Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 18

Chapter 183,765 wordsPublic domain

Incominciò col penetrare in una folta boscaglia, canora pei canti di molti uccelli. I cespugli erano, o in fiore, o portavano frutti. Al piede degli alberi si stendeva un soffice tappeto erboso, mentre piante di gelsomini e d'edera si arrampicavano su tralci, ricadendo dai rami in forma di pergolato. L'aria era pregna dei profumi della siringa-persica, della rosa, del giglio, del leandro, della fragola, e, perchè nulla mancasse alla felicità delle ninfe e delle najadi, un ruscelletto serpeggiava lentamente frammezzo ai fiori.

Procedendo oltre lo salutò il grido del piccione e il tubare delle tortorelle; alcuni merli non si mossero neppure al suo avvicinarsi e un usignuolo rimase tranquillamente al suo posto, quantunque egli passasse a un braccio di distanza dal ramo su cui posava. Una quaglia, seguita dai suoi piccini, lo precedeva saltellando. Essendosi fermato un istante per non spaventarli, vide improvvisamente sbucare da una siepe una forma umana, trasalì. Gli era dato veramente di vedere un satiro? Osservò più attentamente, e là suggestione del luogo essendosi dissipata, rise fra di sè, vedendo un innocente agricoltore che teneva in mano un falcetto da potar viti. La pace senza il timore, era questo l'epitome e il significato del tempio di Dafne!

Sedette all'ombra di un cedro, le cui radici grigiastre pescavano in parte nell'acque di un ruscello. Il nido d'una cingallegra si specchiava nelle limpide onde, e la cingallegra stessa, facendo capolino, lo fissava negli occhi, come esprimendo un muto invito. — «Sembra che voglia dirmi:» — pensò Ben Hur — «Non ho paura di te. La legge che governa questi luoghi è l'Amore.» — Sì, l'incanto del bosco gli appariva ormai chiaro; ne fu contento, e decise di unirsi alla schiera dei perduti di Dafne. Incaricato della custodia dei fiori e degli arbusti, cercando lo sviluppo delle miti bellezze di quei luoghi, non potrebbe egli, come l'uomo del falcetto, rinunciare ai triboli della vita, rinunciarvi dimenticando e dimenticato?

Ma il suo sangue Ebraico si ribellò a questo progetto. L'incanto di Dafne poteva bastare a certa gente; sarebbe stato sufficiente per lui? L'amore è delizioso, ah sì, massime dopo tante sofferenze che egli aveva provate, ma era poi tutto nella vita, tutto?

Una profonda differenza correva fra di lui e quegli spensierati seguaci di Dafne. Essi non avevano doveri, non potevano averne avuti mai, mentre egli...

— «Dio d'Israele!» — gridò a voce alta, balzando in piedi con le guancie infocate — «Madre, Tirzah! Maledetto il luogo, maledetto il pensiero, che mi distacca da voi!» —

A passi precipitati uscì dal boschetto degli aromi, e pervenne ad un corso d'acqua dagli argini murati, sopra il quale metteva un ponte; vi salì e da questo vide una serie di ponti, ciascuno di foggia diversa dagli altri, prolungantisi infinitamente seguendo i molteplici meandri del fiume. L'acqua limpida, profonda e tranquilla sotto di lui, un poco più in giù si gettava rumorosa e spumeggiante da un banco di scogli, formando una piacevole cascata. Il paesaggio che si stendeva davanti ai suoi occhi era incantevole: ampie vallate e colline ondeggianti con boschi, laghi, edifici fantastici, collegati gli uni con gli altri da bianchi sentieri, e scintillanti torrenti. I prati erano verdi ed ingemmati di fiori; qua e là greggi di pecore candide brucavano l'erba. I loro belati, le voci e i canti dei pastori si udivano tratto tratto portati dal vento. Sopra ogni sommità sorgevan altari a cielo scoperto, ognuno dei quali era servito da una figura bianco-vestita, e ai quali traevano numerose processioni di persone pure vestite di bianco. Quali misteri dovevano celarsi in un quadro così meravigliosamente bello! Lentamente Ben Hur ricuperò la padronanza de' suoi pensieri e si scosse dalla specie di estasi in cui era caduto.

Una rivelazione gli balenò tutto ad un tratto alla mente. Allora soltanto si accorse che il bosco era tutto un tempio, un tempio vastissimo senza mura nè tetto!

Mai nessuno aveva veduto un simile tempio.

L'architetto non si era preoccupato di colonne e di porticati, di proporzioni e di misure. Egli si era semplicemente ed assai bene servito della natura. L'arte non poteva far dippiù. Fu così che l'astuto figliuolo di Giove e di Calisto creò l'Arcadia, e, nell'un caso come nell'altro, trionfò il genio ideatore Greco.

Dal ponte Ben Hur passò nella valle più vicina. Si appressò ad un gregge di pecore, custodito da una fanciulla che con un gesto gli fece: — «Vieni!»

Più in là il sentiero circuiva un'altura, un piedestallo di nero gnais, avente per cappello una lastra di marmo bianco artisticamente tagliata, sopra il quale sorgeva un braciere di bronzo. Poco discosta, una donna, vedutolo, agitò una verga di salice ed al suo passaggio gli disse: — «Fermati» — accompagnando la parola con un'irresistibile sorriso di voluttuose promesse. Più lungi ancora s'imbattè in una delle processioni, alla testa della quale una turba di piccole fanciulle, nude e inghirlandate, cantavano, con vocine stridule, seguite da un gruppo di giovinetti, nudi anch'essi ed abbronzati dal sole, accompagnanti colle danze il canto delle fanciulle; dietro ad essi veniva la processione, formata tutta di donne che recavano agli altari cesti di spezie e di dolci, donne vestite con una semplicità che poco celava allo sguardo. Mentre egli passava, alzarono le mani ed esclamarono in coro: — «Fermati e vieni con noi!» — ed una Greca recitò una strofa d'Anacreonte:

Poichè oggi io prendo e dono, Poichè lieto è il mio cammino, Vieni e godi o pellegrino: Chi t'accerta del diman?

Ma, indifferente, egli proseguì la sua via finchè si trovò all'ingresso di un rigoglioso boschetto nel cuor della valle donde questa apparve più bella ed incantevole all'occhio dell'osservatore.

Dall'ombra degli alberi emanava una molle seduzione. L'erba ai loro piedi era pochissima e soffice. Tutte le varietà orientali d'alberi e di cespugli erano rappresentate da splendidi esemplari, che s'alternavano con piante esotiche e strane; gruppi di palme dai pennacchi regali; siccomori e lauri; quercie frondose e cedri più maestosi dei loro classici prototipi del Libano; gelsi e terebinti e semprevivi; un paradiso terrestre. In mezzo ad una radura sorgeva una statua di meravigliosa bellezza, raffigurante Dafne, la Dea protettrice del luogo. Ai piedi della statua, coricati sopra una pelle di tigre, addormentati, Ben Hur vide una fanciulla ed un giovane abbracciati in un amoroso amplesso. Un falcetto ed un canestro rovesciato giacevano loro appresso, e, da quest'ultimo, usciva un mucchio di rose formando una cascata di fiori sopra il prato.

Ben Hur si ritrasse con un senso di profonda vergogna. Nel boschetto degli aromi egli aveva creduto di scoprire l'incanto misterioso del luogo ove regnasse pace senza timore e quasi aveva ceduto a quel fascino dolce e sereno; ora, da quell'esotico amplesso in pieno giorno, lì, ai piedi di Dafne, ebbe una nuova rivelazione. Il principio imperante nel luogo era l'amore, ma l'amore fuori della legge.

Questa era la pace dolcissima di Dafne!

Questo lo scopo della vita dei suoi ministri!

A questo segno un clero astuto aveva asservito la natura, gli uccelli dell'aria, i fiumi, i fiori, il lavoro dell'uomo, la santità degli altari, il fecondo bacio del sole!

I seguaci della Ninfa, i devoti di quel gran tempio a cielo scoperto, anche quelli che col lavoro delle loro braccia lo mantenevano in quello stato di magnificenza e di perfezione, destarono un senso di disgusto e di sdegno nel petto di Ben Hur, ora che il movente delle loro azioni non gli era più un mistero. Certo v'eran stati alcuni che, gemendo sotto un fardello di triboli troppo gravi a sopportarsi si erano lasciati attirare dalle promesse di pace che offriva loro il soggiorno in un luogo consacrato, alla cui bellezza, in mancanza d'altri doni, essi pagavano un tributo col loro lavoro; ma, certamente, non era di questi che si componeva la grande maggioranza dei fedeli. Ampie e dorate erano le reti che Apollo tendeva in ogni parte ai suoi seguaci, e sotto le maghe; ma nessuna eguagliava lo splendore del Bosco di Dafne. A questo traevano tutti i libanti del mondo, i sensualisti d'oriente e d'occidente. I loro voti non si ispiravano a nessuna nobile esaltazione, a nessun zelo pel Dio del canto o per l'infelice sua amante, a nessun principio filosofico che prescrivesse la calma dell'eremo e il raccoglimento della natura, il conforto della religione e i riti di un amore elevato e sereno. In quell'età due soli popoli sarebbero stati capaci di assurgere a tale altezza di concezione: quello retto dalle leggi di Mosè, e quello cui Brama reggeva. Essi soli avrebbero potuto esclamare: — «Meglio la legge senza amore che l'amore senza la legge.» —

Ben Hur continuò la sua strada, tenendo la testa alta, come chi, pure apprezzando le delizie che lo attorniano, sa contemplare con la calma derivante da una chiara percezione del suo valore. Il pensiero d'essersi quasi lasciato adescare da quelle fallaci insidie, richiamava di tanto in tanto un sorriso sulle sue labbra.

CAPITOLO VII.

Giunse ad una foresta di cipressi alti e diritti come colonne, da cui procedevano le note gaie d'una cornetta. Sdraiato sull'erba, all'ombra di un albero, vide quel tale a lui incognito nel quale s'era imbattuto poc'anzi.

Lo sconosciuto si alzò e gli venne incontro.

— «Di nuovo la pace sia con voi.» — disse in tono cordiale.

— «Vi ringrazio» — rispose Ben Hur — «facciamo forse la stessa strada?» —

— «Io sono diretto allo stadio, e voi?» —

— «Lo stadio?» —

— «Sì; la cornetta che avete udito poc'anzi è un appello pei competitori.» —

— «Amico» — fece Ben Hur — «Confesso la mia ignoranza, e se vorrete servirmi da guida, vi sarò grato.» —

— «Volontieri. — Ascoltate! — Mi par di udire il rumore dei cocchi. Stanno per entrare nella pista.» —

Ben Hur stette in ascolto un momento; poi riprese la presentazione interrotta al crocicchio innanzi ai templi: — «Io sono figlio del duumviro Arrio — e tu?» —

— «Io mi chiamo Malluch, negoziante di Antiochia.» —

— «Ebbene, buon Malluch; il corno, lo strepito delle ruote; la prospettiva di uno spettacolo hanno destato la mia curiosità. Ho qualche cognizione di quegli esercizî e non sono sconosciuto nelle palestre di Roma. Andiamo alla gara.» —

Malluch lo guardò stupito: — «Il duumviro era Romano; pure vedo suo figlio vestito da Ebreo.» —

— «L'illustre Arrio era mio padre adottivo.» — spiegò Ben Hur.

— «Ah, comprendo! Perdonate.» —

Uscendo dalla foresta la quale formava come il bordo di una vasta radura si trovarono davanti a uno stadio. La pista era di terra compressa e bagnata, ed il tracciato n'era segnato da corde appese negligentemente fra lancie confitte nel suolo. Per gli spettatori si erano eretti dei _podia_ riparati da fitte tende e forniti di sedili degradanti.

Sopra uno di quei podia i due nuovi arrivati si sedettero. Ben Hur contò i cocchi mentre sfilavano — erano nove.

— «Mi piacciono!» — esclamò, — «Credeva che qui in Oriente non si aspirasse oltre la biga, ma vedo che si è ambiziosi e che ci si esercita anche colle quadrighe. Osserviamoli bene!» —

Otto quadrighe passarono, alcune al trotto, altre al passo e tutte guidate in modo ineccepibile; la nona venne al galoppo ed al suo apparire Ben Hur non potè trattenere la propria ammirazione.

— «Sono stato nelle stalle dell'Imperatore, Malluch, ma, pel nostro padre Abramo, di benedetta memoria, non ho mai veduto cavalli più belli.» —

I quattro cavalli si trovavano proprio di fronte al podio dei due ebrei, quando, tutto ad un tratto, si scompigliarono. Un grido acuto partì da uno degli spettatori sul podio e Ben Hur vide un vecchio alzarsi a metà dal suo sedile, stringere i pugni, mandar lampi inferociti dagli occhi, mentre il tremolìo della lunga barba bianca tradiva l'agitazione di tutta la sua persona. — Alcuni vicini incominciarono a ridere.

— «Dovrebbero rispettare almeno le sue canizie. Chi è costui?» — chiese Ben Hur.

— «Un potente del deserto, dimorante oltre il Moab, proprietario di mandre di cammelli e di cavalli, e discendente, si afferma, dai cavalieri del primo Faraone — lo sceicco Ilderim.» — rispose Malluch.

L'auriga frattanto faceva vani sforzi per domare i cavalli ed ogni tentativo esacerbava sempre più lo sceicco.

— «Che Abaddon se lo pigli!» — urlò l'infuriato patriarca. «correte! volate, figli miei!» l'ordine veniva dato ad alcuni servi, appartenenti evidentemente alla sua tribù. «Ma non avete capito? Essi son figli del deserto come voi. Animo, afferrateli subito!» —

Frattanto lo scompiglio andava aumentando.

— «Maledetto romano!» — continuò lo sceicco protendendo il pugno verso l'auriga. — «Non mi ha egli giurato che saprebbe guidarli — sì, giurato per tutti gli Dei bastardi del suo paese? Eh, dico, giù le mani! — Mi ha assicurato ch'essi correrebbero colla velocità dell'aquila e colla docilità delle pecore! Ch'egli sia maledetto e con lui quella madre di menzogne di cui è figlio! Guardateli, che splendidi animali! Ch'egli si permetta di solo toccarli colla frusta e....» e le sue parole terminarono in un digrignar di denti. «Si metta alla loro testa, uno di voi, e parli con essi: una sola parola nel linguaggio del deserto basta ad acquetarli. Pazzo, pazzo che fui nell'affidarmi ad un romano!» —

Alcuni fra i più accorti del suo seguito si cacciarono fra lui ed i suoi cavalli mentre un violento colpo di tosse troncò la voce del vecchio.

Ben Hur che credette di comprendere lo sceicco, si sentì attratto verso di lui — più che l'orgoglio della proprietà più che il timore pel risultato della gara, scorgeva nel patriarca un'infinita tenerezza pei suoi cavalli.

Erano tutti bai, senza una macchia, perfettamente accoppiati e di splendide proporzioni. Delicatissime le orecchie e piccole le teste; i musi larghi; le narici, quando s'arricciavano, mostravano la membrana di un rosso vivo fiammante; arcati i colli e fregiati d'una criniera così abbondante da coprirne le spalle ed il petto. Dalle ginocchia in giù le gambe erano sottili e diritte, ma, al disopra, esse si arrotondavano per lo sviluppo di forti muscoli, quali si richiedevano per sopportare la bella e complessa corporatura superiore: gli zoccoli splendevano come coppe di lucente agata; nell'impennarsi e nel ricalcitrare i nobili corsieri sferzavano l'aria e qualche volta la terra colle lunghe code. Lo sceicco li aveva chiamati splendidi, ed aveva detto bene.

Un secondo e più attento esame dei cavalli rivelò a Ben Hur qual fosse la ragione dell'affetto del loro padrone per essi: erano cresciuti sotto i suoi occhi, oggetto delle sue cure durante il giorno, sogno delle sue notti, sotto i padiglioni nel deserto, quasi fratelli coi membri della sua famiglia, e da lui amati quali figli. Perchè essi gli offrissero campo di riportare una vittoria sull'odiato romano, quel vecchio li aveva condotti in città, non dubitando del loro successo purchè guidati da mano esperta; ma qui stava la difficoltà, poichè occorreva, oltre l'ordinaria esperienza, un intuito speciale, una corrente di intima simpatia fra l'auriga e le bestie. Alla calda natura dello sceicco non era possibile l'uniformarsi al costume dei freddi abitatori d'occidente, di protestare cioè senz'altro l'auriga e tranquillamente licenziarlo; come arabo e come sceicco gli era forza dar clamoroso sfogo al suo risentimento e riempir l'aria d'improperii.

Prima ancora che il patriarca avesse vuotato il sacco d'ingiurie di cui era ben fornito, una dozzina di mani aveva afferrati i cavalli pel morso, e la quiete si era ristabilita. Nello stesso istante un nuovo cocchio comparve sulla pista presentando un aspetto diverso dagli altri in quanto che, cocchio, guidatore e corsieri, erano addobbati come nel giorno della gara finale. Per una ragione, che apparirà in seguito, fa d'uopo descrivere alquanto minutamente il nuovo arrivato. Il veicolo apparteneva alla classica e ormai nota categoria di bighe romane: Basse le ruote e unite da una sala larga, su cui poggiava un cassone aperto di dietro. Tale era il modello primitivo delle bighe: il genio artistico dei Greci e di Romani riuscì col tempo a dare al rozzo veicolo quella forma elegante, che raggiunse la sua più perfetta estrinsecazione, nella raffigurazione plastica del cocchio dell'Aurora. I guidatori antichi, non meno accorti ed ambiziosi dei moderni, solevano chiamare il loro più umile attacco una _biga_ ed il più signorile un _quadriga_; con quest'ultima essi concorrevano alle solennità dei giuochi olimpici e ad altre gare sorte ad imitazione di quelle.

Essi poi preferivano guidare i quattro cavalli allineati di fronte, e per distinguerli solevano chiamare i due immediatamente vicini al timone _cavalli da giogo_ e gli altri _cavalli da tiro_. Era pure loro avviso che col lasciare la massima libertà d'azione si ottenesse la massima velocità, per cui i finimenti in uso erano d'una notevole semplicità; essi si riducevano infatti ad un collare, ad un tirante che teneva il collare alla cavezza, ed alle redini. Volendo attaccare i cavalli si assicurava un giogo di legno all'estremità del timone mediante cinghie passate entro appositi anelli. I tiranti dei cavalli da giogo venivano assicurati alla sala, quelli degli altri alla sporgenza superiore del telaio. In quanto alle redini esse venivano raccolte da un'anello all'estremità del timone, donde si partivano in forma di ventaglio in modo da terminare al morso di ogni cavallo. Il lettore potrà facilmente rilevare ulteriori particolari in proposito seguendo gl'incidenti che siamo sul punto di narrare.

I primi competitori erano stati accolti in silenzio, ma il nuovo arrivato ebbe maggior fortuna. Il suo avanzarsi verso il podio dal quale noi assistiamo alla scena, fu salutato da clamorose acclamazioni che attirarono su di lui gli sguardi di tutti. I cavalli di mezzo erano neri, quelli ai lati bianchi come la neve. In conformità alle esigenze della moda romana, le loro code erano state tosate, mentre le mozze criniere erano divise in treccie fregiate di nastri rossi e gialli.

Giunto ad un punto ove il cocchio si offriva tutto intiero alla vista degli spettatori sul podio, questi dovettero convenire che le grida d'ammirazione erano pienamente giustificate. Le ruote erano di meravigliosa costruzione: robuste fascie di bronzo brunito ne rinforzavano i perni leggerissimi; i raggi erano costituiti da zanne d'avorio montate colla loro naturale curvatura all'esterno, onde ottenere la maggior perfezione di concavità, considerata sin d'allora cosa importantissima; i cerchi erano d'ebano colla lastra esterna in bronzo; la sala, in armonia colle ruote, aveva alle estremità una testa di tigre, e, tutta la parte superiore del cocchio era di vimini dorati. L'arrivo di questo splendido equipaggio indusse Ben Hur a guardare con qualche interesse l'auriga. Chi era egli? Mentre facevasi questa domanda non poteva ancora vedergli il volto, e nemmeno l'intiera figura, eppure qualche cosa nel suo aspetto generale e nelle sue movenze non gli pareva nuovo. — Chi poteva mai essere? I cavalli si avvicinavano al trotto. Dallo splendore dell'equipaggio e dal clamore ch'esso sollevava era lecito supporre si trattasse di qualche gran dignitario o di un principe illustre. La presenza di un magnate in quel posto non sarebbe stata in contraddizione alcuna con la sua condizione sociale: è noto come più tardi Nerone e Commodo guidassero i loro cocchi nel circo. Ben Hur si alzò e si fece strada fra la folla fino ad arrivare davanti alla cancellata che divideva il podio dalla pista. Il suo volto esprimeva serietà e i suoi movimenti tradivano l'impazienza. Il cocchio passò davanti al cancello: su di esso erano due persone; l'auriga e un compagno, il Mirtilo, come classicamente solevano chiamarli i gran signori appassionati per le corse; ma Ben Hur non aveva occhi che per il primo, ritto in piedi, colle redini avvolte attorno al corpo formoso, solo in parte coperto da una tunica di panno rosso-chiaro. Nella destra stringeva una frusta, nell'altra mano, leggermente sollevata e protesa, le quattro redini. Piena di grazia è di forza era la posa. Gli applausi non avevano la virtù di scuoterne l'impassibilità. Ben Hur provò una fitta al cuore; il suo istinto e la sua memoria non l'avevano ingannato — _l'auriga era Messala!_

La rara bellezza dei cavalli, la magnificenza del cocchio, l'atteggiamento altiero della persona, ma sopratutto la fredda espressione del volto, le fattezze marcate ed aquiline, caratteristiche della razza dominatrice, proclamavano a chiare note che il tempo non aveva in nulla modificato il carattere sprezzante, audace, cinico, ed ambizioso del giovanetto Romano.

CAPITOLO VIII.

Allorchè Ben Hur scese dai gradini del podio, un arabo sorse in piedi e disse ad alta voce a guisa di proclama:

— «Uomini d'oriente e d'occidente, statemi ad udire! — Il buon sceicco Ilderim vi saluta. — Con quattro corsieri, figli dei favoriti di Salomone il Sapiente, egli è venuto qui per gareggiare coi migliori campioni. Egli ha bisogno di un auriga; grandi ricchezze aspettano chi saprà guidare degnamente i suoi cavalli. Qui ed altrove, nella città e nei circhi, ovunque sogliono adunarsi i forti, fate nota questa sua offerta. Così vuole Ilderim, il generoso sceicco, mio signore.» —

L'invito sollevò un mormorio confuso nel popolo affollato sotto la tenda. Prima di sera quell'invito sarebbe stato diffuso in tutti i ritrovi frequentati dai dilettanti di giuochi olimpici e dai professionisti. Ben Hur sostò un momento guardando indeciso ora l'araldo ora lo sceicco, e Malluch credette ch'egli fosse sul punto d'accettare l'offerta. Fu pertanto con un senso di sollievo ch'egli lo vide invece rivolgersi a lui colla domanda: — «Buon Malluch, ove andremo ora?» —

Rispose Malluch ridendo: — «Se volete seguire l'esempio di tutti quelli che vengono qui per la prima volta andrete subito a farvi predire la vostra fortuna.» —

— «La mia fortuna? Per quanto il suggerimento m'abbia un certo sapore d'infedeltà, andiamo pure dalla Dea.» —

— «Adagio, adagio figlio d'Arrio: questi sacerdoti di Apollo non fanno le cose così. Invece di mettervi a contatto con una Pizia o con una Sibilla, essi vi vendono un papiro e v'invitano ad immergerlo nell'acqua d'una certa fontana, dopo di che potrete leggere in versi il vostro avvenire.» —

L'espressione di fugace curiosità che aveva animato il volto di Ben Hur scomparve.

— «Vi sono creature» — osservò amaramente, — «che non hanno bisogno di preoccuparsi del loro avvenire.» —

— «Allora preferite visitare i templi?» —

— «I templi sono Greci, nevvero?»

— «Li chiamano Greci.» —

— «Gli Elleni erano in arte maestri del bello, ma nell'architettura essi sacrificarono la varietà alla rigidità della linea. I loro templi si rassomigliano tutti. Come chiamate la fontana?» —

— «Castalia.» —

— «Ah! la sua fama è universale. Andiamo colà.» —

Malluch il quale osservava il suo compagno lungo il cammino, s'accorse ch'egli s'era fatto mesto e distratto. Non guardava le persone che gli passavano vicino e mostravasi indifferente alle meraviglie che gli sorgevano d'intorno; camminava silenzioso, rannuvolato, a passo lento.

Il fatto si è che la vista di Messala lo perseguitava evocando dolorose memorie. Gli pareva che sole poche ore fossero trascorse dacchè egli era stato strappato dalle braccia della madre ed i suggelli eran stati apposti alla casa paterna. Ripensava ai sogni di vendetta maturati durante i lunghi anni passati nella galera, e che avevano per oggetto principale appunto quel Messala. Poteva esservi misericordia per Grato, ma per Messala, mai! E per raffermarsi nella sua risoluzione egli soleva ripetere a sè stesso: — «Chi ci additò ai persecutori? e, quando implorai soccorso, e non per me, chi mi abbandonò sogghignando?» — Sempre il sogno terminava colle stessa terribile invocazione: — «Il giorno ch'io m'imbatterò in lui, Dio dei miei padri, aiutami a compiere adeguata vendetta!» —