Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 50
La legge prima, al paragrafo finale del _Digesto de sicariis_, ammonisce espressamente andare immune dal rigore della legge chiunque uccida per causa di stupro violento, a se od ai suoi arrecato; e contemplando caso meno duro, la legge _Isti quidem, quod metus causa_ ci fa scorti che dal timore dello stupro, come quello che percuote più veemente assai del timor della morte, possiamo a diritto liberarci trafiggendo colui che lo incute, quando non ci sovvenga altro partito migliore. A me, la Dio grazia, non manca copia di esempii i quali chiariscono scusabili coloro che ammazzano il violento commettitore dello stupro. Leggesi in Valerio Massimo come Caio Mario sentenziasse equamente ucciso Caio Lucio nepote da Caio Plozio Mancipulano per liberarsi dallo stupro; e Virginio era dichiarato incolpevole della strage della figlia, però che in questo modo operando egli la sottraesse alla libidine di Appio. Quindi a maggior ragione deve reputarsi scusabile Beatrice Cènci condotta a più estrema necessità. Insania, per non dir peggio, parmi ed è la pretensione del fisco, che vuole Beatrice non dovesse spengere, bensì accusare il padre suo. Io già vi esposi com'ella, mediante epistole, a personaggi di molto credito si raccomandasse, onde dagl'imminenti acerbissimi casi procurassero preservarla. Nel giorno del convito, di cui vi tenni parola, con accese supplicazioni n'esortò i convitati atterriti dalla ferocia del Cènci; alfine indiresse memoriali al soglio pontificio. Se più alto, misera!, ella non potè levare la voce, la vorrete voi incolpare perchè la chiudevano troppo spesse le mura, i sotterranei profondi, resistenti le porte, la custodia rigidamente sospettosa? Dunque incolperete la supplichevole se i vostri orecchi, assordati dai tripudii della vittoria, non poterono ascoltare il gemito della sventura? Ci assista Dio! Tanto varrebbe di ora in poi mandare assoluto il ladro, e punire il derubato perchè le cose sue con sufficienti serrami non assicurò; non più il feritore, ma il ferito deve inviarsi all'ergastolo perchè si lasciava cogliere inerme dalle insidie, che gli tendeva proditoriamente il suo nemico.
E fosse, anche per ipotesi, che la bisogna andasse come il fisco suppone; la signora Beatrice avendo ucciso, e non accusato, meriterebbe la pena della deportazione soltanto, secondo il precetto della legge del divo Adriano, e non quella dell'ultimo supplizio.
Il fisco erra eziandio quando sostiene che le cagioni addotte da me valgano in caso di attuale, ed impendente violenza, e non quando tra la violenza e la strage corra certo spazio di tempo, ed allorchè la morte sia stata data di mano propria, non già procurata per mezzo di sicarii.
Va errato, io dico, imperciocchè la signora Beatrice confessi ben ella avere ucciso il padre di propria mano, però nell'atto stesso che stava per consumare la violenza; ed avvertite che, desta a forza, tra lo spavento e l'ira fors'ella non ravvisò, anzi non riconobbe di certo, il padre suo. E poniamo ancora che lo avesse riconosciuto... Ma sapete, o Signori, che io, non me ne accorgendo, ho profanato fin qui un nome santissimo; imperciocchè può egli darsi, senza offesa manifesta della natura e senza ingiuria di coloro che ne sono meritevoli, questo titolo a Francesco Cènci? Quando uno sciagurato rompe il confino che la natura e Dio posero fra padre e figlio; quando egli nè protegge nè ama la sua creatura, all'opposto la perseguita e l'odia, il corpo ne calpesta e lo spirito, quegli non è più padre; anzi tanto è più scellerato, e meritevole di morte, quanto erano maggiori in lui gli obblighi di proteggere e di amare.
E fosse anche, per ipotesi ch'io nego, che la signora Beatrice uccidesse lo sciagurato non mica su l'atto, ma dopo, sarebbe da irrogarsi non già la pena dello estremo supplizio, bensì della deportazione. La legge del divo Adriano si versa appunto sul caso di figlio spento dal padre suo, non colto su l'atto, anzi dopo certo intervallo di tempo, mentre si aggiravano insieme per le selve cacciando. Dove il padre lo avesse sorpreso sul fatto, allora non lo avrebbero dichiarato meritevole della deportazione per la strage del figlio, sibbene lo avrebbero dimesso. Tutti i dottori ci ammaestrano come il giusto dolore della offesa diminuisca la pena anche quando sia trascorso molto tempo fra la ingiuria e la morte.
E nella città nostra, in questa curia stessa occorrono esempii di pene mitigate per la fragilità del sesso, senzachè giusta causa, o pretesto si sapesse dedurre per attenuare il delitto; e non volgono adesso molti anni che questo avvenne in causa di parricidio, dove alla figlia ed alla madre colpevoli si ebbe benigno riguardo. Ed io dovrò credere che si deva adoperare spietato rigore a danno di una leggiadra, e, quello che importa più, innocentissima fanciulla?
Ma deh! con la innocenza sua le valga la età breve di tre lustri appena compiti, che non consente le truci cose concepiscansi, nonchè commettansi; le valga la stupenda bellezza, per cui è maraviglia di quanti la mirano. L'oratore Ipperide svelate ai giudici le grazie dell'accusata difesa da lui, così ne inteneriva i cuori, che quelli non si attentarono a condannarla. Ed oh! perchè non è qui presente la signora Beatrice? che io vorrei mostrarvi quella fronte distesa dalle dita di Dio, tutta candore, tutta soavità, messa nel mondo a far fede quale sia il sembiante della innocenza nei cieli, e dirvi: Orsù; segnatevi, se ardite, una nota d'infamia!
Ma dove sono io trascorso? E dove mi ha tratto la soverchia ansietà di veder salva ad ogni costo la egregia donzella? Ritorno sul cammino percorso; mi pento di avere implorato pietà; mi condanno per avere chiesto misericordia: non perchè sconvenga ricorrere in verun caso mai ai benevoli affetti dell'uomo, che sono sempre i migliori; ma perchè mi sembra che di questi possa fare a meno la signora Beatrice nel duro passo in cui l'ha travolta la fortuna.--Quando noi tutti saremo morti, e delle nostre ossa non si troverà neppure la cenere:--quando i nostri tempi e le nostre cose andranno obliati, il nome di Beatrice Cènci farà palpitare il cuore di quelli che allora vivranno:--come il segnale galleggiante sul mare avverte che nel profondo delle acque giace l'ancora, così Beatrice Cènci, a noi sola superstite nella fama, ricorderà questi anni ingloriosi caduti irrevocabilmente dentro lo abisso del passato. Poichè da lei avrà titolo e nome il secolo, sta a voi, o giudici, a fare in modo che ne torni ai posteri o sempre gradita, o sempre abbominevole la ricordanza.
Deh! non si dica che qui in Roma, nella sede del mondo cattolico, imperio, la cortigiana ebbe simulacro nel Panteon; e Beatrice, la vergine fortissima, il supplizio: la impudicizia trovò onori divini, la castità la morte. Oh! potessi avere io l'autorità di Scipione, che, imitandone lo esempio, esclamerei adesso: «In questo mese, in questi giorni, nel decorso anno una vergine romana, superata la debolezza del sesso, vinta ogni viltà, seppe difendere valorosamente la sua pudicizia: più virtuosa di Lucrezia, meno infelice di Virginia, il suo nome e il suo esempio durino orgoglio delle donne latine. Che ci tratteniamo ora più a discutere s'ella sia colpevole, o innocente? Andiamo, giudici, difensori e popolo al Vaticano, per ringraziare Dio di avere riserbata la inclita donzella ai giorni nostri».
Poi favellò succinto anco di Bernardino, e disse:
--In verità di Dio io stava per dimenticarlo; ed infatti l'accusa contro di lui non vale il pregio della difesa. Bontà di Dio! E come supporre un garzoncello di dodici anni complice del parricidio? O sia che si ritenga l'asserto del fisco, ch'è falso, o sì veramente si accetti la confessione della signora Beatrice, ch'è vera, noi troveremo sempre assurda l'accusa. Se la Beatrice spinta da improvviso moto dell'animo trafisse lo scellerato attentatore, e allora non le furono mestieri consultori, nè complici. Se, all'opposto, come finge il fisco, fu da sicarii perpetrata la strage del Conte Cènci, e allora a qual pro metterne a parte Bernardino? Forse per consiglio? Davvero dodici anni non paiono età conveniente a somministrare consigli in materia di parricidio! Certo il magnifico Pico della Mirandola, per la portentosa dottrina, al diciottesimo anno salutarono la _fenice degl'ingegni_; ma nel dodicesimo essere reputato, ed essere capace di sedere a consulta per commettere un tanto misfatto, la è cosa da far tremare Satana stesso per lo suo trono infernale. O piuttosto, invece di consiglio, ricercarono Bernardino di aiuto? Oh! al braccio di due sicarii cresciuti sopra i monti dello Abruzzo poca forza poteva aggiungere un fanciullo dodicenne. Orsù, via, io temerei recarvi oltraggio se mi fermassi più oltre a favellarvi del garzoncello: torni l'accusa di lui fra le mostruose visioni che l'uomo, inebriato dallo spettacolo degli umani delitti, sogna talvolta, chiudendo gli occhi sul seggio della giustizia.--
E fece fine.--O fosse la efficacia delle parole del Farinaccio, o, come si ha da credere, piuttosto l'audacia del volto, la voce sonora e il bel garbo del porgere, gli astanti rimasero percossi da questa orazione, che io, riportando, ho scevrato dal troppo e dal vano, in ispecie da tutte le metafore, se togli una o due, per dar saggio del gusto del tempo ormai declinato a corruzione. Un mormorio spesso e profondo volò di bocca in bocca; e se non fosse stato il rispetto per la presenza del Papa, e troppo più verosimilmente la paura delle alabarde dei lanzi, la sala avrebbe rimbombato di applausi. I giudici si ritirarono per sentenziare.
Dopo lungo aspettare corse voce, non si sa donde mossa, il decreto non sarebbe stato profferito che a notte inoltrata. Allora gli astanti si ritirarono, alcuni sperando, altri temendo, a seconda della varietà degl'ingegni e degli affetti; tutti però supplicando la Madonna del Buonconsiglio, che ispirasse diritta la mente dei giudici.
Il Farinaccio, inebbriato dal rumore della propria facondia non meno che dagli elogi che da ogni lato gli piovevano addosso, e confidando, se ragione valeva, nello esito della causa, si dette buon tempo, secondo il suo costume, fino a notte avanzata fra i consueti compagnacci, e femmine di partito, non rifinendo di levare a cielo la castità, la fortezza e la leggiadria della vergine latina; e (quello che a prima giunta sembrerebbe strano, e poi ripensandovi sopra riesce consentaneo alla natura dell'uomo) cotesti scapestrati e coteste male donne celebravano, e si onoravano della virtù di Beatrice come se la avessero costituita depositaria della fama, che ognuno di loro avrebbe dovuto presso sè gelosamente custodire. Tornato Prospero tardissimo a casa, un famiglio gli consegnò un piego con le armi papali, che disse essere stato portato da uno staffiere di palazzo verso la mezzanotte. Appunto a quella ora il destino della famiglia Cènci era stato deciso: egli lo aperse palpitando, nella fiducia di trovarvi l'assoluzione dei prevenuti; ma s'ingannò. Era un breve del Papa, che lo creava consultore della sacra Ruota Romana, con le prerogative, onorificenze e stipendii annessi a cotesta carica. Il breve, dettato nella vacua magniloquenza, e con le decrepite leziosaggini della curia, vantava la prestanza, ed anche le virtù del nuovo consultore.
--Meglio così, esclamò il Farinaccio; non è quello ch'io sperava, ma par che metta bene. Se gli fossi riuscito fastidioso, Sua Santità non avrebbe atteso a darmi questo splendido segno del suo gradimento.
In cosiffatta fiducia egli dormiva sopra le piume desiderate un sonno di oro.
A tre ore di notte, i giudici si erano adunati nella medesima sala dove avevano arringato i difensori. Un solo candelabro, velato da un cerchio di seta oscura, arde nel mezzo della tavola: tutti siedono, ed incominciano a mettere parole sommessamente fra loro. Il chiarore velato illumina a un punto, ed adombra uno affetto che temono, e che, insinuatosi peritoso negli animi loro, sbigottiscono al pensiero che scivoli a trasparire nel volto; e non pertanto l'ora, il luogo, tuttavia vocale delle parole del Farinaccio, e la coscienza che si faceva sentire come suono lontano per acqua cheta, li disponeva a pietà. Di repente al preside venne fatto di gittare gli occhi sopra un volume da lui non avvertito fin lì, riputandolo parte del processo: egli lo aperse, lo lesse, e il suo volto di pallido diventò livido: lo prese con mano tremante, e lo passò al collega che gli sedeva al fianco, e questi ad un altro, e così di seguito finchè, fatto il giro della tavola, non fu tornato davanti al presidente. Il tremito e il pallore di lui nelle vene e pei volti dei colleghi si trasfusero a modo di favilla elettrica: ormai tutti costoro, con la fronte china e gli occhi intenti sopra il tappeto rosso, stavano assorti in un medesimo pensiero: pareva che un giogo di ferro gravasse loro sul collo. Tale, io penso, avessero a rappresentare aspetto i convitati alle mense dei re di Persia, dove un arciere in capo tavola, con la corda su la noce della balestra, stava pronto a saettare chiunque avesse ardito di sollevar anco di un pelo la testa. Cotesto foglio aveva avuto la virtù che gli antichi novellieri attribuiscono al teschio di Medusa; gli aveva impietriti tutti.--Di vero egli era tale da convertire in sasso ogni cuore di carne; però che contenesse ricopiata e corretta la sentenza, che condannava a morte la intera famiglia dei Cènci. Lucrezia, Beatrice e Bernardino avessero mozza la testa; Giacomo fosse mazzolato; tutti poi attanagliati e squartati: ancora perdessero i beni, confiscati a profitto della Camera Apostolica.
Lungo, alto, terribile fu il silenzio. Si udiva distinto lo schioppettio delle candele, che si consumavano ardendo: l'arena dell'orologio a polvere si faceva sentire rovesciare i granelli sopra i granelli: il rodere della tignuola i travi della sala feriva l'orecchio:--silenzio di morte.
--Dunque sono vili i miei giudici?
Questa voce improvvisa conturbò fin dentro le viscere quei pallidi venduti. Donde mosse ella? Gli occhi non possono distinguere nè da qual parte venne, nè da cui. I labbri che la profferirono schifano la luce: fra le ombre, in alto della sala, s'intende un uomo agitare le membra gravi. Da lui per certo si partiva cotesta voce, e i giudici lo hanno pensato; sicchè tutti assorgendo in piedi da quella parte hanno appuntato lo sguardo. E chi è colui, che anche in Roma ha comando? Egli è il sacerdote scettrato, il Vicario di Cristo Redentore, quegli che faccia a faccia favella con l'Agnello di Dio, che immolò se stesso alla salute degli uomini... E chi altri, tranne che lui, avrebbe osato in Roma favellare di morte?
Disperatamente il preside afferrò la penna: abbrividendo la intrise nello inchiostro, che gli parve sangue; abbrividendo firmò... ma pure firmò; e poi, senza piegare il collo, così obliquamente con la mano sospinse il foglio al suo collega, e questi firmò, e fece come quegli, e così gli altri. Se gli Angioli videro cotesta infamia, certo piangendo si copersero gli occhi con le ale. Ma essi firmarono, poi uscirono. Clemente VIII scese con pesanti passi dal trono, si accostò alla tavola, stese a stento la mano trafitta dalla podagra alla sentenza, e poi gemendo di angoscia se la ripose nel seno, come un pugnale.
I giudici si separarono muti, ognuno detestando se stesso e gli altri. Nel buio della notte, chi qua chi là andò studiando il passo, a mo' di ladri paurosi di essere incontrati dal bargello. Tutti riceverono il prezzo del sangue: promossi a carica più eminente, ebbero stipendio maggiore: nessuno sentì la verecondia di Giuda, riportando i danari al sacerdote; nessuno il rimorso di lui, impiccandosi al primo albero che si parò loro davanti per la via: vissero, e morirono disprezzati e aborriti per di dentro; piaggiati, da cui ne aveva bisogno, per di fuori; e venuti a morte, con meno di uno scudo i parenti comprarono un epitaffio da dozzina, il quale, inciso sopra una lapide quattro volte più grande di quella che per molto spazio di tempo coperse in Roma le ossa di Torquato Tasso, faceva fede cotesto carcame essere appartenuto a magistrati integerrimi, della patria e della umanità benemerentissimi. Ma l'artiglio, che gli straziava fra la camicia ed il petto, non compariva di fuori; i loro tormenti non ebbero, e non potevano avere consolatore: soffrirono muti, nè osarono levare neppure un gemito per sospetto che l'eco lo raccogliesse, e lo rincacciasse loro nel volto come un'accusa. Adesso cotesti giudici da secoli furono giudicati. Torciamo lo sguardo dal loro destino, imperciocchè quei ribaldi non meritino nè anco una maladizione.
CAPITOLO XXVI.
LA CONFESSIONE
Di sante preci il frate soccorrea _La derelitta_ alla tremenda andata; E levata la mano la sciogliea Benedicendo, dalle sue peccata. GROSSI, _Ildegarda_
Il Papa si era riposto nel seno la sentenza come un pugnale, e, a modo di sicario, luogo e tempo studia per adoperarla. Il compianto del popolo gli giungeva al Vaticano come il fiotto della marea in tempesta, ed egli aspetta che quei cavalloni dello impeto popolare posino alquanto per condurre a fine lo immutabile proponimento.
Mentr'ei così speculando attende la occasione, ecco la fortuna mettergliene una nelle mani, ch'egli stesso non avrebbe potuto immaginare più tempestiva, o migliore. Francesco Cènci, come sovente a se medesimo augurava, fu fatale alla sua famiglia non pure in vita, ma parve davvero che anche dopo morto stendesse la destra fuori del sepolcro per afferrare i suoi parenti, e cacciarveli dentro insieme con lui. Quel Paolo Santa Croce parente delta famiglia Cènci, di cui fu tenuto proposito sul principio di questa storia dolorosa, sempre fisso nel proponimento di ammazzare sua madre donna Costanza, non aveva fino allora rinvenuto modo per poterlo fare senza suo manifesto pericolo. Ora accadde che cotesta sciagurata signora si recasse a Subiaco, per curare col vivido aere della campagna la declinata salute. Don Paolo, avvertito di ciò, si conduceva di celato in quelle parti, e presentatolesi dinanzi la uccise senza misericordia a colpi di stile: poi, fatta raccolta del meglio si trovava nel feudo dell'Oriuolo, fuggì la giustizia del mondo, non quella di Dio; conciossiachè si ricavi dalla storia del signor Novaes, come indi a breve egli si conducesse a fare tristissima fine. Per questo caso si sparse per Roma maraviglioso terrore; e il Papa, usufruttandolo in pro suo, si dispose a spiegare rigidezza. Pertanto ordinava si arrestasse don Onofrio marchese dell'Oriuolo fratello di don Paolo, indiziato di complicità con lui. Il bargello eseguì il comando mentre questo povero signore tornava a casa, dopo aver giuocato una partita al pallone nel palazzo Orsini a Montegiordano; e comecchè dal processo non si ricavasse altra prova, oltre quella di avere scritto al fratello che se le turpitudini materne affermategli da lui fossero vere si comportasse da cavaliere, fu condannato a morte. La casa Orsina, potentissima di aderenze e di credito, a cui per la morte naturale e civile dei Santa Croce ricadeva il feudo dell'Oriuolo, si mise a celebrare a piena gola le lodi del papa pel salutare rigore, e trasse seco buona parte della nobiltà. Questi elogi poi crebbero smodati quando la Camera, senza contrasto, acconsentì che il feudo mentovato si devolvesse a casa Orsina; e ciò fu fatto col sottile accorgimento di fuggir faccia di cupidigia, ed appianarsi la strada a ingoiare i beni di casa Cincia, a cui miravano gli Aldobrandini: ancora il cardinale San Giorgio aguzzando il cervello faceva foco nell'orcio, spargendo ad arte discorsi dattorno per impaurire i già troppo atterriti cittadini. Non padre, non madre, diceva la gente sobillata, essere ormai più sicuri nelle domestiche pareti; ogni vincolo di natura disciogliersi; pericolo procreare figliuoli, pericolo allevarli lattanti, più imminente pericolo tenerli in casa adulti. Lo sgomento universale prendeva mille voci e mille aspetti, senza trascurare, come sempre avviene, anche il grottesco; dacchè padre Zanobi, maestro dei novizii nel collegio dei Padri Gesuiti, levando gli occhi al cielo con un grosso sospiro affermava, che ai giorni nostri i poveri genitori correvano pericolo di addormentarsi vivi, e di svegliarsi ammazzati.
Il popolo, seguendo l'antico costume, dopo avere gonfiato il flutto della sua passione fino all'altezza jemale andava di mano in mano decrescendolo, per quietarlo finalmente nella inerzia. La compassione popolare aveva accompagnato Beatrice fino alla soglia del carcere: colà essendole state chiuse le porte in faccia si pose in sentinella, e vigilò tutto quel giorno e buona parte anche della notte: finalmente si sentì stanca, e digiuna; il sonno le prese gli occhi, la fame i visceri: aggiungi che la notte si faceva buia, e nessuno la vedeva. Ora la compassione, sia pur della buona, se non è vista si scolora; e per di più la notte stringeva fredda; ond'ella, dopo avere tentennato un pezzo fra il sì e il no, decise ridursi a casa per tornare il giorno appresso per tempo. Colà giunta ella bevve, mangiò, e giacque nel letto: quando la mattina si levò aveva quasi dimenticato la Beatrice, e una volta che fu per la strada le occorse un caso che la fece piangere, e quello che cadde sotto i suoi sensi ebbe virtù di farle obliare quanto aveva raccomandato alla memoria. Il cuore del popolo deve bastare per tante sciagure, che non può affannarsi lungamente ed intero per taluna di quelle.
Beatrice si rimase sola co' suoi dolori. Oh! questi, sì, ci rimangono fedeli, e non ci abbandonano mai finchè non ci abbiano consegnato alla morte in proprie mani. Gli uomini costumano dire: fedele come un cane. S'ingannano; e' dovrieno dire: fedele come il dolore, e direbbero meglio.
Quando al Papa parve tempo di muovere l'antenna e sciogliere la vela, chiamato a se monsignore Ferdinando Taverna, che stava in agonia del cardinalato conferitogli più tardi sotto il titolo di Santo Eusebio, gli consegnò la sentenza dicendogli:
--Vi renuncio la causa dei Cènci, acciò quanto prima ne facciate la debita giustizia.
E subito dopo, per sottrarsi alle molestie, ed alla paura di doventare pietoso, se ne andava a Montecavallo, sotto pretesto di trovarsi più sollecito la mattina seguente a consacrare monsignore Drikestein, vescovo di Ulma nella Svevia; in verità poi affinchè gli ordini dati sortissero tostano, e pieno compimento.
Monsignor Taverna, arnese docilissimo delle volontà papali, si ridusse di corsa al palazzo, dove, adunata senza indugio la congregazione dei giudici criminali, divisarono insieme il modo di dare esecuzione la mattina veniente alla senitenza.
Nello aulico estratto del _Giornale della confraternita di San Giovanni decollato in Roma, l. 16. carte 66_, leggiamo:
«Venerdì ai 10 settembre 1599 a due hore di notte fu fatto intendere che la mattina seguente si doveva fare giustizia di alcuni nella Torre di Nona, e di Carcere Savella, et però a cinque hore di notte adunai la confraternita, cappellano, sagrestano, e fattore, et andati alle carceri di Torre di Nona, et fatte le horationi ci furono consegnati gl'infrascritti a morte condannati, il signore Jacomo Cènci et il signor Bernardino Cènci fratelli, del _quondam_ signor Francesco Cènci. In Corte Savella alla medesima hora andata una parte dei confratelli, et entrati nella nostra cappella, et fatte le solite horationi ci furono consegnate le infrascritte a morte condannate, la signora Beatrice Cènci figlia del _quondam_ signore Francesco Cènci, e la signora Lucrezia Petroni moglie del _quondam_ Francesco Cènci gentildonne romane».
E poichè mi par debito, dopo due secoli e mezzo, rammentare ai presenti il nome di coloro che assisterono alla miserabile tragedia, non mi fie grave trascriverli qui come io li trovo registrati nel medesimo estratto.