Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 49

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Accorse secondo il De Angelis in pro di don Giacomo, ed anch'egli si affaticò ad escludere la causa _di delinquere_ supposta dal fisco, e mostrò come non lo potesse muovere attuale angustia di pecunia, avvegnachè il padre suo, per giusto comandamento del sommo Pontefice, gli pagasse onesta provvisione, e di più i frutti della dote della propria moglie godesse, i quali uniti alla provvisione della consorte non erano così scarsi, che alle spese domestiche sopperire non potessero: molto meno doveva muoverlo a commettere l'atroce parricidio la speranza di redare intero il patrimonio paterno, imperciocchè corresse comunemente il grido, e lo stesso Francesco Cènci lo andava predicando senza ambage, dei beni liberi averlo diseredato, la qual cosa il fatto ha chiarito vera pur troppo, e dei fidecommissarii non lo poteva privare. Vecchio essere il Conte Cènci, ed ormai giunto con gli anni a quella estrema parte della vita, dove ogni lieve spinta precipita nel sepolcro; laonde dovrebbe estimarsi non solo empio, ma folle Giacomo Cènci, se con tanta scelleraggine e tanto suo pericolo avesse affrettato quel caso, che in breve con sicurezza, e senza rimorso gli avrebbe procurato la natura. Or come è verosimile questo, che il figlio si mostrasse pazientissimo ad aspettare allorquando il padre era lieto di prosperevole salute, ed entrava in verde vecchiezza, e fosse poi intollerante d'indugio allorchè quegli diventa decrepito e malescio? Don Giacomo, alieno da lussuriosi sollazzi, dai vizii che contaminano il mondo aborrente, incolpevole gentiluomo, buon marito, buon padre, come allo improvviso svela così efferata indole, che vince ogni belva più cruda? Come, nato appena al delitto, doventa gigante, e con un passo solo ne percorre intera la carriera, che i più perversi non toccano che con i passi ultimi? Questo non consente la natura; e tutto quello che si oppone alle leggi eterne del vero o devesi addirittura rigettare, o per lo meno ammettersi con molta difficoltà. E qui, riprendendo con più veemenza l'avvocato, io considero, diceva, nell'amaritudine dell'animo mio seguitarsi una ragione affatto contraria, la colpa; e le circostanze della colpa quanto più procedono opposte al discorso naturale, tanto più volentieri si accettano; quanto più avverse allo regole della umanità e del diritto, tanto più facilmente si accolgono. Così non va bene. Don Giacomo, e questo secondo che merita non avvertiva il fisco, mentre si perpetrava il delitto non si trovava già alla Rocca Petrella, bensì dimorava in Roma. Dunque è chiarito, che con la sua opera immediata non potè partecipare alla strage. Se poi il fisco sospetta che vi concorresse mediatamente per via di lettere o di messaggi, ma dove sono queste lettere e questi messaggi? perchè non li produce, anzi neppure li ricorda? E sì ch'ei dovrebbe avvertire come a lui incomba il carico della prova, e a noi basti difenderci.--Il fondamento dell'accusa sta nella confessione dei prevenuti. Io per me, spesse volte meco considerando, son venuto nella sentenza che la confessione dello imputato, come cosa indegna della morale e contraria alla natura, non debba pesare sopra la bilancia della giustizia. Invero; con quale carità, o senno possiamo costringere un uomo ad accusare se stesso? L'uomo che si affatica ai suoi danni fu sempre reputato privo del bene dello intelletto; e se la Chiesa concede sepoltura _in sacris_ ai miseri che contro se stessi portarono le mani violente, ciò appunto fa perchè crede che abbiano perduto il senno. Ora, dico io, accusare se medesimo di delitto che importa pena capitale, non partorisce forse il medesimo effetto? Maisì che lo partorisce; e la lingua uccide al pari, e meglio, delle mani. Però, qui mi si obietta, noi non abbiamo confessione spontanea, ma estorta per virtù di tormenti. Bontà di Dio! Egregia risposta invero! Verrà un tempo in cui i posteri maraviglieranno come noi, loro padri, siamo stati o così stupidi o così barbari, da accettare quale argomento di verità quello, che per propria natura è segno manifesto di ferocia e di errore...

Un mormorio di disapprovazione si sparse per tutta la sala; e il Farinaccio stesso, tirata al collega la toga, lo ammoniva sommessamente a tagliar corto sopra quel tasto. Il cardinale Baronio, che fu uomo dottissimo per quei tempi, piegato il capo sussurrò nell'orecchio del cardinale Aldobrandino, il quale si mostrava nel sembiante soprammodo scandalizzato:

--Questi benedetti avvocati, quando hanno preso l'abbrivio, ne piantano di quelle che non istanno in cielo nè in terra!

--E senza corda, rispondeva quell'altro, io vorrei un po' che m'insegnassero come faremmo a sapere una verità. A che monta, di grazia, la facoltà concessa a cotesti parabolani, di oltraggiare tanto impudentemente la sapienza dei sommi dottori? Procedendo di questo passo, io vi domando, Eminentissimo, che cosa stia per diventare l'autorità? Perchè i giudici non gli hanno imposto silenzio?

--Eminenza, lasciamoli dire finchè ci lasciano fare: quando presumeranno tarparci le ale, _on avisera_; come dicono i Re di Francia allorchè i Parlamenti rifiutano registrarne gli editti.

Lo avvocato De Angelis girò il timone, e, come l'Altieri, si fece con arguta dialettica a demolire lo sformato edifizio del processo ingolfandosi in un tritume di osservazioni, le quali stancarono la mente degli uditori, e nocquero non poco alla efficacia dell'arringa. Finalmente dette termine alla difesa rammentando l'antichità della prosapia, e la chiarezza del sangue Cincio, e poi, con migliore consiglio, la moglie e i figli desolati di don Giacomo: andassero cauti, egli diceva, i giudici, ma cauti bene, a imprimere tanta nota d'infamia sopra così nobile casato: pensassero, al figlio del parricida veruna donzella stendere la mano; nessuno aprirgli il cuore: fatto, senza sua colpa, oggetto piuttosto di raccapriccio che di pietà sopra la terra, cuoprirlo di vituperio non pare villania, bensì diritto, e dovere: veruno lo chiama a mensa; in chiesa lo fuggono... Che più? a male in cuore sopportano comune con lui il raggio del sole, nè la terra, che tutti accoglie nel suo seno dopo morte. Ed anche a voi, Padre ottimo massimo degli universi fedeli, concedete che io presenti la miseria di una moglie, il lutto dei figli: nelle mani, che io supplichevole inalzo al vostro soglio augustissimo, piacciavi contemplare le mani di quattro fanciulli e di una donna; nella mia voce udire le strida di cinque innocenti, che con lacrime e singulti, dopo Dio, da voi sperano, ed attendono misericordia.

--Eminenza, favellò il cardinale Sforza al cardinal Cinzio, eccovi il vostro fazzoletto, che vi ho raccolto per terra; ne avrete bisogno per asciugarvi le lacrime.

--Io?--Io non patisco di pianto.

--Però l'arringa dello avvocato Niccolò mi è parsa concludente assai; la perorazione poi senza dubbio felice.

--Eh! secondo i gusti, Eminenza. Per me, se la raffronto co' precetti di Aristotele e di Quintiliano, parmi la più meschina delle amplificazioni di uno scolare di rettorica; senza contare l'eresie giuridiche ch'egli ha detto, segnatamente la famosa contro la confessione ottenuta _per vim torturae_. Ma silenzio; ecco che si leva il Farinaccio. Stiamo a veder correre questo barbero; il palio è di quattro teste. Quanto vogliamo giuocare, ch'egli lo perderà?

--Quando lo dite voi, Eminenza, non ci ha luogo scommessa; come potrei avere io convinzione diversa dalla vostra?

Il cardinal Cinzio sogguardò sospettoso in faccia lo Sforza; ma questi, arnese vecchio di corte, gli mostrò la fisonomia aperta quanto lo scrigno di uno avaro.

Si levò il Farinaccio crollando la testa; e, fulminato con uno sguardo d'inesprimibile disprezzo il Procuratore fiscale, che ineccitabile lo riceve come il serpe che ha ingolato lo scoiattolo, con gran voce prese a dire:

--Assista Dio! Non so, incominciando la presente orazione, se in me sia maggiore la maraviglia, o il rammarico, ma certamente mi perturbano gravissimi ambedue; imperciocchè, prima di esercitare lo ufficio della difesa, mi trovi costretto a richiamarmi alla mente il ministero dell'accusa. Il procuratore fiscale, se l'antica dottrina oggi non è venuta meno, come difensore della legge preordinata alla sicurezza di questo umano consorzio, deve procedere nelle sue conclusioni severo, ma senza acerbità; solerte, ma senza furore; arguto, ma senza perfidia; e chiunque altramente costuma, a viso aperto gliel dico, le parti usurpa del carnefice, e forse fa peggio. Come pertanto ho potuto ravvisare io il difensore della legge nel magistrato, smanioso come la pitonessa sul tripode, invaso dal demone che l'agitava? E fu mala cosa. Come riconoscerlo io, quando ricavò dai fatti conseguenze malignamente sofistiche? E questa fu più brutta ancora. Come raffigurarlo allorchè udii storcergli i fatti, alterarli, e, quasi ciò gli paresse poco, supporne dei falsi, o immaginarne dei non veri? La quale, a parere mio, fu bruttissima. Non vi commuovete, signor fiscale, sul vostro seggio, perchè io quanto dico intendo provarvelo...

E questo il Farinaccio diceva per figura rettorica davvero, imperciocchè ei se ne stesse tranquillissimo; anzi si guardasse le unghia delle mani, per vedere se le fossero ben nette. Il Farinaccio continua:

--Voi ardiste descriverci il conte Francesco Cènci come un modello rimasto, mercè di Dio, sopra la terra per far fede della età dell'oro, e scorazzaste i classici, così greci come latini, per foraggiarvi gemme buone a comporne il diadema di virtù, che poneste sul capo al vostro eroe. O pudore! Religioso Francesco Cènci? Certo inauguratore ei fu di sante immagini, ma per bestemmiarle; edificatore e restauratore di templi, ma per profanarli; apparecchiatore di avelli, ma per seppellirvi, siccome egli andava empiamente ogni giorno supplicando Dio, tutti i suoi figliuoli prima di morire. Pietoso Francesco Cènci? Certo piissimo uomo fu egli quando imbandì il convito, nel dì che gli pervenne notizia della strage dei figli suoi; piissimo quando, propinando col bicchiere colmo di vino a Dio, bandiva che dove fosse stato pieno del sangue dei suoi figliuoli, ei lo avrebbe bevuto con maggior devozione del liquore della santissima eucarestia. Queste mostruosità poi non sono immaginate da me, bensì corrono per le bocche degli uomini, e vengono attestate da prelati e baroni di tutto onore degni, che all'orribile festino, convitati, assisterono. A cui era ignoto l'uomo? Voi tutti lo conosceste, e sapete quali e quanti gli si apponessero delitti: forse taluni fra voi lo condannarono; chè il piissimo uomo dell'accusa si trovò a sopportare parecchie condanne, componendo la pena con la Camera Apostolica mercè inestimabile quantità di pecunia. Venite meco, Signori; vediamo un po' questo uomo, per dottrina preclaro, quali volumi, frutto di notti vigilate, egli lasci a edificazione ed ammaestramento dei posteri. Eccoli; il libro delle sue effemeridi, dov'egli, non so se con maggiore inverecondia, o nequizia, andava notando giorno per giorno i suoi delitti. Nè i misfatti di sangue, parlo cose a tutti note, furono in lui i più nefandi. I vincoli che il cuore umano desidera in questo terreno pellegrinaggio per sollievo allo squallor della vita, egli ebbe tutti: amico fu per diventare traditore: si finse amante per sedurre la innocenza, e poi lasciarla in balìa della disperazione: diventò marito per adulterare, padre per commettere incesto. Questi vincoli ei strinse pel talento di calpestarli; prese cognizione delle leggi romane per trasgredirle; le divine conobbe per romperle. Se Francesco Cènci non era, avremmo creduto che Tranquillo Svetonio temperasse lo stile nella calunnia allorquando ci lasciava scritti la vita e i costumi di Tiberio imperatore. Spettava al Cènci di fare agli uomini palese come le immanità di Caligola, di Nerone, di Domiziano, di Caracalla, e di quanti altri mostri Iddio mandò nel suo furore a flagellare la terra, cumulate insieme, potessero superarsi. Tale fu Francesco Cènci; e se io ho calunniato la sua memoria, possa la sua anima in questo momento affacciarsi sopra la soglia del tribunale, e gridarmi: «tu mentisci». O anima sciagurata, dovunque tu sii ascoltami. Lasciando ad altri la cura di rinfacciartelo al cospetto di Dio, io qui, davanti al suo Vicario santissimo, ti proclamo il più perfido e il più infame di quanti scellerati apparvero nel mondo...

Il Procuratore fiscale, come se non fosse fatto suo, attendeva sempre a guardarsi le ugna; non così il cardinale Sforza, che sommesso diceva al San Giorgio:

--E' par che buone mosse abbia preso il barbero.

Ma l'altro non lo ascoltava, che in cotesto punto concludeva certi suoi pensieri con la seguente formula: egli bisogna che sia con noi, o contro noi. Intanto il Farinaccio prosegue:

--Qui noi vediamo un cadavere, la gola squarciata da larga ferita. Chi è egli? Un padre. Chi lo ha trucidato? Sua figlia: ella senza impallidire lo dichiara; senza rimorso il confessa; anzi, se non lo avesse fatto, bandisce che tornerebbe a farlo. E chi è questa femmina dai truci pensieri, e dai fatti più truci? Eccola; una fanciulla di cui il sembiante par formato dalla mano degli angioli, onde quaggiù si mantenga il tipo della celeste purità. La Innocenza può baciarla in bocca, e dirlo: ave, sorella. La Mansuetudine parla come lei, come lei sorride. Non vi ha persona che lei non esalti, e levi a cielo; di molti ha sollevato i dolori, ha pianto alle angosce di tutti. Che cosa mai può avere sospinto la egregia donzella allo esecrando attentato? Domandatelo al Fisco, ed egli ve lo dirà. È stato il diavolo. Oh! il diavolo, se l'avesse veduta, l'avrebbe tolta in iscambio di un angiolo, e l'avrebbe adorata; e noi sappiamo che il diavolo sopra gli angioli non ha potenza: i procuratori fiscali poi non vanno immuni da siffatto pericolo perchè nessuno li estima angioli, nè anche se stessi. Lasciamo pertanto il diavolo a casa sua, e discorriamo di cause più umane. Forse la cupidità del danaro? A sedici anni la gentil donzella pensa al danaro quanto lo usignuolo, ch'empie delle sue melodie le valli in una bella notte di estate; vi pensa quanto la farfalla, che tuffa le ale nel raggio del sole di maggio. A sedici anni la fanciulla è tutta amore pel cielo e per la terra: questi due amori si confondono in lei, sicchè il suo primo amore per oggetto terreno ritrae sempre in se qualche cosa di divino. Ma poniamo, via, che in lei allignasse vaghezza di pecunia; come mai poteva questa condurla allo abbominevole misfatto? Il censo, ch'ella redava copiosissimo dalla madre, il padre non poteva menomarle, nè torle: folle consiglio saria stato in lei la fiducia di ottenere o tutto o parte del paterno retaggio libero dai fideicommissi, avvegnachè Francesco Cènci, il quale non si era proposto altro fine che quello di spogliare i suoi figliuoli degli averi, della fama, e, se avesse potuto, della vita, non si sa come si sarebbe mostrato pietoso unicamente con lei; e peggio che follia sarebbe stato per la signora Beatrice sperare nei beni fideicommissarii di casa sua (e qui levò la voce più sonora che mai) chè i beni fideicommissarii per comune consentimento dei dottori non possono per veruna causa o pretesto, neppure per fellonia, alto tradimento, o parricidio di taluno dei chiamati, esser tolti ai legittimi suoi successori maschi di maschio...

Il vecchio pontefice a queste parole declinò la testa, e le sue pupille traverso i sopraccigli irsuti parvero fiamme dietro una siepe di rovi; il cardinale di San Giorgio levò la sua, e con l'angolo esterno dell'occhio sbirciò il papa. I due sguardi parve si cambiassero una parola, e questa per certo fu:

--Costui bisogna che sia dei nostri...

--Felice Olimpia!--riprende a dire l'avvocato--felice, che rinvenisti orecchio per ascoltarti benigno, ed incontrasti il Padre dei fedeli sollecito a sottrarti agli empi disegni del genitore, mercè onorevole parentado. I cieli non concessero alla signora Beatrice siffatta ventura; la sua voce, fra il trambusto di tempi agitati, in mezzo al fragore delle armi, e alle grida di trionfo per la recuperata Ferrara, non venne intesa. Del suo memoriale, che dal profondo della miseria ella rivolse allo eccelso Vicario di Cristo, non occorre più traccia nella cancelleria, se togli l'appunto del giorno in cui fu consegnato, e la testimonianza dell'ufficiale che lo ricevè. In questo modo si chiudevano a lei quelle vie, che si apersero altrui; solo egli era destino che rimanesse la misera abbandonata da tutti, esposta, novella Andromeda, sopra lo scoglio della necessità ad essere divorata da mostri più crudi di quello che superò Perseo!

A me prende ribrezzo raccontare le atrocità commesse dal conte Cènci contro la sua figliuola Beatrice. Ah! perchè la natura mi fu avara di un cuore e di un ingegno pari a quelli che prodigò al fisco, ond'io mi compiacessi a esporre le parole piene di vergogna con le quali il tristo vecchio contaminò le orecchie castissime di Beatrice, e l'empietà con le quali ingegnavasi depravarne la virginea intelligenza? Nè gli giovarono le lusinghe, le inverecondie, le cieche ire, le insanie trucissime, le carceri disoneste, le lunghe fami, i sonni spaventati, le affannose vigilie, i colpi, le ferite, e il sangue co' quali egli tentò superarla.--Noi vediamo un cadavere con la gola squarciata; noi raccapricciamo a mirarlo... è un vecchio... è un padre trafitto dalla propria figliuola: nessuno lo nega... ella il confessa:--oh! anche a me il freddo penetra le ossa, e i denti battono per orrore; ma via, facciamoci coraggio; osiamo investigare qual fosse, prima di diventar cadavere, costui. Schiusa, come ladro notturno, pianamente la porta della stanza ove gemeva la sua desolata figliuola, avvolto le nude membra dentro una zimarra, si accosta al letto della giacente: ella dorme e piange, perchè alla infelice non sono amici nè anche i sonni. Egli, il sacrilego, velata prima la lampada che la vergine teneva accesa davanti la immagine della Madre della purità, rimuove le coltri e nuda le membra, che natura fa sacre agli occhi dei genitori.--chiunque è qui, che abbia viscere di padre, venga meco a vedere il vecchio empio, con la bocca contratta verso le orecchie come un satiro, gli occhi avvampanti dinanzi ai quali è passato il fumo dello inferno, tremante, fremente, curvarsi stendendo le mani, toccare il corpo della vergine, e... Beatrice si sente strisciare sopra la persona la pelle lurida e diaccia del rettile... si sveglia... che mai farà?

Che farà?--Se empia ella fosse stata al pari del padre suo, o abietta, voi allora avreste udito come altramente si sarebbero ecclissati i soli del fisco; in bene altra guisa avrebbe il Tevere del fisco ritorto le corna verso la sua sorgente.--Io, o padri, vi ho tratto davanti a questo spettacolo, e non vi ci ho tratto invano... Rispondetemi, dite, in cotesto momento quale avreste desiderato voi Beatrice... empia... abietta come non fu la Romana vergine, o miserissima com'ella di presente si trova?--Beatrice vide faccia a faccia la sventura, e l'abbracciò come messaggera di Dio... avventò il ferro, e sottrasse il suo nome alla infamia. Noi, deplorando questa suprema necessità, dobbiamo ammirare la fanciulla valorosa, che in altri tempi Roma le avrebbe tributato gli onori del trionfo, ed oggi la straziò co' tormenti, e adesso le minaccia la morte ignominiosa.

Il divo imperatore Adriano ordinò non farsi luogo alla pena del parricidio quantevolte il figlio uccidesse il padre, o questi quello, per una delle quattordici cause contenute nell'Autentica _Ut cum appellatione cognoscitur_. Bene è vero che l'imperatore Adriano considera la strage del figlio adoperata dal padre a cagione dello stupro della matrigna o concubina; ma per consenso dei dottori il disposto di cotesta legge si estende eziandio a qualsivogiia altro caso d'ingratitudine, non già perchè proceda affatto impunito, ma con qualche pena più mite della capitale si vendichi.

Ora sarò io forse costretto ad affaticarmi davanti a voi per dimostrare quale, e quanto reato sia lo incesto contro la propria creatura? Pare a voi che gli si possa paragonare lo stupro della matrigna, o della concubina paterna? Parvi ch'ei sia da agguagliarsi con le altre cause d'ingratitudine, come, a modo di esempio, se il figlio non riscattò il padre schiavo, o, se povero, non lo sovvenne? Lascio l'ecclissi al fisco, e il torcere dei fiumi alla sorgente; ed in prova della enormità del misfatto io vi rammento come il divino Aristotile, nella Storia degli Animali, racconti di un cavallo, il quale fatto accorto di essersi mescolato inavvertentemente con la madre sua, venne soprappreso da così insanabile dolore, che non gli parendo ormai di potere più vivere si lasciò scoscendere giù da una rupe, punendo così da se stesso la involontaria empietà, e liberando il mondo da un tristo oggetto dell'odio degli Dei.

Fino dalla più rimota antichità, in ogni periodo del vivere comune fra gli uomini andò impunito lo sventurato, più che colpevole, che per evitare lo incesto trafisse il suo parente, come si legge di Semiramide uccisa dal suo figliuolo Nino mentre lo ricercava di scellerato abbracciamento; di Ciane figlia, la quale ammazzò il padre Cianno che l'aveva stuprata; di Medulina, che, deflorata dal padre ebbro, quello senza misericordia condusse a morte; e, per causa meno iniqua delle rammentate, Oreste, trucidata la madre, mentre da una metà dei giudici vien condannato e dall'altra assoluto, Minerva, dea della Sapienza, scende invisibile a depositare nell'urna il voto assolutorio, per la qual cosa il figliuolo di Agamennone ne usciva impunito. Questo esempio a me piacque referire non perchè si abbia a credere come buono litteralmente; ma per dimostrare come quel popolo civilissimo della Grecia non dubitasse immaginare che la suprema intelligenza, uscita adulta e armata dalla mente di Giove, concorresse a bandire degno più di pietà che di castigo il figlio spinto a trucidare la madre, per vendetta, comecchè tarda, della strage paterna.