Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 48

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--E come potrò calmarmi io? I tempi, e la corruzione universale mi spinsero nel sentiero dei piaceri sregolati, ch'io percorsi senza decoro, è vero, ma anche senza viltà; e qui nel petto serbai sacro un luogo dove si fa sentire la voce di Dio, che mi comanda palesarvi innocenti la Petroni e i Cènci: la signora Beatrice, innocentissima, confessa a istanza mia, per le supplicazioni dei suoi, ed in virtù del medesimo amore, che persuase a Cristo sagrificarsi pel genere umano. Nonostante la confessione della strage dello scellerato, che la natura stessa si vergogna a chiamar padre, io confido che nessun giudice cristiano vorrà condannare la figlia che salva valorosamente la sua onestà. Dove io non ottenga questo, io... io stesso le ho posto la testa sul ceppo;--su le mie vesti, signor Cardinale, su le mie mani, se io non riesco, si scorgerà indelebile il sangue innocente; quindi per me non più quiete, nè pace; nè potrò piangere tanto che basti, per mondarmi da! rimorso... ed io vi giuro su questo santo messale, che in espiazione del mio non volontario delitto io vestirò il saio del pellegrino, e dalla Estremadura fino in Palestina, da Gerusalemme al Loreto non lascerò dietro a me città, villa, o casale, dove io non abbia predicato la innocenza della famiglia Cènci, e il deplorabile errore di cui ella cadde vittima.

--Calmatevi, signor Prospero. Voi mettete troppo calore in questo negozio; concedete ch'io ve lo dica. Voi non potete ignorare quale alto concetto si abbia in corte di voi, e quanto ci torni grato compiacervi, potendo. Questo in segretezza vi confido, che Sua Santità non ha trasmesso ancora verun comandamento al Governatore di Roma per la esecuzione della sentenza. Procurerò frattanto di favellargli, e la supplicherò umilmente a concedere che la difesa abbia luogo, facendole conoscere essere in ciò impegnata la mia parola. Andate, e state sicuro di questo, che non sarà mossa foglia senza previo vostro avviso.--Ora, come amorevole vostro, mi sia permesso avvertirvi, che essendo da molto tempo fermo in corte di promuovere la persona vostra a carica cospicua, e giovarci dei preclari vostri talenti in benefizio dello stato, voi non veniate a rompere il disegno con le vostre mani,--troncandovi la via per salire; e nel tempo stesso con modi e parole imprudenti non facciate ricordare certe faccende poste a mezzo in oblìo, e così fabbricarvi con le vostre mani il precipizio in cui potreste rovinare. In breve avrò gusto di rivedervi.

E si divisero.

Veramente le parole del cardinale dettero un po' da pensare al Farinaccio; ma scotendo la testa, le cacciò via come si costuma dei fiocchi di neve posati sopra i capelli; e procedendo infaticabilmente nello assunto impegno, radunò i colleghi ed espose loro il minacciato tradimento, eccitandoli di presentarsi al papa per far vive le proprie ragioni. A vero dire non ebbe a spendere troppe parole per renderseli parziali; imperciocchè nei varii componenti un collegio vediamo prevalere sempre l'amore del corpo; e gli avvocati Altieri e De Angelis, quantunque di natura dimessa, procedevano tenerissimi delle cose giuste: incapaci certo a sopportare il martirio, ma neppur tali da disertare, senza risentita protesta, la causa del diritto. Convennero pertanto di condursi al Vaticano; e poichè correva notizia che il papa ricusasse ammettere al suo cospetto chiunque fosse andato a tenergli proposito dei Cènci, statuirono che si presentasse il De Angelis come avvocato dei poveri, sperando che il pontefice, ignaro della parte che aveva assunto nella difesa dei Cènci, lo accoglierebbe; e allora, colto il destro, lo avrebbero seguitato i colleghi, e, genuflessi tutti ai piedi di Sua Santità, con gli argomenti che l'occasione avesse persuaso migliori si sarebbero industriati a farsi confermare la grazia della difesa, già conceduta dal suo nepote cardinale di San Giorgio.

E come ebbero concertato, così fecero. Andando al Vaticano essi videro tornare indietro le carrozze dei principali prelati e baroni romani. Aguzzando gli sguardi taluni scòrsero nelle sembianze disfatti, tali altri gestivano concitati, e pareva eziandio che favellassero veementi parole; sennonchè la lontananza impediva loro di raccoglierne il senso. Malo augurio era quello. Fatti più cauti dalla necessità divisarono presentarsi nell'anticamera separati, e confondersi nella folla di coloro che aspettavano essere ammessi alla udienza; allontanando perfino il sospetto, che gli muovesse un comune negozio. Riuscì a bene il partito: annunziato il De Angelis, ottenne licenza di presentarsi; ed aperta dal camerario la porta per lui, l'Altieri e il Farinaccio, prima ch'egli si riavesse dalla sorpresa, lo seguitarono, e tutti insieme in diversi atteggiamenti s'inginocchiarono davanti al pontefice; il quale, cruccioso corrugando la fronte e stringendo i sopraccigli, interrogò con voce velata:

--Ch'è questo?--Che cosa vogliono da me le signorie loro illustrissime?

--Santità, rispose il De Angelis levando supplichevoli le mani, noi non ci alzeremo dai vostri beatissimi piedi se prima non ci venga confermata la grazia, già promessa dallo Eminentissimo di San Giorgio, di potere difendere la causa di quei meschini dei Cènci.

Clemente VIII violentato, per così dire, contro ogni sua previsione, dissimulava la collera che gli bolliva nelle viscere: solo, con voce anche più velata, favellò:

--Dunque noi serbava la Provvidenza a contemplare come in Roma non pure trovinsi scellerati che ammazzino il proprio padre, ma avvocati altresì, i quali non rifuggano dalla difesa dei parricidi?

Il De Angelis sbigottito lasciò cadersi giù le braccia, non osando riaprire la bocca. Lo Altieri, cui parvero, come veramente erano, strane le parole del papa, stava per dargli convenevole risposta; quando lo prevenne il Farinaccio, che ardito e franco così incominciò a dire:

--Beatissimo Padre, è nuovo udire da cui fu orgoglio e lume della curia Romana salutati i difensori come campioni del delitto. Noi non venimmo qui per difendere parricidi, ma ci siamo venuti per supplicare il mantenimento di una promessa, ch'è sacra; però che noi confidiamo potere, mercè la difesa, dimostrare come taluno degli accusati sia innocenti, tale altro scusabile; tutti poi meritevoli della commiserazione di vostra santità. Voi, Beatissimo Padre, li reputate colpevoli, e noi c'inchiniamo davanti la vostra convinzione; noi li teniamo innocenti, e chiediamo, come di diritto, sia rispettata la nostra;--conciossiachè la voce della coscienza ci venga da Dio, e nelle bilance dell'Eterno pesino tutte ugualmente le coscienze degli uomini.

Il Farinaccio pronunziava coteste parole con modo solenne; sicchè, comunque genuflesso col corpo, per virtù dell'anima pareva che, seduto egli nella cattedra dello Apostolo di Cristo, ragionasse col papa umiliato per terra. Il Papa rimase percosso; nè gli sovvenendo in quel punto altro partito alla mente, quasi per acquistar tempo, rispose:

--Alzatevi!--Poi, levati gli occhi sospettosi sul Farinaccio lo fissò uno istante, e gli domandò:

--E voi siete il signore avvocato Prespero Farinaccio?

--Sono Prospero Farinaccio, indegnissimo figlio e suddito di vostra santità.

--E sua eminenza il cardinale San Giorgio ha veramente promesso a voi la grazia della difesa dei Cènci?

--A me, Beatissimo Padre.

--Il cardinale San Giorgio manterrà quanto ha promesso. Andate in pace.

La voce del pontefice per essere velata non suonava meno minacciosa, come tuono, che per venire di lontano non cessa di annunziare la tempesta; per la quale considerazione l'Altieri, dubbioso di essersi pregiudicato nella estimativa di lui, appena i suoi colleghi ebbero varcato la soglia della porta, che, tornato addietro, si gettò di nuovo in ginocchioni davanti al papa, e gli disse:

--Beatissimo Padre, degnate aver mente che essendo ascritto ancora io al collegio degli avvocati dei poveri, non poteva in veruna maniera negare il ministero della difesa a chiunque me ne avesse richiesto.

Ma il Papa, simulatore e dissimulatore solennissimo, avendo ormai recuperato intera la sua impassibilità, rispose mansueto, e soave:

--Noi non ci siamo maravigliati di voi, ma degli altri;--però, ripensandovi sopra, ho conosciuto come sieno anch'essi uomini valorosi, e zelatori del nobile loro ministero.

Quando l'Altieri raggiunse i suoi colleghi gli trovò stretti alla vita del cardinal Passero, che avevano incontrato per via, ed abbordandolo senza cerimonie gli dicevano: tornare da conferire con Sua Santità; avere ricavato da segni non dubbii la sua ottima mente; volere che Sua Eminenza, se aveva dato parola, che la mantenesse. Andasse egli pertanto, il benefizio compisse; eglino starebbero in anticamera ad aspettare lo esito del colloquio.

--Non sembra che voi pecchiate di troppa confidenza? notò il Cardinale al Farinaccio ghignandogli d'un suo sorriso alla trista.

--_More romano_, Eminenza, _more romano_. Gli antichi nostri chiamarono il pegno da pugno, non si reputando sicuri se non tenevano la guarentia nelle mani; e nè manco fidavansi a citazioni, bensì strascinavano il testimonio in giudizio per le orecchia.

Il Cardinale aggrinzò vie più le gote, e stese le labbra; ed inchinata alquanto la persona, entrò nella stanza del papa. Colà rimase quanto gli parve persuadergli la decenza, e poi ne uscì fingendo allegrezza grandissima per avere, in virtù delle umili sue supplicazioni, ottenuto dal sommo gerarca facoltà che la promessa data da lui si osservasse, e la proroga di giorni venticinque, affinchè i signori avvocati con tutto comodo alle difese si apparecchiassero.

NOTE

[1] Omar, espugnata Alessandria, durante tre mesi scaldò i bagni pubblici con quattrocento mila volumi della biblioteca raccolta da Tolomeo Filadelfo e dai suoi successori.

[2] Sisto V fece mettere in castello Sant'Angiolo cinque milioni di oro, che servirono poi a Clemente VIII allo acquisto di Ferrara a danno del duca don Cesare di Este. GREGORIO LETI, _Vita di Sisto V_.

[3] Maffeo Barberini, che poi fu papa col nome di Urbano VIII, veramente in questa epoca non era cardinale: egli fu promosso alla porpora romana da Paolo V, col titolo di San Pietro in Montorio, nel 1605.

[4] Ciò accadde a danno di certo spagnuolo, il quale percuotendo di un bastone un lanzo che lo aveva offeso, lo uccise. GREGORIO LETI, _Vita di Sisto V, p. 2_.

[5][6] GREGORIO LETI. _Op. cit. p. 2_.

CAPITOLO XXV.

IL GIUDIZIO.

Leo rugiens, ursus esuriens, princeps impius super populum pauperem.... multos opprimet per calumniam. _Prov. C. 28. v. 15_.

Aperta è la gran sala ove le sorti Fur decise dei re, quando ancor Roma Fu astuta, se non forte. ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.

Questa è la sala che vede i dipinti di Raffaello, ed ascolta le consulte dei sacerdoti:--questa è la sala dove si discussero, e sovente ancora si decisero, i destini dei Re del mondo; però che la forza, prima di spengersi, consegnasse la fiaccola all'astutezza, siccome i servi costumavano fare nei giuochi lupercali; e questa si affrettò a mettere in fiamma i quattro canti della terra.

Quando i popoli, rotte ad una ad una le penne della grande aquila che ecclissava il sole della libertà, sperarono de riscaldarsi ai raggi de quello, ecco altre ombre si posero fra mezzo all'uomo e alla libertà, e le mandavano le chiavi di San Pietro--il pescatore ebreo.--Ma la forza si consuma, e l'astutezza altresì; e se il pomo del brando romano non giunse a conficcare il chiodo alla ruota della fortuna, molto meno poteva farlo il pastorale del chierico. La vendetta rode di nascosto, ma inevitabilmente, a guisa di vena di acque sotterranee, la forza. Dietro un tronco di albero, dietro l'ara di un nume, da per tutto e sempre tiene teso l'arco, e presto o tardi saetterà il tendine d'Achille; ma la frode si logora coll'uso delle sue stesse malizie, come l'orologio a polvere si vuota lasciando cadere i grani della sabbia che misurano il tempo.

Il Papa siede sublime sopra il capo di tutti, sotto un baldacchino di velluto cremisi ornato di frange di oro. Sceso un gradino, gli seggono sopra sgabelli attorno quattro cardinali: da un lato Cinzio Passero cardinale di San Giorgio, nepote per parte della sorella Giulia, e Francesco Sforza cardinale di San Gregorio in Velatro; dall'altro Pietro Aldobrandino cardinale di San Niccolò alle Carceri, nepote per parte del fratello Pietro, e Cesare Baronio cardinale dei santi Nereo ed Achilleo, avvolti nei magnifici loro paludamenti di porpora: poi, in un ricinto più vasto, su stalli onorevoli, e cardinali, e vescovi, e di ogni maniera prelati, cospicui per cappe o pagonazze o vermiglie.

In mezzo, alla destra del trono, un banco coperto di panno scuro per gli auditori di Palazzo e della sacra Ruota criminale presieduti da straordinario presidente, sendo caduto infermo il Luciani: dalla parte opposta un banco pari pel procuratore fiscale, con parecchi cancellieri e notari: per traverso un terzo banco destinato pei difensori.

I lanzi dalla barbuta e dalla corazza di ferro, l'alabarda sopra le spalle vigilavano la sala, e respingevano addietro i curiosi con brutte parole, e peggio fatti: orgoglio ad un punto ed umiliazione antica della gente itala, appo cui è mestieri tirare dal settentrione queste bestie dalla faccia umana per esercitare la forza brutale. Nè mancarono dame e cavalieri attillati, come se intervenissero a qualche festino; ed è fama eziandio, che con i nastri neri pendenti giù dai cartolari del processo fosse in cotesto giorno annodato più di un laccio d'amore.

Ognuno seduto al suo posto. Intimato, secondo il solito, dagli uscieri il silenzio, il Presidente, ottenuta licenza dal sommo Pontefice, accennava con la destra al Procuratore fiscale, ch'egli poteva incominciare.

Questi si levò. Intanto ch'ei si forbisce col fazzoletto la faccia, compone la chioma e fa altre simili smancerìe, tratteniamoci un momento a considerarlo. È del colore degli antichi Cristi di avorio: l'occhio ha spento, opalino come quello del pesce fradicio; i capelli tiene giù ripresi, e lisci da una tempia, e paiono un salice che gli pianga su la testa il cuore e il cervello da gran tempo defunti: muove le braccia come i telegrafi marini: ora si rannicchia con la persona, ora sbalza su, come un serpente di filo di ferro dalle scatole da tabacco. Solo a vederlo di leggieri si comprende come al nascer suo la petulanza, la presunzione e la stupidità menassero un ballotondo intorno alla sua culla, e gli facessero un presente, cui egli poi aumentò mettendoci di suo la ipocrisia.

Il nostro procuratore fiscale ecco si rovescia con molta solennità le maniche della toga, e poi con una vocina, che va di mano in mano rinforzando, dopo avere assicurato che per lui non si era omessa diligenza veruna nello esame del processo, ed invocato l'aiuto di Quello che non n'è mai avaro per chi lo sollecita di cuore, raccontò come, a persuasione del diavolo e da cupidità abbominevole spinti, persone non nemiche, non estranee, ma parenti, ma moglie e figli macchinassero la strage del conte Francesco Cènci, uomo per pietà insigne; per lignaggio chiarissimo, per dottrina preclaro: disse del mandato conferito ai sicarii Olimpio e Marzio; del sonno traditore, del differito parricidio a cagione della festa della Beata Vergine: dipinse l'orrore degli assassini, le truci minacce della donzella per vincerne la repugnanza; il chiodo confitto e riconfitto; il cadavere tratto pei capelli sul pavimento, e poi con barbara immanità precipitato giù dal balcone: favellò della prova, che in grazia delle salutari torture emanava limpidissima dalla concorde confessione dei rei: si diffuse intorno allo spavento del mondo inorridito a sentire come in Roma, nell'alma sede della religione santissima, accanto al soglio dell'ottimo fra i vicarii di Cristo siffatte scelleratezze si commettessero.--Che più?--Il secolo corrotto consentendo quelle licenze, che in breve toccarono l'estremo, egli raccontò come il sole si fosse per la paura oscurato; mentre, all'opposto, non era mai apparso chiaro come in quei giorni:--e come le acque del Tevere, sgomentate, avessero retroceduto alla sorgente; malgrado che a vista di tutti i Romani avessero continuato a scorrere tranquillamente sino ad Ostia: finalmente, apostrofando il Crocifisso pendente alle pareti, confortò i giudici a richiamare alla mente i suoi divini precetti allorchè comanda, che l'albero incapace a produrre frutti buoni sia reciso, ed arso: nè qui trattarsi già di frutti buoni, sibbene di pessimi, e scellerati. Tentasi, egli soggiunse, di sorprendere la religione vostra, o Signori della Ruota, col farvi considerare la giovanezza di taluni fra i colpevoli, come se questo, invece di attenuare il delitto, non somministrasse plausibile fondamento a procedere con asprezza maggiore. Se di queste abbominazioni mostraronsi capaci gli accusati o non tocca ancora la pubertà, o a quella giunti appena, che cosa mai ci dovremmo aspettare da loro, diventati adulti? Correremmo il rischio che la famiglia di Atreo sembrasse un convento di cappuccini! Concluse finalmente con certa ipotiposi da lui con somma diligenza elaborata, la quale descriveva l'anima dello illustrissimo signor conte Francesco Cènci spinta con violenza fuori di questa vita senza il conforto dei sacramenti, e condannata, per avventura, al fuoco penace, soffermarsi sopra la soglia dello inferno, scuotere i bianchi capelli intrisi di sangue, e, sollevate le mani verso i giudici, gridare disperatamente: «Vendetta! vendetta!»

Oh, fra i tristissimi, egli è pure il tristo mestiere quello del procuratore fiscale! Ed anche questo perchè mai esercitato? Per un tozzo di pane. Ma quanto più onorato il pane molle di sudore dello artigiano! Quanto meno reo quello intriso dalle lacrime del servo della pena! Essendo costoro provvisionieri del patibolo, dovrebbero cibarsi co' rilievi del supplizio. Qual differenza sovente corre fra essi e il carnefice? Certo, se ve ne ha, torna in vantaggio del carnefice: senza odio come senza viltà egli tronca col ferro i meschini, cui il procuratore fiscale ha già assassinato con la parola. Un giorno Dio li giudicherà; ed io per me penso, che la misura del primo sarà trovata a paragone più lieve. Ma le parole che montano? Cotesti maladetti dal Signore, co' presagi del vituperio in questa vita e della dannazione nell'altra si fregano i denti bianchi di pesce-cane come con una rappetta di finocchio, e tirano innanzi, fischiando, a rigare il mondo con una traccia di sangue.

Dei difensori fu primo ad arringare l'Altieri per Lucrezia Petroni, il quale con graziosa gravità favellò in questa sentenza: molto col suo ministero e con se stesso rallegrarsi, per non dovere spaventare i suoi giudici con immagini ricavate dallo inferno; bensì corrergli obbligo di supplicarli a volgere lo sguardo sopra una matrona pia e mansueta, e di levare un grido, di vendetta non già, riprovatissimo in ogni luogo, e davanti ogni consesso di cristiani; davanti poi il Vicario di Gesù Redentore e giudici piissimi abbominevole; bensì grido, che unico possa suonare degnamente nei tribunali, ed è: «Giustizia! giustizia!»

Ricercando in processo le cause muoventi al delitto, dimostrò come veruna di quelle accennate dal fisco convenisse a Lucrezia Petroni. Non la cupidità, conciossiachè nulla ella avesse a sperare dalla morte del marito Cènci, succedendo il coniuge all'altro coniuge intestato in esclusione del fisco soltanto; e qui invece essere conosciuto da tutti come il Conte Cènci avesse fatto testamento per diseredare chiunque con vincolo di parentela gli appartenesse: per la qual cosa ad appagare l'empie voglie della sua cupidità, quando mai l'avesse concepita, ostavano gli eredi necessarii e il testamento. Non può averla mossa il rancore, avvegnadio ingiurie ed offese ella avesse sofferto ben molte per la parte dello efferato marito; ma non essendosi fatta viva mentre tuttavia giovane e bella se ne sente angoscia in ragione del diritto che la donna crede di possedere a non doverle sopportare, era, non che inverosimile, assurdo ch'ella agognasse vendicarle dopo tanto spazio di tempo, e quando erano cessate, ed allorchè gli anni volgendo a vecchiezza, il sangue scorre più languido nelle vene, e l'animo, anco nelle nature irrequiete, assume più miti consigli; specialmente poi vendicarle con partite così atroce ad un punto, e pericoloso. Se le sevizie (le ingiurie alla fede coniugale io metto da parte) avessero perdurato, donna Lucrezia ricorrendo ai tribunali avrebbe ottenuto la separazione dal marito; la quale in quanto al vincolo non concedesi, ma in quanto al domicilio, o toro, sì: nè a lei mancavano aiuti di parentado potentissimo, nè, provveduta di larga dote, le era mestieri starsi presso al marito per timore di pecunia, o di scarsi alimenti.--Molto meno aversi a credere le tentazioni diaboliche; imperciocchè, sebbene alle tentazioni del maligno andiamo tutti soggetti, pure, è la nostra santa religione lo insegna, o ne vanno immuni, o le superano le anime zelatrici della pietà. Ora, qual donna si mostrò più devota di Lucrezia nostra? Il Fisco stesso, quantunque poi lo ritorca in nostro danno, fa fede della pietà di donna Lucrezia allorquando finge, che la strage di Francesco Cènci fosse differita per reverenza della festa della Beata Vergine: ma io vo' che il Fisco sappia, come una femmina penetrata da tanto zelo di religione non offenderà, nè il giorno della sua festa, nè mai, la Madre di ogni misericordia, la mediatrice di ogni perdono.

E qui l'avvocato o s'ingannava, o tentava ingannare altrui, imperciocchè la esperienza abbia dimostrato e dimostri, come la devozione sincera (di quella ostentata per ipocrisia non è da parlare) vadano congiunti i consigli più tristi. Basti rammentare per tutti Giacomo Clemente, uccisore di Enrico III, il quale si apparecchiò alla strage col conforto del pane eucaristico, e con le discipline più solenni della nostra religione. Certo egli è duro avere a chiamare devozione sensi sì iniqui; ma ciò giovi ad ammonirci, come anche delle devozioni se ne dieno di più maniere: quella che circonda la morale con una corona di opere pie e generose, e questa come santa deve riverirsi; e l'altra che, ammogliatasi col delitto, si avviticchia com'erba velenosa intorno alla croce, ed hassi a considerare come scellerata; e di questa ce ne ha molta, anzi troppa; e i sacerdoti, non che sbarbarla, la fecondano a tutt'uomo per ignoranza, per errore, e per interesse. E s'io dica il vero lo chiarisca l'antica tariffa della Curia Romana, che indica il prezzo col quale il malfattore può ottenere l'assoluzione di qualsivoglia delitto.

Continuando lo avvocato prese ad esaminare atto per atto il processo, affaticandosi con sottile industria a rilevarne le irregolarità, e le contradizioni dei deposti, la debolezza delle prove. Alla fine concluse supplicando la coscienza dei giudici a non consentire che matrona così universalmente reputata, dei poveri soccorritrice benefica, fosse sospinta per sentiero d'infamia e di ferro nel sepolcro: ormai la sua favilla mortale toccare il verde; non adunassero tanta procella per ispegnerla... Anche uno istante... un solo istante, per dio, ed il dolore e gli anni la cuopriranno di tenebre eterne... Deh! lasciate ch'ella si spenga in pace...