Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 17

Chapter 173,879 wordsPublic domain

Dopo qualche tempo andai dal principe e la chiesi in moglie. Egli mi disse che essa era schiava a vita, ma che se io lo desiderava l'avrebbe affrancata per compiacermi. Ma essa, Ebrea, pur corrispondendo al mio amore, si disse felice nella condizione e nel luogo ove si trovava, e rifiutò la libertà! La pregai, la scongiurai a più riprese, ma invano. Avrebbe solo consentito a diventare mia moglie qualora io diventassi suo compagno di servitù. Nostro padre Giacobbe servì sette anni per la sua Rachele. Io avrei potuto fare altrettanto. Ma tua madre richiedeva che io diventassi schiavo per tutta la mia vita. Mi strappai allora da lei, mi recai in altre contrade cercando di dimenticarla; ma l'amor mio fu troppo forte: ritornai. Guarda qui, Ester, Guarda!» —

E sollevando una ciocca di capelli le additò un buco nell'orecchio sinistro.

— «Vedi la cicatrice della lesina?» —

— «La vedo» — disse Ester — «e vedo pure a qual punto tu amasti mia madre!» —

— «Amarla, Ester! — Essa era per me più della Sulamita per il Re Cantore; più bella, più pura di una fontana, di una sorgente del Libano. Quando seppe la mia volontà, il padrone mi presentò ai giudici davanti ai quali esposi la mia intenzione; poi mi condusse a casa, e trapassando il mio orecchio colla lesina, la conficcò come è d'uso nella porta. Così divenni suo schiavo per tutta la durata della vita. Così conquistai la mia Rachele, e dimmi: vi fu mai amore come il mio?» —

Ester si chinò sopra di lui e lo baciò. Tacquero entrambi pensando alla tomba che aveva troncato quel grande amore.

— «Il mio padrone annegò in mare; e fu questa la mia prima sventura» — continuò il negoziante. — «Il lutto della sua famiglia fu lutto mio, nella mia casa ad Antiochia dove già dimoravo. Ora ascoltami, Ester. Quando il principe venne a morte, io era a capo della sua amministrazione, e tutti i suoi beni erano nelle mie mani. Da questo puoi argomentare l'affetto e la fiducia ch'egli riponeva in me.

Accorsi a Gerusalemme per render conto della mia gestione alla vedova ed essa mi riconfermò al mio posto. Raddoppiai di diligenza e gli affari prosperarono di anno in anno. Trascorsero così dieci anni. Poi venne la catastrofe di cui il giovine parlò — l'accidente, com'egli disse, toccato al procuratore Grato. — Il Romano invece lo chiamò un tentativo d'assassinio e ne tolse pretesto, col consenso di Roma, di confiscare a proprio beneficio l'immensa fortuna della vedova e dei figli. Nè questo gli bastò. Per prevenire un'appello contro la sentenza egli soppresse tutte le parti interessate. Da quel giorno nefasto la famiglia di Hur scomparve. Il figlio, ch'io vidi fanciullo, fu condannato alle galere. La vedova e la figlia si suppone siano state sepolte in una delle molte carceri sotterranee di Giudea, veri sepolcri per chi ne ha varcata la soglia. Esse scomparvero come se il mare le avesse inghiottite. Non potemmo sapere come morirono, ma neppure sappiamo se veramente sono morte.» —

Gli occhi di Ester erano gonfi di lagrime.

— «Il tuo cuore è buono, Ester, buono come quello di tua madre; e prego Iddio che non gli tocchi un simile destino — d'essere calpestato dagli spietati e dai ciechi. Ma ascoltami ancora: — Andai a Gerusalemme per soccorrere la mia benefattrice ma alle porte della città fui arrestato e condotto nei sotterranei della Torre d'Antonia. Non ne seppi la cagione, finchè Grato in persona venne a chiedermi i denari della casa di Hur, poi ch'egli, conoscendo le pratiche ebraiche, sapeva che io possedeva somme tratte sulle diverse piazze del mondo. M'impose di firmare le tratte a suo favore. Rifiutai. Egli aveva le case, le terre, le merci, le navi e tutta la proprietà mobile dei miei padroni, meno i denari. Compresi che se continuassi a trovar grazia agli occhi del Signore avrei potuto ricostruire la loro fortuna e respinsi la richiesta del tiranno. Mi mise alla tortura, ma tenni fermo, cosicchè dovette rilasciarmi senza aver nulla ottenuto. Ritornai a casa e ricominciai a trafficare per conto e nel nome di Simonide d'Antiochia anzichè in quello del principe Hur di Gerusalemme. Ester, tu sai come prosperarono i miei affari, in che modo miracoloso si moltiplicarono nelle mie mani i milioni del principe. Sai pure che, a capo di tre anni, mentre mi recava a Cesarea, fui di nuovo arrestato e torturato per la seconda volta da Grato. Neppur questa volta ottenne da me la confessione intorno alla sorte dei denari di Hur. Fisicamente rovinato feci ritorno a casa, dove trovai che la mia Rachele era morta di dolore e di spavento per me. La volontà del Signore mi tenne in vita. Dall'imperatore medesimo comperai una licenza di libero traffico in ogni paese del mondo. Oggi — sia lodato l'Altissimo! — oggi, Ester, la mia ricchezza è tale da far invidia a un Cesare.» —

Con un moto d'orgoglio sollevò il capo, e incontrò gli sguardi della fanciulla.

— «Che cosa intendo di fare con questa fortuna?» — chiese, interpretando i suoi pensieri.

— «Padre mio, disse ella sommessamente, non venne oggi a chiederla il legittimo proprietario? E non sono io pure, o padre, la sua schiava? E non dobbiamo noi piegarci innanzi a lui come la legge prescrive?» —

Un raggio d'ineffabile gioia rischiarò il volto dell'infermo.

— «Il Signore è stato buono con me. In molti modi ha mostrato la sua benevolenza, ma tu Ester, sei il dono più bello di quanti mi ha prodigato.» —

Così dicendo l'attirò a sè e la baciò.

— «Ascoltami,» — proseguì — «ed udrai perchè io risi poc'anzi. Quando il giovane si presentò innanzi a me, mi parve di veder suo padre ringiovanito. L'animo mio ebbe uno slancio, come se volesse andargli incontro. Sentii entro di me che i miei giorni di prova e le mie fatiche erano giunte al termine. A stento trattenni l'impulso del mio cuore che mi spingeva a rivelare la mia gioia. Ero impaziente di prenderlo per mano, di mostrargli i registri ed i conti e di dirgli: — «Tutto questo è tuo ed io sono il tuo schiavo. Ho compiuto il dover mio, posso aspettare la voce del Signore che mi chiami a sè.» — E così avrei fatto, Ester, sì proprio così avrei fatto, se, tutto ad un tratto tre pensieri non m'avessero assalito ad un tempo. Il primo diceva: Assicurati prima ch'egli è proprio il figlio del tuo padrone. S'egli è il figlio del tuo padrone, studia prima e conosci un poco l'indole sua, — mi suggerì il secondo. Pensa, Ester quanti sono gli eredi di colossali ricchezze, che sperperano i loro denari, e li riducano a semi di maledizioni.» — La voce gli si fece stridula, e sostò un momento, accasciato da questa riflessione. — «Ester pensa ai patimenti inflittimi dal Romano, e non solo da Grato; gli spietati esecutori dei suoi ordini tanto la prima quanto la seconda volta erano tutti Romani e tutti ridevano udendomi urlare dal dolore. Pensa alle mie membra rotte, al mio corpo deformato; pensa a tua madre laggiù nella tomba solitaria, ai dolori della famiglia del mio padrone, se è ancor vivo o alla sua morte forse; pensa a tutto questo, o figliuola mia, e dimmi tu s'è giusto che nulla succeda in espiazione e vendetta di tante crudeltà? Non dirmi come ripetono i predicatori, che la vendetta è del Signore. Non fa egli valere la sua volontà per mezzo degli uomini nell'infliggere pene come nel conferire benefici? Non ha egli i suoi guerrieri, più numerosi dei profeti? Non è sua la legge — occhio per occhio, mano per mano, piede per piede? Ah, nel corso di tanti anni ho sospirata la vendetta, l'ho implorata nelle preghiere. Nell'accumular le mie ricchezze, fu questo il mio pensiero, il mio sogno costante. Come è vero che vi è Iddio, io mi diceva, esse dovranno servirmi per castigare quei malfattori. E quando, accennando alla sua destrezza nel maneggio delle armi, il giovane disse, ch'essa non aveva nessun scopo definitivo, io indovinai quello scopo: era la vendetta! Fu questo, o Ester, il terzo pensiero che mi impose il silenzio e mi diede la forza di ascoltare impassibile la sua perorazione, finchè, partito il giovane, le mie emozioni proruppero in un riso di giubilo.» —

Ester continuava ad accarezzargli le mani ischeletrite.

— «Egli è partito o padre. Ritornerà ancora?» —

— «Sì. Il fedele Malluch lo sorveglia e lo ricondurrà quando tutto sarà pronto.» —

— «E quando lo sarà, o padre? —

— «Non subito, figlia mia. Egli crede che tutti i testimoni della sua identità siano morti. Ma uno vive ancora, il quale non mancherà di riconoscerlo, s'egli è veramente figlio di suo padre.» —

— «Sua madre?» —

— «No, io stesso gli presenterò quel testimonio. Intanto Dio ci protegga. Chiama Abimelech.» —

Ester chiamò il servo, e i tre si ritrassero.

CAPITOLO V.

Allorchè Ben Hur uscì dal vasto magazzeno, il pensiero prevalente in lui era quello di un altro disinganno aggiuntosi ai molti che aveva già sofferto nella ricerca dei suoi cari. Questo pensiero lo riempì di una grande desolazione. Si sentì solo al mondo, e, giovane e ricco com'era, la vita gli parve divenuta un peso troppo grave da sopportarsi.

Facendosi strada fra la folla ed i mucchi di mercanzia, giunse al termine dell'approdo. Le acque del fiume apparivano più profonde e più oscure in quel punto per l'ombra delle case e degli alberi vicini: ed egli ne provò il fascino insidioso. La pigra corrente sembrava arrestarsi nel suo cammino, quasi lo attendesse; — ma a rompere l'incanto venne il ricordo delle parole del suo compagno di viaggio, che gli parve di riudire:

— «Meglio un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite di un Re.» — Si volse, e camminando rapidamente, fece ritorno al Khan.

— «La via per Dafne?» — esclamò l'albergatore, sorpreso dalla domanda di Ben Hur. — «È la prima volta che venite in questa città? Allora questo giorno è fra i più felici della vostra vita. Non potete sbagliare la strada. La prima via verso mezzogiorno conduce direttamente al monte Sulpio sulla vetta del quale sono l'altare di Giove e l'anfiteatro; pigliate la terza via trasversale chiamata la colonnata d'Erode; là, voltate a destra e seguite la via attraverso la grande città di Seleucia fino alle porte di bronzo d'Epifane. In quel punto incomincia la via di Dafne — e che gli Dei vi proteggano.» —

Dopo aver dato alcuni ordini relativi al suo bagaglio, Ben Hur si pose in cammino.

Non ebbe difficoltà a trovare la colonnata d'Erode; da quella, alle porte di bronzo correva un lungo porticato di marmo, che egli percorse fra mezzo ad una folla di gente composta dei rappresentanti di tutte le nazioni commerciali del mondo.

Era la quarta ora del giorno, quando oltrepassò le porte e si trovò in mezzo ad una interminabile processione diretta al bosco famoso. La strada era divisa in vie separate, una pei pedoni, una pei cavalieri e i cocchi; ed anche queste erano suddivise in due altre vie parallele per le quali due correnti di persone si movevano in direzione opposta. Le linee di demarcazione erano segnate da basse balaustrate interrotte da statue poggianti su solidi piedestalli. A destra ed a sinistra della strada estendevansi magnifici prati ed aiuole, accuratamente tenuti, alternati di quando in quando da gruppi di quercie, di siccomori e da pergolati di viti che invitavano i passeggieri a riposare. Le vie riservate ai pedoni erano lastricate di pietra rossiccia e quelle pei cavalieri erano cosparse di bianca arena compressa in modo da darle la consistenza di un marciapiede, senza però che, come questo, echeggiasse lo scalpitar dei cavalli ed il frastuono delle ruote. Innumerevoli fontane di varie e meravigliose foggie lanciavano i loro zampilli nell'aria; erano doni di Re che avevano voluto così eternare il ricordo delle loro visite. All'ingresso del bosco, a sud-ovest, fino alla città, questa magnifica strada misurava oltre quattro miglia in lunghezza.

Nello stato d'animo in cui si trovava Ben Hur, lo splendore regale della via passò quasi inosservato; e i suoi sguardi non si arrestarono neppure sulla folla che s'avviava insieme a lui come in processione. A dire il vero alla sua preoccupazione si univa anche una buona dose di quella compiacenza orgogliosa propria del Romano che visitava la provincia, mentre erano ancora fresche in lui l'impressioni della vita fastosa che s'agitava quotidianamente intorno alla colonna d'oro posta da Augusto nel Foro, come per indicare il perno del mondo. Non era possibile che le provincie offrissero uno spettacolo più grandioso.

Impaziente per la lentezza dei suoi vicini, egli spiava ogni varco della folla, per approfittarne e portarsi avanti più rapidamente. Quando giunse ad Eraclea, villaggio suburbano a mezza strada fra la città ed il bosco, il movimento della folla festante cominciò a far sentire i suoi effetti sopra di lui, predisponendo il suo animo ad accogliere impressioni più gioconde. La sua attenzione fu dapprima attirata da un paio di capre guidate da una avvenente fanciulla; tanto le bestie come la loro guida erano festosamente ornate di nastri o fiori. Poi si fermò ad osservare un toro immenso, bianco come la neve, inghirlandato di viti e portante sull'ampia groppa un fanciullo nudo, immagine del giovane Bacco, il quale, seduto in un canestro, teneva in mano un calice colmo di vino.

A quali altari avrebbero servito quelle offerte? si domandò rimettendosi in cammino. Passò un cavallo con la criniera mozzata come lo esigeva la moda, montato da un cavaliere vestito con sfarzo. Ben Hur sorrise vedendo l'orgoglio dell'uno rispecchiarsi nell'altro. Cavalli e cocchi in grande numero continuarono a passare dinanzi a lui sulla strada a loro riservata, e, inconsciamente, quel moto e quella festa cominciarono ad interessarlo. Le persone che l'attorniavano erano di tutte le età, sessi e condizioni, tutti vestiti dei loro abiti di festa. Un gruppo era abbigliato uniformemente di bianco, un'altro di nero; alcuni portavano bandiere, altri turribuli fumanti; altri cantavano inni, ed eran seguiti da individui con flauti e tamburelli. Quale luogo meraviglioso doveva essere questo di Dafne, se ogni giorno vi si recava tanta gente!

Finalmente vi fu un batter di mani ed uno scoppio di grida gioconde; e, seguendo l'indicazione di molte dita, egli scorse sulla cima di una collina il tempio che serviva d'ingresso al bosco consacrato. Gli inni s'inalzarono con maggior foga, la musica accelerò i tempi, e Ben Hur, dividendo l'impazienza della folla, e trascinato dall'impetuosa corrente, mosse verso il tempio, oltrepassata la soglia del quale, romanizzato com'era nei costumi, il suo primo impulso fu quello di cadere in adorazione davanti a quel luogo.

A tergo dell'edificio che ornava l'ingresso, d'una costruzione di stile severamente greco, si stendeva una larga spianata lastricata di pietre luccicanti, ora quasi nascoste sotto una moltitudine di persone gaie ed irrequiete, spiccante sopra uno sfondo di iridescenti zampilli prorompenti da fontane marmoree.

Dinanzi a lui in direzione di sud-ovest si diramavano gli innumerevoli sentieri di un giardino, il quale si mutava più in là in una foresta, sulla quale, in quel momento, aleggiava una nube di un leggero vapore turchino. Ben Hur contemplava il panorama, pensoso ed incerto, quando una donna vicino a lui esclamò: — «Bellissimo spettacolo! ma dove si deve andare adesso?» — Un uomo col capo cinto di bacche d'alloro e che la accompagnava, rise e rispose: — «Bellissima barbara! La tua domanda mi sa di paura terrena, e abbiamo convenuto di lasciare questi pensieri in Antiochia. I venti che qui soffiano sono l'alito degli Dei. Abbandoniamoci ad essi.» —

— «Ma se ci smarrissimo?» —

— «Oh, paurosa! nessuno si è mai perduto in Dafne eccetto quelli sui quali le sue porte si sono chiuse per sempre.» —

— «E chi son costoro?» — chiese la donna tuttora conturbata.

— Son quelli che si sono abbandonati al fascino del luogo e lo hanno scelto a dimora per la vita e per la morte. Ascolta! Fermiamoci qui, e ti mostrerò quelli di cui parlo.» —

Sul marmoreo pavimento risuonò uno stropiccìo di piedi calzati di sandali; la folla si aprì e lasciò l'adito ad un gruppo di ragazze, le quali, accerchiati i due interlocutori, intonarono un canto; indi agitando i tamburelli cominciarono a ballare. La donna, sbigottita, s'aggrappò all'uomo, il quale, cintale la vita con un braccio, acceso in volto, batteva coll'altro il tempo della musica. I capelli delle danzatrici svolazzavano liberamente e le loro membra rosee s'intravvedevano sotto le vesti di garza che imperfettamente le coprivano. Non è concesso alla parola il descrivere la voluttà di quella danza.

Dopo un breve giro si aprirono un varco nella sala e scomparvero rapidamente come erano venute.

— «Che te ne pare?» — chiese l'uomo alla sua compagna.

— «Chi son desse?» — chiese a sua volta la donna.

— «Devadasi — sacerdotesse dedicate al Tempio d'Apollo. Ve ne sono eserciti. Sono esse che cantano in coro nelle feste. Questa è la loro dimora. Qualche volta visitano altre città, ma tutto quanto raccolgono è portato qui ad arricchire la casa del divino cantore. Dobbiamo andare?» —

Ben Hur, lieto di sapere che nessuno s'era mai perduto nel bosco di Dafne, infilò una qualunque delle vie che gli si aprivano dinanzi e penetrò nel giardino. Una statua, innalzata sopra un magnifico piedestallo attrasse per primo i suoi sguardi. — Raffigurava un centauro e un'iscrizione spiegava ai visitatori meno eruditi che quello era Chirone, amato da Apollo e Diana, da loro iniziato ai misteri della caccia, della medicina, della musica e della profezia. Nelle mani teneva un rotolo sul quale erano incisi in caratteri greci alcuni paragrafi di un avviso:

— «_Viaggiatore!_

— _Sei tu straniero?_» —

I. Ascolta il mormorìo dei ruscelli e non temere la pioggia delle fontane. Così le naiadi impareranno ad amarti.

II. Zeffiro ed Austro sono le brezze amiche di Dafne; gentili riformatrici della vita esse ti preparano infinite dolcezze. Quand'Euro soffia, Diana è a caccia; se Borea sibila, nasconditi, perchè Apollo è corrucciato.

III. Le ombre del Bosco sono tue di giorno: di notte appartengono a Pane ed alle sue Driadi. Non turbarle.

IV. Cibati parcamente del loto lungo le sponde dei rivi, se non vuoi perdere la memoria, il che equivale a diventare figlio di Dafne.

V. Non toccare il ragno che tesse. È Aracne che lavora per Minerva.

VI. Vuoi tu contemplare le lacrime di Dafne? Strappa un germoglio da un ramoscello di lauro, e morrai.

— «_Sta in guardia!_

_Fermati e sii felice._» —

Ben Hur lasciò la cura d'interpretare il mistico avviso ad altri che facevano ressa intorno a lui, e si ritrasse nell'istante stesso in cui si avvicinava il toro bianco.

Il fanciullo sedeva sulla cesta seguito da una processione; dietro a questa veniva la donna colle capre e dietro a lei i suonatori di flauto e tamburelli, con un'altra processione di apportatori d'offerte.

— «Ove vanno costoro?» — chiese un astante.

Un altro rispose:

— «Il toro al padre Giove; le capre...» —

— «Non custodiva una volta Apollo il gregge di Admeto?» —

— «Appunto, le capre sono per Apollo.» —

Alla bontà del lettore chiediamo indulgenza per concederci una spiegazione. Una certa facilità di tolleranza in fatto di religione suol formarsi in noi dopo aver per molto tempo praticato con persone di divina fede; a poco a poco veniamo a riconoscere che ogni credenza vanta uomini buoni e degni del nostro rispetto, e che non ci è possibile rispettarli senza al tempo stesso estendere una certa deferenza anche alla loro religione.

A questo punto era giunto Ben Hur. Gli anni trascorsi a Roma e quelli vissuti nella galera avevano lasciato intatta la sua fede religiosa; egli era sempre Ebreo, ma, a suo modo di vedere, non eravi empietà alcuna nel contemplare il bello nel bosco di Dafne. — Ciò non toglie per altro che quand'anche, i suoi scrupoli fossero stati più rigidi, egli li avrebbe in quel momento probabilmente soffocati. Era concitato, non come gli esseri irascibili che un'inezia irrita; nè la sua collera era quella dello stordito, che, attinta alla fonte del nulla, si disperde in rimproveri e bestemmie; l'ira sua era quella propria delle indoli ardenti, destatasi di soprassalto pel subitaneo annientamento d'una speranza. —

In simili casi e con tali nature la lotta non termina perchè ha urtato contro un ostacolo, ma continua col destino, e sarebbe bene il destino medesimo rivestisse una forma materiale e tangibile, da potersi spezzare con uno sguardo o con un colpo, ovvero quella di un essere vivente col quale fosse possibile sfogarsi apostrofandolo con parole roventi. L'anima umana soffrirebbe meno combattendo un tale avversario.

A mente fredda Ben Hur non si sarebbe recato solo al Bosco, o, se vi fosse venuto solo, si sarebbe valso del posto da lui occupato nella famiglia del console, per procacciarsi una specie di pianta della località, facendosi indicare i punti di speciale interesse. Se poi avesse voluto abbandonarsi più a lungo agli ozii ed alle delizie di quel soggiorno, si sarebbe anzitutto presentato con una lettera di credenza a chi ne aveva la direzione.

Ma nella condizione d'animo in cui si trovava, non era uno spettatore uguale alla massa volgare che schiamazzava tutto all'intorno.

La Divinità del Bosco non gli ispirava rispetto, nè i misteri che vi si celavano provocavano la sua curiosità. Era un uomo smarrito dal dolore di un crudele disinganno, insofferente di indugi, animato da un cieco desiderio di incontrare il proprio fato, e di sfidarlo.

Il suo era quello stato mentale che rende possibile di compiere atti arditi con apparente tranquillità.

CAPITOLO VI.

Ben Hur s'inoltrò insieme alla processione. Non aveva la curiosità di chiedere ove si andava, e bastava, per appagarlo, la vaga impressione che fossero tutti avviati verso i templi, magnifici centri d'attrazione.

Ad un tratto, egli tornò a mormorare: — «Meglio essere un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite d'un Re,» — e ripetendo quelle parole come un ritornello chiese fra sè: — «Era poi così dolce la vista nel Bosco? In che consisteva l'incanto? Forse in quella dottrina filosofica spiegata dai sacerdoti dei templi? O era essa una realtà, non percettibile ai sensi? Ogni anno migliaia d'esseri rinunciavano al mondo per entrare qui. Lo trovavano essi il fascino? E quando lo avevan trovato bastava esso a generare un oblìo tale da escludere dalla mente tutti i tedi e i dolori della vita? Se il Bosco era loro così benefico perchè non lo sarebbe anche a lui? Egli era Ebreo: possibile che le cose buone del mondo fossero per tutti fuorchè pei figli d'Abramo?

Le sue facoltà si concentrarono per sciogliere il quesito, senza badare ai canti degli oblatori ne ai motteggi dei suoi compagni.

Volse gli occhi al cielo come per trovarci una soluzione; era turchino, sì molto turchino; l'aria risuonava dei garriti delle rondini; ma lo stesso colore aveva il cielo sovrastante alla città.

Più in là, fuori dei boschi, a destra, una deliziosa brezza, carica di profumi, lo accarezzò per un istante, ed egli, insieme agli altri, si fermò a guardare la direzione donde la brezza proveniva.

— «Forse da quel giardino laggiù?» — chiese ad un suo vicino.

— « Piuttosto da qualche cerimonia sacerdotale: un sacrificio in onore di Diana, di Pane o di qualche Divinità silvestre.» —

La risposta era nella sua lingua nativa. Ben Hur guardò sorpreso lo sconosciuto.

— «Un Ebreo?» — gli chiese.

L'individuo rispose con un sorriso rispettoso.

— «Nacqui a pochi passi dalla piazza di Gerusalemme.» —

Ben Hur era sul punto di continuare il discorso, quando, un improvviso movimento della folla lo spinse da una parte e trascinò in un'altra direzione il suo interlocutore. La solita veste, una tela bruna in capo, legata con una corda gialla, ed un volto ebraico pronunciatissimo, fu quanto Ben Hur potè ricordare dello sconosciuto.

Era arrivato a un punto ove i sentieri cominciavano a internarsi nei boschi e offrivano pertanto una favorevole occasione per staccarsi dall'assordante processione. Ben Hur non tardò ad approfittarne.