Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 11

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Dal punto dove si trovavano si godeva un'ampia vista di tetti e di comignoli, spingentisi fin sotto alla mole irregolare della Torre di Antonia, la quale, come abbiamo già osservato, serviva di cittadella alla guarnigione ed era sede del governatore. La strada, larga non più di dieci piedi, era attraversata da ponti, quali coperti, quali no, e questi cominciavano ad affollarsi di uomini, donne e fanciulli, allettati dalla _musica_. Adoperiamo questa parola, quantunque non sia la più propria. Era piuttosto un clamore confuso di fanfare, misto alle note più acute dei _litui_, tanto cari ai soldati.

La processione si avvicinava alla casa degli Hur. Dapprima un'avanguardia di fanteria leggiera, in maggioranza arcieri e frombolieri, marcianti a larghi intervalli tra le file; quindi un corpo di legionari pesantemente armati, con larghi scudi, ed _hastae longae_, o giavellotti identici a quelli usati nella lotta davanti a Troia. Poi i suonatori; poi un ufficiale a cavallo, alla testa di un gruppo di cavalieri; dopo di lui ancora fanteria pesante, marciante in fila serrate e prolungantesi a perdita d'occhio.

Le membra abbronzate degli uomini; il movimento cadenzato degli scudi, ondeggianti da destra a sinistra; lo scintillìo delle squame, delle fibbie, delle corazze, degli elmi, perfettamente politi; le piume sventolanti sopra i cimieri; la selva di insegne e di picche serrate; il portamento, grave insieme e vigile; l'unità quasi meccanica dell'intera massa, fecero una profonda impressione sopra Giuda. Due oggetti attirarono specialmente la sua attenzione.

Anzitutto l'aquila della prima legione, un'immagine dorata sopra un'asta, con le ali ripiegate sopra il capo. Egli sapeva che, tratta dall'arsenale nella torre, era stata ricevuta con onori divini.

Poi l'ufficiale che cavalcava da solo in testa alla colonna. Aveva un'armatura che lo rivestiva tutto ed aveva solo il capo scoperto. Al fianco destro gli pendeva una corta spada, mentre, in mano, teneva un bastone di comando, che sembrava un rotolo di carta bianca. Invece di seder sulla sella sedeva su un pezzo di stoffa purpurea, la quale, insieme ai finimenti terminanti con un morso dorato e le redini di seta gialla con fiocchi, completava la bardatura del cavallo.

Già, da lontano, Giuda potè osservare che la presenza di quest'uomo metteva un grande fermento negli spettatori. Si chinavano sopra i parapetti o si rizzavano in piedi audacemente, tendendo i pugni contro di lui; lo eseguivano con urla e strida; gli sputavano sopra dai ponti e dalle finestre; le donne gli lanciavano addosso fino i loro sandali, talora colpendolo. Quando si avvicinò le grida si fecero distinte: — «Ladro, tiranno, cane di un Romano! Abbasso Ismaele! Rendici il nostro Hannas!» —

Giuda osservò che, come era naturale, l'uomo così apostrofato, non condivideva l'indifferenza superbamente affettata dai soldati; il suo volto era oscuro e imbronciato, e gli sguardi che lanciava tratto tratto ai suoi persecutori erano pieni di minaccia. I più timidi si ritraevano spaventati.

Il giovane conosceva la costumanza iniziata dal primo Cesare, secondo la quale i generali supremi, per indicare il loro rango, ornavano il capo di un solo ramo d'alloro. Da ciò riconobbe l'ufficiale: _Valerio Grato, il Nuovo Procuratore della Giudea!_

A dire il vero, il Romano, procedente sotto questo infuriare collerico non provocato, godeva la simpatia del giovane Ebreo; così, quando egli voltò l'angolo della casa, Giuda protese il suo corpo ancora di più sopra il parapetto per vederlo passare, e, in quell'atto, appoggiò una mano sopra una tegola da lungo tempo spaccata. Sotto il peso del suo corpo, il pezzo esterno si distaccò e cadde. Un brivido di terrore pervase il giovane. Cercò di afferrare la tegola. In apparenza l'atto aveva l'aria di chi gettasse qualche cosa. Lo sforzo fallì, anzi servì ad accrescere veemenza al coccio. Giuda ruppe in un grido altissimo. I soldati della guardia alzarono il capo. Lo stesso fece l'ufficiale, e, in quella, il coccio lo colpì, ed egli cadde, come morto, di sella.

La coorte si fermò; le guardie balzarono da cavallo, e si affrettarono a coprire il loro duce con gli scudi. D'altra parte il popolo, testimone dell'atto, non dubitando un istante che il colpo fosse meditato, applaudiva calorosamente il giovane, che, chino ancora sul parapetto, bersaglio a migliaia di occhi, rimaneva immobile, come inebetito, mentre le conseguenze della sua azione involontaria gli balenavano davanti al cervello con terribile evidenza.

Uno spirito di rivolta corse con incredibile rapidità di tetto in tetto per tutta la lunghezza della strada, e invase indistintamente tutto il popolo.

Furono smantellati i parapetti, strappate le tegole e le piastrelle di terra cotta che coprivano i tetti, e una grandine di proiettili discese sopra i legionari sottostanti. Ne seguì una battaglia, nella quale, naturalmente, prevalsero la disciplina e le armi della truppa. Sorvoliamo la lotta, la strage, l'abilità dall'una parte, la disperazione e il coraggio dall'altra, inutili al nostro racconto. Osserviamo piuttosto l'infelice autore di tutto questo male.

Egli si ritrasse dal parapetto, pallido come un morto.

— «O Tirzah, Tirzah, che avverrà di noi?» —

Ella non aveva veduto l'incidente, ma con le orecchie intente alle grida e al clamore seguiva con l'occhio la pazza attività della gente sui tetti.

Sapeva che qualche cosa di terribile avveniva, ma ignorava chi ne era stata la causa o in che modo la disgrazia potesse toccare i suoi cari.

— «Che cosa è stato? Che cosa significa?» — chiese, presa da subito terrore.

— «Ho ucciso il governatore Romano. La tegola gli è caduta addosso.» —

Il volto di lei si fece color cenere. Gli gettò le braccia al collo e lo fissò, senza dir parola, negli occhi. I timori di lui erano passati, in lei, ma il veder Tirzah atterrita infuse coraggio in Giuda.

— «Non l'ho fatto a bella posta, Tirzah — è stato un accidente,» — egli disse con più calma.

— «Che cosa faranno?» — chiese la giovinetta.

Egli si chinò nuovamente e guardò il tumulto crescente nella via pensando alla faccia imbronciata di Grato. Se non fosse morto, quale vendetta sarebbe stata la sua? E, se fosse morto, a quali estremità la furia e la violenza del popolo non spingerebbe i legionari? Guardò giù nella strada e vide le guardie che aiutavano a rimettere il Romano a cavallo.

— «Egli vive, egli vive, Tirzah! Benedetto sia il Signore Iddio dei nostri padri!» —

Con questo grido, e rasserenato in volto, si ritrasse e rispose alle domande di lei.

— «Non temere, Tirzah. Gli spiegherò come avvenne; si ricorderà di nostro padre e dei suoi servigi, e non ci farà del male.» —

Stava conducendola verso il padiglione, quando il tetto tremò sotto i loro piedi, e udirono un fracasso come di legna spaccata, seguito da grida di sorpresa e di agonia, provenienti dal cortile sottostante. Si arrestarono e stettero in ascolto. Le grida furono ripetute; poi intesero lo stropiccìo di molti piedi, e il suono di voce iraconde mescolate ad altre come di preghiera; poi urli di donne prese da pazzo terrore. I soldati avevano sfondata la porta settentrionale e si erano impadroniti della casa.

L'affanno che coglie una belva inseguita lo prese. Il primo impulso fu di fuggire; ma dove? Solo le ali lo avrebbero salvato. Tirzah, cogli occhi dilatati dalla paura, lo afferrò per il braccio e gli chiese:

— «O Giuda, che avviene?» —

I servitori venivano ammazzati — e sua madre? Non era quella la sua voce? con tutta la forza di volontà che gli rimaneva, Giuda esclamò: — «Fermati qui, Tirzah. Io vado a vedere che cosa succede laggiù, e poi tornerò da te.» —

La sua voce tremava. Essa gli si avvicinò di più.

Alto, stridulo, non più opera della sua fantasia, sorse il grido di sua madre. Egli non esitò più a lungo:

— «Vieni, andiamo insieme!» —

Il terrazzo ai piedi della scala era gremito di soldati. Altri soldati, con le spade sguainate frugavano nelle stanze. Un gruppo di donne inginocchiate piangeva in un angolo. In disparte, una donna, con le vesti stracciate, i capelli in disordine, si dibatteva fra le braccia di un soldato che stentava a trattenerla. Le sue grida erano più acute di tutte, ed erano pervenute fin sopra il tetto. Giuda si slanciò verso di essa. — «Madre, Madre!» — gridò. Essa gli stese le braccia, ma quando stava quasi per toccarla, egli fu allacciato da due braccia robuste e respinto da lei. Una voce disse:

— «È lui!» —

Giuda guardò, e vide.... Messala!

— «Che! l'assassino quello?» — esclamò un uomo di alta statura, a giudicarsi dall'armatura un legionario. — «Ma se è un ragazzo!» —

— «O Dei!» — replicò Messala col solito tono affettato — «Che cosa direbbe Seneca a questa nuova teoria che un uomo debba esser vecchio prima di odiare ed uccidere? Voi lo tenete; questa è sua madre, e quella sua sorella. Avete tutta la famiglia.» —

Per amore d'essi Giuda dimenticò la sua disputa.

— «Aiutali, o mio Messala! Rammenta la nostra infanzia, e aiutali. Io, Giuda, ti prego.» —

Messala gli voltò le spalle.

— «Io non posso servirvi più oltre» — disse all'ufficiale. — «C'è da divertirsi di più là abbasso. Eros è morto, evviva Marte!» —

Con queste parole sparì. Giuda lo comprese, e nell'amarezza dell'anima sua pregò il Cielo:

— «Nell'ora della tua vendetta, o Signore, sia mia la mano che lo colpisca.» —

Con grande sforzo si avvicinò all'ufficiale.

— «O signore quella donna è mia madre. Risparmiatela, risparmiate mia sorella. Dio è giusto e compenserà la vostra pietà.» —

L'ufficiale sembrò commuoversi.

— «Conducete le donne alla Torre» — esclamò — «ma non fate loro del male. Voi ne rispondete.» — Poi voltosi a quelli che tenevano Giuda: — «Legategli i polsi colle corde. Il castigarlo è serbato ad altri.» —

La madre fu condotta via. La piccola Tirzah, nelle sue vesti di casa, stupita pel terrore, accompagnò passivamente i suoi custodi. Giuda gettò ad esse un ultimo sguardo, e coprì gli occhi con le mani, come per imprimersi indelebilmente quella scena nel cervello. Forse pianse, ma nessuno vide le lacrime.

Una metamorfosi avveniva in lui. Il lettore che avrà studiato con attenzione queste pagine avrà conosciuto abbastanza il carattere del giovane Ebreo, per discernere la mitezza e la bontà quasi femminili, qualità che l'amore produce ed alimenta. Le circostanze non avevano mai svegliato gli elementi più aspri della sua indole, se pur ne aveva. Qualche volta aveva provato il pungolo dell'ambizione, e aveva sognato grandi cose, come sognano i fanciulli che passeggiano lungo la riva del mare e vedono arrivare e partire navi maestose. Ma ora, era un caso diverso. Se possiamo immaginare un idolo, consapevole dell'adorazione quotidiana di cui è fatto segno, strappato improvvisamente dal suo altare e giacere in mezzo alle rovine del suo piccolo mondo di affetti, potremo farci un'idea di quanto era accaduto a Ben Hur, e l'impressione che ne riportava. Nessun segno esteriore tradiva questo mutamento, tranne che, quando alzava il capo nell'atto di stendere le mani alle corde che lo legavano, le labbra avevan perduto la loro somiglianza con l'arco di Cupido. In quell'istante aveva abbandonato la sua fanciullezza, e s'era fatto un uomo.

Una tromba squillò nel cortile. Quando tacque, la stanza si vuotò dei soldati, molti dei quali, non osando comparire nella fila col bottino, lo gettarono per terra, coprendo il suolo di oggetti preziosi. Quando Giuda discese, il quadrato era già formato, e l'ufficiale attendeva all'esecuzione dei propri ordini. La madre, la figlia, e tutta la servitù furono fatti uscire dalla porta settentrionale, le cui rovine ingombravano ancora il passaggio. Le grida di alcuni domestici, nati e cresciuti nella casa, erano strazianti. Quando anche i cavalli e gli altri animali furono cacciati via, Giuda cominciò a comprendere la portata della vendetta del Procuratore. L'edificio stesso sarebbe sacro a quella. Nessun essere vivente doveva rimanere fra le sue mura. Se nella Giudea si fosse trovato un altro temerario che vagheggiasse l'assassinio di un governatore Romano, la sorte della principesca Casa di Hur, doveva servirgli di ammonimento, e la rovina della dimora avrebbe perpetuato la memoria della vendetta.

L'ufficiale aspettava di fuori, mentre un distaccamento dei suoi soldati accomodava temporaneamente la porta. Nella strada il combattimento era quasi cessato. Sopra le case nuvole di polvere indicavano i luoghi dove continuava la lotta sui tetti. La coorte, immobile e risplendente nelle sue armi, stava in posizione di riposo. Giuda non aveva occhi che pei prigionieri, ma invano cercò di sua madre e di Tirzah.

Improvvisamente, dal suolo dove giaceva, una donna si alzò e ritornò rapidamente verso la porta. Alcune guardie cercarono di afferrarla, e un grande clamore salutò il mancato tentativo. Essa corse verso Giuda e cadendogli ai piedi, gli abbracciò le ginocchia, mentre i suoi ruvidi capelli neri bruttati di polvere le velavano gli occhi.

— «O Amrah, buona, Amrah» — egli le disse. — «Dio ti aiuti; io non lo posso.» —

Essa non potè articolar parola.

Egli si chinò su di lei, e sussurrò: — «Vivi, Amrah, per Tirzah e per mia madre. Esse torneranno, e....» —

Un soldato la afferrò. Essa si divincolò e corse attraverso la porta, nella casa vuota.

— «Lasciatela andare!» — gridò l'ufficiale. — «Suggelleremo la casa, e morrà di fame.» —

Gli uomini ripresero il loro lavoro, e, quando fu terminato, passarono dalla parte occidentale. Anche questa porta fu inchiodata, e il palazzo dei Hur chiuso per sempre.

La coorte ritornò alla Torre, dove giaceva il Procuratore per guarire delle sue ferite e disporre dei prigionieri. Il decimo giorno dopo questi avvenimenti rientrò in città.

CAPITOLO VII.

All'indomani una pattuglia di legionarii si avvicinò al palazzo desolato. Dopo aver chiuse le porte, stuccò i lati con cera, e sul tavolato inchiodò il seguente cartello in latino:

_Proprietà dell'Imperatore_

Il giorno susseguente, verso mezzodì, un decurione col suo seguito di dieci cavalieri, si avvicinò a Nazareth da oriente, cioè in direzione di Gerusalemme. La località era allora occupata da un piccolo villaggio appollaiato sopra una collina, e così insignificante che la sua unica via era appena battuta dagli zoccoli dei cavalli dei soldati, e dai piedi dei pochi abitanti. La grande pianura di Esdraelon si stendeva a sud, e dalle alture orientali si potevano scorgere le coste del Mediterraneo e le regioni oltre il Giordano e il Hermon. La vallata sottostante e la campagna tutto all'ingiro erano coltivate a giardini, vigne, orti e prati. Gruppi di palme davano un colorito orientale al paesaggio. Le case, irregolarmente disposte, erano povere d'apparenza, quadrate, a un sol piano, inghirlandate da viti verdissime. La siccità che aveva ridotto le colline della Giudea ad una tinta bruna, uniforme, s'era arrestata ai confini della Galilea.

Lo squillo di una tromba, suonata all'appressarsi dei cavalieri, ebbe un magico effetto sopra gli abitanti, che affollarono le porte e i cancelli, curiosi e desiderosi di afferrare il significato di una visita così nuova.

Dobbiamo ricordare che Nazareth, non solo si trovava lontano dalle vie maestre, ma apparteneva al dominio di Giuda di Gamala; quindi possiamo immaginare quali impressioni destò l'appressarsi dei legionari. Ma quando furono più vicini, e il loro scopo divenne manifesto, la paura e l'odio cedettero il posto alla curiosità, sotto l'impulso della quale, il popolo sapendo che i loro ospiti si sarebbero fermati alla fonte nella parte settentrionale della città, abbandonò la case e seguì i soldati.

L'oggetto della loro curiosità era un prigioniero che camminava in mezzo alla truppa, colla testa scoperta, mezzo nudo, le mani legate sulla schiena. Una coreggia assicurata ai suoi polsi lo avvinceva alla sella di uno dei cavalieri. La polvere che sollevavano i cavalli lo avviluppava tratto tratto come una nube gialla.

Si trascinava a stento, penosamente. Sembrava molto giovane. Alla fontana il decurione si fermò, e, insieme alla maggior parte dei soldati, scese da cavallo. Il prigioniero si lasciò cadere sulla polvere della strada, istupidito, senza chiedere nulla. Era affranto.

I popolani avvicinatisi e vedendo che egli era quasi un ragazzo avrebbero voluto soccorrerlo, ma non osavano.

Mentre stavano dubbiosi, e mentre le anfore correvano di mano in mano fra i soldati, fu visto venire un uomo per la strada di Sephoris. Al vederlo una donna esclamò: — «Guardate! Ecco il falegname che viene; ora sapremo qualche cosa!» —

La persona a cui si alludeva era un vecchio di venerabile aspetto. Rari riccioli bianchi uscivano dal suo turbante e un'ampia barba ancor più bianca gli fluiva sopra il petto e sopra la ruvida tunica grigia. Procedeva lentamente, perchè, oltre al peso dei suoi anni portava parecchi utensili, un'ascia, una sega, un coltello di rozza fattura, ed evidentemente veniva da lontano. Si arrestò, osservando la folla.

— «O Rabbi, buon Rabbi Giuseppe!» — esclamò una donna, correndogli incontro. — «Qui c'è un prigioniero; domandane conto ai soldati, affinchè sappiamo ciò che ha commesso, e chi egli sia.» —

Il volto del Rabbi rimase impassibile; guardò il prigioniero e quindi si avvicinò all'ufficiale.

— «La pace del Signore sia con te!» — disse con inflessibile gravità.

— «E quella degli Dei con voi» — rispose il decurione.

— «Venite da Gerusalemme?» —

— «Sì» —

— «Il vostro prigioniero è giovane.» —

— «D'anni, sì» —

— «Posso domandare ciò che egli ha commesso?» —

— «È un assassino» —

Il popolo ripetè la parola con stupore, ma Rabbi Giuseppe proseguì le sue domande.

— «Egli è un Israelita?» —

— «È un Ebreo,» — ripetè il Romano seccamente.

La compassione degli spettatori riprese il sopravvento.

— «Io non so nulla delle vostre tribù, ma posso dirvi qualcosa della sua famiglia. Avete sentito parlare di un principe di Gerusalemme, di nome Hur? — Ben Hur lo chiamavano. Visse ai tempi di Erode.» —

— «Io l'ho veduto» — disse Giuseppe.

— «Questi è suo figlio.» —

Vi fu uno scoppio generale di esclamazioni, che il decurione si affrettò a frenare.

— «Nelle strade di Gerusalemme, avant'ieri, egli cercò di assassinare il nobile Grato, lanciandogli una tegola sul capo dal tetto di un palazzo, — dal palazzo di suo padre, credo.» —

— «Lo uccise?» — domandò il Rabbi.

— «No» —

— «La sua condanna?» —

— «Le galere a vita.» —

— «Il Signore lo aiuti» — esclamò Giuseppe, scosso dalla sua immobilità. Nel mentre, un giovane che aveva accompagnato Giuseppe, ma che si era tenuto modestamente dietro di lui, depose la scure che teneva in mano, e avvicinandosi alla fonte, ne tolse una ciotola piena d'acqua. L'atto fu così tranquillo, che prima ancora che le guardie intervenissero, o avessero voluto intervenire, egli si era già chinato sopra il prigioniero, offrendogli un sorso d'acqua.

La mano leggermente posata sulla sua spalla destò il misero Giuda, che alzando gli occhi vide un volto che non dimenticò mai più, il volto di un ragazzo della sua età, incorniciato da riccioli castani con riflessi biondi; un volto illuminato da due occhi azzurri, così dolci, così traboccanti d'amore e di santità di propositi da posseder tutta la potenza di un comando e d'una volontà. L'anima dell'Ebreo indurita da giorni e notti di sofferenze, e così amareggiata da abbracciare tutto il mondo nei suoi pensieri d'odio e vendetta, si intenerì sotto lo sguardo dello straniero, e divenne timida come quella di un fanciullo. Appressò il suo labbro alla ciotola e bevve a larghi sorsi. Nessuna parola corse fra di loro.

Quando ebbe terminato, la mano che riposava sulla sua spalla si pose sopra il suo capo e rimase fra i riccioli polverosi il tempo necessario per impartirvi una benedizione; quindi lo straniero riaccostò la ciotola alla pietra della fontana, e riprendendo la sua scure, ritornò al fianco di Giuseppe. Tutti gli sguardi lo seguirono, quelli dei popolani come quelli del decurione.

La scena pietosa ebbe termine. Quando gli uomini e i cavalli ebbero bevuto, la marcia fu ripresa. Ma un mutamento era avvenuto nell'animo del decurione; egli stesso sollevò il prigioniero dalla polvere e lo aiutò a salire sopra il cavallo di uno dei soldati. I Nazareni ritornarono alle loro dimore, e insieme ad essi Rabbi Giuseppe e il suo discepolo.

Così avvenne il primo incontro di Giuda col figlio di Maria.

FINE DEL LIBRO SECONDO.

LIBRO TERZO

CLEOPATRA. . . . . Se la misura Del dolor nostro la sua fonte eguaglia Oh come grande...

(_entra Diomede_)

È dunque morto? Parla!

DIOMEDE. La morte il tiene nei ferrati artigli, Ma non è morto ancora.

_Ant. e Cleopatra._ — Atto IV. — Scena VIII.

CAPITOLO I.

La città di Miseno corona il promontorio dello stesso nome alcune miglia a sud-est di Napoli. Oggi non rimangono che poche rovine ad attestarne l'esistenza, ma nell'anno di grazia 24, al quale trasportiamo ora il lettore, era uno dei porti più importanti del litorale occidentale d'Italia.

Il viaggiatore che si fosse recato al promontorio per godere la vista che esso offriva, avrebbe dovuto salire sopra un muro, e, volgendo le spalle alla città, avrebbe spaziato con gli occhi sulla baia di Napoli, bella allora come oggi; avrebbe ammirata la linea impareggiabile della costa, avrebbe veduto il cono fumante del monte, l'azzurro dolcissimo e profondo del cielo e del mare; ma, abbassandoli verso il mare sottostante, avrebbe osservato uno spettacolo ignoto al turista moderno; metà della flotta Romana di riserva, ancorata ai suoi piedi. Considerata da questo punto, Miseno non sembrava un teatro indegno per l'incontro dei tre padroni di Roma, intenti a spartirsi il dominio del mondo.

In quei tempi il muro era interrotto ad un certo punto in faccia al mare, formando una specie di passaggio cui metteva capo una via, la quale, quindi, a forma di un grande molo, si stendeva per parecchi stadii nel mare.

La sentinella di guardia a questo passaggio, fu destata dal suo riposo una fresca mattina di settembre da una compagnia che discendeva, conversando animatamente e rumorosamente, la piccola via. La degnò di uno sguardo e quindi ritornò ai suoi sogni interrotti.

Era una ventina di persone, la maggior parte costituita da schiavi, con torcie che illuminavano poco, ma, in compenso, fumavano molto, e che lasciavano nell'aria un acre profumo di nardo Indiano. I padroni li precedevano tenendosi a braccetto. Uno di essi, dall'apparente età di cinquanta anni, alquanto calvo, e portante fra i radi capelli una corona d'alloro, sembrava, dalle attenzioni prodigategli, l'oggetto di qualche affettuosa cerimonia. Portavano tutti ampie toghe di lana bianca con larghe balze di porpora. Uno sguardo era bastato alla sentinella. Conobbe, senza domandare, che erano personaggi di alta condizione che scortavano un loro amico al porto, dopo una notte festevolmente trascorsa. Spiegazioni più ampie potremo trovare seguendo i loro discorsi.

— «No, mio Quinto» — disse uno, parlando all'uomo dalla corona d'alloro — «è crudele la Fortuna che ti strappa così presto da noi. Solo ora tornasti dai mari oltre le Colonne. Non hai neppure avuto il tempo di abituarti alla terra ferma.» —

— «Per Castore! — se un uomo può adoperare la bestemmia di una donna!» — esclamò un altro, alquanto alticcio. — «Non lamentiamoci. Il nostro Quinto va a ricuperare nel mare ciò che ha perduto in terra ieri sera. Giuocare a dadi sopra una nave che rulla, è qualche cosa di diverso dai dadi giuocati qui. Non è vero Quinto?» —

— «Non ingiuriare la Fortuna!» — esclamò un terzo. — «Essa non è nè cieca nè, incostante. Ad Anzio quando il nostro Arrio la interroga, gli risponde annuendo, e sul mare lo accompagna, dirigendo il timone della sua nave. Essa lo strappa dalle nostre braccia, è vero, ma non ce lo riconduce poi sempre ricco di nuovi allori?» —