Part 1
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LEWIS WALLACE
BEN HUR
UNA STORIA DI CRISTO
_Prima Traduzione Italiana_
di H. MILDMAY e GASTONE CAVALIERI
MILANO CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.º _Galleria Vittorio Emanuele 17-80_ 1900
PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano — Stabilimento Tipografico BASSI & PROTTI, — Via V. Monti, 31
AL LETTORE
_Dopo che il =Quo Vadis= ha portato una vera rivoluzione nel campo dei romanzi storici, parrà per lo meno ardito presentare al pubblico una nuova opera dello stesso genere sostenendo che, per elevatezza di concetti ispiratori, e per larghezza di erudizione, l'autore di essa non sia meno raccomandabile ed encomiabile dello Sienckievicz. Non facciamo vane parole. Le quattrocento edizioni inglesi, francesi, tedesche, svedesi, rispondono del nostro giudizio. _Ben Hur_ è la produzione meravigliosa di un più meraviglioso ingegno; Lewis Wallace, noto come valoroso ufficiale distintosi nella guerra di secessione, dimorante attualmente a Crowfordsville Indiana (S. U. A.), ex diplomatico, è divenuto uno dei più popolari scrittori dei suo paese; nel volume, Gerusalemme, Antiochia; tutto l'Oriente, a differenza degli altri libri che pongono la scena principale in Roma; costumi e vita del tempo di Cristo, sono magnificamente descritti. Il prologo, l'introduzione del primo libro, benchè traducendo dal testo inglese, sono stati da noi ridotti a proporzioni alquanto più brevi e più conformi all'indole del nostro pubblico, il quale, se non li salterà a piè pari, farà cosa buona, e se ne troverà contento per la bellezza che riscontrerà nei libri seguenti, cui, Prologo e prima parte, sono necessaria seppur lunga preparazione._
I TRADUTTORI
. . . . . . .
Ma questa ripetizione della vecchia storia è appunto il fascino più bello del racconto famigliare. Se noi ci ripetiamo sovente dolci pensieri senza provarne noia perchè non permetteremmo ad altri di destarli in noi?
J. PAUL RICHTER — _Hesp._
_Ve' d'Orïente per le vie, lontani,_ _attraversando l'aria profumata,_ _corrono i saggi addotti da le stelle..,_ . . . . . . . . . . . . . _Ma già tranquilla era la notte quando_ _Nacque il Bambino annunciator di pace._ _Tacevan l'aure di stupor percosse_ _e s'acquetavan l'onde a le carezze_ _dolci de i venti, in murmure soave_ _narranti nove gioie al cheto mare:_ _torme d'augelli s'assidean su l'onde_ _calme, trillando cantici festosi._
_La natività di Cristo._ — L'Inno — _di_ MILTON
LIBRO PRIMO
CAPITOLO I.
Jebel es Zubleh è una catena di monti dell'estensione di oltre cinquanta miglia ma così breve in larghezza da figurare sulle carte geografiche come un misero bruco che segua, strisciando, la sua via, dal Nord al Sud. Essa sta, immobile, eretta sulle sue rupi rosse e bianche, guardando verso il disco pallido del sole nascente, e dalle sue vette si scorge solo il deserto dell'Arabia, dove i venti dell'est, così dannosi ai vigneti di Gerico, hanno, fin dai tempi più remoti, creato un campo propizio alle loro orribili battaglie. Le falde della catena del Jebel son ricoperte da uno strato fitto di sabbia lasciatevi dall'Eufrate, e destinate a rimanervi, essendo essa una linea di divisione alle praterie di Moab e Ammon all'ovest, praterìe che, una volta, facevan parte del deserto.
L'arabo si parla in tutto il sud e in tutto l'oriente della Giudea: epperò, in lingua araba, Jebel significa letto d'innumerevoli canali, che, interrompendo la strada Romana — ora un semplice sentiero a paragone di una volta — strada polverosa per i pellegrini siriani provenienti dalla Mecca o diretti ad essa, formavano dei solchi, approfondentisi sempre più nel loro corso, e riversanti i torrenti nella stagione piovosa, nel Giordano, oppure nel Mar Morto.
Da uno di questi canali, e più precisamente da quello che nasce ai piedi del Jebel e si estende in direzione nord-est, si forma il letto del fiume Iablok; per questo letto passava, diretto all'infinita stesa del deserto, di buon mattino, un viaggiatore, cui occorre rivolgere la nostra attenzione.
All'apparenza dimostrava quarantacinque anni, e la sua barba, per l'addietro di un nero castagno, faceva bella mostra di sè fluendo, brizzolata, sul suo petto.
Il suo viso era scuro come cioccolatte, e nascosto da un rosso _Kufiyeh_, nome dato dai figli del deserto, anche al giorno d'oggi, ai fazzoletti che servon loro da copricapo.
Di quando in quando alzava gli occhi, ed essi erano grandi e scuri. Era vestito con abiti comunissimi nell'oriente, abiti di cui però non può esser fatta una descrizione minuta, perchè egli era nascosto sotto una piccola tenda sul dorso di un dromedario bianco, gigantesco. I popoli dell'occidente forse non si sono ancora abituati a veder i cammelli in assetto per la traversata del deserto. Altre cose, può essere, li avrebbero disinteressati a poco a poco, non questa, per la quale, ogni volta, si sentono massimamente attratti. Anche alla fine di lunghi viaggi, compìti insieme a carovane, anche dopo anni ed anni di permanenza fra i Beduini, i nativi dell'ovest, in qualunque posto si trovino, si fermano ed attendono i cammelli quando sanno ch'essi debbono passare. Il fascino di questi enormi quadrupedi non è nella figura ridicola, nei movimenti poco aggraziati, nel passo silenzioso, o nel camminare pesante: come le navi forman l'ornamento più gentile del mare, così gli animali del deserto sono, per il deserto, l'ornamento migliore. Nel cammello esso ha un misterioso rappresentante, di modo che, mentre noi lo guardiamo, il nostro pensiero si trasporta di riflesso sui misteri che incarna e in ciò consiste il miracolo dell'attrazione inspirataci.
Il quadrupede, che usciva ora dal canale, avrebbe potuto pretendere il solito omaggio dei curiosi. Il colore e l'altezza del corpo, la grandezza del piede, un complesso, non grasso ma muscoloso; un collo lungo, sottile, ricurvo come quello di un cigno; il muso, con uno spazio largo fra gli occhi, e terminato a punta, in modo che un braccialetto femminile avrebbe potuto rinchiuderlo; l'andatura a passi lenti, cauta e sicura; tutto certificava il suo sangue siriano, assolutamente impareggiabile. Portava il solito frontale, che gli copriva la fronte, con una frangia scarlatta, e gli guarniva il collo con delle catene di rame, pendenti, ognuna delle quali terminava con un campanello d'argento dai leggeri tintinnii; però, al frontale, non si accompagnavano le redini per il cavaliere nè la cinghia di cuoio pel servo conducente. La sella, posta sul dorso, era una meraviglia, e presso qualsiasi popolo, che non fosse stato quello dell'Oriente, sarebbe derivata fama d'inventore a chi ne avesse costruita una di simile. Consisteva in due casse di legno, appena lunghe un quattro piedi, bilanciate, e pendenti una per parte; all'interno erano foderate, tappezzate, ed accomodate in modo da permettere al padrone di sedere o di giacere, mezzo sdraiato; sopra tutto questo ammennicolo, poi, era distesa una tenda verde, assai larga di dietro, tenuta ferma da cinghie e da correggie di cuoio strette fra loro da innumerevoli nodi. Così gl'ingegnosi figli di Cush avevano cercato di rendere comoda la via soleggiata del deserto lungo la quale si recavano tanto per loro dovere come per loro piacere.
Quando il dromedario uscì dal canale, che era già giunto allo sbocco, il viaggiatore aveva passato il confine dell'El Belka, l'antico Ammon. Dinanzi a sè egli aveva il sole coperto da vapori di nebbia, e il deserto sterminato; non le regioni delle sabbie in balìa del Simun, le quali eran più lontane, ma la regione ove il verde si fa meno frequente, e dove il terreno è cosparso di ciottoli e di pietre grigie e brune. Qua e là delle acacie languenti, dei ciuffi d'erbe, dei piccoli arbusti. Quercie, rovi, e vari alberelli, eran rimasti addietro, al confine del deserto, quasi allineati, a gruppo, come se fossero venuti fin lì e poi si fossero fermati a guardare l'arida stesa, spauriti, senz'aver il coraggio d'inoltrarsi. Il giorno era alto. Quella parte di strada che era ben mantenuta stava per terminare.
Il cammello sembrava più che mai seguire una direzione costrettovi dalla mano dell'uomo, tanto allungava ed affrettava il passo col muso rivolto all'ampio orizzonte, aspirando l'aria a più riprese per le larghe narici. La lettiga dondolava, si sollevava e s'abbassava come un battello alla mercè delle onde. S'udiva il fruscìo delle foglie secche calpestate e, di quando in quando, un profumo simile all'odore d'assenzio raddolciva l'aria. Allodole e rondini svolazzavano intorno, e pernici bianche s'allontanavano emettendo strani sibili. Meno di frequente una volpe od una iena correvano veloci per venir a studiare gli ospiti intrusi a una relativa distanza.
A destra sorgevano le montagne della catena del Jebel; il velo grigio-perla che le copriva, cambiava, da un momento all'altro, in un colore di porpora che il sole poco dopo rendeva anche più rosso. Sopra le più alte cime un avvoltoio si aggirava, con lentezza, librandosi sulle grandi ali, ma il viaggiatore, rannicchiato sotto alla sua tenda verde, pareva non occuparsi di quanto succedeva all'intorno. I suoi occhi fissi, immobili, sembravano essere in preda ad un sogno. Uomo ed animale procedevano come guidati da una mano invisibile.
Per due ore il dromedario camminò, certo della propria via, rivolto ad oriente. E il viaggiatore non cambiò mai di posizione e non guardò nè a destra nè a sinistra.
Nei deserti le distanze non si misurano a miglia o a leghe, ma a _saat_ (ore) o a _manzil_ (tappe); il _saat_ corrisponde a tre leghe e mezza, il _manzil_ a quindici o venticinque; e il _saat_ è, su per giù, la velocità dei cammelli comuni. Un cammello siriano da trasporto, può, facilmente, compiere in un'ora tre leghe e mezza, e, a gran fatica, competere di velocità col vento ordinario. Il paesaggio, lungo il cammino, subì una completa trasformazione. Il Jebel si stendeva lunghissimo, come un nastro color celeste chiaro. Mucchi d'argilla e di sabbia calcarea si trovavano ad ogni passo. Di quando in quando si vedevano delle masse di pietre basaltiche, sentinelle avanzate della montagna ai confini della pianura. E, infine, stese immense di sabbia, ora piana, ora ammucchiata, ora come divisa in solchi, e simile al fondo d'un mare non molto prima agitato dalla tempesta. Anche l'atmosfera non era più la stessa di poco innanzi. Il sole, già alto, aveva trionfato della nebbia e riscaldata l'aria; pareva che, coi raggi, volesse baciar con dolcezza il viaggiatore sotto la tenda; la terra tutt'all'ingiro era illuminata da una luce biancastra, e anche il cielo aveva degli splendidi riflessi.
Due ore trascorsero senza alcuna sosta e senza mutar direzione. Ormai tutto era sterile ed arido intorno. La sabbia stessa era così indurita e formava una leggiera crosta che si rompeva crepitando ad ogni passo del cammello.
Il Jebel era scomparso in lontananza e pareva di essere nel letto di un oceano sconfinato. L'ombre del cammello e del suo cavaliere, che prima si disegnavano dietro ad essi, ora si riproducevano davanti, e continuavano ad essere le loro uniche compagne. Il viaggiatore però, non vedendo alcuna oasi, si sentiva preso da un forte scoraggiamento. Nessuno, è bene ricordarlo, traversa il deserto per semplice piacere. Chi compie il tragitto, costrettovi dal commercio o da ragioni famigliari, lo compie per sentieri cosparsi di ossa di morti, dimenticate a guisa di tristi emblemi funebri. Tali sono le strade interminabili che disgiungono l'ultima sorgente dalla sorgente più prossima, e pascolo da pascolo. Il cuore del più vecchio sceicco batte forte quando lo sceicco si trova solo nei tratti senza sentiero. Così il nostro amico non poteva certo essere in viaggio per puro divertimento, nè aveva l'aspetto di un fuggitivo poichè non guardava mai dietro a sè. Allorchè uno si trova in una situazione come questa, sente paura e curiosità, ma egli non era nè pauroso nè curioso. L'uomo quando si trova solo, si adatterebbe, in genere, a qualunque compagnia; il cane gli diviene un buon camerata, il cavallo un amico, ed egli non si vergognerebbe di colmarli di carezze e parlar loro d'affetto. Il cammello però non riceveva mai dall'uomo un simile tributo, una carezza, una parola gentile.
A mezzogiorno preciso, il dromedario si fermò, spontaneamente, emettendo un lamento pietoso. Pareva volesse protestare per il peso soverchio e chieder un trattamento cortese e un po' di sonno. Il padrone si scosse come se si destasse dall'aver dormito a lungo. Alzò la tenda del _houdah_, guardò il sole, esaminò il paese da tutte le parti, minutamente, come per identificare la posizione. Soddisfatto poi dell'esame, respirò a pieni polmoni e scrollò il capo come per dire: «Finalmente! Finalmente!» Un momento dopo incrociò le mani sul petto, chinò la testa e pregò in silenzio. Compiuto questo dovere, si preparò a discendere. Gli uscì di bocca un suono gutturale, famigliare senza dubbio ai cammelli di Giobbe: _Ikh! Ikh!_ cioè il segnale d'inginocchiarsi. Lentamente il cammello ubbidì, prorompendo in un lungo urlo. Il cavaliere, fattosi un punto d'appoggio del magro collo dell'animale, scese sulla sabbia.
CAPITOLO II.
Il nostro uomo era ammirevole per le proporzioni del corpo, più tarchiato che alto. Slegando la corda di seta che gli stringeva il _kufiyeh_ alla testa, lo cacciò indietro in modo da lasciar completamente scoperto il viso, un viso energico, abbronzito; la fronte era bassa e spaziosa, il naso aquilino, gli occhi fatti a mandorla; i capelli fitti, ruvidi, di un lucido metallico, gli scendevano sulle spalle in molte treccie e gli davano un'aria originale. Assomigliava ai Faraoni o agli ultimi Tolomei: a Mizraim, padre della razza egiziana. Indossava il _kamis_, camicia di un tessuto di cotone bianco, scendente fino ai piedi, dalle maniche strette, aperta davanti, e ricamata sul collo e sul petto. Sopra questa portava un soprabito di lana marrone, chiamato _aba_, con sottana lunga, maniche corte, foderato intieramente di stoffa di seta e di cotone ed orlato tutt'all'ingiro da una lista giallo scura. I piedi erano calzati da sandali legati con striscie di pelle morbida. Una fusciacca gli attorniava la vita e fermava il _kamis_.
Bisogna notare che il viaggiatore dimostrava un gran coraggio, giacchè s'arrischiava solo nella traversata del gran deserto, ch'è ritrovo di leoni, di leopardi e di uomini selvaggi. Non portava con sè alcun'arma, nemmeno il bastone adoperato per guidare i cammelli. Quindi si poteva dedurne la sua missione pacifica: o egli era straordinariamente audace o godeva di una straordinaria protezione.
Le membra del viaggiatore erano indolenzite per il lungo e faticoso cammino; si stropicciò le mani, battè i piedi per terra come per isgranchirli, passeggiò in su e in giù davanti al quadrupede fedele, che s'era sdraiato socchiudendo gli occhi, felice di quel po' d'erba che aveva trovato. L'uomo, ogni tanto, si fermava, facendosi ombra col palmo della mano, e, scrutando in lontananza, il suo volto si rannuvolava come per un disinganno subìto, di guisa che chi lo avesse osservato avrebbe capito com'egli avesse atteso qualcuno e avrebbe nel medesimo tempo provato la curiosità di conoscere il motivo che aveva condotto un viaggiatore in un paese così poco civile. Sebbene ad osservarlo paresse il contrario pure non era da metter in dubbio ch'egli fosse certo dell'arrivo della persona attesa. Nel frattempo si diresse alla lettiga e, dalla cassa opposta a quella ch'egli medesimo aveva occupata, tolse una spugna, un piccolo recipiente d'acqua, e lavò gli occhi, le narici e il muso del cammello. Dalla stessa cassa tolse un panno rotondo, a righe bianche e rosse, un mucchio di bacchette ed un grosso bastone. Quest'ultimo era composto di diversi pezzi posti l'uno dentro l'altro, i quali, poi, uniti insieme, formavano un bastone più alto della sua persona. Dopo aver piantato il bastone in terra e averlo circondato di bacchette, lo coprì col panno, a guisa di tenda, e gli parve, lì sotto, di essere in una casa, molto più piccola, è vero, di quella degli Arabi, ma simile, sotto ogni aspetto, ad una di esse. Sempre dalla cassa, prese un tappeto di forma quadra, e ne ricoprì il suolo entro la capanna testè fabbricata. Preparata in tal modo la tenda, uscì, e si mise a spazzare con cura il terreno che la circondava. Eccettuato uno sciacallo che scorrazzava in distanza, e un'aquila che si dirigeva verso il sasso di Akaba, il deserto era silenzioso e vuoto come silenziosa e vuota era la volta del cielo.
Il viaggiatore si rivolse al cammello dicendo a voce bassa e in una lingua sconosciuta al deserto:
— «Siamo lontani da casa, o veloce mio corsiero, ma Dio è con noi. Bisogna aver pazienza.» —
Levò dei fagioli da una tasca della sella, li mise in un sacco che appese sotto al collo dell'animale, e, quand'ebbe visto l'accoglienza fatta al cibo, si guardò intorno e tornò a scrutare l'immensità del deserto sul quale il sole dardeggiava infuocato.
— «Verranno — disse assai calmo fra sè. — Colui che mi ha guidato li guida. Mi terrò pronto a riceverli.» —
Dalle tasche interne della tenda e da un cesto di vimini che formava parte del mobilio, levò il necessario per approntare una colazione: piatti di terra, intessuti di paglia, vino in piccoli fiaschi di pelle, carne di montone affumicata, _shami_ o melagrane siriane, piene di semi, datteri dell'_El Shelebi_, eccellenti, cresciuti nei _nakhil_ o frutteti dell'Arabia Centrale; formaggio come le «fette di latte» di Davide, e pane, fatto col lievito, proveniente dal forno della città.
Tutto questo egli aveva portato con sè, ed ora poneva premurosamente sotto la tenda, sul tappeto. In fine prese tre pezze di seta per coprire, secondo l'uso delle persone più altolocate dell'Oriente, le ginocchia degli invitati durante il pasto, e da ciò si poteva comprendere quante fossero le persone da lui attese a partecipare alla sua colazione. Tutto era pronto. Egli uscì dalla tenda e un punto nero gli apparve lontano, nel deserto. Rimase come pietrificato a quella vista; gli occhi gli si dilatarono, sentì un brivido pervadere la sua persona. Il punto nero si avvicinava sempre più, mutava colore ed era divenuto grande, quasi quanto una mano; infine, a poco a poco, prese proporzioni definite. Era un dromedario quasi uguale a quello del nostro viaggiatore, alto e bianco, portante un _houdah_, o lettiga dei passeggieri dell'Indostan.
L'Egiziano incrociò le mani sul petto e guardò verso il cielo.
— «Dio solo è grande» — esclamò reverentemente e cogli occhi pieni di lagrime.
Lo straniero s'accostò e si fermò. Sembrava si ridestasse da un lungo sonno. Osservò il cammello inginocchiato, la capanna, e l'uomo che se ne stava fermo davanti alla porta, in atto di supplica; incrociò le mani, abbassò il capo e si mise a pregare silenziosamente. Poco dopo scese dal collo del cammello, e, posto il piede sulla sabbia, si avanzò verso l'Egiziano nel medesimo momento che questi muoveva ad incontrarlo. Si guardarono fissi, per un momento, poi si abbracciarono, e ognuno mise il braccio destro sulla spalla dell'altro ed il sinistro sui fianchi, posando il mento sul petto, reciprocamente, prima a sinistra, poi a destra.
— «Pace sia con te, o servo del vero Dio!» — esclamò lo straniero.
— «Sii il ben giunto, o fratello della vera fede! Anche a te pace» — rispose l'Egiziano con fervore.
Il nuovo venuto era un uomo alto e magro, dal viso grande, dagli occhi infossati, dai capelli e dalla barba bianca, dalla carnagione di un colore tra la cannella ed il bronzo. Anch'egli era privo d'armi.
Il suo costume era Indiano; gli copriva il capo uno scialle che scendeva sulla nuca a pieghe profonde, a guisa di turbante; il suo vestito era come quello dell'Egiziano, eccettuata l'_aba_, ch'era più corta, e lasciava intravvedere dei larghi calzoni ben aderenti, però, al collo del piede. In luogo dei sandali portava delle mezze scarpe di pelle rossa, terminate a punta. Meno le scarpe, dalla testa ai piedi, era vestito di tela bianca. Aveva un bel portamento, un'aria dignitosa, severa. Visvamitra, uno dei più grandi eroi ascetici dell'Iliade orientale, avrebbe potuto aver in lui un perfetto rappresentante. Era un uomo degno, in sapienza, di esser figlio di Brahma e ne incarnava la devozione.
Nei suoi occhi era rispecchiata una grande vitalità, ma quando rialzò il viso dal petto dell'Egiziano, essi erano pieni di lagrime.
— «Dio solo è grande!» — esclamò sciogliendosi dall'abbraccio.
— «E benedetti siano quelli che lo servono!» — rispose l'Egiziano meravigliato della parafrase della sua esclamazione di poc'anzi. — «Ma attendiamo — aggiunse — attendiamo: l'altro viene laggiù.» —
Si volsero verso il nord ov'era già in vista un terzo cammello, bianco come i precedenti, e che s'avanzava dondolandosi come una nave in alto mare.
Attesero, rimanendo vicini l'uno all'altro e silenziosi, finchè giunse il nuovo viaggiatore che discese ed avanzò ad incontrarli.
— «Pace a te, o mio fratello» — egli disse mentre abbracciava l'Indiano. E l'Indiano rispose: — «Sia fatto il volere di Dio!» —
L'ultimo arrivato non rassomigliava affatto ai suoi amici; la sua persona era più snella; la carnagione bianca; un volume di capelli chiari ondulati coronava la sua testa piccola ma bella, e i suoi grandi occhi neri davano segno di molta intelligenza, di natura sincera e di un carattere forte.
Aveva il capo scoperto ed era privo di armi. Sotto le pieghe della coperta bianca, ch'egli indossava con grazia, appariva una tunica scollata e dalle maniche corte, fermata alla vita da una cintura che gli scendeva quasi fino alle ginocchia, lasciando nudi il collo, le braccia, e le gambe. I piedi calzavano dei sandali. Aveva cinquant'anni e forse anche di più ma non li dimostrava. Gli anni avevano dato solo una certa austerità al suo contegno e una certa moderazione alla sua parola, ma non gli avevano aggrinzito il viso o imbiancati i capelli.
Aveva un fisico robusto e un'immensa intelligenza. Non fa mestieri il dire di che paese egli fosse: s'egli non era di Atene dovevan essere Greci per lo meno i suoi antenati.
Quando l'Egiziano ebbe terminato di abbracciarlo disse con voce tremula:
— «Iddio mi fece arrivare qui per il primo; quindi io so di essere scelto come ospite dei miei fratelli. La tenda è al suo posto e la tavola è preparata per noi. Lasciatemi esercitare le mie mansioni.» —
Prendendoli per mano li fece entrare; tolse loro i sandali, lavò loro i piedi, e gettò dell'acqua sulle loro mani, ch'essi quindi asciugarono con salviette.
Poi, dopo aver lavate anche le proprie mani, egli disse;
— «Bisogna aver cura della nostra persona, fratelli, come lo richiede il nostro ufficio, e mangiare per renderci forti onde compiere il nostro dovere durante il rimanente della giornata. Mentre mangeremo impareremo a conoscerci vicendevolmente, e ci diremo l'un l'altro i nostri nomi, le nostre patrie, e i nostri intenti.» —
Li accompagnò al posto che aveva loro destinato e li fece sedere in modo che si potessero trovare di fronte.
Contemporaneamente le loro teste si chinarono, le loro mani s'incrociarono sul petto, ed essi recitarono, in coro, ad alta voce, questo semplice ringraziamento:
— «O padre dell'Universo, o nostro Dio! Tutto quello che abbiamo qui è tuo; accetta i nostri ringraziamenti e benedicici, perchè possiamo continuare sempre ad agire secondo i tuoi desideri.» —
All'ultima parola essi alzarono gli occhi e si guardarono in faccia meravigliati. Ognuno di loro aveva parlato in una lingua sconosciuta agli altri; eppure tutti e tre avevan compreso perfettamente ciò che s'era detto. Le loro persone tremarono per l'emozione, perchè, dal miracolo, essi dicevano di riconoscere la presenza divina.
CAPITOLO III.