Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 12

Chapter 123,760 wordsPublic domain

— «Sono i Greci che lo portano via» — interruppe un altro. — «Accusiamo loro, non gli Dei. Con l'apprender l'arte del commercio, dimenticarono quella del combattere.» —

Con queste parole, la brigata attraversò il passaggio, e giunse al molo prolungantesi innanzi a loro nella baia bellissima, che l'alba incominciava a illuminare. Per le orecchie del vecchio marinaio la risacca delle onde era come il saluto dell'amico. Respirò a lungo, come per riempire i polmoni del profumo delle acque, ed alzò la mano:

— «I miei doni io li ebbi a Preneste, non ad Anzio, — ma vedete! spira vento di ponente. Io ti ringrazio, o Fortuna, mia madre!» — egli disse con riverenza.

Gli amici ripeterono l'esclamazione, e gli schiavi agitarono le torcie.

— «Eccola, viene!» — continuò, indicando una galera che si moveva dall'estremità del molo. — «Un marinaio non ha bisogno di altra amante. La tua Lucrezia è forse più graziosa, mio Caio?» —

Osservò la nave, che avanzava, con uno sguardo pieno di giustificato orgoglio. All'albero più basso era fissata una sola vela, e i remi si tuffavano, si alzavano, scintillavano un istante, immobili nell'aria, poi si immergevano nuovamente, come le ali di un uccello, con ritmo perfetto.

— «Sì, rispettate gli Dei» — egli disse con gli occhi rivolti alla nave — «essi ci mandano buone occasioni. Nostra è la colpa se le trascuriamo. Quanto ai Greci, tu dimentichi, o mio Lentulo, che i pirati che vado a punire sono Greci. Una vittoria sopra di essi ne vale cento sugli Africani.» —

— «Allora ti rechi nell'Egeo?» —

Il marinaio non aveva occhi che per la nave.

— «Che grazia, che venustà! un cigno non si muoverebbe più maestoso sulle onde. Guardate!» — Ma tosto aggiunse: — «Perdonami Lentulo. Io vado nell'Egeo; e siccome la mia partenza è ormai vicina, ve ne dirò la ragione — soltanto tenetela segreta. Io non vorrei che incontrando il mio buon amico il duumviro gliene faceste una colpa. Voi sapete che il commercio fra la Grecia ed Alessandria non è inferiore a quello fra Alessandria e Roma. Il popolo in quelle parti del mondo si è dimenticato di celebrare le feste Cereali, e Trittolemo li ha puniti con un miserabile raccolto. Ad ogni modo il commercio è così cresciuto da non arrestarsi per un sol giorno. Avrete anche sentito parlare dei pirati del Chersoneso, che si annidano nell'Eusino; gente audace, per le Baccanti! Giorni fa arrivò la notizia a Roma che, riunitisi in una flotta numerosa, avevano disceso il Bosforo, affondate le galere davanti a Bisanzio e a Calcedonia, invasa la Propontide, occupato l'Egeo. I mercanti di grano che hanno navi nel Mediterraneo sono spaventati. Ottennero udienza dall'Imperatore medesimo, ed oggi da Ravenna partono cento galere, e da Miseno — fece una breve pausa, come per pungere maggiormente la curiosità degli amici — una.» —

— «Beato Quinto! Le nostre congratulazioni!» —

— «Bene auguriamo per questa scelta. Ti salutiamo sin d'ora duumviro.» —

— «Quinto Arrio duumviro, suona meglio di Quinto Arrio tribuno.» —

Con queste parole si strinsero festosamente intorno a lui.

— «Io mi rallegro insieme agli altri» — disse l'amico avvinazzato — «mi rallegro assai. Ma voglio essere pratico, o mio duumviro, e finchè io non vedrò che la promozione ti abbia valso una maggior conoscenza delle _tesserae_ riservo il mio giudizio sulla tua fortuna, in questo... in questo affare.» —

— «Vi ringrazio tutti!» — disse Arrio rivolgendosi collettivamente ad essi — «se aveste delle lanterne, direi che siete auguri. Farò di più. Vi mostrerò che avete colpito nel segno. Qui, leggete.» —

Dalle pieghe della sua toga estrasse un rotolo di carta e lo porse a loro, dicendo: — «L'ho ricevuto ieri mentre ero a tavola, da Seiano.» —

Questo nome era già grande nel mondo Romano; grande e non ancora così infame come divenne di poi.

— «Seiano!» — esclamarono in coro, stringendosi attorno a chi leggeva la lettera. Ecco il tenore di essa:

Seiano a C. Cecilio Rufo, Duumviro,

Roma, XIX Kal. Sept.

Cesare conosce l'abilità di Quinto Arrio, tribuno, e, specialmente, ha udito esaltare il coraggio manifestato da lui nei mari d'occidente. È sua volontà che il detto Arrio sia sull'istante trasferito in Oriente. È ancora volontà di Cesare che raduniate cento triremi di prima classe, perfettamente allestite, e le spediate senza indugio contro i pirati dell'Egeo, e che Quinto sia posto al comando di tale flotta.

I dettagli sono tua cura, mio Cecilio.

Il momento è urgente, come vedrai dalle relazioni che accludo per te, e pel nominato Quinto.

SEIANO.

Arrio non badò alla lettura. A mano a mano che la nave si avvicinava crebbe il fascino che essa esercitava sopra di lui. Ne seguiva i movimenti con l'occhio di un innamorato. Finalmente agitò le falde della sua toga; in risposta al segnale, sopra l'_aplustre_, arnese in forma di ventaglio sulla poppa della nave, sventolò una bandiera scarlatta; nel mentre parecchi marinai apparvero sul ponte, si arrampicarono rapidamente sulle corde fino all'antenna, ed ammainarono la vela. La prua fu girata, e la velocità dei remi crebbe di mezzo tempo, cosicchè la nave si avvicinò al molo con la rapidità di un uccello.

Egli osservò la manovra con gli occhi scintillanti. La pronta risposta al timone, la docilità e fermezza con cui la nave teneva la sua rotta, sarebbero state qualità di grande importanza in battaglia.

— «Per le Ninfe!» — disse uno degli amici, restituendo la lettera. — «Non possiamo più dire che l'amico sarà grande; egli lo è già. Il nostro amore deve esser contemperato di rispetto. Che altro hai da dirci?» —

— «Null'altro!» — replicò Arrio. — «Ciò che voi avete appreso oggi è già roba vecchia a Roma, specialmente nel palazzo di Cesare e nel foro. Il duumviro è un uomo discreto. Le mie istruzioni, la località dove dovrò incontrare la flotta, si trovano a bordo in un plico suggellato. Se però questa sera sacrificate agli altari, non dimenticate di innalzare una preghiera per un amico che i remi e il vento sospingono alla volta di Sicilia. Ma ecco la nave che sta per approdare. I suoi ufficiali mi interessano, poichè dovrò combattere e viaggiare con essi. Non è cosa facile approdare con una nave di questa mole ad una spiaggia come questa. Lasciatemi giudicare la loro disciplina e la loro abilità.» —

— «Come, ti è nuova la nave?» —

— «Non l'ho mai veduta prima d'oggi, e non so ancora se vi troverò un solo amico.» —

— «È bene questo?» —

— «Non importa. Noi uomini del mare facciamo presto conoscenza. Il nostro amore e i nostri odii nascono nei comuni pericoli.» —

La nave apparteneva alla classe chiamata _naves liburnicae_, lunghe, strette, basse ai lati, e foggiate per velocità di corso e rapidità di manovra. I suoi fianchi eran stupendi. Un doppio getto d'acqua saliva spumeggiando, dinanzi ad essa, e spruzzando le curve audaci della prora, i lati della quale erano adorni di figure di Tritoni soffianti in conchiglie marine.

Sotto la prua, infissa nella chiglia e spingentesi infuori, sotto il livello del mare, era il _rostrum_, ordigno di legno rinforzato ed armato di ferro, che in battaglia adoperavasi come un ariete.

Una poderosa cornice, artisticamente scolpita partendo dalla prua abbracciava tutta la lunghezza della nave, e, sorpassando la coperta, serviva di baluardo. Sotto la cornice correva un triplice ordine di vani, ciascuno protetto da uno scudo di cuoio, dai quali si scorgevano i remi, sessanta per ciascun lato. La prora torreggiante era inoltre ornata di caducei, mentre due corde, raccolte ai fianchi, segnavano il numero delle ancore assicurate sul ponte di trinchetto.

La semplicità dell'attrezzatura rivelava che la nave si affidava principalmente al lavoro dei remi. L'albero, piantato bene innanzi, era assicurato da spranghe e gomene agli anelli fissi alle pareti interne del baluardo. Il sartiame era quello strettamente necessario per manovrare l'unica grande vela rettangolare e l'antenna da cui dipendeva.

Eccettuati i marinai, che erano saliti per ammainare la vela ed indugiavano ancora fra le sartie, un sol uomo era visibile sul ponte, presso la prora, completamente armato, con elmo, spada e scudo.

Le centoventi lame di quercia, che le onde e le frequenti puliture di pomice avevan rese bianche e lucenti, si alzavano e cadevano come mosse da una mano sola, e spingevano innanzi il battello con la velocità di un vapore moderno.

Così rapido, e, apparentemente, così temerario, era il corso della nave, che gli amici del tribuno se ne spaventarono. Improvvisamente l'uomo a prua tese la mano con un gesto speciale; tosto tutti i remi si alzarono, si librarono un istante nell'aria, poi caddero verticalmente.

L'acqua si agitò spumeggiando intorno ad essi, e la galera ebbe un tremito, e s'arrestò come atterrita. Un altro gesto della mano, e i remi si alzarono di nuovo, ma, questa volta, quelli di destra, spinsero avanti, mentre i remi di sinistra, avanzando verso la prua, lavorarono contr'acqua. Tre volte i remi ripeterono questa manovra. La nave girò come su un cardine; poi, favorita dal vento, approdò dolcemente al molo.

Una tale mossa mise in vista la poppa, con tutti i suoi ornamenti. V'erano dei tritoni come quelli di prua; il nome era scritto in lettere cubitali in rilievo; il timone, la piattaforma elevata su cui sedeva il timoniere, maestosa figura ricoperta da un'armatura, la mano sulle corde del timone; e l'_aplustre_, alto, dorato, scolpito, che si curvava sopra il timoniere come una grande foglia arabescata.

Si udì lo squillo acuto di una tromba, e, dai boccaporti si riversarono sul ponte i soldati, tutti superbamente armati, con elmi di bronzo, scudi e giavellotti scintillanti. Mentre essi si schieravano sul ponte in ordine di battaglia, i marinai si arrampicarono sulle sartie e si allinearono lungo l'antenna.

Gli ufficiali e i suonatori di tromba occuparono i loro posti senza confusione e senza rumore. Quando i remi toccarono il molo, una passerella fu abbassata dal ponte del timoniere.

Il tribuno si volse ai compagni e con una gravità dapprima non dimostrata, disse:

— «Ora mi attende il dovere, o miei amici!» —

Si tolse la corona dal capo e la porse al giuocatore di dadi.

— «Prendi questo mirto, o favorito dalle _tesserae_! — esclamò. Se ritorno, verrò a riprendere i miei sesterzii: se la vittoria non m'arride, non ritornerò. Appendi la corona nel tuo atrio.» —

Spalancò le braccia agli amici, ed essi vennero ad uno a ricevere l'abbraccio dell'addio.

— «Gli Dei ti accompagnino, o Quinto!» — esclamarono.

— «Salvete!» — rispose.

Salutò con la mano gli schiavi, che agitarono le torcie; poi si volse alla nave, bellissima per l'ordine perfetto del suo equipaggio, in ranghi serrati, coi cimieri che ondeggiavano e gli scudi e le lancie scintillanti. Quando mise il piede sul ponte, le trombe squillarono, e sopra l'_aplustre_ sventolò il _vexillum purpureum_, bandiera dell'ammiraglio della flotta.

CAPITOLO II.

Il tribuno, ritto sul ponte del timone, con l'ordine del duumviro spiegato nelle mani, parlò all'_hortator_, o capo dei rematori.

— «A che forza comandi?» —

— «Duecento cinquantadue rematori; dieci supplenti.» —

— «Con ricambi di....» —

— «Ottantaquattro uomini.» —

— «E il servizio che adottavi?» —

— «Due ore di lavoro, due di riposo.» —

Il tribuno pensò alquanto.

— «La disposizione è dura, ed io la riformerò, ma non ora. I remi devono lavorare giorno e notte. Il vento è favorevole: la vela aiuti i remi.» —

Poi voltosi al primo pilota, o _rector_, gli chiese:

— «Quanti anni hai servito?» —

— «Trentadue anni.» —

— «In quali mari principalmente?» —

— «Fra Roma e l'Oriente.» —

— «Tu sei l'uomo che fa per me.» —

Il tribuno consultò gli ordini ricevuti.

— «Dopo la punta della Campanella la nostra rotta sarà verso Messina. Quindi seguendo la curva della costa Calabra fino a Melito, poi... conosci tu le costellazioni che governano il Mar Jonio?» —

— «Le conosco.» —

— «Allora da Melito piega a levante, verso Citera. Se gli Dei sono propizi getterò àncora solo nella baia di Antimona. Il tuo compito è importante, e io mi fido di te.» —

Un uomo prudente era Arrio; e mentre arricchiva gli altari di Anzio e Preneste, stimava che il favore della Dea bendata dipendesse più dal giudizio e dalla cura del fedele che dai proprî doni votivi. Tutta notte, quale anfitrione della cena, egli aveva banchettato e giocato, ma l'odore del mare gli fece rinascere l'istinto e l'abitudine del marinaio, e non volle riposare finchè non conoscesse perfettamente la sua nave. La scienza nulla abbandona al caso. Avendo principiato col capo dei vogatori, e col pilota, in compagnia degli altri ufficiali, cioè il comandante della truppa, il custode dei viveri, il capo delle macchine, il sopraintendente delle cucine e dei fuochi, visitò i varî quartieri della nave. Nulla sfuggiva alla sua ispezione. Quando ebbe terminato, egli solo di tutta la piccola società chiusa fra quelle anguste mura di legno, conosceva a puntino tutta la potenzialità della nave, le sue provvigioni, le sue eventuali risorse in guerra. Non gli mancava che la conoscenza esatta dell'equipaggio sotto il suo comando, la parte più delicata e difficile del suo compito.

A mezzogiorno la galera si trovava all'altezza di Pesto. Il vento continuava a soffiare da occidente, gonfiando le vele ed aiutando materialmente i rematori. Le sentinelle erano state poste sopra coperta. L'altare sul ponte di trinchetto era stato cosparso di sale e di avena; davanti ad esso il tribuno aveva alzate preghiere solenni a Giove, a Nettuno, e a tutte le Oceanine, confermando i suoi voti con vino ed incenso. Ed ora, per meglio studiare i suoi uomini, sedeva nella sua grande cabina.

Questa cabina si trovava nel mezzo della galera, e misurava settantacinque piedi di lunghezza per trenta di larghezza. Era illuminata da tre ampi boccaporti, sostenuta da una doppia fila di vigorosi puntelli, nel centro dei quali appariva l'albero della nave, tutto adorno di ascie, lancie e giavellotti. A ciascun boccaporto si accedeva da due scale mobili, che erano allora sollevate e fissate al soffitto.

Questo era il centro della nave, il ritrovo comune di tutto l'equipaggio, la sala da pranzo, il dormitorio, il campo d'esercitazione e il luogo di riposo e di recreazione in quanto questa era permessa dalla dura e implacabile disciplina di bordo.

In fondo alla cabina si trovava una piattaforma alla quale conducevano parecchi gradini. Su questa sedeva il capo dei rematori, che aveva dinanzi a sè un tavolo sonoro sul quale batteva il tempo con un martello di bronzo, e, a sinistra una clessidra, od orologio ad acqua, per distribuire le ore di lavoro e stabilire i cambi. Sopra di lui, su un'altra piattaforma ancora più rialzata, protetta da una ringhiera dorata, era il quartiere del tribuno, fornito di un letto, un tavolo, una _cathedra_, o scranna bene imbottita, il tutto di squisita e ricca eleganza.

Seduto comodamente in questa poltrona, cullato dal rullìo uniforme della nave, il mantello militare negligentemente gettato sopra una spalla, e colla spada al fianco, Arrio osservava con occhio vigile il suo equipaggio, e ne era con uguale attenzione osservato. L'occhio critico di lui abbracciava ogni cosa, ma con maggiore insistenza si posava sopra i rematori. I lettori avrebbero fatto lo stesso; soltanto che nel loro interessamento ci sarebbe stata della simpatia e della compassione; mentre il pensiero del tribuno li considerava soltanto come ingranaggi importanti della grande macchina alla quale era preposto.

Lo spettacolo era abbastanza semplice. Lungo i lati della cabina, fisso al pavimento della nave, correva ciò che a prima vista sembrava una triplice fila di banchi; un esame più attento rilevava invece molte serie di sedili, in ciascuna delle quali il secondo sedile era posteriore e più alto del primo, il terzo posteriore e più alto del secondo. Per collocare i sessanta rematori di ciascun lato, lo spazio ad essi destinato era diviso in venti banchi ad un intervallo di un metro l'uno dall'altro. Questa disposizione dava ampio spazio ai rematori che dovevano prendere il tempo l'uno dagli altri come una schiera di soldati marcianti con passo cadenzato in fila serrata. Questa disposizione permetteva ancora un eventuale aumento dei sedili, limitati soltanto dalla lunghezza della galera.

Quanto ai rematori, quelli del primo e secondo sedile, erano seduti, quelli del terzo, dovendo maneggiare remi più lunghi, stavano in piedi. I remi avevano all'impugnatura contrappesi di piombo, ed erano appesi a correggie mobili, che rendevano possibili i più delicati movimenti, ma, d'altra parte, richiedevano una abilità maggiore, perchè una ondata violenta da un momento all'altro poteva cogliere il rematore sbadato e scaraventarlo dal suo sedile. Dalle finestre entrava aria in abbondanza, mentre la luce pioveva attraverso il graticcio che costituiva il pavimento del passaggio tra il ponte e i baluardi laterali. Sotto alcuni riguardi dunque la condizione di questi uomini non poteva dirsi cattiva. Ma non dobbiamo per questo credere che fosse una vita di piacere. Era loro interdetto di parlarsi. Giorno e notte occupavano i proprî posti senza scambiarsi una parola, senza vedere i volti dei vicini. I brevi momenti di intervallo erano dati al sonno, o al cibo. Non ridevano mai; nessuno li aveva sentiti cantare. La vita di quei miserabili era come un fiume sotterraneo che muova lentamente, a fatica, verso una foce ignota.

O Figlio di Maria! Oggi anche i soldati hanno un cuore, e tua ne è la gloria! Ma in quei giorni prigionia significava una vita di stenti sulle mura, nelle strade, nelle miniere, nelle navi. Quando Duilio vinse la prima battaglia navale del suo popolo, Romani maneggiavano i remi, e la gloria della giornata era divisa fra il rematore e il soldato. Questi banchi, che ora osserviamo, erano indizii delle mutate sorti di Roma, seguite alla conquista del mondo, ed illustravano insieme la politica e il coraggio dei Romani. Quasi tutti i popoli vi erano rappresentati da qualcuno dei loro figli, per lo più prigionieri di guerra, scelti per la loro forza. Qui un Britanno; più innanzi un Libio, più indietro un Sarmata, più in là uno Scita, un Gallo, un Greco. Forzati romani insieme a Goti, Longobardi, Ebrei, Etiopi, Egiziani, e barbari delle rive della Meotide. Qui un Ateniese, là un selvaggio dell'Ibernia rosso-chiomato, là un gigante Cimbro dagli occhi azzurri.

Il lavoro dei rematori era troppo materiale per dare occupazione alla loro intelligenza. Spingere innanzi il corpo, sollevare il remo, librarlo, immergerlo, ecco tutto; movimenti che raggiungevano la massima perfezione quando diventavano automatici. Anche la sollecitudine del pericolo derivante dalle onde riottose divenne col tempo meramente istintiva. Il risultato del lungo servizio era un armento di povere creature abbrutite, pazienti, avvilite; corpi muscolosi e intelligenze esaurite, che vivevano di memorie, poche in genere, ma care, decadendo finalmente ad uno stato semi-incosciente, in cui il dolore si ottunde e diventa abitudine e l'anima acquista una straordinaria tenacia.

Da destra a sinistra, un'ora dopo l'altra, il Tribuno volgeva i suoi sguardi, pensoso di tutto tranne dell'infelicità degli schiavi sopra i loro banchi. I loro movimenti precisi, uguali dall'una e dall'altra parte del bastimento, in breve divennero monotoni; allora egli si divertì ad osservare i singoli individui. Col suo stilo notava tratto tratto le deficienze di alcuni, pensando che avrebbe trovato fra i pirati dei sostituti migliori.

Non v'era bisogno di ricordare i nomi degli schiavi, che entravano nella galera come in un sepolcro; bastavano, per distinguerli, dei numeri segnati sopra i sedili ai quali ciascuno era destinato. Nel loro viaggio di esplorazione gli occhi del grand'uomo arrivarono finalmente sopra il numero sessanta, e vi si arrestarono.

Il sedile del numero sessanta era alquanto più alto della piattaforma e distava da lei pochi passi. La luce che scendeva attraverso il graticcio sul capo del rematore lo rivelava intieramente allo sguardo del Tribuno — dritto, e nudo fino alla cintola come i suoi compagni. Parecchi tratti parlavano tuttavia in suo favore. Era molto giovane, non più che ventenne. Arrio non era poi solamente dedito ai dadi, ma era conoscitore di uomini fisicamente, e, quando era a terra, amava visitare i ginnasi e le palestre per vedere ed ammirare gli atleti più famosi. Un professore gli aveva detto una volta che la forza dipendeva piuttosto dalla qualità che dalla quantità dei muscoli, e che qualunque esercizio richiedeva una certa dose di intelligenza come di forza. Avendo fatto sua questa teoria, come la maggior parte degli uomini che hanno un'idea fissa, cercava continuamente illustrazioni pratiche in suo appoggio.

Nel corso di questi studi raramente aveva incontrato un soggetto che lo soddisfacesse completamente; certo era che nessuno aveva arrestato i suoi sguardi così a lungo come questo.

Al dar mano ad ogni movimento del remo, il corpo ed il volto del rematore, apparivano di profilo all'osservatore sulla piattaforma; l'azione terminava col corpo spinto innanzi. La grazia e la facilità di questo movimento dapprima suggerivano dei dubbi intorno all'onestà dello sforzo; ma questi venivano subito dissipati: la fermezza con cui il remo era afferrato in ciascun movimento, il piegarsi che faceva sotto la spinta, rivelavano la forza impiegata; allo stesso tempo provavano l'arte del rematore, e indussero tosto il critico a riflettere dalla poltrona sull'unione di forza e intelligenza che formava il nocciolo della sua teoria.

Pensando a ciò Arrio osservò la giovinezza dell'uomo; senza provar soverchia tenerezza per questa scoperta, vide che la sua statura era alquanto superiore della media altezza, e che le membra, tanto le superiori che le inferiori erano, di singolare bellezza. Forse le braccia erano troppo lunghe, ma questo difetto scompariva sotto la mole dei muscoli, che in alcuni movimenti si gonfiavano come gruppi di corde. Ogni costola si disegnava chiaramente sopra al corpo rotondo; ma questa era la sana magrezza tanto ricercata nelle palestre. Finalmente, nel complesso dei movimenti del rematore, vi era una tale armonia, che oltre combaciare con la nota teoria del tribuno, stimolava vivamente la sua curiosità.

Provò il bisogno di vedere il volto dell'uomo, di cui non scorgeva che la testa formosa piantata sopra un collo, largo alla base, ma di grande pieghevolezza e grazia. I tratti osservati di profilo erano orientali, e avevano quella delicatezza di espressione che accompagna solitamente l'aristocrazia del sangue e dello spirito. Queste osservazioni resero più intenso l'interessamento del tribuno.

— «Per gli Dei» — pensò fra sè — «quell'individuo ha fatto colpo! Egli promette bene. Voglio conoscerlo.» —

In quella il rematore si voltò, guardandolo, e il tribuno potè contemplarne il viso.

— «È Ebreo ed è un ragazzo!» —

Sotto lo sguardo scrutatore fissato sopra di lui, gli occhi dello schiavo si allargarono e il sangue gli imporporò le gote. Il remo rimase inerte nelle sue mani, ma tosto il martello dell'_hortator_, cadendo rumorosamente, lo richiamò al dovere. Il vogatore trasalì, e, come se il rimprovero fosse stato personalmente indirizzato a lui, immerse il remo. Quando guardò nuovamente il tribuno, fu stupito di incontrare un sorriso.

Frattanto la galera entrava nello stretto di Messina, e, passando davanti alla città di quel nome, volse la prora verso oriente, finchè la nuvola sopra l'Etna divenne come una macchia sull'orizzonte.

Spesso mentre Arrio dalla piattaforma scendeva alla cabina, si voltava per studiare il rematore, dicendo fra sè:

— «È un giovane animoso. Un Ebreo non è un barbaro. Voglio conoscerlo meglio.» —

CAPITOLO III.

Da quattro giorni durava il viaggio, e l'_Astraea_ — così si chiamava la galera — solcava rapidamente le onde del mar Ionio: il cielo era sereno, ed il vento, soffiando costante dall'occidente attestava il favore degli Dei.