Part 13
Arrio sperava di raggiungere la flotta prima che questa toccasse la baia ad oriente dell'isola di Citera, designata per l'incontro, e, impaziente della lunga attesa, passava tutta la giornata sopra coperta, notando con diligenza ogni particolare della sua nave. Nella cabina, seduto sopra il suo seggio, i suoi pensieri correvano sovente al rematore numero sessanta.
— «Conosci tu quell'uomo che ha abbandonato or ora quel banco?» — chiese finalmente all'hortator.
Gli schiavi s'erano appunto dato il cambio.
— «Numero sessanta?» — domandò il capo.
— «Sì.» —
Il capo guardò attentamente il rematore che passava.
— «Come tu sai, la nave è uscita dal cantiere un mese fa, e gli uomini mi sono nuovi come il bastimento.» —
— «È un ebreo» — osservò Arrio, pensoso.
— «Il nobile Arrio ha l'occhio penetrante.» —
— «È molto giovane» — continuò Arrio.
— «Ma è il nostro miglior rematore» — disse l'altro. — «Ho veduto il suo remo piegarsi quasi a rompersi in due.» —
— «Come si comporta?» —
— «È obbediente; altro non so. Una volta mi chiese un favore.» —
— «Quale?» —
— «Voleva che gli cambiassi posto, alternandolo da destra a sinistra.» —
— «Spiegò le sue ragioni?» —
— «Aveva osservato che gli uomini che lavorano sempre dalla medesima parte diventano deformi. Aggiunse che in un giorno di tempesta o di battaglia avrebbe potuto sorgere la necessità di cambiargli improvvisamente di posto, e allora egli sarebbe stato inservibile.» —
— «_Per Pol!_ L'idea è nuova. Che altro hai osservato in lui?» —
— «È più pulito dei suoi compagni.» —
— «In questo egli è Romano» — approvò Arrio. — «Non conosci la sua storia?» —
— «Neppure una parola.» —
Il tribuno rimase pensieroso alcuni istanti e si volse per tornare al suo posto.
— «Se io fossi sul ponte quando egli ritorna al lavoro» — disse, — «mandalo a me. Venga solo.» —
Due ore dopo Arrio si trovava sotto l'aplustre della galera, nella condizione d'animo di chi, sentendosi trascinato rapidamente verso un evento importante, non può far nulla fuorchè aspettare, condizione d'animo in cui la filosofia investe l'uomo di quella calma ed indifferenza di cui ha tanto bisogno. Il pilota teneva in mano le corde che governavano le due ruote del timone, una a ciascun fianco della nave. Alcuni marinai dormivano all'ombra che proiettava la vela, e in alto, sopra l'antenna, vigilava una sentinella. Alzando gli occhi dall'orologio a sole fisso sotto l'apalustre, che serviva a indirizzare il corso della nave, Arrio vide avvicinarsi il rematore.
— «Il capo ti chiama il nobile Arrio, e mi disse che tu hai chiesto di me. Son venuto.» —
Arrio esaminò la figura, alta muscolosa, colorita dal sole e dal sangue che tumultuava impetuoso nelle vene, la guardò con ammirazione, pensando all'arena; ma il portamento e la voce non rimasero senza un certo effetto. La voce rivelava una vita trascorsa in un ambiente elevato e fine; gli occhi erano chiari ed aperti, più curiosi che fieri, e allo sguardo sapiente, scrutatore, imperioso, del tribuno, non's'abbassarono nè mostrarono alcun segno di vergogna, d'ira o di minaccia. Come tacito riconoscimento dell impressione favorevole in lui prodotta, il Romano parlò non come padrone a schiavo, ma come uomo più vecchio ad uno più giovane.
— «L'hortator mi dice che tu sei il suo miglior rematore.» —
— «L'hortator è molto buono» — rispose il forzato.
— «Hai servito a lungo?» —
— «Quasi tre anni.» —
— «Ai remi?» —
— «Non mi rammento un giorno di interruzione.» —
— «La fatica è grande: pochi uomini la sopportano un anno senza ammalarne, e tu... tu sei ancora un ragazzo!» —
— «Il nobile Arrio dimentica che lo spirito aggiunge tenacia al corpo. Col suo aiuto talora il debole vive là dove un forte perirebbe.» —
— «Il tuo accento ti dice Ebreo.» —
— «I miei avi furono Ebrei prima che Roma esistesse.» —
— «L'ostinato orgoglio del tuo popolo non ti manca» — disse Arrio, osservando un lampo nell'occhio del rematore.
— «L'orgoglio è più vivo quando è cinto di catene.» —
— «E quale ragione hai d'essere orgoglioso?» —
— «L'essere Ebreo.» —
Arrio sorrise.
— «Non fui mai a Gerusalemme» — disse; — «ma ho sentito parlare dei suoi principi. Ho conosciuto uno di essi. Era mercante e veleggiava sui mari. Era degno di essere un Re. Di qual condizione sei tu?» —
— «Devo risponderti dal banco della galera. Sono uno schiavo. Mio padre era un principe di Gerusalemme, e quale mercante, veleggiava sui mari. Era conosciuto e stimato nel palazzo del grande Augusto.» —
— «Il suo nome?» —
— «Ithamar, della casa di Hur.» —
Il tribuno alzò la mano in atto di stupore.
— «Un figlio di Hur, tu?» —
Dopo una pausa, domandò:
— «Qual delitto ti ha condotto qui?» —
Giuda lasciò cadere il capo sul petto che ansava come per schiantarsi. Quando ebbe ripreso padronanza di sè, guardò in faccia il tribuno, e rispose:
— «Fui accusato di aver voluto assassinare Valerio Grato, Procuratore.» —
— «Tu! — «esclamò Arrio, ancor più stupito e facendo un passo indietro. — «Tu quell'assassino! Tutta Roma parlò di quel fatto. La notizia giunse alla mia nave sul fiume di Londra.» —
I due si guardarono in silenzio.
— «Io credevo che la famiglia Hur fosse scomparsa dalla faccia della terra,» — riprese Arrio.
Un fiume di meste rimembranze attraversò il cuore del giovane, abbattendo il suo orgoglio; lacrime gli scintillarono negli occhi.
— «Madre! Madre! O piccola Tirzah! Dove sono? O tribuno, nobile tribuno, se tu sai qualche cosa di loro — giunse le mani in atto di preghiera — dimmi tutto, tutto. Dimmi se sono in vita, e dove, e in qual condizione? Ti supplico, parla!» —
Si avvicinò ad Arrio, sino a toccargli il mantello.
— «Oh! il terribile giorno di tre anni fa,» — continuò — «tre anni, o tribuno, e ogni giorno tutta una intera vita di miseria — una vita di patimenti allietata da nessun raggio di speranza, da nessuna parola. Oh, se, dimenticati, potessimo dimenticare! Se potessi obliare quella scena: mia sorella strappata a me, l'ultimo sguardo di mia madre! Io ho sentito l'alito della peste, e il cozzo di navi in battaglia; ho udito l'uragano flagellare le onde, ed ho riso, riso mentre gli altri pregavano: la morte era un dono invocato. Chino sul remo, nello sforzo quotidiano delle braccia, tentavo di cancellare dalla mia mente quei ricordi... Scusa, o tribuno. Poca cosa ti domando! Dimmi almeno che sono morti, perchè felici non possono essere finchè sanno che io sono perduto. Io ho udito la loro voce chiamarmi di notte; li ho visti camminare sulle acque. O inestinguibile amore materno! E Tirzah, innocente come un giglio, come il giovine ramo della palma, così fresca, così graziosa, così bella! Era il sole della mia giornata. La sua voce era una musica. E mia fu la mano che le trasse in rovina! Io....» —
— «Ammetti la tua colpa?» — chiese Arrio severamente.
Un cambiamento improvviso avvenne in Ben Hur. La sua voce si fece squillante; le mani si alzarono coi pugni serrati; ogni fibra trasalì; gli occhi scintillarono.
— «Tu hai udito parlare del Dio dei miei padri,» — egli disse, — «dell'infinito Jeova. Per la sua verità e onnipotenza, per l'affetto con cui ha protetto Israele, io giuro che sono innocente!» —
Il tribuno era commosso.
— «O nobile Romano!» — continuò Ben Hur — «dammi un po' di fede, rischiara la densa oscurità ch'è scesa su di me!» —
Arrio camminò pensieroso sul ponte.
— «Fosti condannato in giudizio?» — chiese improvvisamente.
— «No.» —
Il Romano alzò la mano, stupito.
— «Nessun giudizio, nessun testimonio! Chi ti condannò?» —
Ricordiamo che il culto della giustizia presso i Romani fu fortissimo appunto nel periodo della loro decadenza.
— «Mi legarono, e mi trascinarono in una prigione della Torre. Non vidi nessuno. Nessuno mi parlò. Il giorno dopo mi portarono sulla riva del mare. Sono stato un galeotto da allora in poi.» —
— «Che cosa avresti potuto provare in tua discolpa?» —
— «Ero un ragazzo troppo giovane per esser cospiratore. Grato mi era sconosciuto. Se io voleva assassinarlo, quello non era il momento o il luogo. Cavalcava di pieno giorno in mezzo a una legione; la fuga sarebbe stata impossibile. Io apparteneva ad una famiglia fedele amica di Roma. Mio padre godeva l'affetto di Augusto. Eravamo ricchi, e la rovina certa, per me, per mia madre e mia sorella. Finalmente la legge, che per un figlio d'Israele è come l'aria per i polmoni, mi avrebbe arrestato la mano, se avessi avuto tale intento. Non ero pazzo. La morte era preferibile alla vergogna, e, credimi, lo è ancora oggi.» —
— «Chi era teco quando avvenne il fatto?» —
— «Io mi trovava sul tetto del palazzo, il palazzo di mio padre. Tirzah era con me, al mio fianco, tutta candore e gentilezza. Insieme sporgemmo il capo sopra il parapetto per vedere passare la legione. Una tegola scivolò sotto la mia mano e cadde sopra Grato. Credetti d'averlo ucciso. Oh quale spavento fu il mio!» —
— «Dov'era tua madre?» —
— «Nella sua camera.» —
— «Che avvenne di lei?» —
Ben Hur strinse i pugni e con voce strozzata rispose:
— «Non so. La vidi trascinata via dai soldati e nulla ne seppi più. Dalla casa cacciarono ogni creatura vivente, fino gli animali domestici, e sigillarono le porte, con l'intento che essa non ritornasse. Io pure chiesi di lei. Oh una sola parola! Essa almeno era innocente. Io posso perdonare, ma.... ti chieggo scusa, nobile tribuno! Uno schiavo come me non dovrebbe parlare di perdono o di vendetta. Sono condannato al remo per tutta la vita!» —
Arrio aveva ascoltato con grande attenzione. Chiamò in aiuto la sua grande esperienza in materia di schiavi. Se i sentimenti così dimostrati erano falsi, il forzato era un istrione perfetto; d'altra parte, se fossero veri, l'innocenza dell'Ebreo non era dubbia, e, se innocente, quale terribile vendetta era stata presa di un atto fortuito! Un'intera famiglia soppressa! Questo pensiero lo fece raccapricciare.
La vita rozza e spesso sanguinosa del tribuno non aveva soffocato le sue buone qualità morali. Poteva essere inesorabile quando il suo dovere lo richiedeva, ma era anche giusto. E contro qualunque ingiustizia l'animo suo si ribellava. Gli equipaggi delle navi in cui aveva tenuto comando lo chiamavano il _buon tribuno_, ottima definizione del suo carattere.
In questo caso molte circostanze militavano in favore del giovane. Forse Arrio conosceva Valerio Grato senza amarlo; forse aveva conosciuto il padre Hur. Giuda gli aveva fatta questa domanda, e, il lettore se lo ricorderà, egli non aveva risposto.
Il tribuno si trovava in imbarazzo ed esitava. Il suo potere era illimitato; era padrone del bastimento. La pietà e la giustizia insieme lo spingevano a compiere un atto di doverosa riparazione. Ma, d'altra parte, diceva fra sè, non c'era fretta, o piuttosto c'era fretta, per arrivare a Citera; non si poteva privare la nave del suo miglior rematore; poteva aspettare; apprendere qualche cosa d'altro; almeno avrebbe voluto assicurarsi che fosse il principe Ben Hur. Di solito gli schiavi erano bugiardi.
— «Sta bene» — disse finalmente. — «Ritorna al tuo posto.» —
Ben Hur s'inchinò; levò gli occhi in faccia al suo padrone, ma non vi lesse motivo di sperare, fece per andarsene, poi si voltò e disse:
— «Se tu ti ricorderai ancora di me, o tribuno, pensa che io ti pregai solo di una parola che mi rivelasse ove fossero mia madre, mia sorella.» — Poi continuò il suo cammino.
Arrio lo seguì con l'ammirazione negli occhi.
— «_Per pol!_» — pensò — «Che corpo adatto per l'arena! Che corridore! O Dei, che braccio per la spada ed il cesto! — «Fermati,» — soggiunse ad alta voce.
Ben Hur si fermò, ed il tribuno gli si avvicinò.
— «Se fossi libero, che cosa faresti?» —
— «L'illustre Arrio si prende giuoco di me!» — esclamò Giuda con le labbra tremanti.
— «No, per gli Dei, no!» —
— «Allora risponderò con gioia. La mia vita avrebbe un solo scopo: Cercare mia madre e Tirzah. Ogni giorno, ogni ora destinerei a questo intento, finchè non le restituissi alla felicità. Le servirei come uno schiavo. Molto hanno perduto; ma, per il Dio de' miei padri, procaccerei loro il doppio!» —
Questa risposta non era attesa dal Romano. Per un istante smarrì la sua presenza di spirito.
— «Io parlava alla tua ambizione» — disse — «se tua madre e tua sorella fossero morte o irreperibili, che cosa faresti?» —
Un pallore cinereo apparì sul volto di Ben Hur, e i suoi occhi vagavano sul mare. Con uno sforzo vinse la momentanea debolezza e si volse al tribuno.
— «Che professinone seguirei?» — chiese.
— «Sì.» —
— «Tribuno, ti parlerò apertamente. La prima notte di quella terribile giornata di cui ti parlai, ottenni il permesso di diventar soldato. Non ho mutato pensiero; e in tutto il mondo vi è una sola scuola di guerra...» —
— «La palestra!» — esclamò Arrio.
— «No; un campo romano.» —
— «Ma prima devi impratichirti nel maneggio delle armi.» —
Un padrone non dovrebbe consigliare il suo schiavo.
Arrio si accorse dell'errore, e continuò con voce fredda:
— «Ora va» — disse. — «E non fantasticare troppo su quanto è passato fra noi. Forse non ho fatto che scherzare con te, oppure, se ci pensi» — continuò dopo una pausa — «scegli fra la fama di un gladiatore e il servizio militare. Il favore dell'imperatore potrebbe accompagnare la prima, ma non c'è ricompensa per te nel secondo. Tu non sei romano. Va!» —
Poco tempo dopo Ben Hur si trovava nuovamente sul suo banco.
La fatica è lieve se il cuore è leggiero. Il remo sembrò meno pesante a Giuda. La speranza gli ferveva nel cuore. Le ultime parole del tribuno — «Forse non ho fatto che scherzare con te» — erano dimenticate. Il fatto rimaneva che egli era stato chiamato dal grand'uomo e richiesto della sua storia. Questo era il pane di cui Giuda cibava il suo spirito affamato. Qualche cosa di giocondo ne doveva nascere, e le sue labbra mormorarono la preghiera:
— «O Dio! Io sono un figlio di quell'Israele che tu hai tanto amato. Aiutami, ti prego!» —
CAPITOLO IV.
Nella baia di Antimona, ad Oriente dell'isola di Citera, erano raccolte le cento galere. Dopo aver occupato il primo giorno passandole in rivista, il tribuno fece vela per Nasso, la maggiore delle Cicladi, a mezza strada fra le coste della Grecia e quelle dell'Asia. Da questo punto avrebbe potuto inseguire i pirati sia che rimanessero nell'Egeo o si volgessero al Mediterraneo.
Mentre la flotta, in ordine di battaglia, muoveva verso all'isola, fu vista una galera solitaria avvicinarsi da settentrione. Arrio le andò incontro e dal capitano apprese quei particolari di cui aveva sommamente bisogno.
I pirati appartenevano alle ultime rive dell'Eusino, e della palude Meotide. Avevano fatto i loro preparativi con la massima segretezza, cosicchè la prima notizia che si ebbe di loro fu quando passarono il Bosforo e distrussero la flotta che vi stazionava. Di là all'Ellesponto tutto quanto galleggiava sul mare divenne loro preda. La flotta era composta di circa sessanta galere, quasi tutte triremi, ottimamente armate ed equipaggiate. L'ammiraglio era Greco e Greci erano i piloti, che si dicevano famigliari con tutti i mari d'oriente. Il bottino era incalcolabile. Grande la paura che destavano non solo sul mare ma nei porti. Le città sbarravano le loro porte e di notte armavano di sentinelle le mura. Il commercio era quasi impedito.
— «Dove si trovavano precisamente i pirati?» —
A questa domanda, la più vitale di tutte, Arrio ebbe questa risposta:
— «Dopo aver saccheggiato Efestia sull'isola di Lemno il nemico aveva costeggiato la Tessaglia, e, secondo le ultime notizie, era sparito nei golfi fra l'Eubea e l'Ellade.
Allora la popolazione dell'isola raccolta sulle sommità dei colli, per meglio assistere al raro spettacolo di cento navi procedenti in ordine e di perfetto accordo, vide la prima divisione improvvisamente volgersi a nord, seguita dalle altre, come squadroni di cavalleria moventi in colonna. La notizia delle scorrerie dei pirati era giunta all'isola, e nell'osservare le vele bianche che sparivano lentamente fra Nene e Siro, i più pensierosi fra gli abitanti si rallegravano dello scampato pericolo.
Ciò che Roma afferrava con la mano poderosa sapeva anche difendere: in compenso delle tasse, dava ai popoli sicurezza e protezione.
Il tribuno era più che felice avendo appreso le mosse del nemico, e ringraziò riverente la Fortuna. Essa gli aveva portate notizie certe e rapide, e aveva condotto i nemici in una posizione dove la loro sconfitta sarebbe stata più rapida e completa. Egli sapeva quanto danno una sola galera poteva fare in un mare aperto come il Mediterraneo, e quali erano le difficoltà di rintracciarla e punirla. Più facile sarebbe stata la vittoria e maggiore il merito se avesse potuto d'un colpo distruggere tutta la flotta dei corsari.
Se il lettore esamina una carta qualunque della Grecia e dell'Egeo, vedrà che l'isola d'Eubea o Negroponte giace quasi parallela lungo la classica costa dell'Ellade, come un baluardo avanzato contro l'Asia, lasciando fra sè ed il continente un canale lungo centoventi miglia e largo in media circa otto. Dall'imboccatura settentrionale era passata la flotta di Serse, e da quella erano passati gli audaci corsari dell'Eusino, attratti dalla ricchezza delle città lungo i golfi Pelasgici e Meliei. Arrio pensava di trovarli non distanti dalle Termopili, e decise di accerchiarli da nord e da sud. Il tempo stringeva, e, abbandonando le frutta, i vini e le donne di Nasso, fece spiegare immantinente le vele, spingendo le navi alla loro massima velocità, finchè, sul far della sera, il monte Ocha apparve nero sull'orizzonte e il pilota annunziò vicina la costa dell'Eubea.
Ad un segnale della nave ammiraglia la flotta si arrestò. Quando il cammino fu ripreso, Arrio guidava una divisione di cinquanta galere, con le quali entrò nello stretto, mentre, un'altra divisione, composta di egual numero di navi, rivolse le prore al lato esterno dell'isola, con l'ordine di costeggiarla e di penetrare nello stretto dall'imboccatura settentrionale.
È vero che nessuna delle divisioni eguagliava il numero delle navi nemiche, ma questo svantaggio era compensato da altre considerazioni, non ultima fra le quali la superiorità che alla flotta romana davano la disciplina e l'esperienza militare. Inoltre l'astuto tribuno aveva calcolato, che, se per caso una delle due divisioni fosse sconfitta, l'altra, trovando il nemico fiaccato e malconcio dopo la vittoria, ne avrebbe avuto facilmente ragione.
Intanto Ben Hur continuava la sua vita di rematore. Il riposo nella baia di Antimona gli aveva giovato e lavorava di buona lena. Il capo, sulla piattaforma, era soddisfatto.
In generale gli uomini non sanno quanto conferisca al proprio benessere l'esatta conoscenza di dove si trovano e di dove vanno. La sensazione d'esser perduti è dolorosa; peggio ancora è quella di sentirsi spinti ciecamente verso un punto ignoto.
L'abitudine non aveva a tal punto offuscati i sensi di Ben Hur da non fargli provare questa sofferenza, e, chiuso nel suo carcere angusto, lavorando talora per giorni e notti intere, gli veniva irresistibile il desiderio di conoscere a quale meta ignota si dirigeva la nave; su quali mari, vicina a quali terre si trovava. Ma ora questa curiosità era acuita dalla speranza che il colloquio col tribuno aveva destato nel suo petto. Tendeva l'orecchio ad ogni suono, quasicchè lo scricchiolìo di ogni legno, il sibilo del vento fossero voci che gli potessero parlare; guardava il graticcio sopra il suo capo e quel poco di luce che gli era concessa, come attendendo una spiegazione; e più volte era in procinto di cedere all'impulso di parlare al capo sulla piattaforma, cosa che avrebbe altamente meravigliato quello stolido funzionario.
Nel corso del suo lungo servizio, osservando i pochi raggi del sole che penetravano fin sul pavimento della cabina, aveva imparato a conoscere con una certa approssimazione la direzione in cui moveva la nave. Questo avveniva soltanto nei giorni sereni come quelli che la Fortuna largiva al tribuno, e l'esperimento non aveva fallito dopo la partenza da Citera. Sapendo che si avvicinava alla sua patria, alla Giudea, badava ad ogni deviazione dalla rotta, ed ebbe una vera fitta al cuore quando s'accorse dell'improvvisa piega verso nord, avvenuta, come abbiamo osservato, dopo la partenza da Nasso. La ragione del cambiamento gli era ignota come lo era ai suoi compagni di schiavitù.
Solo una volta in tre anni era salito sul ponte e aveva veduto il mare, e sappiamo quando. Egli non immaginava neppure che dietro alla nave che egli aiutava a spingere veniva una grande flotta in perfetto ordine.
Quando cadde la notte, la direzione continuava ad esser la medesima.
Un profumo d'incenso penetrò dai boccaporti.
— «Il tribuno è davanti all'altare» pensò. — «Siamo dunque alla vigilia di una battaglia?» —
Egli era stato in molte battaglie senza averne veduta una sola. Dal suo banco ne aveva udito il clamore, finchè quei suoni erano diventati famigliari alle sue orecchie come note di musica. Così pure aveva imparato a conoscere molti dei preliminarii della battaglia, principale fra questi, così pei Greci come pei Romani, il sacrifizio agli Dei. I riti erano uguali a quelli che si celebravano all'inizio di un viaggio, e, per lui, come abbiamo visto, erano sempre un indizio e un preavviso.
Una battaglia possedeva per lui e per gli altri forzati un interesse affatto diverso che per i marinai e i soldati. Per quelli poteva significare vittoria o sconfitta, per gli schiavi poteva arrecare un mutamento nella loro condizione, forse la libertà, certamente un miglioramento.
Quando le tenebre si fecero più dense furono accese le lanterne sulle scale, e il tribuno discese dal ponte. Al suo comando i soldati vestirono le loro armature, le macchine furono esaminate; giavellotti, lancie, e freccie ammucchiati sopra il pavimento, insieme a vasi d'olio infiammabile e pece, e a balle di cotone filamentoso.
Da ultimo Ben Hur vide il tribuno salire sopra la sua piattaforma e indossare l'elmo e la corazza, segni indubbi che il combattimento era vicino.
Ad ogni banco era fissa una catena pesante, e con queste l'hortator cominciò ai assicurare i piedi dei rematori, obbligandoli così all'obbedienza, e precludendo, in caso di disastro, ogni possibilità di salvezza.
Un profondo silenzio si fece nella cabina, rotto dapprima solo dal rumore dei remi giranti nei loro sostegni di cuoio. Ogni forzato sentiva l'ignominia dell'atto, e Ben Hur più acutamente degli altri. Ad ogni costo avrebbe voluto evitarlo. Il cigolare crescente delle catene annunziava l'avvicinarsi del capo. Arriverebbe anche a lui; ma il tribuno non sarebbe intervenuto in suo favore?
Questo pensiero, derivante da orgoglio o da egoismo, come il lettore vorrà, si era impadronito violentemente di Ben Hur.
Egli credeva che il Romano sarebbe intervenuto; in ogni modo questa circostanza avrebbe rivelato i sentimenti e le intenzioni di lui. Se, intento com'era alla battaglia imminente, avesse pensato a Giuda, sarebbe stato un indizio dell'opinione favorevole che s'era formato, indizio ch'egli lo innalzava tacitamente sopra i suoi compagni, e un tale indizio avrebbe giustificato ogni speranza.
Ben Hur aspettava con angoscia. L'intervallo sembrava un'eternità. Ad ogni colpo di remo, guardava verso il tribuno, che, terminati i preparativi, si era disteso sopra il suo letto a riposare; vedendo la qual cosa il numero sessanta ebbe un impeto d'ira e giurò di non voltarsi più da quella parte.
L'hortator si avvicinava. Era giunto al numero uno, e il cigolar delle catene aveva un suono orribile. Finalmente era la volta del numero sessanta! Calmo nella sua disperazione, Ben Hur arrestò il suo remo e tese il piede all'ufficiale. In quella il tribuno si mosse, si alzò a sedere, fece un cenno al capo.