Part 16
Percorrendo parecchi vani, lasciati sgombri dalle casse o dalle balle di mercanzia, arrivarono ai piedi di una scala, che li condusse sopra il tetto del magazzeno. Ad un lato di questo sorgeva l'abitazione di Simonide, un ampio fabbricato dal tetto pure terminante a terrazza, dall'ampio cornicione del quale Ben Hur vide con sorpresa pendere fiori ed arbusti bellissimi. Anche il terrazzo del magazzeno era ordinato a giardino, adorno di cespugli di rose persiane, delle quali Ben Hur aspirava con voluttà il dolcissimo profumo. Entrati nella casa e passato una specie di corridoio, tenuto in semi-oscurità, si arrestarono davanti ad una cortina in parte sollevata, mentre la guida annunziò ad alta voce:
— «Un forestiero che vuol vedere il padrone.» —
Una voce limpida rispose:
— «Lasciatelo entrare, in nome di Dio.» —
Il locale in cui Ben Hur entrò sarebbe stato chiamato _atrium_ da un Romano. Le pareti erano rivestite di tavolati di legno, da cui sporgevano scaffali e riparti, come si usano ancor oggi nelle case di commercio, ripieni di fogli polverosi ed ingialliti dal tempo. Al di sopra e al di sotto dei tavolati, correvano eleganti cornici di legno, in origine bianche, ora brune e polite. Il soffitto era a volta, con una cupola centrale ricoperta da centinaia di lastre di mica violacea, che diffondeva una luce deliziosamente tranquilla per tutta la stanza. Il pavimento era coperto da tappeti grigi, dal pelo così lungo e morbido che i piedi vi si sprofondavano e il rumore dei passi era inavvertibile. In mezzo alla camera, rischiarate da quella luce calma, stavano due persone; un uomo seduto in un seggiolone dallo schienale alto e foderato da soffici cuscini; alla sua destra, appoggiata alla seggiola, una fanciulla nella primavera della età. Alla loro vista Ben Hur sentì il sangue martellargli le tempie ed arrossirgli le gote. Si inchinò, parte per rispetto, parte per guadagnar tempo. Così facendo vide un gesto di sorpresa dell'individuo seduto, e un tremito che al suo apparire ne scosse la persona. Quando Ben Hur rialzò il capo, questi segni di emozione erano spariti, e l'unico cambiamento del quadro dinanzi a sè era avvenuto nell'atteggiamento della giovinetta, che ora teneva la mano appoggiata leggermente alla spalla del vecchio. Entrambi lo guardavano attentamente.
— «Se siete Simonide, ed Ebreo» — Ben Hur esitò — «che la pace del Dio di nostro padre Abramo sia con voi e coi vostri.» — Quest'ultima parte era rivolta alla giovine.
— «Io sono Simonide, Ebreo di nascita» — rispose l'altro con voce chiara e sonora. — «Vi contraccambio i saluti e nello stesso tempo vi prego di dirmi con chi ho l'onore di parlare.» —
Ben Hur guardò il suo interlocutore, e invece di una figura umana vide un corpo deforme, sprofondato nei cuscini, coperto d'un mantello di seta scura trapunta; ma su quelle povere carni si ergeva una testa di apparenza regale — la testa ideale d'un uomo di Stato o di un conquistatore — una testa larga alla base e dalla fronte nobile ed ampia, quale Michelangelo avrebbe modellato in una statua di Cesare. Bianchi capelli inanellati gli scendevano sulle tempie accentuando l'intensità dello sguardo di due occhi nerissimi e lucenti. Il volto era scolorito. Le gote gonfie erano poste in maggiore rilievo da profonde rughe. In una parola la testa ed il volto indicavano essere quegli un uomo più atto a muovere il mondo che a lasciarsene smuovere, un uomo capace di sopportare dodici volte le torture che lo avevano ridotto in quello stato, senza lasciarsi sfuggire un lamento e molto meno una confessione; un uomo che rinuncerebbe alla vita ma non mai a un suo proponimento; un uomo invulnerabile tranne nei suoi affetti. A lui Ben Hur stese la mano col palmo rivolto all'insù come offrente pace nel tempo stesso che pace chiedeva.
— «Io sono Giuda, figliuolo di Ithamar, l'ultimo capo della casa di Hur, principe di Gerusalemme.» —
La destra del negoziante uscì dal mantello; era una mano lunga e sottile, dalle articolazioni deformate dai tormenti. Essa si schiuse con forza, ma fu quello l'unico segno di sorpresa e d'emozione dato dal vecchio. Con voce calma egli disse:
— «I principi di Gerusalemme, principi del sangue, sono sempre i benvenuti in questa casa; siatelo voi pure. Ester appressa una sedia per questo giovane.» —
La fanciulla avanzò un'ottomana che le era vicina, ed in quest'atto i suoi sguardi s'incontrarono con quelli di Ben Hur.
— «La pace del Signore sia con voi» — diss'ella modestamente — «sedete e riposate.» —
Essa non aveva indovinato lo scopo della sua visita. Le facoltà della donna non si spingono molto lontano. È solo nei sentimenti più delicati, come la pietà, la compassione, la riconoscenza che il suo intuito ha del meraviglioso. La giovine era semplicemente convinta che il forastiero soffrisse di qualche ignoto dolore, e che fosse venuto in cerca di sollievo e di conforto. Ben Hur non approfittò del sedile offertogli, ma continuò in tono di profondo rispetto.
— «Prego messer Simonide di non ritenermi importuno. Nel risalire il fiume appresi che egli conobbe mio padre.» —
— «Conobbi infatti il principe Hur. Fummo associati in parecchie imprese commerciali, in terre lontane, alcune oltre il mare e il deserto. Ma vi prego, sedete; tu, Ester, dagli del vino. Neemia parla di un figlio di Hur che ai suoi tempi era padrone di mezza Gerusalemme; è una stirpe antica, molto antica ed illustre. Persino ai tempi di Mosè e Giosuè qualcuno del loro sangue trovò grazia negli occhi del Signore, e divise gloria ed onore con quei sommi. Non sia detto che il discendente di una tal famiglia rifiuti un calice del puro vino di Sorek, cresciuto sui fianchi delle colline di Ebron.» —
Appena terminate queste parole, Ester si avvicinò a Ben Hur con un calice d'argento che essa aveva riempito da un'anfora posta sul tavolo vicino e glielo presentò, abbassando gli occhi. Egli le toccò leggermente la mano in segno di diniego. Di nuovo i loro sguardi si incontrarono, e questa volta egli notò che la fanciulla era piccola di statura, arrivando a pena alle sue spalle, ma assai graziosa, con un volto regolare, al quale due occhi neri davano l'espressione di una grande soavità. — «Essa è bella e buona» — mormorò Hur. — «E forse Tirzah le assomiglierebbe se fosse viva. Povera Tirzah!» — Quindi a voce alta:
— «No. Tuo padre, se egli è tuo padre....» —
— «Io sono Ester, figlia di Simonide» — rispose con dignità la fanciulla.
— «In tal caso, buona Ester, tuo padre, dopo aver ascoltata la mia storia, non mi stimerà meno per aver esitato ad accettare questo suo prezioso liquore, come pure spero di non scapitare ai tuoi occhi. Ti prego, rimani qui un istante ancora.» —
Entrambi, quasi provassero lo stesso impulso, si rivolsero simultaneamente al negoziante: — «Simonide!» — esclamò con fermezza Ben Hur — «mio padre aveva alla sua morte un servo fidato dello stesso tuo nome e mi si è detto che tu sei quello!» —
Vi fu un sussulto delle povere membra martirizzate e di nuovo la scarna mano si chiuse.
— «Ester, Ester!» — tuonò la voce severa del vecchio — «Qui, vicino a me, se sei figlia di tua madre; Qui, dico, non là!» —
La ragazza guardò un istante or l'uno or l'altro; poscia ripose il calice sulla tavola e, sommessa, riprese il suo posto presso il padre, con un'espressione di meraviglia, non scevra di apprensione.
Simonide alzò la mano sinistra e la pose in quella della figlia che affettuosamente gli accarezzò la spalla, indi soggiunse tranquillamente: — «Sono invecchiato nel commercio cogli uomini — invecchiato innanzi tempo; è un'amara ma salutare lezione che ho appreso con gli anni e la diffidenza verso i miei simili. Che il Dio d'Israello abbia pietà di chi sul finire della vita è costretto a parlare così! Gli oggetti della mia affezione sono pochi. Uno di essi è questa creatura, la quale» — qui avvicinò alle labbra la mano che teneva nella propria, con un'espressione sul cui significato non poteva esservi dubbio — «a tutt'oggi fu disinteressatamente mia, e che mi fu di sì dolce conforto che il suo abbandono mi ucciderebbe.» —
Il capo d'Ester s'abbassò e la guancia sua sfiorò il volto del padre.
— «L'altro oggetto del mio affetto non è che una memoria, di cui posso dire, che, pari a una benedizione di Dio, essa potrebbe abbracciare una intera famiglia, purchè» — qui la sua voce si fece fioca e tremula — «purchè sapessi dove questa si trova.» —
Acceso in volto, Ben Hur fece un passo avanti e proruppe con impeto: — «Mia madre e mia sorella! oh sì, è di loro che parlate!» —
Ester, quasicchè quelle parole fossero state rivolte a lei, alzò il capo, ma Simonide, ripresa la sua calma abituale, rispose con freddezza:
— «Ascoltatemi fino alla fine. In nome di quegli oggetti del mio amore a cui accennai, prima ch'io ti risponda circa i miei rapporti col principe Hur, dammi le prove della tua identità. Le tue testimonianze sono atti scritti o persone viventi?» —
La domanda era chiara e la sua ragionevolezza indiscutibile. Ben Hur arrossì, giunse le mani, balbettò e si smarrì. Simonide continuò incalzandolo.
— «Le prove, le prove, dico! Portamele e mettile davanti ai miei occhi.» —
Ben Hur ammutolì. Egli non aveva preveduto questa domanda, ed ora per la prima volta gli si affacciò la terribile verità che i tre anni trascorsi sulla galera lo avevano privato di tutte le prove circa la sua identità. Quinto Arrio era il solo che conoscesse la sua storia e che avrebbe potuto deporre in suo favore. Ma, come risulterà qui appresso, il prode romano era morto. Giuda aveva altre volte provato il peso della sua condizione solitaria, ma, mai come in questo momento, ne provò tutta la gravezza.
Compreso della propria superiorità Simonide rispettò il suo dolore e lo guardò in silenzio.
— «Messer Simonide» — diss'egli alfine. — «Io posso narrarvi la mia storia. Ma voi dovete promettermi di sospendere il vostro giudizio fino al suo termine, e di ascoltarmi con benevolenza.» —
— «Parla,» — fece Simonide, ora padrone della situazione. — «Parla, ed io t'ascolterò tanto più volentieri che non ho negato che tu sia la persona che affermi d'essere.» —
Ben Hur imprese a raccontare le sue vicende a sommi capi e rapidamente, ma con quel calore e intensità di sentimento che sono fonte d'ogni eloquenza.
Siccome i casi suoi ci sono noti fino al suo sbarco a Miseno in compagnia di Arrio ritornato vittorioso dall'Egeo, lo seguiremo nel suo racconto solo a partire da quel punto.
— «Il mio benefattore era amato e stimato dall'imperatore il quale lo colmò di meritate ricompense. I mercanti d'Oriente contribuirono con magnifici doni ed egli divenne ricchissimo fra i ricchi di Roma. Ma può un'Ebreo dimenticare la propria religione, o il proprio luogo di nascita, la terra santa dei suoi padri? L'ottimo uomo mi adottò qual figlio secondo il rito formale della legge ed io lo rimeritai del mio meglio; nessun figlio fu più scrupoloso nell'adempiere ai suoi doveri verso il proprio padre. Egli voleva fare di me un'erudito. Nell'arte, nella filosofia, nella rettorica, e nell'eloquenza, egli m'avrebbe fatto istruire da famosi maestri. Rifiutai perchè ero Ebreo, perchè non potevo dimenticare il Signore Iddio, la gloria dei Profeti e la città costruita sui colli da Davide e da Salomone. Oh, voi mi domanderete perchè io accettai i beneficii del Romano? Io l'amava, e poi io pensava mercè il suo aiuto, di porre in moto tali influenze che mi svelassero il mistero avvolgente il destino di mia madre e di mia sorella. A queste ragioni se ne aggiunse una terza, di cui altro non dirò se non che io desiderava di conoscer l'arte della guerra. Nelle palestre e nei circhi mi affaticai non meno che sul campo, e tanto negli uni come negli altri resi illustre il mio nome, nome che però non è quello dei miei padri. Meritai corone in gran copia, che ora fregiano le pareti della villa di Miseno, e tutte mi vennero nella mia qualità di figlio del duumviro Arrio. Solo sotto quel nome sono conosciuto dai Romani. Io non perdeva mai di vista il mio segreto; intanto lasciai Roma per venire ad Antiochia per accompagnare il console Massenzio nella campagna ch'egli sta preparando contro i Parti.
Pratico dell'uso di tutte le armi, voglio ora procurarmi quelle cognizioni superiori necessarie ad un duce alla testa di eserciti. Il console mi ha ammesso nella sua famiglia militare. Ma ieri, mentre la nostra nave entrava nell'oriente incontrammo due legni spieganti bandiere gialle. Un mio connazionale, e compagno di viaggio da Cipro, ci spiegò che quelle navi appartenevano a Simonide, il gran negoziante d'Antiochia, ci parlò della sua vita e dei meravigliosi successi ch'egli ha riportati nei suoi commerci, ci parlò delle sue flotte, delle sue carovane e dei loro viaggi; finalmente, ignorando ch'io fossi più interessato nell'argomento degli altri uditori, disse che Simonide era un Ebreo, altre volte servo del principe Hur e neppure tacque delle crudeltà di Grato nè dello scopo di tali crudeltà.» —
A quest'allusione Simonide lasciò cadere il capo fra le mani, e sua figlia, come per nascondere l'emozione di entrambi abbassò il volto sul collo del padre. Questi alzò subito gli occhi e con voce chiara esclamò:
— «Sto ascoltando.» —
— «Oh, buon Simonide,» — replicò Ben Hur facendosi avanti ed esprimendo nel volto la sua interna commozione. — «Io vedo che tu non sei convinto e che ancora diffidi di me.» —
Il negoziante si mantenne rigidamente immobile e muto.
— «E vedo non meno chiaramente le difficoltà della mia posizione» — continuò Ben Hur. — «Posso bensì provare le mie relazioni con Roma; non ho che a rivolgermi al console attualmente ospitato dal governatore della città, ma non posso darti le prove che tu mi domandi. Non posso provare che io sono il figlio di mio padre. Coloro che lo potrebbero attestare sono tutti morti o scomparsi.» —
Si nascose il volto fra le mani, finchè Ester, porgendogli nuovamente il calice che prima aveva respinto, gli disse: — «Il vino è della patria nostra che tanto amiamo. Bevi, te ne prego.» —
La sua voce era dolce come quella di Rebecca quando offerse l'acqua al pozzo di Nahor.
Egli scorse le lacrime che le inumidivano gli occhi, e bevve, dicendo:
— «Figlia di Simonide, il tuo cuore è simbolo di bontà, e buona tu sei davvero avendo compassione dello straniero. Il signore ti benedica. Io ti ringrazio.» —
Indi, rivoltosi nuovamente al negoziante:
— «Siccome io non ho prove d'esser figlio di mio padre, ritiro la domanda che ti feci, o Simonide, e mi ritiro da questa soglia che la mia persona non oscurerà più mai: solo lascia che io ti dica che non ero venuto a ridurti in schiavitù e prendere la tua fortuna, che in nessun caso toccherei: essa è il prodotto del tuo lavoro e del tuo genio, e ti appartiene. Allorchè il buon Quinto, mio secondo padre, s'imbarcò pel viaggio che gli fu fatale, mi lasciò erede di una fortuna principesca. Se pertanto tu penserai qualche volta a me, ti sovvenga della domanda che io ti feci e la quale, sui profeti di Jeova, tuo Signore e mio, io giuro è l'unico scopo della mia visita: che cosa sai dirmi di mia madre e di Tirzah, mia sorella, della fanciulla che per anni e bellezza dovrebbe essere pari a questa tua figlia, consolazione e nettare della tua vita? Oh, che cosa puoi dirmi di loro?» —
Le lacrime scorrevano lungo le guancie di Ester; ma il padre continuò a rimanere impassibile, e con voce chiara e limpida rispose:
— «Dissi d'aver conosciuto il principe Ithamar di Hur. Ricordo d'aver udito parlare della disgrazia che colpì la sua famiglia e del dolore che provai nell'apprendere quella notizia. Colui che fu causa di tanta sciagura alla vedova e ai figli dell'amico mio, è quel medesimo che mi colpì della sua ira implacabile. Io ho fatto indagini per scoprire la sorte della famiglia, ma a nulla servirono; non ne rimase traccia.» —
Ben Hur non potè reprimere un gemito di dolore.
— «Un'altra speranza svanita!» — articolò con voce strozzata. — «Sono abituato ai disinganni. Vi chiedo perdono del disturbo arrecatovi. Ormai non mi resta che vivere per la vendetta. Addio!» —
Nell'atto di alzare le cortine della porta, si volse indietro ancora una volta e disse con semplicità commovente: — «Vi ringrazio entrambi.» —
— «La pace sia con voi» — rispose il negoziante.
Ester non potè parlare per i singhiozzi.
E così si separarono.
CAPITOLO IV.
Appena Ben Hur fu partito, Simonide parve destarsi da un lungo sonno; il suo volto si accese, gli occhi si animarono, e con voce tremante di gioia chiamò:
— «Ester, Ester! Presto!» —
Essa si avvicinò alla tavola e suonò un campanello. Uno dei tavolati del muro si aperse per dare accesso ad un uomo, il quale inchinatosi davanti a Simonide con rispetto orientale, aspettò i suoi ordini.
— «Malluch, — qui — più vicino!» — disse in tono di comando il negoziante. — «Ti devo dare una commissione, a cui non devi mancare quandanche il sole si spegnesse in cielo. Ascolta. Un giovane sta in questo istante scendendo nel magazzino. — Alto, di bell'aspetto, vestito alla foggia di Israele. Seguilo, come l'ombra del suo corpo, ed ogni sera fammi sapere dove egli si trova, che cosa fa, con chi pratica.
Cerca di avvicinarlo, di parlargli, se puoi, senza destar sospetto. Ascolta le sue parole, e ritienile insieme ad ogni altro particolare atto a rivelare l'indole sua, le sue abitudini, i suoi intenti. Hai capito? Spicciati! E, senti Malluch, s'egli lasciasse la città, seguilo e, nota bene Malluch, diventagli amico. S'egli ti interroga, digli quello che ti sembra opportuno al momento, ma ch'egli non sappia che tu sei al mio servizio; di questo non una parola.» — L'uomo s'inchinò nuovamente e sparì.
Allora Simonide si fregò le scarne mani e rise.
— «Che giorno è questo, figliuola?» — esclamò interrompendosi nella sua manifestazione d'allegria. — «Che giorno è? Desidero ricordarmene come di un giorno di gioia. Va, cercalo ridendo, e ridendo dimmelo, Ester.» —
Quest'allegria le ripugnava come cosa non naturale, e come per distorvelo rispose melanconicamente: — «Pur troppo, padre, non mi sarebbe possibile dimenticare questo giorno.» —
Appena pronunciate queste parole, il vecchio lasciò cadere le mani, ed il mento, appoggiandosi sul petto, si perdette nelle pieghe della carne floscia che incorniciavano la parte inferiore del suo volto.
— «Vero, verissimo, figlia mia!» — esclamò senza alzare gli occhi. — «Questo è il ventesimo giorno del quarto mese. In questo stesso giorno, cinque anni addietro, la mia Rachele, tua madre, morì. Mi portarono a casa ridotto qual tu mi vedi e la trovammo morta di dolore. Oh, essa era per me come la canfora nei vigneti di Engaddi! Come il miele del favo! — L'abbiamo sepolta lontano, in luogo solitario, in una tomba scavata nella montagna. Ed essa non mi lasciò che un lumicino ad illuminare la scura notte, il quale è cresciuto con gli anni ed ora è diventato il sole della mia vita.» —
Alzò la mano e l'appoggiò sul capo della figliuola. — «Buon Dio, io ti ringrazio di aver fatto rivivere nella mia Ester la mia perduta Rachele!» —
Ad un tratto, sollevò il capo e disse, come colpito subitamente da un'idea. — «Il tempo è sereno?» —
— «Così era, prima che entrasse il giovane.» —
— «Allora chiama Abimelech, che mi conduca in giardino ond'io possa vedere il fiume e le navi, e dove ti racconterò, mia diletta Ester, il perchè poc'anzi il riso si posò sulle mie labbra, e la mia lingua mosse al canto e lo spirito divenne leggiero quale gazzella o daino dei monti.» —
In risposta al campanello, venne il servo che per ordine della giovane spinse la seggiola munita appositamente di rotelle, fuori della camera, sul tetto del caseggiato inferiore, e che il padrone chiamava giardino. Simonide venne condotto ad una parte dove egli poteva vedere i tetti dei palazzi dell'isola dirimpetto, il ponte di esso ed al disotto il fiume, ove una nave solcava le onde scintillante sotto il magnifico sole mattutino. Colà il servo lo lasciò solo con Ester.
Il gridìo degli operaj ed il rumoroso lavoro non li disturbavano affatto come non li disturbava il movimento sul ponte che era quasi al disopra di loro; il loro orecchio s'era assuefatto a quel frastuono come il loro occhio s'era abituato alla vista che si stendeva loro davanti.
Ester sedutasi accanto a lui gli accarezzava la mano in attesa della comunicazione annunciata. Simonide incominciò con la sua consueta calma:
— «Mentre il giovane parlava, Ester, io ti osservava e mi parve ch'egli ti piacesse.» —
Essa rispose abbassando gli occhi:
— «Padre egli mi ispirò fiducia, e gli credetti.» —
— «Ai tuoi occhi, egli sarebbe il perduto figlio del principe?» —
— «S'egli non lo fosse....» — si fermò esitando.
— «S'egli non lo fosse?» — ripetè Simonide.
— «Io sono stata la tua ancella, padre, sin da quando mia madre morì, e stando vicino a te, ti ho veduto ed udito trattare con saggezza con ogni genere d'uomini, venissero per cause legittime od illecite; ed ora ti dico, se quel giovine non è il principe Hur, la menzogna non ha mai con tanta abilità indossata la veste della verità.» —
— «Per la gloria di Salomone, figliuola mia, tu parli con convinzione. Credi tu che tuo padre sia stato suo schiavo?» —
— «Se ben mi ricordo egli non disse questo. Vi accennò come a cosa che aveva udito dire.» —
Per qualche istante gli sguardi di Simonide andavano vagando fra le navi sottostanti. Poi disse:
— «Ester, tu sei una buona figliola, e possiedi in discreta dose il nostro discernimento Ebraico; non sei una bambina ed hai abbastanza forza d'animo per ascoltare un racconto doloroso. Sta attenta, e ti narrerò la mia storia e quella di tua madre, ed altre vicende della nostra vita a te sconosciute, e sospettate da nessuno.
Io nacqui in una capanna della valle di Hinnom, a mezzogiorno di Sion. I miei genitori erano servi addetti alla coltivazione delle viti, degli ulivi e dei fichi nel giardino reale di Siloam, e nella prima giovinezza io li aiutai in quel lavoro. Essi erano schiavi a vita. Fui raccomandato al principe Hur, allora, dopo re Erode, l'uomo più ricco di Gerusalemme, il quale mi impiegò nei suoi magazzeni in Alessandria d'Egitto, ove raggiunsi la maggiore età. Lo servii sei anni e nel settimo, secondo la legge di Mosè, divenni libero.» —
Ester battè leggermente le mani:
— «Oh, tu non sei adunque più il servo di tuo padre?» —
— «Ascolta figliuola. V'erano in quei giorni degli avvocati nei chiostri del Tempio i quali fieramente contesero essere i figli di coloro che sono obbligati a servire per la durata della vita soggetti alla stessa servitù, ma il principe Hur era uomo giusto in tutte le cose, ed interpretava la legge secondo la setta più rigorosa, quantunque non appartenesse ad essa. Egli disse ch'io ero un servo ebreo comperato, nel vero significato del Gran Legislatore, e con documenti suggellati che ancora conservo egli mi fece libero.» —
— «E mia madre?» — chiese Ester.
— «Udrai tutto, Ester, abbi pazienza. Prima ch'io abbia finito vedrai come mi sarebbe più facile dimenticar me stesso che tua madre.... Al finire del mio servizio venni a Gerusalemme per le feste di Pasqua. Il mio padrone mi ospitò, e, poichè l'amavo chiesi di continuarlo a servire. Egli acconsentì ed io lo servii altri sette anni, ma come Ebreo e figlio di Israele, salariato. Per conto suo ebbi la direzione d'imprese commerciali di mare e di terra, e mandai carovane oltre Susa e Persepoli nei paesi della seta. Viaggi pericolosi erano quelli figlia mia, ma il Signore benedì le mie fatiche. Procurai immensi guadagni al principe e vaste cognizioni a me stesso, senza le quali non mi sarebbe stato possibile assumere le responsabilità che mi presi in seguito. Un giorno ch'io ero suo ospite in Gerusalemme, un'ancella entrò, portando un vassojo. Essa si rivolse a me, e fu quella la prima volta che vidi tua madre, e la amai.