# Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

## Part 6

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Non so se adesso; ma respiravasi un giorno per l'aere di Roma tale una ebbrezza, che toglieva l'uomo dalle consuete abitudini della indole umana. I fati ordinarono, che per un tempo tutto si presentasse costà fuori della consueta misura delle cose, e piuttosto immane, che grande. Chi più valoroso di Cesare? Chi più virtuoso di Catone? Chi o più politico di Augusto, o dissimulatore di Tiberio, o truce di Nerone, o stupido di Claudio? E, per non rammentare di soverchio nomi, chi più magnanimo degli Antonini? Le donne stesse toccano la cima della libidine e della castità, della perfidia e della fede. Lucrezia, Cornelia, Porzia, Arria, Eponina[1] ebbero nascimento nella medesima città che produsse Livia, Poppea e Messalina. Gli edifizi stessi, invece di essere dominati, pare che dominino il tempo: stanno; e malgrado le ingiurie dei secoli, e quelle più nocive assai degli uomini, non furono potuti disfare. Per la Europa, per l'Asia e per l'Affrica occorrono reliquie di questo popolo portentoso, come ossa di cadavere che abbia avuto il mondo intero per sepoltura. L'Aquila romana, logorando le ale nello immenso volo di conquista, ne sparse le penne per tutto l'universo. Roma gittò dalla cima del Campidoglio una rete di ferro sopra i viventi; più tardi tentò gittarne un'altra di credenze e di paura, e conquistarli di nuovo. I Papi all'ombra del Colosseo soltanto poterono concepire il pensiero di farsi re dell'anima. Quando consentirono a ridursi in Avignone diventarono davvero _servi dei servi_[2]. Il Papato nello schiaffo di Bonifazio VIII patì un oltraggio, dal quale sarebbesi rilevato difficilmente: pure anche Gesù l'ebbe, e non di manco vive e regna; ma il processo, che per paura sostenne si facesse alla memoria di Bonifazio il codardo Clemente V, fu ferita insanabile all'autorità pontificia.

Roma guerriera si avventa a modo di leone, e sbrana, o perdona la jena nemica: Roma sacerdotale seguita, come la fiera, i barbari alla lontana; ma il giorno della battaglia ella stende la mano sul bottino di guerra.--Roma galeata invia Proconsoli, che costringono i Re dentro un cerchio tracciato sul terreno; Roma mitrata invia frati con la testa scoperta e i piedi nudi a mettersi fra il taglio della scure del barbaro e i popoli oppressi. Perchè furono spediti cotesti frati? Forse per riparare i percossi sotto la veste di Cristo, o piuttosto per andare d'accordo, prima che la scure calasse, intorno alla parte delle spoglie e della carne? Lo dica la storia. Roma cade o come gladiatore combattente, o come rettile pestato: in ambedue i casi ella manifesta tremendo lo spirito di vita; imperciocchè, per quanto sia dato antivedere ad intelletto umano, essa non deva spegnersi, bensì trasformarsi. Il gladiatore cadde, allagò di sangue la terra, si rialzò, combattè ancora, e giacque quando le ultime gocce gli stillarono dalla ferita lente, pese, e rare come le prime della procella[3]. Il serpe tronco su le vertebre dura ad agitare le membra lacerate: gli basta vivere, quand'anche la sua vita non dovesse manifestarsi che con l'estreme convulsioni dell'agonia. La fiaccola romana, due volte accesa dalla destra dei fati, finchè le bastò la resina mandò di tratto in tratto vampa capace d'incenerire, o illuminare una generazione. Adesso Roma compie i suoi secondi destini: non avendo saputo, nè voluto gittare via la soma, che la incurva alla terra, ad ogni passo vacilla, ed accenna cadere. Chi fu una volta, e pretese sempre essere signore, deve sporgere limosinando la mano agli antichi suoi servi?--Temi i doni del nemico; esso si prostra, ma ridendo, ai tuoi piedi: egli venera l'autorità religiosa per tesserne un filo, e, attorto all'altro della autorità violenta, rinforzare le catene del mondo. Non trovando diritto sopra la terra, egli s'ingegna, mercè del Sacerdote, derivarne uno dal cielo. Napoleone rialzò il Pontefice perchè lo ungesse Imperatore e sparisse. Una macchina religiosa messa fuori in un giorno di festa e poi riposta, o distrutta. Quando Bonaparte prese in fastidio la sua vera, la sua gloriosa origine--quella del Popolo--evocò il Papato, come Saulle l'ombra di Samuele, onde gli fingesse origine divina. Se i diacci del settentrione non erano, adesso si troverebbero le chiavi della Chiesa in qualche museo con le altre spoglie fatte in guerra[4]. E così sempre avvenne dalla parte di Francia; talora si presentò come alleata, tal'altra come figlia devota: ella ha mentito sempre. Il suo grido è stato quello di Diogene esposto al mercato per esservi venduto schiavo: «chi vuol comprare un padrone?»

Ma così non può durare, nè durerà. Tutte le cose nostre hanno lor morte. Il dubbio aveva roso il tronco dell'albero, ora ha prodotto un frutto di odio; le genti lo hanno raccolto, e se ne sono saziate: staremo a vedere se i vassalli di Filippo il Bello, educati alla scuola di Voltaire, faranno rigermogliare all'antico albero frutti di vita. Errore fatale! Cesare che fu spento alla sprovvista, e Dionisio a cui consentirono prolungasse la vita con pane di obbrobrio, non morirono finalmente di pari morte entrambi?--Morirà Roma sacerdotale, non però la Chiesa di Cristo. Come il nostro Redentore, gittato lontano da se il coperchio del sepolcro proruppe fuori luminoso dei raggi della eternità, così la Chiesa lanciati nel fiume gli ornamenti terreni, che la fanno scambiare con la donna dell'Apocalisse[5], inebriata del sangue dei santi si porrà dinanzi alle generazioni avviandole su pel cammino del cielo.

Dal ribollimento portentoso della barbarie, che tenne dietro al naufragio della civiltà romana, non dovevano galleggiare due teste coronate, nè nuovi tormenti e nuovi tormentati: sibbene la Croce vincolo comune di popoli fratelli, benedizione a tutte le genti che vivono in pace nella terra dei loro maggiori. Se ad ogni modo il Padre dei fedeli voleva presentarsi incoronato, Cristo aveva insegnato di che cosa dovesse comporsi la sua corona; tutte le gemme del mondo non valgono una spina della corona di Cristo!--

Queste verità furono predicate _ab antiquo_ dal senno italiano; ma comunque ripetute a sazietà, non riescono meno pericolose a cui le dice, nè meno odiate a cui le dovrebbe ascoltare, e non le ascolta. Molti dei nostri grandi, che le professarono, riposano adesso in Santa Croce sotto monumenti fastosi; se vivessero sarebbero travagliati in carcere; dove ora io mi trovo vicino a cotesto Tempio, sperando a mia posta nel sepolcro, se non fama, riposo.

Giudici e Sacerdoti affermano essere gravi errori cotesti; e non solo lo affermano, ma lo provano con le prigioni e gli esilii: a lasciarli fare brucerebbero ancora. Lo ammonimento: _Amate la giustizia, o voi che avete a giudicare la terra_, non trovò eco nei loro orecchi. Aghi calamitati vòlti sempre al polo della tirannide e dello errore, un giorno saranno a posta loro giudicati.--Beati quelli di cui il peso sarà trovato giusto in quel giorno!

Francesco Cènci fu alito corrotto di antico genio romano; alito latino uscito fuori da un sepolcro scoperchiato, ma pur sempre alito latino; ebbe indole indomata, talento schernitore, anima implacabile, e cupidità dello immane, del mostruoso, e del grottesco. Se fosse vissuto ai tempi di Giunio Bruto non solo avrebbe condannato i suoi figliuoli, ma, spingendo la violenza contro la natura oltre il possibile, gli avrebbe decapitati di propria mano. Fu vaghissimo di scienza, che poi, come Salomone, dileggiò, chiamandola vanità e travaglio di spirito; ovvero se ne giovò nella guisa, che i Sibariti adoperavano le rose come istrumento di morte. Ebbe ricchezze, e le profuse senza poterle distruggere. Con immensa potenza di sentire, pensare ed operare egli vide pararglisi innanzi le due vie del bene e del male. Breve, a cagione dei tempi, il cerchio del bene: qualche affetto domestico, facoltà di fondare chiese o monasteri, sollevare la povertà con la elemosina, che la perpetua; vita placida; morte oscura; memoria durevole quanto l'eco della voce del monaco, che ti canta il _miserere_ per le navate della parrocchia.

Nè il secolo in cui viveva consentiva estendere le forze portentose dell'anima sua a prove maggiori: cotesti erano giorni di agonia per lo intelletto italiano; il cielo nostro vestiva la cappa di piombo degl'ipocriti di Dante, la quale permetteva a quelli che vegetavano sotto di andare in cento anni appena un'oncia. Nonostante si provò a operare grandemente; uomini e cose gli si strinsero intorno come la camicia di Agamennone, sicchè presto il bene gli venne in fastidio, poi gli parve abbietto, finalmente l'odiò. Si volse al male, e gli disse, come il Demonio,--_sii il mio bene!_--Gli piacque la parte di Titano, e gli parve magnifica audacia levare la fronte ribelle contro il cielo, e sfidarlo. Riposto nel male ogni suo desiderio, siccome ogni mezzo per salire in fama, lo amò col delirio dello ebbro e con l'ostinazione del calcolatore: oltrepassare le nequizie fino a lui conosciute immaginò che fosse trasportare altrove le colonne di Ercole, e scuoprire nuovi mondi: strinse vincoli di famiglia per la voluttà di lacerarli scelleratamente: coltivò affezioni più care per ispegnerle o sotto il soffio di un crudele scherno, o meno dolorosamente col pugnale: a Dio non credeva, ma lo sentiva come un chiodo in mezzo al cuore; e allora lo bestemmiava brutale a modo dell'orso, che morde lo spiedo che lo ha trafitto pensando sanare la piaga; empio miscuglio, insomma, d'Ajace, di Nerone e di bandito volgare, don Giovanni Tenorio è un frammento del suo carattere[6]. Visse tormento a se e ad altrui: odiò, e fu odiato; si nudrì di male, e il male lo uccise. Morì come forse avrebbe scelto morire; imperciocchè tanto erano giunte le sue scellerate passioni a soffocare la natura, ch'è lecito supporre, che sentendosi ormai grave di anni, e di forze più poco adattato a nuocere, almeno per lungo tempo, il suo truce spirito esultasse della strage del corpo nel pensiero, che varrebbe a precipitare nel sepolcro per via di sangue la sua intera famiglia. Io immagino vedere cotest'anima trista soffiare nei carboni che arroventarono le tanaglie, le quali straziarono le carni del suo figliuolo Giacomo; abbrivare la mazzola che gli ruppe le tempia; e a piene mani raccogliere il sangue grondante dalla scure che recise la testa dei suoi, per bagnarsene il petto come rugiada rinfrescante. E fermamente credo che sarebbe stata opera meritoria non pure disperderne la cenere pei quattro venti dalla terra, ma condannarne la ricordanza a perpetuo oblio, se il Consiglio divino non avesse posto la innocenza accanto al delitto, il vizio accanto alla virtù, il dolore al piacere, la luce alle tenebre;... e però le immanità sue non servissero a dimostrare quale e quanto bello angiolo di amore fosse Beatrice sua figlia, la più semplice, la più fiera, e la più infelice delle donzelle italiane.

Poichè giustizia mi muove a penetrare in cotesta antica sepoltura, io la scoperchio; sicuro di trovarvi la vergine sepolta, come già fu rinvenuto nelle catacombe romane il corpo di santa Cecilia[7] intatto, vestito di una veste bianca simbolo di purità; atteggiata a dolce riposo, con un nastro vermiglio intorno al suo collo di cigno:--cotesto nastro vermiglio è la traccia della scure, che recise un capo divino da un corpo divino!

NOTE

[1] Le donne ricordate sono note abbastanza, tranne Eponina ed Arria. Eponina fu moglie di Giulio Sabino. Ribellatosi costui contro Vespasiano Imperatore, fu vinto, e riparò dentro un sotterraneo; con lui si chiuse la consorte fedele, e quivi stettero dieci anni interi procreando ed allevando figliuoli. Scoperti, e tratti davanti a Vespasiano, non trovarono misericordia, al cospetto dello imperatore crudissimo, tanta fede e tanta miseria. DIONE CASSIO, _Stor. l._ 66.--Arria ebbe a marito Cecina Peto, uomo consolare. Questi essendo caduto prigione nella sconfitta che toccò Scriboniano, non osava darsi la morte, che Claudio imperatore gli aveva ordinato: allora la valorosa femmina, dopo avere tenuto al suo consorte discorsi adattati a ingagliardirgli il cuore, gli tolse dal fianco il pugnale, e quello appuntandosi al petto, con lieta faccia gli disse: «Mira, Peto, si fa così», e se lo immerse dentro; quindi subito estraendolo tutto fumante di sangue, glielo porse con dolce parlare: «Peto, non fa male! _Non dolet, Pete!_»; e così favellando moriva. Il marito, senza porre tempo fra mezzo, la forte moglie seguitava nella morte. PLINIO _Jun._ III. 16.

[2] Filippo Valesio minacciò far condannare come eretico dalla Università di Parigi Giovanni XXII. Benedetto XII piangendo confidava agli ambasciatori di Ludovico il Bavaro imperatore, che il medesimo Re Filippo gli aveva promesso fargli anche peggio che non fu fatto a Bonifazio VIII, se si fosse attentato a sciogliere dalla scomunica il Bavaro. MICHELET, _Hist. de France_, t. 3.--Più tardi forse, se me ne prende vaghezza, dimostrerò storicamente gli aiuti francesi sul Papato di qual gusto essi sappiano.

[3] _Pellegrinaggio del Fanciullo Aroldo_.--C. VI. st. 140.

[4] Due scrittori contemporanei, l'uno di maggior fama che merito (THIERS) l'altro di maggior merito che fama (FOSCOLO) hanno discorso, quegli nella _Storia del Consolato e dello Impero_, questi nei suoi _Scritti politici_, delle ragioni che persuasero a Napoleone il concordato con la Santa Sede. Chiunque ami conoscere a prova senno italiano a paragone di senno francese che cosa sia, può confrontare le considerazioni dell'uno e dell'altro scrittore. Thiers riporta come eco quanto piacque allo Imperatore dare ad intendere a cui ci volle credere. Il Foscolo penetra dentro al cervello del solenne e dissimulato politico, e mette in luce le vere ragioni che lo condussero a quel passo.

[5] _Di voi pastor s'accorse il Vangelista, Quando colei, che siede sovra l'acque, Puttaneggiar co' regi un dì fu vista._ DANTE, _Inferno_, C. XIX;

e _Apocalisse_, Cap. 17.

[6] Il signore STEHNDALL ha scritto, o piuttosto tradotto, un racconto volgare, che corre intorno ai casi della famiglia Cènci, aggiungendovi parecchie osservazioni di suo. Nel presentare, per così dire, la _psicologia_ di questo immane uomo di Francesco Cènci, in qualche parte io me ne sono giovato; e ciò tanto più dichiaro volentieri, in quanto che noi altri italiani andiamo lieti palesare animo grato a cui mostra amare le cose nostre, e noi; come di altissimo disprezzo proseguiamo cui per maligna ignoranza si fa nostro detrattore. E veramente duole, ma duole assai, che la maggior copia di fatti alterati e di giudizii falsi e ridicoli intorno alle cose e agli uomini italiani muova di Francia. I tedeschi (e possano vergognarsene i francesi) come meglio informati, così procedono più giusti verso noi altri italiani.

[7] Io non mi posso astenere dal riportare qui un frammento della _Storia della Scultura_ del Conte CICOGNARA, sia perchè in se stesso merita considerazione, sia perchè si versi appunto intorno alle arti dei tempi, nei quali successero i casi che noi raccontiamo: «La storia di queste arti presenta un convincimento di tale verità nella bellissima figura scolpita da Stefano da Maderno per la chiesa di Santa Cecilia in Trastevere; opera elegantissima, riuscita a quel modo malgrado la corruzione dei tempi, e che nessuno potrebbe mai credere eseguita dallo stesso artefice, che nella Cappella di Paolo V scolpì poi la storia di una battaglia.... Questa graziosa statua giacente rappresenta un corpo morto, come se allora fosse caduto mollemente sul terreno, con l'estremità bene disposte, e con tutta la decenza nello assetto dei panneggiamenti, tenendo la testa rivolta allo ingiù e avviluppata in una benda, senza che inopportunamente si scorga lo irrigidire dei corpi freddi per morte. Le pieghe vi sono facili, e tutta la grazia spira dalla persona, che si vede esser giovane e gentile, quantunque asconda la faccia; le forme generali e le belle estremità che si mostrano, danno a vedere con quanta grazia e con quanta scelta sia stata imitata la natura in quel posare sì dolcemente. Or dunque come poteva ciò farsi, se di tutti gli artefici, che abbiamo qui nominati, nessuno mai scolpì cosa che con questa potesse venire al confronto?.... Due ragioni evidentemente spiegano questo fenomeno nella storia dell'arte. _La prima, che essendo stato trovato in quel tempo il corpo di santa Cecilia intatto in una cassa, ed atteggiato tal come si vede la statua, venne ordinato per buona ventura che lo artefice imitasse la giacitura del medesimo, cosicchè ponendosi il guardo al monumento, si vedesse tutta la somiglianza al corpo della vergine incorrotta, che Clemente VIII nell'anno 1599 fece riporre in una magnifica cassa di argento, dopo la miracolosa sua liberazione dalla podagra_». _Vol. VI. C. 2_.--Così il corpo di santa Cecilia con la testa mozza fu trovato precisamente nell'anno in cui Beatrice Cènci ebbe recisa la sua.

CAPITOLO VI.

NERONE.

Fanciulla del dolore, o tu che sai Piacere anco sepolta, e ricoperta Dal silenzio di trecento anni, bella Sai tornare alla idea come nel giorno Che te lo Amor rapiva, o tu delizia Dei racconti di queste itale care Fanciulle, che spirar sai dalle stesse Dipinte tele, onde l'occhio fatato Dal tuo sguardo, in imago ancor ti cerca Rediviva per Roma, abbi il mio pianto. ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.

Era bella come il pensiero di Dio, quando mosse innamorato a creare la madre dei viventi:--era cara quanto i suoi ricordi. L'Amore con le mani di rosa delineò le curve soavissime del suo volto dilicato; ed appoggiandole il dito sul mento per contemplare la sua gentile fattura, vi lasciò la fossetta;--segno veramente di amore. La sua bocca rassomiglia un fiore testè colto in paradiso, tutto fragrante di divinità; la quale diffondendosi intorno alla persona fa reputarla non terrena creatura: così gli antichi cantarono, un senso di ambrosia rivelasse ai mortali la presenza di un Dio. I suoi occhi spesso cercavano il cielo, e lunga pezza ve li teneva fissi con immenso desiderio, sia per contemplare la patria, della quale ben presto tornerebbe cittadina; sia per iscorgervi spettacoli misteriosi rivelati a lei sola; sia, finalmente, che l'amata immagine materna quinci con la voce la chiamasse e co' cenni. Certo fra gli occhi della inclita fanciulla e lo emisfero nostro quando esulta sereno traluceva, dirò quasi, una parentela, imperciocchè entrambi apparissero formati col medesimo azzurro:--entrambi annunziassero la gloria del Creatore. Quando, declinandoli alla terra, ella considerava cosa o persona, gli apriva splendidi ed acuti per modo, che paresse dilatare l'anima e la intelligenza con quelli: allora chiunque le stava davanti, se non si sentiva innocentissimo di cuore portava frettoloso la mano sul petto, dubitando che lo involucro della carne non bastasse a celarle i pensieri riposti della colpa; altri poi per tenerezza lacrimava: per ogni dove li girasse l'aria diventava più chiara, il cielo più lieto. Se interveniva a balli notturni, ecco la luce delle fiaccole per virtù dei suoi occhi raddoppiava; le note armoniche sfavillavano più melodiose, e il piacere si versava a onde sopra i giovani capi. In qualunque punto del festino ella fosse scomparsa, la noia soffiava un alito ghiacciato sulla universale esultanza. La sventura certo aveva battuto le ale intorno cotesta fronte bianca di giglio; ma l'era venuto meno lo ardimento per lasciarvi sopra una traccia inamabile, e passò oltre. La preghiera dei mortali avrebbe potuto riposare su quella fronte, per librarsi quinci più pura verso il trono di Dio. Nei giorni giocondi, ahi rari!, della sua vita ella si compiacque talora sciogliere con giovanile baldanza il volume delle chiome bionde, e apporle al sole; quasi volesse instituire gara co' raggi di lui: ma il sole le circondava amoroso di tale uno splendore, che la gente tremava di reverenza e di piacere a riguardarla, reputandola una santa scesa dal cielo circonfusa dal nimbo radiato[1].

O Bellezza! Io dai primi anni ti ho alzato un altare nell'anima, dove ti sacrifico i più dolci dei miei pensieri;--pensieri che, me levando da questa creta mortale, mi avvicinano al Creatore di tutta bellezza; ma nè io ho parole, nè credo che veruno umano eloquio le possieda, capaci di significarti degnamente: se potessi appormi la carta sul cuore, e improntarla dei suoi palpiti, forse aprirei alle genti concetti non mai più uditi: però questo nè a me, nè ad altri fu concesso, e le mie immagini è forza che si rivelino incomplete, vaghe, e confuse; onde se la fantasia di chi legge non supplisce al difetto, io dispero farmi comprendere. Oh da quante catene è stretta quaggiù l'anima immortale!

Bellezza, Amore, voi eravate ai fianchi di Dio nel giorno della creazione; egli vi lasciò suoi primi vicarii sopra la terra. La bruttezza e l'odio vennero più tardi, faville scoppiate insieme dal primo fulmine che Dio avventò contro l'uomo, quando lo condannava allo affanno e alla morte. Il culto della Bellezza e dello Amore riconduce la nostra schiatta diseredata alla sua origine divina.

O Francesco Petrarca, tu che per prova intendesti amore; dopo tanti dolci concetti, con quale amaro liquore ti bagnò il labbro Calliope quando dettasti questi versi ingiocondi:

_Ei nacque d'ozio, e di lascivia umana, Nudrito di pensier dolci e soavi, Fatto signore e dio da gente vana?_[2]

E senza amore dove sarebbe adesso il tuo nome? L'_Africa_ certo, e il dotto favellìo delle tue epistole non farebbero cercare il tuo volume. Tu saresti, come tanti altri scrittori, posto a modo di medaglia antica dentro lo scaffale, per informare chi avesse voglia di saperlo, che tu vivesti un dì. Se amore nasce da lascivia, o come avviene che _nel muovere degli occhi onesti e tardi_ della tua donna tu vedevi il _dolce lume, che ti mostrava la via che al ciel conduce?_ Se in cuore umano _fuoco di amore poco dura dove occhio e tatto spesso nol raccenda_, o come, dopo la morte, ti compariva Laura tutta accesa nei raggi di sua stella, e tu le muovevi pietose parole, ed ella or sì, or no pareva rispondesse; finchè, risensando dal mesto vaneggiare, dicevi alla tua mente:

_..... tu se' ingannata; Sai che in mille trecentoquarantotto Il dì sesto d'aprile, in l'ora prima, Del corpo uscìo quell'anima beata?_[3]

Ah! se la terra avesse sepolto a un punto la _bella vesta delle membra_ di Laura e la memoria del suo amore, i tuoi canti suonerebbero esercitazioni di gaia scienza, eco delle canzoni dei Trovatori, gemiti mentiti di cuore bugiardo; e se così fosse, io ti compiangerei perchè avresti tradito i posteri, e te.

Beatrice stava seduta sopra un verone del palazzo Cènci, che guardava il giardino: in grembo ella teneva un fanciullo, che dagli occhi, dai capelli, da tutte le sembianze appariva esserle fratello: ella gli accarezzava amorosa i capelli, e di tratto in tratto gli baciava la fronte. Il fanciullo riposa il suo capo sul seno della sorella, e affissa in lei le pupille immote, ma senza intenzione, a guisa di persona assorta nel pensiero di qualche cosa fuori di questo mondo. La infermità aveva appassito il fiore della giovanezza: la sua pelle era tenue, e candida di un bianco pallido e dilicato così, che i raggi del sole cadente gli tralucevano in vermiglio traverso le orecchia e le dita: talora sospirava, più spesso schiudeva la bocca con isbadiglio convulso: pareva un angiolo in pena. Beatrice sconsolata gli disse:

--A che pensi, mio diletto Virgilio?

