Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 56

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--Oh! sì, con tutta l'anima, perocchè egli fosse tutto amore per noi.

E così i condannati si raccoglievano dentro la cappella. Passato il tempo che concedevasi all'adorazione del Sacramento, onde per loro potessero conseguirsi le indulgenze a larga mano prodigate dal pontefice, la Misericordia col Crocifisso parato a lutto venne per Bernardino. Il povero fanciullo andò più morto che vivo; e quando, giunto a piè della scala, gli comandarono che salisse.

--Oh Dio! Oh Dio!--esclamò affannoso--di quante morti ho io da morire? Due volte mi avete promesso la vita, e due volte mi tradite. Ahimè, che strazio è questo?

Nè le parole valsero a persuaderlo del contrario, ch'egli si tenne spacciato: e giunto che fu in cima al palco, alla vista della mannaia deposta sul ceppo gli si drizzarono i capelli.

Allora svenne la seconda volta.

I fratelli della Misericordia gli furono attorno con acque stillate per farlo risensare, e tornato in se lo accomodarono accanto al ceppo, assicurandolo ch'egli non doveva morire; soltanto starsi a contemplare il supplizio dei suoi!

La Misericordia, con le solite cerimonie, andò per la Lucrezia Petroni. La piissima gentildonna considerando Beatrice assorta nella sua meditazione si levò pian piano, e giunse quasi fino alla porta senza che la figliastra si accorgesse della sua partenza. Allora però Beatrice levati gli occhi, non la vide più; per la qual cosa le venne fatto esclamare:

--Ah! signora madre, perchè mi avete voi abbandonato?

Lucrezia, circondata dai fratelli della Misericordia che le celavano la vista della fanciulla, nel varcare la soglia della cappella rispose alla pietosa domanda:

--Non ti abbandono, no. Io ti precedo a mostrarti la via.

Lucrezia, come colei che di persona era grave, male riusciva a salire la scala; però che le ordinarono, e non si comprende la causa, lasciasse le pianelle a piè del palco, e così ella fece: poi si erpicò come poteva, ed alla fine, quantunque a stento, giunse sul ripiano del palco. Il carnefice allora le tolse il velo di capo, e il panno dalle spalle. La donna nel vedersi così nuda il petto alla presenza del popolo, diventò per verecondia vermiglia fino alla radice dei capelli. Fissò la mannaia, tremò, e con molte lacrime disse:

--Signore, abbiate pietà dell'anima mia, che ora viene al giudizio;--e voltatasi al popolo, continuò: «E voi, fratelli, pregate tutti Dio per me».

Poi domandò al boia quello ch'ella dovesse fare, ed egli le rispose s'ingegnasse accomodarsi a cavalcare la tavola del ceppo, e vi si stendesse sopra bocconi. Lucrezia pudibonda esitò alquanto a traversare con la gamba la tavola; pure alla fine vi si adattò: più doloroso intoppo rinvenne nello assettarsi col capo, avvegnachè la tavola fosse angusta ed aspra, onde le mammelle nello agitarsi le uscirono fuori della cappa, e le si stiacciarono con molta sua angoscia.

--Oh! quanto è duro accomodarsi qui sopra!

E queste furono le parole estreme di lei. Bernardino si coperse gli occhi col tabarro rosso. Un colpo sordo fece rintronare il palco, e traballare il fanciullo. La testa della Lucrezia era recisa. Il carnefice con una mano la strinse pei capelli, con l'altra sottopose al collo tagliato una spugna; e così mostratala al popolo, gridò:

--Questa è la testa di donna Lucrezia Petroni Cènci...

Quel corpo rimase immobile; non così il capo, che aperse e chiuse gli occhi più volte, e più volte, torcendo i muscoli della bocca, borbottò interrotte parole. Mastro Alessandro ravviluppato il capo dentro il velo nero, calò mediante una corda a piè del palco, il capo e il corpo. I fratelli della Misericordia ricomposero le membra nel cataletto, e le portarono a San Gelso finchè la giustizia avesse compimento.

La opera ferve. Il carnefice e i suoi valletti forbiscono le tavole dal sangue; assestano gli arnesi; la mannaia si chiama pronta, e il braccio disposto a tagliare.

I fratelli s'incamminano alla volta di Beatrice: appena ella li vide domandò loro:

--La signora madre è morta bene?

--Ha fatto buona morte; ed ora, le risposero, ella vi attende in cielo.

--E così sia.

Allorchè rivide il Crocifisso della Confraternita proferì soavissimamente queste parole, raccolte, e con religione tramandateci da cui le ascoltò:

--«Mio buon Gesù! se tu versasti il tuo sangue preziosissimo per la salute del genere umano, confido che anche una goccia sarà stata per me. Se tu, innocentissimo, fosti con tanti oltraggi vituperato, e con tanti tormenti morto, perchè ho a dolermi di morire io che sì lungamente ti offesi? Aprimi, per la tua infinita bontà, le porte del cielo, o almeno mi manda in luogo di salvazione».

Un valletto del boia si accosta alla gentildonzella per legarle le mani dopo le spalle; ma ella, dando indietro di un passo, gli disse:

--Non fa mestieri.

Ammonita che patisse anche quell'ultima umiliazione, con lieto animo rispose:

--Orsù, dunque, lega questo mio corpo alla corruzione; ma affrettati a sciogliere l'anima alla immortalità.

Uscita all'aria aperta trovò su la porta sette vergini vestite di bianco, che l'aspettavano per accompagnarla. Queste nessuno inviò. Udendo come Beatrice avesse testato tutta la sua dote in favore delle figlie del popolo romano, esse eransi mosse spontanee a darle questa prova estrema di gratitudine. Volevano licenziarle, ma non vollero intendere, e si ostinarono a seguirla. Allora un banditore trasse di tasca una carta, e lesse a voce alta:

--Per parte dello illustrissimo monsignore Ferdinando Taverna governatore di Roma:--Saranno applicati tre tratti di corda, senza pregiudizio delle altre pene ad arbitrio, a chiunque, sia con parole sia con fatti, si attentasse a mettere impedimento alla gran giustizia, che si fa della scelleratissima casa Cènci.

E perchè mai fino a quel punto i banditori non avevano avuto voce, ed eransi tenuti nascosti? Ranocchie maligne, non sanno gracidare se non quando il cielo è tranquillo, ed ogni cosa dintorno cade sepolta nel silenzio.

E le fanciulle, udita la grida, stettero più salde di prima, osservando:

--Noi non veniamo a impedire, bensì a consolare; se avremo peccato ci puniranno.

--Deh! non togliete a me nè a loro questa dolente dolcezza,--disse interponendosi Beatrice; e i fratelli della Misericordia tolsero sopra di loro il pericolo del concederglielo.

Tutti insieme si avviano. Beatrice intuona con voce sonora le litanie della Beata Vergine, e le fanciulle seguaci le vanno rispondendo molto devotamente: _Ora pro nobis_.

Eccola sul palco. Senza viltà come senza jattanza ella si volge alle vergini, le bacia in volto, e poi così favella:

--Sorelle! della carità vostra vi renda Dio quel rimerito, che per me non si può. Io vi lasciai la mia dota, ma ciò non vale il pregio che mi diciate grazie; perchè, vedete, alle nozze a cui vado, lo Sposo si contenta di un cuore contrito ed umiliato. Io vorrei lasciarvi gli anni che avrei dovuto vivere, per aggiuntarli ai vostri; e meglio le contentezze che avrei dovuto godere. Sia per voi lo amore fonte di gioie, come a me lo fu pur troppo di affanni senza fine amari! Voi diventerete madri: amate i vostri figli, e questi sieno la corona della vostra vita. Raccomandovi la mia memoria: serbatela cara; e quando taluno vi domanderà di me, ditegli con fronte secura: Beatrice Cènci morì innocente... innocente per quello onnipotente Dio, al cospetto del quale sto per comparire; non immune certo dal peccato, perchè davanti al Signore chi senza colpa? Ma del delitto pel quale vengo sospinta a morte, innocentissima. Giudici mi condannarono. Storici scriveranno del misfatto appostomi come di cosa dubbia; ma vostra mercè si manterrà incancellabile nella mente del popolo il ricordo della mia innocenza. Quando la ingiustizia avrà consumato il suo regno, ch'è breve, la pietà eterna forbirà la nota d'ignominia stesa sopra il mio nome, ed io sarò il sospiro di quante vivranno in questa terra vergini belle, ed infelici. Addio.

Il sogno di Giacobbe adesso si rinnuova agli occhi del popolo romano. Un angiolo ascende su per una scala al paradiso. Ai più lontani apparisce il suo capo velato, poi le spalle, poi i fianchi; adesso è sorta tutta in piedi sul palco.

--Tu hai promesso toccarmi soltanto col ferro, parla al carnefice; tu almeno mantieni la fede, e m'insegna quello che io mi debba fare.

Ed egli glielo disse.

Bernardino teneva sempre il volto turato col tabarro rosso: ella gli si accostò cauta e leggiera, e depose sopra i suoi capelli un bacio a fior di labbra. Un tremito corse per le ossa al garzoncello, che, remosso alquanto il tabarro, guardò, e vide la bellissima faccia della cara innocente.

E svenne per la terza volta.

Beatrice agile cavalca la panca, e si distende prona sopra la tavola. Il molle di cotesto atto, che Amore illeggiadrì con le grazie pudiche, percosse anche la mente del carnefice, il quale pensando alia figlia, esita a disfare quell'amabile forma; ond'essa, accortasi di alcuna dimora, comandò:

--Ferisci.

E il braccio scese. Tutti chiusero gli occhi; e l'aere battuto eccheggiò di un solo, lacerante, e lunghissimo grido.

Il capo spiccato non agitò fibra: vi rimase fisso il sorriso col quale moriva, lusingata dalle visioni di una vita migliore; all'opposto il corpo si ritirò meglio di quattro dita, e si dibattè tremendamente convulso; poi tacque.

Il carnefice stende la mano mal ferma a quel capo, per darlo in mostra al popolo; ma Padre Angelico ed i Confortatori lo trattennero: uno di loro vi pose sopra una corona di rose, e dopo averlo avviluppato dentro il velo bianco, gridò alla gente:

--Questo è il capo di Beatrice Cènci vergine romana!

Guido poichè ebbe adoperati tutti gli argomenti per vincere lo spaventato cavallo, ricorse all'estremo partito. Abbandona le redini, e, prosteso giù lungo il collo, con ambe le mani gli tura le narici fumanti. Il polledro, impedito nella respirazione, si ferma; egli lo stazzona alquanto, poi di un subito datogli un tratto con la briglia a sinistra, ed una spronata a destra, lo avvolge, lo avvibra per la strada percorsa, e tempestando ritorna sopra la piazza del castello.

Egli vi giunge allorchè il confortatore, sollevato il capo di Beatrice, gridava: «Questo è il capo di Beatrice Cènci vergine romana!»

I fratelli della Misericordia quando ebbero composto anco quel corpo dentro il cataletto, lo portarono a San Gelso. Quivi toltale la corona dal capo, gliela cinsero intorno al collo. Il taglio, che separava il capo dal busto, era nascosto da quel serto di rose fresche e odorose colte sul mattino: qualcheduna appariva più rossa che per ordinario le rose non paiono;--era intinta di sangue.

I fratelli, rifiniti di ambascia, presero un poco di riposo.

Il palco è forbito; gli ordigni di nuovo apparecchiati. La bocca del sepolcro non dice mai: basta. Il patibolo aspetta la terza vittima.

Dovrà la mia storia funestare le sue ultime pagine col racconto di un supplizio, che vince in orrore ogni più truce immaginazione? Lo racconterò; però che scempii siffatti durino tuttavia in parecchie parti di Europa, che pur si vantano civili; e non corrono molti anni che gli udimmo praticati. Certo chi gli subì colpevole era; ma la morte del reo dovrebbe bastare alla vendetta della legge, o allo esempio degli uomini. Che Dio vi danni, anche i supplizii hanno a pompeggiare di lusso? La immanità, che passa il fine della pena, giova a suscitare in benefizio dello scellerato la misericordia che dovrebbe riserbarsi unicamente pel misero.

I fratelli della Misericordia, rinfrancata alquanto la lena, muovono per prendere don Giacomo. Lacero, grondante sangue, trafitto di piaghe e di spasimi, che noi non possiamo immaginare, non che descrivere, oh! questo sì che desiderava la morte, come il cervo assetato la fonte delle acque. Egli andò con passi veloci coperto della cappa e del cappello della Misericordia; salì presto la scala funesta; cappa e cappello gli tolsero, ed ei rimase nudo fino alla cintura, mostrando le turpissime piaghe. A cui lo vide non parve natural cosa ch'egli conservasse in quello stato la vita, ma i sensi altresì e la favella. Si approssima a Bernardino, il quale tornato in se forte batteva i denti, e gli occhi fissava, immemori di quello che vedevano. Certo il fanciullo somministrava materia di pianto infinito, ma le lacrime erano esauste nella fronte di Giacomo; le aveva ormai versate tutte: adesso non gli rimane a versare altro che sangue,--e di questo anche poco. Egli pose la mano sul capo al fratello, e, voltata la faccia verso Banchi, a voce alta esclamò:

--Io per l'ultima volta protesto, don Bernardino mio fratello essere incolpevole di tutto misfatto; e s'egli confessò altramente, ciò fece per forza delle torture. Pregate per me.

Il carnefice gli lega le gambe ad uno anello fitto nello intavolato; gli benda gli occhi, e presa la mazzuola a mani sciolte gliela vibra nella tempia sinistra. Egli stramazza di un tratto come bove al macello. Il boia raddoppia altri sei colpi pel petto, e pel tergo del caduto. Le ossa stritolandosi stridono: schizzano dintorno sangue, lacerti di carne, e frantumi di costole: poi il boia si curva, e gli pone sotto il collo la mazza, sopra la fronte un piede, sopra il seno un ginocchio, e gli sbarra la pancia, dove, tuffando il braccio fino al gomito, lo ritrae imbrattato di sangue, con le viscere fumanti del giustiziato in mano, le quali mostrò al popolo urlando:

--Questa è la corata di Giacomo Cènci.

E la gittò in un canto; poi a colpi di accetta lo squartò. Uno sprillo di quella onda di sangue, che allagava il palco, e gorgogliando grondava giù da più lati, zampillò su la faccia a Bernardino, cui quel tepido lavacro partecipò tanto di conoscenza quanto bastasse a comprendere il truce scempio fraterno.

E svenne per la quarta volta.

Ora poi il popolo credè morto anco lui. Condottolo subito in prigione, a grande stento lo riebbero; ma svagellando del continuo, e travagliato da grossissima febbre. Per molti giorni giacque della vita in forse, finchè, in virtù dell'assistenza dei meglio celebrati fisici di Roma, dopo molti mesi di malattia scampò.

La gente pendeva dubbia allora, oggi è chiarita--se a pena maggiore avesse condannato il Papa Bernardino, o i suoi parenti.--

Il _placet_ di Clemente dichiarava:--graziarsi don Bernardino Cènci della vita, commutandogli la pena di morte con l'altra della galera a perpetuità, e a condizione che stesse presente alla giustizia dei suoi congiunti.

Clemente papa nell'anima sua, se pure non è peccato grande contro Dio chiamare anima la sostanza infernale capace di questi pensieri, meditava così:

--O Bernardino alla vista della strage vien meno, ed ho nel punto stesso conseguito il benefizio della sua morte, e la fama di clemenza:--o le sue fibre resistono alla scossa, e allora la morte civile partorisce i medesimi effetti, in quanto alla confisca dei beni, che lo estremo supplizio.

In questo modo perdonavano i Preti in Roma allora...

Alle ore ventidue era compita la strage.

Mastro Alessandro, circondato da gente a cavallo e dai birri per salvarsi dalla furia del popolo, il quale, giusta il suo costume di prendersela col sasso, e non con la mano che lo scaglia, lo avrebbe in quel momento sbranato, s'incamminò alla sua stanza di Corte Savella. Mentr'egli stava per farsi aprire la porta bassa donde entrava a mo' di lupo nella tana, la imposta si spalanca improvvisa, e ne viene sospinta una bara da mani invisibili. E' bisognò a mastro Alessandro spiccare un salto per non rimanerne offeso nelle gambe. Non era cosa fuori del consueto, all'opposto ordinarissima, che quinci fossero tratti in quella guisa i miseri consunti dal duolo, o laceri dai tormenti; e non pertanto gli sguardi del boia rimasero per uno istante abbarbagliati da un turbine di fuoco. Dopo la bara, curvi sul dorso sbucarono fuori quelli che l'avevano sospinta, e fra questi uno, il quale, come se non pregiasse, o avesse in uggia la facoltà data all'uomo di stare dritto su i piedi con la faccia volta al firmamento, a mo' di bestia camminava carpone. Egli era _Otre_, lo stupido ubbriaco. Uscito fuori torse la faccia, e con occhio sanguigno fissando il boia, aperse la immensa sua bocca, e disse:

--Prendi! Dio non aspetta il sabato; ti paga subito.

E levato il tappeto mortuario, scoperse il corpo inanimato della povera Virginia.--Poi alzatosi su dritto, e mostratigli i denti nella guisa che le scimmie, dispettando, costumano fare, soggiunse:

--La giunta vale la carne... to'... to'...

E barcollando si allontanava.

Il giovane Ubaldino Ubaldini fu trasportato con molto riguardo in casa la bella Renza sua sorella, che fu moglie del signor Renzi; e quivi, con quanta maggiore secretezza fu potuto, attesero a curarlo; sennonchè lo affetto paterno e lo zelo dei medici gli tornarono invano per la furiosa febbre accompagnata da delirio, che di subito lo assalì. I medici ristrettisi con la signora Renza, con le lacrime agli occhi le dettero il povero giovane come spacciato; ammonendola per di più, che se passava la nottata non sarebbe giunto a terza del giorno veniente. In vero su lo spuntare dell'alba il male si aggravò, e così com'era delirante chiese carta, e matita. Per acquetarlo glieli dettero, ed egli con la benda agli occhi, e vagellante schizzò il ritratto della Beatrice, maraviglioso a vedersi per purità di contorno, e per somiglianza; e fu questo il disegno che, pervenuto nelle mani a Maffeo Barberini, servì di scorta a Guido Reni per condurvi sopra lo egregio ritratto, del quale abbiamo già tenuto proposito.

Se taluno dubitasse della verità del fatto com'io l'ho narrato, io vo' che sappia, cotesto essere stato miracolo di amore nè nuovo nè unico. Trentun anno dopo la morte di Beatrice, Giovanni Gonnelli di Gambassi in Toscana, scultore rimasto cieco di venti anni, condusse in creta il ritratto della donna che lo innamorò, prima di perdere la luce degli occhi; il quale riuscì in ogni sua parte perfetto, in ispecie poi per la somiglianza: onde maravigliando ognuno. Giovanbattista Pallotta cardinale di San Silvestro, che ricordava il fatto dell'Ubaldino, volendoli rendere capaci come questo potesse avvenire naturalmente per virtù di amore, recitò i due versi che seguono:

_Giovàn, ch'è cieco, e Lisabetta amò, La scolpì nella idea, che Amor formò_[1].

La musa per questi versi non esulta, ma il cuore gli approva.

Monsignor Taverna avendo intanto scoperto lo asilo dov'erasi ricoverato lo Ubaldino, mandò gente ad arrestarlo. Invano lo avvertirono trovarsi il povero giovane _in extremis_; gli sbirri vollero entrare in camera: l'Ubaldino gli udì venire, e gli riconobbe in grazia del lucido momento, il quale per consueto precede la estinzione della creatura. Per la qual cosa volgendosi loro, con voce spenta favellò:

--Dite al Governatore Taverna che avete trovato un morto, il quale non muterebbe la propria sorte con quella di lui.

E abbandonatosi sul guanciale rese l'anima al Creatore.

In quei tempi correva in Roma l'andazzo, che l'associazione dei morti al sepolcro si facesse in tre tempi diversi, secondo la qualità e condizione loro. I cittadini trasportavansi sul calare del sole; i nobili, i chierici e i curiali alla una ora di notte; i cardinali, i principi e i baroni romani alle due e mezzo di notte.

I cadaveri di Beatrice e di Lucrezia, e le miserande reliquie di don Giacomo rimasero esposti fino a ventuna ora a piè della statua colossale di San Paolo, inalzata a capo del ponte Santo Angiolo: quinci remossi, erano traslocati prima al Consolato dei Fiorentini, poi alla Misericordia. Alle ore tre di notte il corpo di donna Lucrezia veniva consegnato a don Lelio suo fratello, che, a seconda del desiderio della defunta, gli diè sepoltura nella chiesa di San Gregorio.

Gli amici di casa Cènci procurarono che le membra di don Giacomo fossero tumulate in uno dei sepolcri, che aveva apparecchiato ai suoi figliuoli la immanità di Francesco Cènci.

Le sette vergini non abbandonarono Beatrice poichè fu morta; ma vinto in esse il ribrezzo della carità, le resero gli ultimi uffici lavandola diligentemente, vestendola di splendidi abbigliamenti, aspergendola di acque nanfe, e tutta circondandola di freschi fiori: la ghirlanda di rose le riposero in capo, ed un'altra di rose bianche le cinsero intorno al collo, dividendosi fra loro le prime tinte nel sangue della cara fanciulla.

Da tutte parti furono veduti convenire nuovi drappelletti di fanciulle biancovestite, per rendere onore alla sventurata sorella; gli orfani, e tutti gli ordini della religione francescana. Cinquanta torcie circondavano la bara; e tanti furono i lumi accesi alle finestre nelle strade per le quali passava la processione funebre, così copioso il nembo dei fiori piovuto sopra la bara, che il popolo minuto paragonandola con quella del _Corpus Domini_, ebbe a dire averla superata di due cotanti.

Alternando meste salmodie la processione pervenne sul monte Gianicolo alla chiesa di San Pietro Montorio, dove stava apparecchiato un feretro, e quivi la deposero. Allora più dolenti rinnuovaronsi i canti; aspersero di acqua benedetta il corpo infelice, e con molti gemiti le mandarono l'ultimo addio. Però la folla non isgombrò di subito la chiesa: a coloro che uscivano altri succedevano, come i cattolici costumano il giovedì santo per la visita del Santo Sepolcro; e così la notte si produsse fino alla ora sesta.

A questa ora infrequenti i passi calpestano il pavimento della chiesa. L'ostiario annunzia che la chiesa sta per chiudersi, e, lasciato trascorrere altro breve spazio di tempo, parendogli che fossero usciti tutti, girò la grave porta sopra i cardini, e con vigorosa spinta la chiuse.

Cotesto fragore echeggiando di arcata in arcata, scosse per ogni angolo della casa di Dio le antiche sepolture;--poi di mano in mano sfumò, e fu fatto silenzio.

Delle torcie una sola rimase accesa, a rischiarare pochi passi del pavimento attorno al feretro. Le lampade, che ardono fioche a grandi intervalli davanti gli altari dei santi, fanno più solenne e paurosa la oscurità del luogo.

NOTA

[1] Giovanni Gonnelli di Gambassi, piccolo castello in Toscana nel territorio di Volterra, scultore, divenne cieco in Mantova o sia per caso, o per i patimenti sofferti in occasione dell'assedio e del sacco che vi diedero i Tedeschi nel 1630, colà condotto al servizio di Carlo Gonzaga: fu allievo del Tacca; ebbe la vista fino alla età di 20 anni. Diventato cieco non si smarrì, e continuò a lavorare, specialmente in ritratti, ch'erano somigliantissimi sempre, adoperando che lo ufficio degli occhi facessero le mani, come scrive il BALDINUCCI. Ritrattò Urbano VIII. CICOGNARA, _Storia della Scoltura tomo VI. cap. 4. pag. 194_. Questo autore tenta spiegare il modo col quale il Gonnelli potesse, così cieco com'era, scolpire, dicendo ch'egli era giunto a ridurre in meccanismo manuale l'azione degli occhi. Inoltre soggiunge egli, giova riflettere alla straordinaria attenzione, e concentrazione dei ciechi, per cui non vengono da alcuna cosa distratti in ciò che fanno.

CAPITOLO XXXII.

IL SEPOLCRO.

Ove riposa il tuo capo caduto, Che raccolto, e da man pia ricongiunto Al virgineo tuo collo, ebbe ghirlanda, Simbolo dei dolenti anni recisi Sul mattin della vita?

ANFOSSI, _Beatrice Cènci_

Si ode un'orma: si ripete. È passo di vivente, che muove verso il feretro. Al chiarore della torcia si svelano le sembianze di Padre Angelico, bianche come la cera della torcia che arde. A che viene il povero frate?

Si pone a sedere sul gradino del feretro presso al candeliere; si abbraccia le gambe, la fronte appoggia sopra le ginocchia, e così rimane immobile a piangere e a pregare.