Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 10

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Vi è un'opinione, secondo la quale la guerra costituisce la più nobile occupazione dell'uomo, e che antepone la gloria dei campi di battaglia a tutte le altre. Non ti inganni questa comune opinione del mondo. È una legge che finchè vi sia qualche cosa che non intendiamo, noi dobbiamo adorarla. La preghiera del barbaro è un urlo di paura di fronte alla forza, la sola qualità divina che egli arriva chiaramente a concepire; d'onde la sua fede negli eroi. Che cosa è Giove se non un eroe Romano? La grande gloria dei Greci è d'aver posto pei primi l'Intelligenza sopra la Forza. In Atene l'oratore e il filosofo furono più venerati del guerriero. L'auriga e il corridore veloce sono ancora gli idoli dell'arena, ma le corone di semprevivi sono riserbate al più dolce cantore. Sette città si contesero l'onore di aver dato i natali ad un poeta. Ma l'Elleno non fu il primo a negare la vecchia fede barbarica. No, mio figlio; quella gloria è nostra: Dio si rivelò ai nostri padri; nella nostra religione l'urlo della paura ha ceduto il posto all'Osanna e al Salmo. Così l'Ebreo ed il Greco, alla testa dell'umanità, l'avrebbero condotta sempre più in alto ed avanti. Ma, ahimè! L'ordinamento del mondo poggia sulla guerra come sopra una condizione eterna. Perciò, sopra l'Intelligenza, e sopra Dio, il Romano ha innalzato il suo Cesare, la concentrazione di tutta la potenza conseguibile, la negazione di ogni altra grandezza.

L'impero dei Greci fu la primavera dell'ingegno. Quale schiera di pensatori l'Intelletto produceva in cambio della libertà che godeva! Ogni cosa ottima aveva la sua gloria, e in ogni cosa regnava una perfezione così assoluta che in tutto, tranne in guerra, il Romano, ha piegato la testa, e si è abbassato all'imitazione. Un Greco è ora il modello degli oratori nel Foro; ascolta, e in ogni canzone Romana intenderai il ritmo del Greco; se un Romano parla saggiamente di morale, di astrazioni, o di misteri della natura, o è un plagiario, o un discepolo di qualche scuola che ebbe un Greco a suo fondatore. In null'altro che nella guerra, lo ripeto, Roma può accampare pretese di originalità. I suoi giuochi e i suoi spettacoli sono invenzioni greche rese più feroci col sangue per appagare la ferocia della plebaglia; la sua religione, se così si può chiamare, è un centone a cui hanno contribuito le fedi di tutti i popoli; i suoi Dei più venerati sono quelli dell'Olimpo, — lo stesso Marte, lo stesso Giove che vantano tanto. Così avviene, o mio figlio, che solo in tutto il mondo il nostro Israele può lottare con la superiorità del Greco, e contendergli la palma dell'originalità dell'Intelletto.

L'egoismo del Romano è cieco, impenetrabile come la sua corazza, davanti alle buone qualità degli altri popoli. Oh, predoni spietati! Sotto l'urto dei loro talloni la terra trema come il grano battuto dalla grandine!

Noi siamo caduti insieme agli altri, — ahi, ch'io debba dirtelo, figliuol mio! — Essi si sono impadroniti delle nostre cariche più eccelse, occupano i luoghi più sacri, e chi ne prevede la fine? Ma, questo io so, — potranno ridurre la Giudea come una mandorla frantumata dai martelli, e divorare Gerusalemme, che ne è l'olio e la dolcezza; ma la gloria degli uomini di Israele rimarrà come un faro nei cieli, inarrivabile alle loro mani; perchè la nostra storia è la storia di Dio, che scrisse con le nostre mani, parlò con le nostre lingue, fonte suprema egli medesimo di tutto il bene che fu nostro; che visse con noi, legislatore sul Sinai, guida nel deserto, in guerra duce, Re nel governo; che nei momenti di dubbio sollevò le tende del padiglione lucente in cui dimora, e, come uomo che parli ad uomini, ci indicò il giusto e retto cammino della vita, e con solenni promesse ci avvinse a Lui con patti eterni. O mio figlio, può darsi che coloro con cui Jeova dimorò, terribile famigliare, non abbiano nulla appreso da Lui? Che nella loro vita e nelle loro azioni le comuni qualità degli uomini non siano state conservate in qualche modo e colorite dall'influenza divina? che il loro genio, anche dopo tanto lasso di secoli, non ritenga in sè qualche scintilla celeste?» —

Per qualche tempo il silenzio della stanza non fu rotto che dal fruscìo del ventaglio.

— «Nell'arte scultoria e della pittura,» — proseguì — «Israele non ha avuto cultori.» —

La confessione era fatta con rammarico, perchè dobbiamo ricordare che essa apparteneva alla setta dei Sadduei, la fede dei quali, a differenza di quella dei Farisei, permetteva l'amore per il bello in tutte le sue forme e manifestazioni, indipendentemente dalle sue origini.

— «Pure, chi non vuol condannarci ingiustamente,» continuò, «non deve dimenticare che l'abilità delle nostre dita fu contenuta dal divieto: «Tu non farai per te alcuna figura scolpita, o la immagine di chicchessia,» il che i Sopherim malvagiamente estesero oltre lo spirito della disposizione. E neppure dobbiamo dimenticare che molto tempo prima che Dedalo apparisse nell'Attica e con le sue immagini di legno trasformasse la scoltura in modo da rendere possibili le scuole di Corinto e di Egina e i trionfi del Pecile e del Campidoglio, molto tempo prima di Dedalo, dico, due Israeliti, Bezaleel ed Aholiab, i mastri-artefici del primo tabernacolo, rinomati per la loro perizia in tutti i rami dell'arte, foggiarono i cherubini che troneggiavano sopra l'arca. D'oro battuto, non cesellato, erano fatte quelle statue, divine insieme ed umane nell'aspetto. «Ed esse stenderanno le loro ali dall'alto.... e i loro volti si guarderanno....» Chi nega che fossero bellissime? o che non fossero le prime statue?» —

— «Ora comprendo perchè i Greci ci hanno sorpassato,» — disse Giuda, con profondo interesse.» — E l'Arca? Maledetti siano i Babilonesi che l'hanno distrutta!» —

— «Non dir così, Giuda; sii credente. Non fu distrutta, solo andò perduta, nascosta troppo bene in qualche caverna nei monti. Un giorno, — Hillele e Sciammai lo assicurano entrambi, — un giorno, quando il Signore vorrà, sarà trovata, ed Israele danzerà davanti ad essa, cantando come nei tempi andati. E quelli che allora guarderanno in volto i cherubini d'oro, quantunque si siano già beati dell'aspetto della marmorea Minerva, saranno pronti a baciare la mano dell'Ebreo, per amore del suo genio sopito pel corso di tante migliaia d'anni.» —

La madre, trasportata da varie passioni, aveva parlato con la foga e la veemenza di un oratore; ed ora, per riposarsi, e ricuperare il filo dei suoi pensieri, fece una breve pausa.

— «Tu sei tanto buona, o mia madre,» — egli disse con riconoscenza, — «che non mi stancherò mai di ripetertelo. Nè Sciammai, nè Hillele avrebbero potuto parlar meglio. Io sono ritornato un vero figlio di Israele.» —

— «Adulatore!» — esclamò. Tu non sai che io non ho fatto che ripetere gli argomenti che intesi esporre da Hillele in una conversazione che egli ebbe in mia presenza con un sofista di Roma.» —

— «Ma almeno la foga della parola era tua.» —

Essa riprese:

— «Dove eravamo? Ah sì! Rivendicavo ai nostri padri Ebrei la gloria di aver costruito le prime statue. Ma l'abilità dello scultore, o mio Giuda, non esaurisce l'arte, come l'arte non è che una parziale estrinsecazione della grandezza.

Io m'immagino la processione dei grandi uomini discendere la scalea dei secoli, divisi in gruppi a seconda delle nazionalità. Qui gli Indiani, là gli Egizii, più in là gli Assiri. Li accompagna il suono di fanfare; stendardi sventolano sopra i loro capi. A destra e sinistra, spettatrici riverenti, stanno le innumere generazioni. Mentre avanzano, mi par d'intendere il Greco esclamare: — «Largo! Alla testa di tutti vengono gli Elleni!» — E il Romano protesta: — «Silenzio! il posto che fu tuo ora è mio; vi abbiamo lasciato indietro come la polvere che calcammo sotto i piedi!» —

E durante tutto questo tempo, dalla coda della processione al principio di essa, perdentesi nel lontano futuro, splende una luce sconosciuta al cuore dei contendenti, ma che li guida e li spinge eternamente: la luce della Rivelazione. E chi sono i lampadofori? Ah, il vecchio sangue Giudeo! Come esso brulica e fermenta al solo pensarvi! Per questa luce vi riconosciamo, o tre volte benedetti, padri della nostra stirpe, servi del Signore, custodi dei patti! Voi siete i duci dell'umanità, morta e vivente. Vostra è l'avanguardia: e quand'anche ogni Romano fosse per Cesare, non la perderete!» —

Giuda era profondamente commosso.

— «Non arrestarti, ti prego. Io odo la musica dei tamburelli. Attendo Miriam e le donne che seguirono il suo canto e la sua danza!» —

Essa rientrò in perfetta padronanza di sè e con prontezza di spirito seppe approfittare della commozione del giovine.

— «Sta bene, mio figlio. Se tu senti il tamburello della profetessa, puoi fare ciò che ti domando. Immagina di trovarti con me al ciglio della strada per cui passano gli eletti di Israele alla testa della processione. Ecco che avanzano, — prima i patriarchi, poi i padri della tribù. Mi par quasi d'intendere il tinnire dei sonagli dei loro cammelli e il muggito degli armenti. Chi è quegli che cammina da solo fra le schiere? Un vegliardo, ma dallo sguardo limpido, dall'andatura franca. Egli vide il Signore faccia a faccia! Guerriero, poeta, oratore, legislatore, profeta, la sua grandezza è come quella del sole in sul mattino, che col suo splendore offusca tutte le altre faci, anche quella del primo e più illustre dei Cesari. Dopo di lui i giudici. Quindi i Re, — il figlio di Jesse, l'eroe nei combattimenti, il cantore di carmi imperituri come la _canzone del mare_; e suo figlio, che, avanzando tutti gli altri principi in ricchezza e sapienza, e mutando il deserto in fertili campi e floride città, non si dimenticavano di questa Gerusalemme che il Signore elesse per sua sede terrena. Piega il capo, mio figlio! Questi che vengono sono i primi e gli ultimi della loro razza.

I loro visi sono rivolti in alto, quasi intendessero una voce dal Cielo e stessero in ascolto. La loro vita fu piena di afflizioni. Le loro vesti esalano il tanfo della tomba e della caverna.

Una donna parla fra di essi. — «Esaltate la gloria del Signore, perchè suo è il trionfo!» — China la fronte nella polvere davanti a loro!

I principi impallidirono al loro appressarsi, le nazioni tremarono al suono della loro voce e gli elementi divennero loro docili servitori e flessibili stromenti. Nelle loro mani recavano ogni bene ed ogni male. Vedi il Tisbita e il suo servitore Elia! Vedi il mesto figliuolo di Hilkiah, e lui, il Reggente di Chebar! E dei tre figli di Giuda che ripudiarono l'immagine del Babilonese, vedi Colui, che, alla cena dei mille capitani, confuse gli astrologhi! E più in là, — o mio figlio, bacia nuovamente la polvere! — Ecco il cortese figlio di Amoz, dalle cui labbra uscì la promessa del Messia venturo!» —

Mentre parlava, il ventaglio si agitava violentemente; adesso si arrestò, ed ella, abbassando la voce:

— «Tu sei stanco,» — disse.

— «No» — egli rispose. — «Stavo ascoltando una nuova canzone di Israele.» —

La madre, desiderosa di raggiungere il suo intento, lasciò cadere, come se le tornasse inosservato, il complimento.

— «Come meglio ho potuto, o Giuda, ho fatto passare innanzi ai tuoi occhi i grandi uomini della nostra nazione, — patriarchi, legislatori, guerrieri, poeti, reggenti. Ora veniamo a Roma. A Mosè contrapponi Cesare; a Davide, Tarquinio; Silla ai Maccabei; ai migliori fra i consoli i giudici; ad Augusto, Salomone, e avrai finito; il paragone cessa a questo punto. Ma pensa ai profeti — grandi fra i grandi!» —

Rise sdegnosamente.

— «Scusami. Mi venne in mente quell'indovino, che ammonì Caio Giulio contro gli Idi di Marzo, ed ebbe il presagio cercando nelle viscere dei polli gli auspicî che il suo padrone sprezzava. Pensa invece ad Elia seduto sulla vetta della collina che fronteggia la strada di Samaria, in mezzo ai corpi fumanti di capitani e soldati, nell'atto d'ammonire il figlio di Ahab, predicendogli l'ira di Dio. Finalmente, o mio Giuda, se un tale paragone è lecito — come giudicheremo Jeova e Giove se non dagli atti dei loro fedeli? Quanto al tuo avvenire, mio figlio...» —

La sua voce ebbe un tremito e le parole uscivano, a stento, dalle sue labbra:

— Quanto al tuo avvenire, mio figlio, servi Iddio, il Signore Iddio d'Israele, non Roma. Per un figlio di Abramo non vi ha gloria se non sul cammino di Dio....» —

— «Potrò dunque andare soldato?» — chiese Giuda.

— «Perchè no? Mosè non chiamò il Signore: «Dio delle armi?» —

Seguì un lungo silenzio.

— «Hai il mio permesso, — «essa disse finalmente» — purchè tu serva il Signore, e non Cesare.» —

Egli fu soddisfatto della condizione impostagli, e, dopo un poco, si addormentò. Allora essa si alzò, gli mise un cuscino sotto la testa, e, copertolo con uno scialle, lo baciò teneramente, ed uscì.

CAPITOLO VI.

L'uomo probo, come il malvagio, deve morire; ma sicuri nei dettami della nostra fede, noi diciamo di lui: — «Non importa, aprirà gli occhi in Cielo.» — Affine a questo risveglio è in questa vita il destarsi da un sonno salutare alla piena coscienza!

Quando Giuda si svegliò, il sole era già alto sulle montagne; i piccioni volavano a stormi per l'aria, con le ali bianche, aperte e tese; e, verso oriente, egli vide il Tempio, monumento d'oro in risalto coll'azzurro del cielo. Ma questi essendo oggetti famigliari ai suoi occhi, non ricevettero da lui che un rapido sguardo.

Sulla sponda del divano una fanciulla appena quindicenne sedeva, accompagnando il canto al suono di un _nebel_, appoggiato sopra le ginocchia, e che essa toccava con grazia. A lei si volse, ascoltando, e questo è quanto udì:

Non ti svegliare, ascoltami, E sopra i flutti azzurri Manda il tuo spirto a me; Con placidi sussurri Viene il corteo dei sogni A ragionar con te.

Tu scegli il più bel sogno Di quanti il paradiso Dischiude oggi per te; Scegli, e mi dica, cara. Mi dica il tuo sorriso Che in sogno pensi a me.

Essa depose l'istrumento, e, piegando le sue mani sopra le ginocchia, aspettò ch'egli parlasse. Noi approfitteremo di questo momento per aggiungere alcuni particolari intorno alla famiglia, nella vita domestica della quale siamo penetrati.

I favori di Erode avevano accumulato, nelle mani di alcuni, vastissimi beni. Quando a queste sostanze si aggiungeva una nobiltà di lignaggio, la discendenza per esempio da qualche famoso capo tribù, il felice individuo, nelle cui mani le ricchezze si concentravano, era reputato Principe di Gerusalemme, distinzione che gli meritava l'omaggio dei suoi compaesani più poveri, e il rispetto, se non altro, di quei Gentili, coi quali gli affari o le funzioni sociali lo mettevano in contatto. In questa classe nessuno s'era, nella vita pubblica e privata, guadagnata più alta stima del padre del giovanetto di cui abbiam seguito i passi. Pur serbando vivo il ricordo della sua nazionalità, egli aveva fedelmente servito il suo Re in patria e all'estero. I suoi doveri lo condussero qualche volta a Roma, dove la sua condotta gli attirò l'attenzione di Augusto, che gli concesse intera la sua amicizia. La casa era piena di testimonianze di questi favori regali; toghe di porpora, scranni d'avorio, _paterae_ d'oro, pregevoli sopra tutto perchè provenienti dall'imperatore. Un uomo siffatto non poteva che essere ricco; ma la sua ricchezza non derivava interamente dalla generosità dei suoi reali protettori. Egli aveva obbedito la legge che gli prescriveva di abbracciare una professione, ma invece di una, ne seguì parecchie. Centinaia di pastori che curavano gli armenti sulle pianure e sui colli, fino alle lontane falde del Libano, lo chiamavano padrone. Nelle città e nei porti di mare aveva fondato case commerciali; le sue navi gli recavano l'argento della Spagna, che allora possedeva le più ricche miniere conosciute; mentre, le sue carovane, arrivavano due volte all'anno dall'oriente, cariche di sete e di droghe. Egli era un Ebreo in tutto il significato della parola, ossequioso della legge e dei riti; fedele al suo posto nella Sinagoga e nel Tempio, profondamente versato nelle sacre Scritture. Si compiaceva della compagnia dei dotti, e la sua ammirazione per Hillele confinava con l'adorazione. Non di meno non era affatto separatista; la sua ospitalità accoglieva stranieri di ogni terra, e i bigotti Farisei lo accusavano di avere più volte invitato a cena dei Samaritani. Se fosse stato un pagano, e fosse vissuto più a lungo, il mondo avrebbe forse udito parlare di lui come del rivale di Erode Attico; invece egli morì in mare, dieci anni prima del secondo periodo del nostro racconto, nel fiore dell'età, con dolore di tutta la Giudea. Conosciamo già due membri della sua famiglia, la vedova e il figlio; non rimane che a conoscer la figlia, la giovinetta che abbiamo udito cantare al letto del fratello.

Essa aveva nome Tirzah, e, nel vedere quei due l'uno accanto all'altro, si comprendeva come fossero fratelli. Le sembianze della giovinetta avevano la regolarità di quelli di Giuda e denotavano il tipo ebraico, possedendo inoltre il medesimo fascino dell'ingenuità dell'espressione, propria ai giovani. La vita casalinga e la semplicità dei costumi ebraici, permettevano un'abbigliamento confidenziale come quello in cui ora appariva. Una camicetta, che era abbottonata sulla spalla destra e passava sotto il braccio sinistro, celava a mezzo il busto, mentre lasciava nude le braccia. Una cintura raccoglieva le pieghe della veste, indicando il principio della sottana. L'acconciatura del capo era semplice e graziosa: un berretto di seta di Tiro, e, sopra ad esso un velo, della medesima stoffa, multicolore, stupendamente ricamato e disposto in tenui pieghe così da porre in rilievo la forma del capo, senza renderla goffa; il tutto terminato da un fiocco pendente dalla cima del berretto. Portava anelli alle dita e alle orecchie, braccialetti d'oro ai polsi e alle caviglie; e, intorno al suo collo, pendeva una collana d'oro con una rete curiosa di catenelle da cui pendevano ciondoli di perle. Gli orli delle ciglia erano dipinte come pure le estremità delle dita. I capelli cadevano in lunghe treccie sopra le spalle, mentre due riccioli scendevano su ciascuna gota a coprire le orecchie. In complesso, una creatura di sorprendente grazia, eleganza e bellezza.

— «Gentilissima, mia Tirzah» — disse Giuda guardandola.

— «Chi è gentile? La canzone?» — chiese quella.

— «Sì, e anche la cantatrice. Il concetto è greco. Dove l'hai imparata?» —

— «Ti ricordi quel Greco che cantò in teatro il mese scorso? Dicevano che era stato cantante alla corte di Erode e di sua sorella Salomè. Sai, venne proprio dopo i lottatori, e il teatro risuonava di clamori. Alla prima nota si fece un così profondo silenzio, che potei udire ogni parola. Ecco come ho potuto imparare la canzone.» —

— «Ma egli cantava in greco.» —

— «Ed io la canto in ebraico.» —

— «Oh! oh! Io sono orgoglioso della mia sorellina. Ne sai delle altre?» —

— «Molte, ma adesso non ce ne occupiamo. Amrah mi manda a te per dirti che ti porterà la colazione e che non è necessario che tu discenda. Deve essere qui a momenti. Essa ti crede ammalato, dice che una terribile disgrazia ti è capitata ieri. Che cos'è stato? Dimmelo, ed io aiuterò Amrah a curarti. Essa conosce tutti i farmaci degli Egizî, che furono sempre degli stupidi; ma io ho molte ricette degli Arabi, i quali....» —

— «Sono ancora più stupidi degli Egizi» — osservò egli, crollando il capo.

— «Credi? Sta bene, allora,» — replicò essa, avvicinando la mano all'orecchia sinistra, — «non ce ne occuperemo. Io ho qui qualche cosa di meglio e di più sicuro, l'amuleto, che, molti anni fa, quanti non ricordo, un mago persiano diede alla nostra gente. Guarda, l'iscrizione è quasi cancellata.» —

Gli porse l'orecchino, che egli prese, e le restituì ridendo.

— «Fossi anche moribondo, o mia Tirzah, non potrei adoperare l'amuleto. È una reliquia pagana, vietata ad ogni figlia o figlio d'Abramo. Prendilo, ma non portarlo più.» —

— «Vietato? Baie! Ho veduto la madre di nostro padre portarlo tutte le domeniche di sua vita. Ha guarite non so quante persone, ma certo più di tre. È stato approvato, vedine il segno, dai Rabbini.» —

— «Io non ho fede negli amuleti.» —

Essa alzò gli occhi meravigliati sul viso del fratello.

— «Che cosa direbbe Amrah?» —

— «Il padre e la madre di Amrah credevano nei rimedi e nei sortilegi.» —

— «E Gamaliele?» —

— «Egli le chiama maledette invenzioni di miscredenti.» —

Tirzah guardò l'anello dubbiosamente.

— «Che cosa devo farne?» —

— «Portalo, sorellina. Accresce la tua bellezza, quantunque credo che tu non ne abbia bisogno.» —

Soddisfatta, ritornò l'amuleto all'orecchio proprio nel momento in cui Amrah entrò nella stanza recando il vassoio col catino, coll'acqua e coll'asciugamano.

Non essendo Giuda un Fariseo, le abluzioni furono semplici e brevi. La schiava uscì e Tirzah si accinse ad acconciargli i capelli, tirando fuori di tanto in tanto un piccolo specchio metallico che portava alla cintura, alla foggia delle donne ebraiche, e porgendoglielo affinchè egli si accertasse della maestrìa con cui procedeva nell'artistico lavoro. Frattanto la conversazione non languiva.

— «Che cosa ne dici, Tirzah? Io parto.» —

Essa lasciò cadere le mani per lo stupore.

— «Parti? Quando? Dove? Perchè?» —

Egli rise.

— «Quante domande in una volta sola! come sei curiosa!» — Poi facendosi più serio: — «Tu conosci la legge; essa prescrive a ciascuno una professione. Nostro padre ce ne fornì l'esempio. Tu stessa mi disprezzeresti se io consumassi nell'ozio quanto la sua industria e la sua sapienza accumularono. Vado a Roma.» —

— «Oh, voglio venir con te!» —

— «Tu devi tener compagnia alla mamma. Se la lasciassimo entrambi, ne morrebbe.» —

Il volto di Tirzah impallidì.

— «Ah sì, ma tu? è proprio necessario che tu vada? Anche qui in Gerusalemme puoi trovare tutto quanto è necessario per diventar commerciante, se è questo il tuo ideale.» —

— «Io non penso a questo. La legge non richiede che il figlio segua la professione del padre.» —

— «Che altro vuoi diventare?» —

— «Soldato!» — rispose egli con una certa fierezza.

— «Ma ti uccideranno!» —

— «Sia, se tale è la volontà di Dio. Ma, Tirzah, tutti i soldati non muoiono uccisi!» —

Essa gli gettò le braccia al collo come per trattenerlo:

— «Siamo tanto felici! Resta a casa, fratello!» —

— «La casa non rimarrà sempre così. Tu stessa la abbandonerai fra breve.» —

— «Mai!» —

Egli sorrise della violenza colla quale eran state pronunciate le sue parole.

— «Uno di questi giorni verrà un principe di Giuda o di qualche altra tribù a chiedere la mia Tirzah, e la porterà con sè, a illuminare col suo sorriso un'altra casa. Che sarà allora di me?» —

Essa rispose con un sorriso.

— «La guerra è un mestiere» — egli continuò. — «Per impararlo bene bisogna andare a scuola, e la migliore delle scuole è un accampamento romano.» —

— «Vuoi combattere per Roma?» — chiese Tirzah spaventata.

— «Anche tu, così giovane, lo temi? Tutto il mondo dunque la odia! Sì, mia Tirzah, voglio combattere per essa, purchè in compenso mi insegni un giorno come combattere contro di lei.» —

— «Quando partirai?» —

In quella si udirono i passi di Amrah che ritornava.

— «Sst!» — fece egli. — «Non farle saper nulla.» —

La schiava fedele recava la colazione che depose sopra uno sgabello. Poi attese coll'asciugamano sulle braccia.

Essi immersero le dita in una ciotola e le stavano sciacquando, quando un rumore li colpì. Stettero in ascolto ed intesero i suoni d'una musica militare proveniente dalla strada che fronteggiava il lato settentrionale della casa.

— «Sono soldati del Pretorio! Voglio vederli!» — egli gridò, ballando dal divano e correndo verso l'uscio. In un attimo si trovò chino sopra il parapetto di tegole che fronteggiava il tetto, così intento nello spettacolo da non accorgersi della presenza di Tirzah, che lo aveva seguito, ed ora stava al suo fianco.