Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 15

Chapter 153,682 wordsPublic domain

— «Vedi la sua bandiera?» —

— «Non vi è altro segno da cui si potrebbe conoscere se essa sia Romana?» —

— «Se è Romana, porterebbe un elmo all'estremità dell'albero.» —

— «Rallegrati allora; io vedo l'elmo.» —

Ma Arrio non si rasserenò.

— «Gli uomini della scialuppa stanno raccogliendo i naufraghi. I corsari non sarebbero così pietosi.» —

— «Possono aver bisogno di rematori» — rispose Arrio, pensando forse ad occasioni in cui aveva fatto lo stesso egli medesimo.

Ben Hur osservava attentamente la nave.

— «Essa si muove» — disse.

— «Per dove?» —

— «Alla nostra destra vi è una galera abbandonata. La nave si avvicina ad essa. Le è presso. Manda uomini a bordo.» —

Allora Arrio spalancò gli occhi e si alzò a sedere sulla trave.

— «Ringrazia il tuo Dio,» — disse a Ben Hur, — «come io oggi ringrazio i miei Dei. Un corsaro avrebbe affondata, non salvata quella nave. Da quest'atto e dall'elmo sopra il suo albero, io la riconosco per una galera Romana. La vittoria è mia. La Fortuna non mi ha abbandonato. Siamo salvi. Agita la mano, chiamali. Io sarò duumviro, e tu! Io conobbi tuo padre, e lo amai. Egli era un principe davvero! Egli m'insegnò che un Ebreo non è un barbaro. Io ti condurrò con me, ti adotterò per figlio. Ringrazia il tuo Dio, e chiama i marinai. Presto! Dobbiamo inseguire i pirati. Non uno deve sfuggire.» —

Giuda si alzò sulla trave, agitò la mano, e chiamò con tutto il fiato dei suoi polmoni. Finalmente i marinai della scialuppa lo videro e i naufraghi furono tosto raccolti.

Arrio fu ricevuto a bordo della galera con tutti gli onori dovuti a un vincitore così favorito dalla fortuna. Steso sopra un giaciglio sul ponte udì i particolari della fine della battaglia. Quando gli altri superstiti galleggianti furono salvati, e una guardia posta sulla nave catturata, la galera issò la bandiera ammiraglia, e corse, con quante navi potè raccogliere, a compiere la vittoria. Gli altri cinquanta vascelli discendendo il canale, incontrarono i pirati fuggitivi, e li sconfissero completamente. L'intera loro flotta fu sommersa, venti galere furono catturate.

Al suo ritorno in patria Arrio ebbe una calda accoglienza a Miseno. Il giovane che lo accompagnava attirò tosto l'attenzione degli amici, e alle loro domande per sapere chi egli fosse, il tribuno rispose, narrando con affetto e commozione la storia del suo salvataggio, e presentò lo straniero, omettendo di accennare tutto ciò che si riferiva alla sua vita di forzato. Terminato il suo racconto, chiamò a sè Ben Hur, e disse, ponendogli la mano sulla spalla.

— «Buoni amici, questo è mio figlio ed erede, il quale, dovendo succedermi nella proprietà dei miei beni, — se gli Dei permetteranno ch'io ne lasci — dovrà d'ora innanzi portare il mio nome. Io vi prego di amarlo come amate me stesso.» —

A pena l'occasione si offrì, l'adozione fu formalmente eseguita. In questo modo il nobile Romano tenne la sua promessa con Ben Hur, presentandolo al mondo imperiale. Nel mese successivo al ritorno di Arrio, nel teatro di Scauro fu celebrata con ogni solennità la cerimonia dell'_Armilustrium_. Fra i trofei più ammirati che occupavano un lato del vasto recinto, spiccavano venti prore e i loro corrispondenti _Aplustra_, tolti dalle galere catturate; e sopra di esse, in caratteri visibili a tutti gli ottantamila spettatori risaltava scolpita l'iscrizione:

TOLTO AI PIRATI NEL GOLFO DI EURIPO DA QUINTO ARRIO DUUMVIRO.

FINE DEL LIBRO TERZO.

LIBRO QUARTO

ALBA. Che se il monarca ingiusto Si rivelasse?

REGINA. Allora attenderei La sua giustizia; e quei felici i quali Possono farlo con coscienza franca.

_Schiller_ — Don Carlos.

CAPITOLO I.

Il mese nel quale ci troviamo è quello di Luglio, nell'anno di grazia 29; il luogo Antiochia, allora regina d'oriente, e, dopo Roma, la più potente, se non la più popolosa città del mondo.

Vuolsi da alcuni che la stravaganza e la dissolutezza di quell'età abbiano avuto la loro origine in Roma, e che di là si siano diffuse in tutto l'impero, di modo che le grandi città non facevano che riflettere i costumi della metropoli Tiberiana.

Su ciò è permesso il dubbio. Sembra piuttosto che la reazione della conquista si sia ripercossa sulla morale dei conquistatori, i quali, in Grecia ed in Egitto, trovarono un'ampia fonte di corruzione; cosicchè lo studioso, che consideri attentamente questo periodo, riporterà l'impressione che la corrente demoralizzatrice movesse da oriente ad occidente, e che appunto questa città di Antiochia, sede antichissima della potenza e dello splendore Assiro, fosse una delle principali sorgenti di questo fiume letale.

Una galera da trasporto avanzava nelle acque turchine del mare, rimontando alla foce dell'Oronte. Era prima di mezzodì, e faceva un caldo intenso, ma ciò non ostante tutti coloro cui era concesso d'occupare il ponte vi si trovavano, e, fra essi, Ben Hur. Cinque anni trascorsi avevano portato il giovane Israelita a perfetta maturità. Quantunque la veste di tela bianca che lo avvolgeva, mascherasse in parte le sue forme, l'aspetto suo poteva dirsi dei più attraenti. Per oltre un'ora egli era rimasto a sedere all'ombra della vela e, durante quel tempo, i suoi compagni di viaggio e i suoi connazionali avevano indarno tentato di farlo parlare. Alle loro domande egli aveva risposto con gravità cortese sì, ma brevemente ed in lingua latina. La purezza del suo accento, la distinzione dei modi e la sua riservatezza, stimolavano vieppiù la loro curiosità. Chiunque attentamente lo osservava non poteva a meno di rimaner colpito del contrasto fra il suo portamento che rispecchiava l'elegante semplicità del patrizio, con certe particolarità personali. Per esempio le sue braccia erano sproporzionatamente lunghe, ed allorquando il rullìo della nave l'obbligava ad afferrare un punto d'appoggio, la grandezza delle sue mani, e la loro straordinaria forza, risaltavano agli occhi; per cui, alla curiosità di sapere chi egli fosse, aggiungevasi quella di conoscere le vicende della sua vita. In altre parole l'aspetto suo indicava chiaramente che egli era un uomo che aveva avuto un passato pieno di avventure.

La galera, nel suo viaggio, aveva toccato uno dei porti di Cipro e ricevuto a bordo un Israelita dall'aspetto rispettabile, tranquillo, riservato e paterno; Ben Hur si azzardò a fargli qualche domanda; le risposte sue gli ispirarono fiducia e diedero luogo ad un colloquio più amichevole. Volle il caso che, mentre la galera avanzavasi nella baja dell'Oronte, due altre navi, già scorte da lontano, la raggiungessero, e nel passare spiegassero delle piccole bandiere gialle, provocando infinite congetture circa il significato di quei segnali. Finalmente un passeggiero si rivolse al rispettabile Israelita per chiedergli schiarimenti in proposito.

— «Sì, conosco benissimo il significato delle bandiere, egli rispose; esse non indicano alcuna nazionalità ma solo i distintivi del proprietario.» —

— «E questo proprietario possiede molte navi?» —

— «Sicuro.» —

— «Voi lo conoscete? —

— «Ho avuto con lui rapporti d'affari.» —

I passeggeri rivolsero uno sguardo interrogativo all'Israelita come in attesa d'altri particolari. Ben Hur ascoltava con grande interessamento.

— «Egli abita in Antiochia» — proseguì tranquillamente l'Ebreo. — «Le sue ricchezze lo hanno reso assai noto ed i commenti sopra il suo conto non sono sempre benevoli.

V'era una volta in Gerusalemme un principe d'antichissima famiglia, di nome Hur....» — Giuda si sforzò di mostrarsi calmo, ma il suo cuore batteva forte.

— «Il principe era un negoziante dotato del genio degli affari. Iniziò molte imprese tanto nel lontano Oriente quanto nei porti d'Occidente. Nelle grandi città possedeva figliali, e quella d'Antiochia era affidata ad un tale, portante il nome greco di Simonide, ma Ebreo di nazionalità il quale si vuole fosse stato uno schiavo della famiglia.

Il padrone annegò in mare, ma, ciò non ostante, il commercio suo continuò senza diminuzione di prosperità. Poco dopo una sventura colpì la famiglia. L'unico figlio del principe, appena adolescente, attentò alla vita del procuratore Grato in una delle vie di Gerusalemme. Il colpo fallì, e del giovane si perdettero le traccie. La vendetta del Romano coinvolse tutta la famiglia e nessun membro di essa fu risparmiato. Il palazzo, chiuso, non serve ormai più che di rifugio ai piccioni; le terre furono confiscate e così pure ogni possesso degli Hur. Fu così che il Procuratore credette d'indennizzarsi della ferita ricevuta, applicandovi un cataplasma d'oro.» —

I passeggieri ridevano.

— «Volete dire ch'egli tenne per sè parte dei beni» — esclamò uno di loro.

« — Così dicono,» — replicò l'Ebreo; — «ripeto solo ciò che ho udito dire, e, per continuare la mia storia, aggiungerò che Simonide, già agente del principe in Antiochia, si mise in breve a commerciare per proprio conto ed in un lasso di tempo incredibilmente breve divenne il primo negoziante della città. Seguendo l'esempio del suo padrone, mandò carovane nell'India ed ora egli ha in mare tante galere quante basterebbero a costituire una flotta regale. Dicono che nessun affare gli sia mai andato a male. I suoi cammelli non muoiono che di vecchiaia, le sue navi non fanno naufragio. Se egli getta un pezzo di legno nel fiume, esso ritorna a lui cangiato in oro.» —

— «E questo da quanto tempo dura?» —

— «Da più di dieci anni.» —

— «Deve pur aver avuto dei mezzi per incominciare.» —

— «Già. Fu detto che il Procuratore non si pigliò che i beni del principe che potè trovare pronti a soddisfare la sua rapacità, cioè cavalli, bestiame, case, terre, stoviglie e messi. Di danaro contante non si trovò traccia, quantunque ve ne debba essere stato in gran quantità. Ciò che ne sia divenuto è tuttora un mistero.» —

— «Ma non per me» — interruppe con un sogghigno un passeggero.

— «Capisco quello che volete dire» — replicò l'Ebreo. — «Lo stesso sospetto è venuto ad altri; anzi è credenza generale che il denaro scomparso abbia costituito il primo capitale del vecchio Simonide. Lo stesso Procuratore è, o almeno era, del medesimo parere, poichè due volte in cinque anni egli ha sottoposto il negoziante alla tortura.» —

Ben Hur strinse con maggior forza la corda alla quale con una mano s'era aggrappato.

— «Si dice» — continuò il narratore — «che quell'uomo abbia tutte le ossa spezzate. L'ultima volta ch'io lo vidi era seduto sopra un divano e sembrava una massa informe sprofondata fra i guanciali.» —

— «Torturato fino a tal punto!» — esclamarono contemporaneamente alcuni uditori.

— «Gli acciacchi naturali non avrebbero potuto deformarlo in quella guisa. Eppure le sofferenze non sortirono alcun effetto. Le uniche parole che gli si poterono strappare, furono che tutto quanto egli possedeva era legalmente suo e ch'egli ne faceva legittimo uso. Egli però è ora garantito contro ogni ulteriore persecuzione da una licenza di commercio firmata nientemeno che da Tiberio.» —

— «Chi sa che cosa l'avrà pagata!» —

— «Quelle navi sono sue» — proseguì l'Israelita, senza badare all'interruzione. — «È uso dei naviganti, allorchè s'incontrano, d'issare bandiere, come per dire: «abbiamo fatto una traversata fortunata.» —

E qui finì la narrazione. Allorchè la galera si trovò più innanzi fra le due sponde del fiume, Giuda chiese all'Ebreo.

— «Come si chiamava il padrone del negoziante?» —

— «Ben Hur, principe di Gerusalemme.» —

— «Che avvenne della famiglia del Principe?» —

— «Il figlio fu imbarcato sulle galere, il che equivale a dire che è morto. Un'anno è il limite ordinario di resistenza. Della vedova e della figlia non si ha contezza e chi ne sa qualcosa non vuol parlare. Probabilmente perirono nelle celle d'uno dei castelli che costeggiano le strade della Giudea.» —

Giuda salutò e si diresse verso il posto del pilota. Egli era così profondamente assorto nei suoi pensieri, che appena s'accorse delle amene sponde del fiume, che per tutto il tratto fra il mare e la città apparivano di una sorprendente bellezza, adorne com'erano di ville ricche al pari di quelle di Napoli, e circondate di orti abbondanti di frutta e di vigneti. Neppure badò alle innumerevoli navi che gli sfilarono davanti, nè ai canti dei marinai. Tutto il cielo era illuminato di una luce rosea, che avvolgeva voluttuosamente la terra e l'acqua; solo egli gemeva, cupo ed oscuro nel volto.

Un istante solamente si scosse, quando qualcuno additò il boschetto di Dafne, visibile da un risvolto del fiume.

CAPITOLO II.

Allorchè la città fu in vista, i passeggeri, desiderosi di nulla perdere dello spettacolo, si portarono tutti sopra coperta.

— «Il fiume, qui, scorre verso occidente» — spiegava l'Ebreo dall'aspetto venerando, già presentato al lettore. — «Io mi rammento quando le sue acque bagnavano lo zoccolo delle mura; ma come sudditi romani noi abbiamo vissuto in pace, e, come suol avvenire in tempi tranquilli, il commercio si è imposto, ed ora tutta la riva del fiume è occupata da moli e da cantieri. Là — accennando verso mezzogiorno — è il monte Casio, o, come questo popolo preferisce chiamarlo, la montagna d'Oronte, che guarda in faccia al suo gemmello Amno a settentrione; fra loro due giace la pianura d'Antiochia. Più in giù sono le Montagne Nere dalle quali gli acquedotti dei Re ci portano acqua freschissima per inaffiare le strade e per bere, esse sono coperte da foreste piene di uccelli e di belve.» —

— «Ov'è il lago?» — chiese qualcuno.

— «Là, al nord. Vi ci potete recare a cavallo se desiderate vederlo, o meglio, in battello, poichè è unito al fiume da un canale tributario.

— «Il boschetto di Dafne» — disse in risposta ad un terzo interrogatore, — «fu incominciato da Apollo e da lui condotto a termine. Egli lo preferisce all'Olimpo. Chi vi ci si reca e gli dà uno sguardo, uno solo, non se ne parte più. Vi è un proverbio che ne dà la spiegazione:

— «Meglio essere, un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che esser l'ospite d'un Re.» —

— «Allora mi consigliate di starne lontano?» —

— «Io no, vi andrete. Tutti ci vanno; filosofi cinici, baldi giovani, donne e sacerdoti. Sono talmente certo di ciò che farete che oso darvi un consiglio. Non alloggiate in città — sarebbe una perdita di tempo; andate direttamente al villaggio situato al confine del boschetto. Il cammino conduce attraverso un giardino e fra amene fontane. Le amanti del Dio e la figliuola di Peneo lo costruirono; nei suoi porticati, nei sentieri e nei mille ritrovi voi v'imbatterete in tipi, in abitudini, in attrattive, impossibili altrove. Ma ecco le mura della città! Ecco, sono il capolavoro di Xeres, il maestro dell'arte muraria.» —

Tutti gli occhi seguirono la direzione della sua mano.

— «Questa parte fu eretta per ordine del primo dei Seleucidi. Nel corso di 300 anni ha finito col formare una massa sola colla roccia, sulla quale riposa.» —

L'encomio era ben meritato. Alte, solide, e con molti angoli arditi, si curvavano maestosamente in direzione di mezzogiorno.

— «Là, in cima, vi sono quattrocento torri, ognuna delle quali è un serbatoio d'acqua» — continuò l'Ebreo. — «State attenti e vedrete al di là del muro, per quanto alto egli sia, due colline in lontananza, dette le creste rivali di Sulpio, di cui avrete sentito parlare. L'edificio su quella più lontana è la cittadella, occupata costantemente da una legione romana. Dirimpetto, venendo verso di noi, è il tempio di Giove, ed al disotto, la facciata del palazzo del legato, e insieme fortezza, contro la quale un'attacco popolare riuscirebbe innocuo come un soffio di scirocco.» —

Mentre i marinai cominciavano ad ammainare le vele, l'Ebreo proruppe in queste parole: — «Attenti! voi che odiate il mare, e voialtri che avete fatto dei voti, preparate le vostre maledizioni e le vostre preghiere. Quel ponte, laggiù, sul quale passa la strada che conduce a Seleucia, segna il limite della nostra navigazione.

Qui le navi scaricano le merci che vengono poi trasportate a dorso di cammello. Al di là del ponte incomincia l'isola sulla quale Calinico costruì la sua nuova città, congiungendola con cinque grandi viadotti così solidi che gli anni non vi lasciarono alcuna traccia, come nessuna traccia vi lasciarono le innondazioni ed i terremoti. Quanto alla città principale poi, amici miei, basti il dirvi che il ricordo d'averla veduta sarà per tutta la nostra vita una sorgente di felicità.» —

Com'egli finiva di parlare, la nave girò e s'appressò lentamente al molo volgendo il fianco alle mura, e ponendo così in maggior rilievo lo spettacolo pieno d'ammirazione presentato dal fiume in quel punto. Finalmente si gettarono le corde e si ritirarono i remi: il viaggio era compiuto. Ben Hur andò in cerca dell'Ebreo.

— «Permettetemi una parola, prima di accomiatarmi da voi.» —

L'altro acconsentì con un inchino.

— «La storia del vostro negoziante mi ha reso desideroso di vederlo. Il suo nome è Simonide non è vero?» —

— «Sì. Egli è Israelita, quantunque il suo nome sia greco.» —

— «Dove lo si può trovare?» —

L'interrogato gli diede uno sguardo scrutatore prima di rispondere, poi disse: — «Vorrei risparmiarvi una mortificazione. Egli non presta danaro.» —

— «Nè io ne voglio a prestito» — rispose Ben Hur, cui la perspicacia del compagno strappò un sorriso.

Quegli rialzò il capo e si trattenne un momento a riflettere.

— «Si dovrebbe ritenere» — riprese l'Ebreo — «che il più ricco negoziante d'Antiochia dimorasse in una casa degna di tanta ricchezza, ma non è così. Se volete trovarlo di giorno, seguite il corso del fiume fino a quel ponte, laggiù, poi ch'egli si è stabilito in una specie di fabbricato che sembra il contrafforte della muraglia. Di fronte all'entrata vi è un vasto approdo costantemente ingombrato da merci che vanno e vengono. La flottiglia che vi è ancorata è sua. Non potete sbagliare.» —

— «Abbiatevi i miei ringraziamenti.» —

— «La pace dei nostri padri vi accompagni.» —

— «E accompagni voi pure.» —

Così dicendo si separarono.

Due facchini portanti il bagaglio di Ben Hur ricevettero da questi i suoi ordini.

— «Alla cittadella» — esclamò, e quest'indirizzo dava a supporre che egli avesse relazioni militari.

Due grandi vie intersecantisi ad angoli retti dividevano la città in quartieri. Un curioso ed immenso edificio, detto il Ninfeo, sorgeva a capo della via che correva da nord a sud. I facchini lo precedettero camminando alacremente. Quantunque il nuovo arrivato giungesse da Roma, rimase sbalordito alla vista della magnificenza di quella strada. Dall'un lato e dall'altro sorgevano palazzi, e nel mezzo stendevansi doppî colonnati di marmo, con divisioni speciali pel passaggio di pedoni, animali e cocchi; alberi frondosi, fontane a getto continuo, rinfrescavano l'aria. Ben Hur non era in vena di apprezzare pienamente quello spettacolo. La storia di Simonide non gli dava pace. Giunto all'Onfalo — monumento a quattro arcate larghe come le stesse vie, superbamente illustrate da bassorilievi, erette, ed a sè stesso dedicate da Epifane, ottavo dei Seleucidi, — mutò divisamento e disse ai facchini: — «Non andrò alla cittadella questa sera; conducetemi al Khan più vicino al ponte sulla strada di Seleucia.» — La comitiva ritornò sopra i suoi passi ed in breve egli si trovò in una locanda primitiva sì, ma di ampia struttura, a poca distanza dal ponte sotto il quale il vecchio Simonide aveva stabilito la sua dimora. Tutta la notte Ben Hur rimase a giacere sul terrazzo, sempre agitato dallo stesso pensiero, e di tempo in tempo ripetendo a sè stesso «Ora, ora avrò notizie dei miei, di mia madre, della cara piccola Tirzah. Se esse sono ancora al mondo saprò trovarle!» —

CAPITOLO III.

All'indomani, per tempo, sprezzando le belle vie della città, Ben Hur andò in cerca della casa di Simonide. Dopo essere penetrato sotto l'arco di una torre merlata, passò una fila di moli: di là continuò a camminare lungo il fiume fra una folla di affacendati, finchè, raggiunto il Ponte Seleucio si fermò e diede un'occhiata all'ingiro. Là, immediatamente sotto al ponte, stava la casa del negoziante, una mole di pietra grigia a pareti ruvide, senza alcuno stile, e, come disse appunto il viaggiatore, formando apparentemente il contrafforte della muraglia alla quale s'appoggiava. Due portoni immensi aprentisi sulla facciata, davano accesso al palazzo. Alcuni vani, nella parte superiore muniti di forti inferriate tenevano luogo di finestre. Dai crepacci dondolavano erbe ed arbusti mentre in altri punti un muschio nerastro copriva la pietra nuda. Le porte erano spalancate: attraverso ad esse fluiva ininterrotta e frettolosa la doppia corrente del vasto commercio di Simonide.

Sul molo stavano ammonticchiate merci imballate in varia guisa, e gruppi di schiavi, nudi sino alla cintola, si aggiravano intorno ad esse, intenti al lavoro.

A valle del ponte trovavasi una flottiglia di galere, alcune in atto di caricare, altre di scaricare merci. Da ogni albero sventolava una bandiera gialla. Dalla flottiglia al molo, da nave a nave, gli schiavi passavano e ripassavano chiassosamente. Sull'opposta sponda del fiume, dall'altro capo del ponte, sorgeva dall'acqua una muraglia, al disopra della quale dominavano i fantastici cornicioni e le torricelle del palazzo imperiale occupante l'intiera area dell'isola di cui aveva fatto cenno l'Ebreo nella sua descrizione. Ma per quanto suggestivo fosse lo spettacolo Ben Hur, appena se ne accorse. Egli era tutto assorto nel pensiero che fosse finalmente giunta l'ora d'avere contezza dei suoi, se, come era certo, Simonide era stato in realtà lo schiavo di suo padre. Ma riconoscerebbe egli questi rapporti passati? Ciò equivarrebbe all'abbandono delle sue ricchezze e di quella sovranità commerciale di cui facevan regal mostra il molo ed il fiume, e ciò che era più doloroso ancora, rovinerebbe la sua fortuna, mentre si trovava all'apice di una bellissima carriera. Sarebbe inoltre stato un dichiararsi volontariamente schiavo. L'idea sola d'una tal domanda appariva mostruosa: infatti, ridotta ai minimi termini, essa suonava così: — «Tu sei mio schiavo, dammi tutto quello che hai, te stesso compreso.» — Ciò nonostante Ben Hur attingeva forza per l'imminente colloquio dalla coscienza dei proprii diritti e dalla speranza che gli batteva in cuore. Se la storia narratagli era vera, Simonide e tutti i suoi beni gli appartenevano. Ma le ricchezze, ad onor del vero, non gl'importavano affatto. Allorchè si avanzò risoluto verso la porta egli aveva già in cuor suo giurato, che, purchè ottenesse notizie di sua madre e di Tirzah, avrebbe lasciato libero Simonide, nè altro gli avrebbe chiesto.

Senza esitare più oltre, penetrò nella casa.

L'interno era semplicemente quello d'un vasto deposito, diviso in riparti ove in buon ordine merci d'ogni genere si trovavano immagazzinate. Quantunque la luce fosse fioca e l'aria soffocante, vi si lavorava alacremente, e qua e là scorgevansi operai con seghe e martelli occupati a preparare casse d'imballaggio. Egli seguì lentamente una specie di sentiero attraverso i cumuli di merci, chiedendo a sè stesso se veramente l'uomo, del cui genio vedeva intorno a sè tante prove, era mai stato lo schiavo di suo padre: se sì, a qual classe egli aveva appartenuto? Se Israelita, era egli figlio d'un servo? Forse un debitore o figlio d'un debitore? ovvero sarebbe egli mai stato condannato e venduto per furto? Questi pensieri, che gli attraversavano la mente non scemarono — forse sembrerà strano — menomamente il rispetto e l'ammirazione che sentiva crescere in sè pel negoziante.

Un uomo gli venne incontro e gli chiese:

— «Che cosa desiderate?» —

— «Vorrei parlare con Simonide, il negoziante.» —

— «Favorite da questa parte.» —