# Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

## Part 8

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La chiesa di san Tommaso dei Cènci, comecchè in parte mutata da quello che era, sta tuttavia. Lo dicono monumento vetustissimo, e già ebbe nome: _De Fraternitate_, ed anche _in Capite Molae_, o _Molarum_. Questa notizia ricavasi dal diploma di papa Urbano III ai Canonici di san Lorenzo in Damaso. La chiamarono poi _in Capite Molarum_ come quella che sorgeva prossima al molino della Regola, là dove il Tevere rimase interrato fino dal 1775; e _De Fraternitate_, ed anche _Romanae fraternitatis caput_, forse perchè quivi fondarono la prima confraternita donde trassero in successo di tempo esempio e titolo le altre confraternite di Roma. Narra la fama, che il Cincio, vescovo di Sabina, nel 1113 ne consacrasse l'altare. Giulio III la concedeva in giuspatronato a Rocco Cènci nel 1554, con obbligo di restaurarla; cosa che, per essere soprappreso dalla morte, egli non potè adempire; laonde Pio IV nel 1565 spedì nuovamente la Bolla d'investitura a favore di Francesco Cènci figlio di Cristofano, imponendogli il medesimo carico; al quale egli soddisfece, secondo che attesta la seguente iscrizione poeta sopra i muri esterni della chiesa:

_Franciscus Cincius Christophori filìus Et Ecclesiae patronus, Templam hoc Rebus ad divinum cultum et ornatum Necessariis ad perpetuam Rei memorìam exornari ac perfici Curavit. Anno Jubilei 1575[1]_.

Quel marmo attestava a chiunque passasse quale, e quanta fosse la pietà di Francesco Conte dei Cènci!--Cosi quasi sempre riscontriamo sinceri gli epitaffi, le iscrizioni, le gazzette officiali, e le orazioni funebri dei cappellani di Corte.

La chiesa ha forma, a un dipresso, quadrata. Condotta di un miscuglio di ordine dorico, presenta cotesta sconcia depravazione dell'arte, che gli artisti costumano significare col nome di _barocco_. Contiene cinque cappelle; ha soffitto a crociere, dove anche nei giorni che corrono possiamo osservare l'arme dei Cènci, che fa per impresa campo squartato di bianco e di rosso, con tre lune rosse in campo bianco, e tre lune bianche in campo rosso.

All'altare maggiore si vede un quadro dipinto a olio della maniera del secolo sesto, o di poco anteriore: è di buona scuola, e rappresenta san Tommaso che tocca la piaga a Gesù. A sinistra dello altare stesso venerano un Crocifisso dipinto, opera del secolo decimo secondo, e a questo alludeva Virgilio nel suo colloquio con Beatrice.

Intorno a lui raccontami mirabilissime cose. Certo manoscritto antico conservato una volta, e forse anche adesso, nel Campidoglio (non però commesso alla custodia delle oche che salvarono la rupe Tarpeia), firmato da Giacomo Cènci, dichiara come il padre Guardiano in Araceli donasse la prefata devota immagine al medesimo Giacomo, e con giuramento gli affermasse avere davanti a quella più e più volte fatta orazione san Gregorio Magno: nè il buon padre Guardiano si fermava qui; che, proseguendo nella narrazione, attestavagli, cotesto Cristo avere usanza tratto tratto operare miracoli. Se anche di presente la immagine ritenga siffatta virtù, o se l'abbia trasferita in altre, come sarebbe la immagine di Nostra Donna di Rimini, che apre e chiude gli occhi, o l'altra di Tredozio, che piange a un punto e ride[2], io non saprei accertare per ora; ma quando prima sarò, se piace a Dio, liberato dal carcere, mi propongo raccogliere più ampie notizie, e ragguagliarne i miei devoti lettori. Quello però che conosco di certo si è, che il Cristo di san Gregorio Magno per tutto il tempo che durò la vita di Giacomo Cènci si ostinò a non fare miracoli; ed ecco come andò la faccenda.

Fra Brancazio, (tale era il nome del Guardiano di Araceli) senza che faccia nemmeno mestieri dichiararlo, non donava mica il Cristo per nulla; all'opposto egli imponeva al donatario: _primo_, che restaurasse a sue spese la facciata della chiesa dei reverendi Padri Francescani in Araceli, il che fu adempito; _secondo_ a rifornire la sacrestia di pianete, piviali, dalmatiche, ammitti, roccetti e simili altri arredi, ed anche questo fu fatto; _terzo_ a fondare una messa quotidiana perpetua all'altare di san Francesco con la elemosina di un ducato, ed anche la messa quotidiana fu fondata: e così i dabbene Padri, avendo trovato il terreno morvido, presero ad avviarsi alla casa di Giacomo spessi ed oscuri, simili in tutto alla schiera delle formiche quando s'imbattono in un mucchio di grano lasciato su l'aia, e non rifinivano mai di cavargli di sotto ora questo, ed ora quell'altro benefizio: dandogli ad intendere, che per quanto ei donasse, già non presumesse risarcire il Convento per la perdita inestimabile del Crocifisso, davanti al quale aveva pregato san Gregorio Magno; imperciocchè, senza contare il pregio del dipinto, ch'era pure d'illustre magistero, gl'infiniti miracoli che soleva operare procacciavano elemosine abbondantissime, e reputazione di santità al luogo e a chi l'abitava non meno proficua. Messere Giacomo Cènci, con tutto che santissimo uomo si fosse, preso nonostante da stizza per la pretesa improntitudine, certo giorno gli disse: «Padre Brancazio, che il Crocifisso di san Gregorio Magno alle sue mani abbia operato miracoli, sarà: lo dice _lei_, e non ho motivo per dubitarne; però dopo ch'è entrato nella mia cappella le posso giurare da gentiluomo di onore, che non ne ha fatti più». E il Frate, voltandogli bruscamente le spalle, gli rispose: «Mi rincresce dirglielo, spettabile signor Conte; ma questo è segno, che nè _lei_ nè la sua casa sono degni di ricevere queste grazie.» E così messer Giacomo rimase saldato da fra Brancazio.

Di reliquie poi cotesta chiesa non pativa difetto, e tutti questi tesori ecclesiastici si conservavano dentro un'urna di marmo posta sotto l'altare maggiore. Lascio dei Santi di seconda qualità, chè troppo ci vorrebbe a favellare di tutti, e ricorderò soltanto la piegatura del collo di san Felice dove venne trafitto da un colpo di lancia in Calamina, ora detta Madapor, ed anche Città di san Tommaso, nella India: _de pandone circa collum eius in percussione ipsius_, come ne fa fede la iscrizione posta sopra la porta minore della medesima chiesa. Ma vedete dove quel benedetto Santo girava per cercare la morte, mentre questa è sicuro che sarebbe andata a trovarlo anche standosene quieto e tranquillo a casa sua![3]

Chiedo licenza ai miei lettori (i quali so che non me la negheranno) di passare sotto silenzio le altre cappelle; molto più che, gli assicuro io, non meritano speciale menzione. Non pertanto piacemi ricordare come la chiesa e le case dei Cènci fossero erette sopra le rovine del Teatro Balbo...

Una chiesa sopra un teatro! I secoli trapassano come i vetri dipinti della lanterna magica; il mondo è la parete dove si riflettono le immagini loro, e nel continuo passaggio le cose più strane si succedono senza dar tempo a compire un pianto, o un riso. Noi fabbrichiamo sopra i sepolcri dei nostri padri; le generazioni future s'impazientano di fabbricare su quelli di noi. Cenere sopra cenere; e l'universo si allarga e si feconda per queste incessanti alluvioni della morte. Dove gli umani sollazzavansi un giorno, oggi pregano; forse vi decapiteranno domani, domani l'altro danzeranno. La Fortuna, gittata via la benda, all'antica follia aggiunse la ebbrezza nuova; e, fatta Menade, percuote orribilmente un suo crotalo infernale, eccitando al ballo tondo Grazie, Furie, Satiri e Muse. Marte balla anch'egli; Nemesi co' flagelli di vipere batte la misura. E l'uomo presume mettere il chiodo a questa ruota, che affatica il cielo e la terra? Ah! ella è pretensione cotesta da far morire di riso lo stesso dio del Riso, il vecchio Momo.

Assicurano taluni, che quando la fede rimane vedova convoli facilmente a seconde nozze; e dicono ancora, che abbia dato il medesimo anello a parecchi mariti. Io per me mi astengo da simili argomenti, che putono di abbrustolito... per fuoco infernale di certissimo, e per fiamme di Santo Offizio non lo sappiamo per ora di certo, ma in breve lo sperano. Intanto i reverendi Padri Gesuiti s'insinuano piamente fra i Popoli ad apparecchiare i fornelli.--Quello, che a me pare poter dire, senza pericolo della salvazione dell'anima nell'altra vita e del Regio Procuratore in questa (però che si tratti di pretta storia) si è, che parecchi dei nuovi Numi s'introdussero nel tempio degli antichi; nè più nè meno come gli Austriaci, col biglietto di alloggio, in casa dei buoni borghesi toscani. _Veteres migrate coloni!_ Molti altri inquilini dell'Olimpo di Giove migrarono con armi e bagaglio nel Paradiso di Santa Madre Chiesa; e, offrendo esempio da imitarsi agli uomini politici dei nostri tempi, voltato mantello continuarono a deliziarsi nel profumo delle adorazioni[4]. Anche su i riti accaddero, più che non si crede, transazioni, e per opera degli stessi Pontefici. Nè in ciò sembra che meritino punto biasimo, perchè, i più astuti scrittori affermano pericoloso stravincere, e doversi accettare qualunque accomodamento: basta che si assicuri un guadagno (pei Numi, bene inteso); però che, in quanto ai Sacerdoti, se ne stieno contenti a quello che loro invia la Provvidenza: e questo sanno tutti, insegnandolo il Vangelo di Cristo... Svergognati! Quando mai fu fatta penuria di moneta spirituale per acquistare beni temporali? Lo spirito, predicato più nobile della materia, in diritto le ha sempre ceduto nel fatto. La Chiesa, donna e madonna del Paradiso celeste, si accinse a cercare anche il terrestre. La investigazione non sembrava difficile. solo che avesse badato e perlustrare il paese che giace tra i fiumi Pisone, Ghilone, Hiddechel, e l'Eufrate[5]; ma non le venne fatto, o non potè trovarlo. Allora si mise con maggior profitto a cercarlo fra le spoglie di guerra dei Franchi e dei Normanni, o nelle transazioni tra l'Inferno (di cui è procuratrice del pari, o per lo meno ne tratta i negozii senza mandato) e il rimorso e la paura dei peccatori, _perchè coll'oro si fanno anche arrivare l'anime in paradiso_, come affermava Cristofano Colombo scrivendo a Ferdinando e ad Isabella cattolicissimi regnanti[6]; e così dicendo non iscuopriva l'America. Affermano eziandio, che la Chiesa per mettersi in possesso del Paradiso terrestre si avvantaggiasse a fabbricare carte false; ma queste sono cose che non si devono credere: almeno io non le credo. Nel mille predicavano i Chierici la fine del mondo, e nonostante ciò facevansi instituire eredi. I beni terreni di cui dovevano astenersi, tanto, all'opposto, piacquero loro, che pretesero ritenerli anche dopo la fine del mondo! _Considerata a dovere questa clericale improntitudine, farà meno maraviglia l'avaro Ermocrate, che instituì erede se stesso_.

Qui dentro, e mi si può credere, non vi sono biblioteche per comporre dotti discorsi; ed anche libri vi fossero, io non ho avuto tempo per leggerli: pure ricordo che in Roma, il tempio che fu di Vesta la Dea del _fuoco_, oggi è consacrato alla Madonna del _sole_; quello di Remo e Romolo _gemelli_, ai santi Cosimo e Damiano _gemelli_; l'altro della _Salute_, a Santo _Vitale_: su l'orlo del lago Numicio, dov'è fama che si precipitasse la sorella di Didone _Anna Perenna_, adesso si venera la cappella di santa _Anna Petronilla_: ed oggi ancora, a Messina nel giorno dell'Assunzione, come la Cerere sicula andava in traccia della sua figlia Proserpina rapita da Pluto, la Madonna, tratta in processione, va per le strade cercando il suo divino figliuolo: quando poi, dopo un lungo errare, le mostrano la immagine del Salvatore, ella trema, storna, e dodici uccelletti proromponle dal seno spandendo pel cielo la esultanza del suo cuore materno. Nel foro Boario, presso l'ara massima dove i Romani pronunziavano il giuramento solenne, ora sorge la chiesa di _santa Maria Rocca della verità. Il Panteon è diventato _Santa Maria della Minerva_. Qui fra noi, _San Giovanni_ era il _tempio di Marte_: la Cattedrale di Pisa, il _palazzo di Adriano_ fabbricato di ruderi di case e di tempii. Uno dei pilastri della parete esterna da mezzogiorno notai composto in parte d'un architrave di granito col nome di _Cerere Eleusina_. Del monte _Soracte_ hanno fatto il monte _Santo Oreste_, e a canto la cassa di _Santo Ranieri_ ho veduto una statua di _Marte_ convertita in _San Potito_ (il quale, insieme a Santo Efeso, fu solennissimo operatore di miracoli) con la lieve variante di torle dalla destra la spada, e sostituirvi un libro. I Gesuiti nell'Indie consentivano l'adorazione degl'Idoli si continuasse; solo a piè dei mostri ponessero o crocellina, o cuore di Gesù, o altro segno della religione nostra; anzi nella China giunsero perfino a velare la immagine di Cristo confitto in croce, per paura che i popoli si scandalizzassero di un Dio morto coll'ultimo supplizio: e Gregorio VII manda lettera a Santo Agostino apostolo della Brittania, con la quale lo conforta a sopportare i sagrificii di vittime co' riti pagani per acquistare a mano a mano terreno[7]. Gesù Cristo predicò non potersi servire a Dio ed a Mammone, e cacciò via risoluto i profanatori dal tempio. I suoi vicarii hanno proceduto più blandamente; bene o male abbiano fatto, ne renderanno conto al Mandante. A me basta aver detto la verità quando affermai, che i Chierici andarono corrivi anche troppo per acquistare impero... Ahi tristo aere del carcere! non mancherebbe altro, ch'ei mi facesse diventare teologo. Io mi affretto a tornare più che di passo alla storia, lasciando molte cose per via che furono dette, e che sono state dimenticate con iscandalo di tutti i professori del progresso umano.

La cappella di san Tommaso dei Cènci nel giorno dieci di agosto compariva parata a lutto: lungo le pareti pendevano lugubri gramaglie: da per tutto si vedevano ghirlande di fiori intrecciate con rami di cipresso: sette sepolcri di marmo nero scoperchiati aspettavano i morti, a guisa di bocche co' labbri aperti ansiose di bevanda: avevano tutti una iscrizione medesima, ed era questa:

_Mors parata, vita contempta_[8].

E più oltre un ottavo sepolcro sopra gli altri cospicuo, di marmo bianco finissimo, con quest'altra iscrizione:

_Si charitem, caritatemque quaeris Hinc intus jacent Non ingratus haerus Neroni cani benemerentissimo Franciscus de Cinciis hoc titulum Ponere curavit....._[9].

In mezzo alla chiesa stava collocata una bara coperta di velluto chermisino ricamato di oro, cosparsa anch'essa di freschi fiori. Intorno alla bara ardevano sei ceri sopra candelabri d'argento lavorati con artifizio mirabile.

Un coro di preti, parati di pianete e di dalmatiche di damasco nero, aspettavano un morto per recitargli le ricche esequie. Nè stette guari, che si fecero sentire passi misurati; e poco dopo, alzata la tenda della porta laterale, comparve una barella portata da due uomini e da due donne.

Giacomo e Bernardino Cènci tenevano le stanghe davanti, le posteriori Lucrezia Petroni e Beatrice.

Il morto era Virgilio. Dio aveva accolto la seconda parte della preghiera dello sventurato fanciullo: egli dormiva nella sua pace.

Seguivano alcuni servi di casa vestiti magnificamente a lutto, con torcie accese. Non senza dolore misto a maraviglia poteva osservarsi, come le vesti dei famigli fossero troppo meglio in punto, che quelle di Giacomo e di Bernardino: segnatamente di Giacomo, squallido così, da disgradarne il più povero gentiluomo di Roma. Scarmigliati aveva i capelli, lunga la barba, le maniche e il colletto luridissimi: portava bassa la faccia umiliata, la fronte aveva rugosa, le guance pallide e macilenti: dagli occhi accesi versava lacrime amare, e gli si vedeva il palpito del cuore di sopra il farsetto. Dal suo volto tralucevano due passioni contrarie: pietà, e rabbia male repressa. Bernardino anch'egli piangeva. ma così per imitazione, piuttosto che per impulso spontaneo; imperciocchè se non era diventato affatto stupido di cuore, la sua mente era ottenebrata dalla paura del padre, e dalla ignoranza di tutte le cose, nella quale costui compiacevasi conservarlo. Lucrezia, quantunque matrigna si fosse, lasciava l'adito al pianto:--però, essendo piuttosto pinzochera che devota, si rassegnava facilmente e presto; togliendosi le sciagure in pazienza, e attribuendo al santo volere di Dio ogni evento così buono come tristo della vita. Io per me lodo la costanza, ch'è quasi zavorra, la quale fa stare in equilibrio la nave nelle procelle della vita; credo ancora io, che delle cose che avvengono in giornata molte dovessero per necessità succedere: ma quando le idee religiose si adoprano a insugherire il cuore, allora cotesta insensibilità non è virtù; si rassomiglia troppo al vestibolo della morte: l'uomo, finchè vivo, ha da vivere con le sue passioni. Io so che alcuni chiamano le passioni venti contrarii alla vita serena, e jene e lioni e simili altri animali ruggenti, e cercanti cui si abbiano a divorare. Marco Antonio per le vie d'Alessandria fu visto seduto su di un carro tratto da lioni. Se le similitudini addotte sieno acconce, o no, poco importa conoscere; di questo si persuada la gente, che se l'uomo può domare le belve, e governare la procella, molto più potrà le passioni; egli ha da reggere, non lasciarsi impietrire.

Francesco Cènci condusse in moglie cotesta femmina appunto perchè gliela dissero tenerissima della religione, e perchè certa volta, avendo ella udito favellare della empietà di lui, aveva esclamato: «Signore! io terrei piuttosto maritarmi col diavolo, che col Conte Cènci[10].--Egli allora le si pose dintorno; finse costumi esemplari; frequentò chiese, imparò a piegare il collo, e a levare in molto commuovente maniera gli occhi e le mani al cielo: sopra tutto si mostrò largo donatore ai preti, degni guardaportoni del paradiso. Sapeva raccontare leggende dei Santi, discuteva della _gratia gratis data_, e della _forma e della sostanza_ dei sacramenti meglio del Definitore sinodale dei Padri Francescani. La donna incominciò a credere lo avessero calunniato. In ogni caso, o non poteva essersi convertito? Non poteva avere la Beata Vergine impartito a lei la virtù di strappare cotesta anima dagli artigli del demonio? Oh! è così dolce, così altera cosa per donna devota guadagnare un'anima in contrasto col demonio, che, parlando generalmente, le femmine pie davvero non si contentano della prima conversione, che con lodevole zelo si affaticano per la seconda, e questa diventa impulso alla terza; e se durasse in loro la potenza come la volontà, non è da dubitarsi che sagrificherebbero la vita intera in opera tanto meritoria[11]. Tra per queste ragioni e i conforti dei parenti, le ricchezze grandi e la nobiltà di casa Cènci, la donna condiscese ad accettare il Conte Francesco per suo secondo marito.

Appena il Conte ebbe menato a casa Lucrezia, come per ischerzo, le disse: «Voi volevate maritarvi col demonio piuttosto che con me: io vi ho presa per provarvi che avevate ragione»;--e le tenne parola.

Ogni giorno le si poneva accanto su lo inginocchiatoio; e mentre ella recitava responsorii e rosarii, egli cantava versi osceni, od empii: ella sfogliava un libro di orazioni, ed egli le incisioni turpissime di Marcantonio Raimondi commentate da Pietro Aretino: si studiò sovvertire in lei ogni idea di religione e di morale, a empirle l'anima di dubbio e di paure; ma Lucrezia di coteste diavolerie non intendeva niente, e spesso non vi attendeva nemmeno. Talora, quando il tristo marito stanco di favellare taceva, incominciava ella, o riprendeva a recitare il rosario: per la qual cosa avvenne che Francesco Cènci, invece di aspreggiare altrui, se medesimo tormentasse; invece di spingerla alla disperazione mordesse le sue labbra di rabbia, e stesse per impazzare di furore. Riuscito invano questo partito, scelse altro disegno. Prese a costringerla di ascoltare i suoi quotidiani adulterii: nè ciò valendo punto a irritarla, empì la casa di cortigiane; non si astenne da parole e da atti capaci di offendere la sua dignità di donna e di sposa; ma ella con inalterabile dolcezza gli diceva: «Dio vi ravveda, e vi perdoni come io vi ho perdonato». Francesco non trovava maniera di commuovere cotesta fredda, ed ineccitabile natura. Spesso, acciecato dalla ira, ei la umiliò al cospetto dei servi; la bistrattò, la percosse; le fece patire penuria di vesti e di cibo; le fece portare in volto i segni di furore, peggio che bestiale. Tempo perduto: tutto ella soffriva con rassegnazione, tutto ella presentava al sacro cuore di Gesù in isconto dei suoi peccati. Francesco, per non darsi della testa nel muro, cessò di perseguitarla, essendosi (cosa a dirsi incredibile) più presto stancato il talento di tormentare in lui, che in lei la pazienza: ond'è che reputandola stupida, la lasciò da parte come natura morta, che non merita essere straziata nè blandita.

Beatrice sola non lacrimava; teneva gli occhi fitti sul morticino, e immemore seguiva i passi altrui con moto macchinale.

Quando giunsero al catafalco Beatrice si recò lo estinto fanciullo nelle braccia, ed ella fu che con le proprie mani ve lo acconciò sopra, gli assestò i capelli, gli pose sul petto il crocifisso, e il mazzetto delle viole; poi, remosso alquanto uno dei candelabri, con la faccia declinata nel palmo della destra appoggiò il gomito sul canto della bara, tenendo sempre fisso lo sguardo sul morto.

Un famiglio puntava Beatrice con gli occhi come due lingue di fiamma, e talora trasaliva: il famiglio era Marzio.

Oltre i quattro rammentati, nacquero a Francesco Cènci tre altri figli; Cristofano e Felice, ch'egli mandò a studio in Salamanca, e Olimpia. Questa fanciulla, che destra era molto ed animosa, non potendo più reggere alle paterne persecuzioni scrisse un memoriale, dove espose molto accomodatamente i carichi del padre suo; e poi, nonostante il carcere domestico nel quale si trovava ristretta, seppe così bene industriarsi, che lo fece pervenire nelle mani di Sua Santità, supplicandola che si degnasse collocarla in convento finchè non l'avesse provveduta di onesto matrimonio. L'accorta fanciulla delle infamie paterne rivelò le più credibili, e facili a verificarsi; delle altre tacque, avvisandosi che l'enormezze quanto più superano l'ordinario tanto meno si conciliano fede: sicchè le inverosimili, quantunque vere, screditano le verosimili; e pensò inoltre che un figlio, ricorrendo contro il padre per propria salvezza, non deve oltrepassare i termini del bisogno; imperciocchè, in questo caso, la difesa troppo ardente degenerando in offesa manifesta, faccia nascere il sospetto che l'accusatore sia condotto da odio snaturato contro il suo sangue. Il Papa pertanto, ammirando la moderazione della giovane, deliberò venire in soccorso di lei; e, fattala trarre dalla casa paterna e mettere in convento, non andò guari che la maritò col Conte Carlo Gabbrielli gentiluomo onoratissimo di Gubbio, a cui il Papa costrinse don Francesco Cènci sborsare conveniente dote. I ricordi dei tempi narrano come il Cènci, furibondo per questo successo, giunse perfino a promettere centomila scudi a chiunque, viva o morta, la odiata figliuola nelle sue mani riportasse: ma il Pontefice poteva troppo più di lui; ed anche per questa volta egli ebbe a mordere il freno. Non si potendo sfogare contro la fuggitiva, moltiplicò la rabbia della persecuzione contro ai figliuoli rimasti in casa; e tanto cotesto cordoglio gli cuoceva il riposto animo, che sovente, come Augusto quando ebbe perduto le legioni di Varo[12], fu visto aggirarsi per le camere del suo palazzo; e battendo palma a palma, od appoggiando la fronte febbricitante a qualche stipite, esclamava:

--Ahi! Papa, Papa, rendimi Olimpia. Principi, Preti, e Padri hanno a sostenersi ad ogni costo, e sempre, se vogliono mantenere l'autorità nel mondo reverita e temuta...

