchie nazioni hanno amato le dolci acque del Nilo» — aggiunse — «l'Etiope, l'Ebrea, l'Africana, la Persiana, la Macedone, la Romana, delle quali nazioni, tutte, eccettuata l'Ebrea, ne furono, ora l'una ora l'altra, padrone. Tale succedersi di popoli corruppe l'antica fede Mizraimica. La Valle delle Palme divenne una Valle degli Dei. Di un Dio se ne fecero otto ognuno rappresentante un principio costitutivo della Natura, con Ammon Re alla testa. Poi vennero Isis e Osiris, poi furono divinizzate le qualità umane come la Forza, la Sapienza, l'Amore ed il Piacere».
— «In tutto ciò spirava l'antica follìa!» — gridò il Greco, con moto istintivo.
L'Egiziano s'inchinò e procedette:
— «Ancora qualche parola, o fratelli: gli annali mostrano come Mizraim abbia trovato il Nilo in possesso degli Etiopi, un popolo di genio e di fantasia, totalmente dato all'adorazione della natura. Il poetico Persiano, sacrificò al Sole come l'imagine più perfetta di Ormuzd, suo Dio. I devoti figli del lontano Oriente, intagliarono nel legno e nell'avorio le loro divinità; ma l'Etiopia, senza scritture, senza libri, si abbassava al culto degli animali, degli uccelli, e degli insetti, tenendo il gatto sacro per il Re, il toro per Iris, lo scarabeo per lo Phtah. Così nacque la religione del nuovo impero. Allora s'innalzarono i magnifici monumenti che ingombrano la spiaggia del fiume ed il deserto: l'obelisco, il labirinto, la piramide e la tomba del re, confusa con la tomba del coccodrillo.
In tale profondo avvilimento, o fratelli, erano caduti i figli di Ario!»
Qui per la prima volta la calma abbandonò l'Egiziano; sebbene il suo aspetto fosse tranquillo la sua voce lo tradiva.
— «Non disperate troppo, o miei amici — ricominciò — non tutti dimenticarono Dio. Poco fa dissi, forse vi ricorderete, che ai papiri confidammo tutti i segreti della nostra religione, meno uno: di quello parlerò adesso. Una volta avemmo per Re un certo Faraone che si prestava ad ogni genere di riforme e di innovazioni. Per stabilire il nuovo sistema cercò di far dimenticare intieramente quello vecchio.
Gli Ebrei allora abitarono con noi come schiavi. Si ostinarono ad adorare il loro Dio, e quando la persecuzione divenne intollerabile, furono liberati in un modo che mai si potrà dimenticare. Mosè, anch'egli un Ebreo, venne al palazzo e domandò il permesso che gli schiavi, milioni di numero, lasciassero il paese. La domanda veniva a nome del Dio d'Israele. Faraone si rifiutò. Sentite ciò che ne seguì.
Prima, tutta l'acqua, tanto quella dei laghi e dei fiumi come quella nei pozzi e nei recipienti si cambiò in sangue. Ancora il monarca si rifiutò. Allora nacquero delle rane che coprirono tutta la terra. L'altro si mantenne sempre ostinato. Allora Mosè gettò un pugno di cenere nell'aria e la peste prese gli Egiziani.