Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 46

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--Io so che ieri i miei scrivani vi arrecarono disturbo: ve ne domando scusa per essi: gli ho ammoniti per guisa, che spero averne loro tolto il ruzzo di ricominciare con altri, e con voi. Adesso favorite dirmi in che cosa io possa sovvenire ai bisogni vostri. Parlate, e, se vi piace, sedetevi.

--Parlerò in piedi. Ditemi, intendeste voi favellare del caso dei Cènci?

--Io? E come volete ch'io non ne abbia udito parlare? Ella è questa la nuova che tiene tutta Roma sottosopra.

--E non sentiste mai nessuna voce in mezzo del cuore, che vi parlasse in benefizio di cotesti infelici?

--Se io l'ho sentita! Ed anche adesso la sento;--anzi a palesarvi il mio pensiero vi dirò, che la segretezza del processo; lo insolito apparato; la surroga del giudice Luciani, uomo più crudo della tortura, al presidente Moscati compassionevole e probo; la età dei prevenuti, la presumibile inettezza di tutti, o della massima parte di loro, ed altre più cose, che mi giova tacere, mi percuotono la mente, e mi fanno sospettare qualche trama abominevole.

--E allora, dite, o perchè voi, di cui il soccorso non venne mai meno agli uomini più infami, ve ne mostrate avaro per cotesti poveri malcondotti?

--Perchè, considerando maturamente la faccenda, ho presentito che a lavorare questo terreno io ci romperei la vanga. Vel dissi già; temo di segreta persecuzione... e potente: temo che questo non abbia ad essere giudizio, bensì assassinamento giuridico;--io vedo, caro mio, o parmi vedere, la giustizia armata non già della spada della legge, ma dello stiletto del bandito, e...

--Proseguite, signor Avvocato,--con voce tremante lo confortava il carbonaio, vedendolo esitante a continuare.

Prospero si levò dalla sedia; e, fattosi all'uscio per assicurarsi se fosse ben chiuso, tornò al suo posto, e riprese:

--Corre voce, quantunque io per me ne dubiti forte, che essendo i Cènci fuori di misura ricchi, e i nepoti del Papa fuori di misura poveri ed avari, cerchisi un pretesto che valga per incamerarne i beni, e trasmetterli poi, mediante un colore di cui in corte non è penuria, a quel branco di affamati.

--Come! Anco con la strage di quattro innocentissime creature?

--Portansi dai cardinali cappe vermiglie perchè il sangue non vi si scorga sopra.

--Ma voi non avete per istituto di difendere la vedova e il pupillo? E l'avvocatura non reputasi appunto milizia gloriosissima, per lo pericolo che l'uom corre nel difendere la causa della innocenza iniquamente perseguitata?

--Anzi per questo la milizia togata si antepone alla sagata, ed ecci in proposito una legge mirabile degl'imperatori Leone, ed Antemio... ma carbonaro... ed avrei dovuto domandarvelo prima... in grazia, chi siete voi?

--Deh! signore Avvocato, non vi calga saperlo: sono un uomo,--e se questo può commuovervi,--un uomo che non ha uguale al mondo nella miseria.

--No... confidenza per confidenza: come volete ch'io mi apra a voi, se voi intendete restarvi chiuso con me?

--Le parti non sono uguali. Della discretezza vostra io non dubito; del vostro onore molto meno: non mi trattiene paura, imperciocchè maggior danno di quello che io patisco ormai non mi può cascare addosso; e non pertanto io vi supplico in grazia a lasciarmi il mio segreto...

Suonava in coteste parole tanta umiltà di preghiera, così elle s'insinuavano dolcemente nel cuore di Prospero, che a lui parve villania espressa insistere, e si rimase.

--Orsù, dunque, sia come vi piace; ed io allora vi dirò (e rese la voce più sommessa) che credo pur troppo la fama pubblica ben si apponga; e tale credendo fermamente io, come con presagio di buon esito potrei tirarmi sopra le spalle carico così grave e pericoloso? Voi, mio carbonaro, avete l'aria di sapere quanto me quello che lasciò scritto Dante Alighieri:

_Chè quando l'argomento della mente Si aggiunge al mal volere ed alla possa, Nessun riparo vi può far la gente._

--Dunque vi basta il cuore a lasciar perire senza difesa coteste creature, innocenti quanto nostro Signore Gesù Cristo?

--_In primis_ voi dovete sapere che la difesa dei parricidii non viene mica _de jure_, bensì concedesi per grazia; in secondo luogo, o ditemi un po' voi come facciate a sostenerli innocenti?

--Io?--Lo assicuro di certo... perchè... perchè quegli che uccise Francesco Cènci... sono io.

--Voi?--E voi chi siete?

--Quegli che già voi, per somma cortesia, consentiste a rimanersi incognito. Io con queste mani lo uccisi, e tornerei ad ucciderlo nel punto in cui stava per oltraggiare la natura...

E qui gli espose a parte a parte il successo: confidandogli ogni più riposto segreto di famiglia, e gli atti, le parole, e i costumi del trafitto Cènci, non menochè la virtù, e la portentosa costanza della sua figliuola Beatrice.

Il Farinaccio a mano a mano che costui veniva favellando s'industriava ravvisarlo; e non venendone a capo, gli passò per la mente che potesse essere monsignore Guido Guerra; ma per la pratica grande che ne aveva, non gli parve che i tratti del volto, i gesti, e tampoco la voce glielo riportassero. Al fine delle sue parole il carbonaro levò gli occhi sul Farinaccio per iscrutare lo sguardo di lui; ma questi teneva impensierito la faccia dimessa. Dopo lunga considerazione favellò:

--Se io vi dicessi andate, ed annunziatevi, lo fareste voi?

--Se questo giova farlo subito non mi parrebbe tosto.

--No, no: voi sareste una vittima di più, nè torreste lo agnello di bocca al lupo. L'amore tornò infesto alla infelice fanciulla del pari che l'odio. Il popolo le appone la strage paterna per darle una corona di gloria, il Papa gliel'appone per rapirle la sua sostanza... Ardua cosa (e si batteva la fronte tutto angoscioso) ardua cosa in verità.

--Deh! signor Prospero, non gli abbandonate, per carità...

--E per di più, sempre distratto favellava il Farinaccio, in corte mi hanno in uggia; e temo che se questa volta capita loro il destro, mi conciano e cimano come un panno francese.

--In corte io conosco tali, che sicuramente vi darebbero favore; e so che voi trovereste i cardinali Francesco Sforza e Maffeo Barberini dispostissimi a secondarvi...

--Questo sarebbe qualche cosa... E come dovrei presentarmi io a cotesti porporati?

--Andate franco; voi li troverete informati di tutto[3].

E nonostante questo la mente del Farinaccio tenzonava fra il sì e il no, e gli si leggeva in volto; sicchè il carbonaro con voce di pianto insisteva pregando:

--Ed ora che sapete tutto, li lascerete perire senza aiuto?

--E se io mi perdo con esso loro?

--Benefizio che si argomenta non è benefizio.

Questo dialogo era da ambe le parti favellato con tanta passione, che Guido Guerra, obliandosi, adoperò la naturale sua voce; però che il Farinaccio non si potè trattenere dallo esclamare:

--Voi siete monsignor Guerra.

--Io?--Lo fui...

--_Heu quantum mutatus ab illo_!--esclamò il Farinaccio porgendogli la mano, che l'altro strinse affettuosamente dicendo:

--Ed ora che conoscete la mia miseria... ora che la mia sciagura vi sforza al pianto, mi lascerete voi andar via disperato?

--Ebbene, _alea jacta est_. Però, e non ve lo nascondo, io passo il Rubicone con tale uno stringimento di cuore, che io non provai mai l'uguale in vita mia. Dio ci aiuti! Questa volta io temo che il pesce non tiri dietro il pescatore: ma non è ciò, che maggiormente mi travaglia;--io dubito appigliarmi ad un partito donde, piuttostochè vantaggio, abbia a nascerne l'ultima rovina. Comprendo bene, che in istato peggiore di quello nel quale di presente si trovano non ponno i signori Cènci cascare; e tuttavolta non vorrei esser io quegli che dà loro la pinta. Voi poi, Monsignore, non vi sconfortate che per questo io abbia a procedere tepido, o irresoluto: mai no; anzi prendete coraggio dallo esempio del nostro Redentore, a cui in questo caso, comecchè indegnissimamente, io mi rassomiglio. Egli pregò che il calice amaro fosse risparmiato alle sue labbra, ma poi lo accettò di gran cuore, e lo bevve da valoroso.--Ora andate; e vivete sicuro che quanto cervello può immaginare e bocca dire, tutto sarà da me messo in opera per la salute dei vostri raccomandati.

--E a questo mi aspetto: a caso disperato sovverranno altri partiti.--Voi la vedrete...voi vedrete, dico, la signora Beatrice... non le parlate di me...in nulla...o piuttosto, sì, parlategliene... e presentatele questo anello, che vi acquisterà credito presso di lei. Fra noi sta il sangue di suo padre...va bene...ma io l'ho sparlo per lei...ed io l'amo...ed ella non potrà cessare di amarmi:--uno sempre legato all'altro, e non pertanto perpetuamente divisi;--il nostro affetto è fiore che coglierà la morte.--Qui sfibbiò la cintura che portava attorno la vita, e gliela porse: l'avvocato fece atto di ricusare, e le sue guance si accesero; ma il Guerra insisteva dicendo:

--Già non si crede con questa o con altra moneta ricompensare degnamente l'opera vostra; io mi vi professo grato per la vita, e ricusando voi mi affliggereste: ora io di affanni ho anco troppo, e voi, signor Prospero, lo sapete.

E il signor Prospero riteneva a tutta possa il proponimento di recusare la moneta; ma sentiva, come neve al sole, liquefarselo davanti al pensiero, che nel giorno seguente gli scadevano le usure da pagarsi a Sansone giudeo; quel Sansone a cui il Farinaccio aveva applicato quel verso di Marziale «_Nec tecum possum vivere nec sine te_», ch'egli avea volgarizzato per suo uso così:

_Nè teco posso vivere, Giudeo, nè senza te._

Il Farinaccio rimasto solo si trattenne alquanto a meditare intorno alla singolarità de! caso, e lo infortunio che gravitava sopra la sventurata famiglia dei Cènci: poi subito volse la mente a completare il concetto della difesa, che prontissimo pensò aver trovato; incerto, è vero, e pericoloso, ma che a lui parve unico da abbracciarsi. Peccato grave del Farinaccio fu ancora questo, che tra per possedere percezione delle cose quanto altro mai veloce, e per la sopravvenienza delle faccende le quali non gli concedevano tempo di approfondire i giudizii accoglieva le prime idee che gli si presentavano alla mente, ed in quelle ostinavasi. Quasi sempre, a vero dire, imbroccava del segno; ma se mai errava, non ci era più rimedio; conciossiachè facendo seguitare subito la idea dalla esecuzione, veniva a chiudersi la strada di tornare indietro. Finalmente, come l'_amen_ in fondo degli _oremus_, penso anche ai ducati del Guerra. Avrebbe voluto non averli presi; ma ormai che presi gli aveva, gli rinchiuse dentro lo scrigno; e subito dopo, pronto e fedele, si mise in moto conducendosi ai palazzi dei cardinali Sforza e Barberini, i quali trovò confortatori nell'assunta impresa, ed a sovvenirlo col proprio credito dispostissimi. Con esso loro concertò il colloquio col cardinal nepote Cinzio Passero, non menochè le cose opportune a toccarsi in faccenda così dilicata; ed eglino, studiosi di giovare ai Cènci, si offersero, come fecero, aspettare alla posta assegnata, dentro una carrozza senza stemma, lo esito dello abboccamento, per agire poi con ispeditezza a seconda dei casi.

Il Luciani, il quale pel fastidio dello attendere brontolava come mastino a catena, sentì chiamarsi allo improvviso per nome; e levate le ciglia in alto, vide apparire un camerario, che gli disse:

--Signor Giudice, sua Eminenza vi dà commiato, e vi ordina per ora sospendere ogni procedura: in seguito ordinerà.

E queste parole il camerario gli disse superbamente, imperciocchè i servi per ordinario posseggano l'odorato più sottile dei segugi per distinguere quando una persona è in fiore, quando è matura, e quanto sta per cascare dalla grazia del padrone. Il Luciani, offeso di quell'essere buttato là come un trabiccolo a mezzo luglio, e più trafitto dal modo, guardò in cagnesco il camerario, quasi gli volesse dire:

--Attendi a starmi lontano, perchè se mi capiti fra le mani io ti farò vedere che mai cane mi morse, ch'io non volessi del suo pelo.

Poi taciturno gli volse le spalle, e se ne andò.

--Avete veduto qual guardatura?--notò uno staffiere al camerario.--In verità voi gli avete dimostrato troppo disprezzo.

--Dovevate dire ribrezzo: io lo avrei volentieri gittate fuori di finestra come una mignatta, per empimento di sangue resa inabile a succhiare.

--Avvertite non averla gittata nel sale; imperciocchè allora, vomitato il sangue, torni a pungere più acuta che mai.

I cardinali Barberini e Sforza si presentarono in anticamera per riverire sua eminenza San Giorgio. In un baleno erano annunziati, ed introdotti con un grande levare di berretta e profondissimi inchini, dai quali alcuni cortigiani non si rilevarono neppure, siccome avviene ai giunchi cresciuti in piaggia, che per lo assiduo soffiare dei venti rimangono curvati. Poichè da una parte e dall'altra si furono reiterate quattro volte e sei le cordiali accoglienze, e soprattutto sincere: e poichè in diverse guise i cardinali visitatori ebbero accertato il cardinale visitato essere venuti unicamente mossi dai desiderio di riverirlo, questi, parendo avere sfogliato assai il carciofo, prese a tastarli, così alla lontana, sopra le nuovità che correvano per Roma. Allora i cardinali Sforza e Barberini, conoscendo dove il falco aveva a cascare, intenti a tenerlo a loro agio sul vergone, si mostrarono ignari; sicchè al Cinzio fu di mestieri favellare più aperto. Eglino affettando di entrare a malincuore sopra un discorso che avevano concertato di già, ed imparato a mente, ribadirono il chiodo già fitto dal Farinaccio, aggiungendo parecchie altre invenzioni di loro, le quali, essi dicevano, palesano come temerarii sieno i pubblici giudizii, e inducono la necessità, pel decoro del pontificato, di smentirli solennemente; molto più che correvano tempi calamitosi per la Chiesa, e gli Eretici, non pure in Francia ma nella Italia eziandio, stavano al varco per accogliere ed accreditare siffatte calunnie.

Molti furono i ragionari tenuti in proposito infra cotesti porporati, che qui non importa referire. Basti sapere che il Barberini e lo Sforza si destreggiarono in guisa, che lasciarono il cardinal Passero pensoso, e persuaso della necessità di dovere abbondare in larghezze intorno alla difesa dei Cènci; conciossiachè da queste oggimai confidava raccogliere più largo frutto, che non dalle asperità. Ne conferiva pertanto col Papa, che di leggieri indusse nella medesima sentenza; e il Farinaccio, con mille carezze blandito, ebbe la soddisfazione di sentirsi dire proprio dalla bocca dei cardinali nepoti Pietro Aldobrandino e Cinzio Passero, che a riguardo suo concedevasi quanto aveva supplicato. Da questo primo vantaggio il Farinaccio ricavava ottimo augurio, e n'esultava. Maleaccorto! I nepoti del Papa vincevano lui in iscaltrimento, quanto egli vinceva loro in ingegno.

Il Farinaccio, dopo aver reso ad ambedue quelle grazie che seppe maggiori, si fece a trovare, senza frapporre dimora, gli avvocati De Angelis ed Altieri, per indurli a comporre con esso lui il collegio della difesa; e dopo qualche difficoltà li piegò ad essergli compagni in tal causa, che si attirava gli sguardi non pur di Roma, ma d'Italia. Nè a conseguire simile intento si era diretto il Farinaccio senza ragioni potentissime, e queste erano: che oltre a possedere cotesti avvocati pratica grande dei negozii criminali (siccome a noi posteri fanno fede certi loro libri in numero più scarsi, ma in merito uguali a quelli del Farinaccio) il De Angelis, come avvocato dei poveri, godeva di molto credito fra il popolo; e l'Altieri, come personaggio di alto affare, era eccettissimo ai nobili romani.

Nella conferenza collegiale il Farinaccio espose il suo avviso, e parve a loro, come veramente egli era, pieno di pericolo; ma egli con copia di ragioni ed efficacia di parola li persuase, la congiuntura non offerirne altro migliore: doversi prendere questa causa a trattare come i cerusichi i casi morti. Gli avvocati De Angelis ed Altieri, compresa la gravità del negozio, si pentivano quasi dello impegno assunto; e, potendolo fare onestamente, avrebbero volentieri tirato addietro la parola, quando il Farinaccio leggiadramente gli rinfrancò dicendo: che il cielo spettava alle aquile, e la terra ai lumbrichi; e che se fosse stata causa vulgare non avrebbero avuto ricorso a loro, orgoglio e lume della Curia Romana.

E questa era piaggeria così patente, e soverchia, che pareva non dovesse essere atta a vincere cotesti uomini, rotti alla pratica del mondo. E pure non fu così; se la bevvero bravamente, disposti ormai di secondare il collega a tutta lor possa: e ciò perchè, come altre volte notammo, uomini, pesci, ed uccelli da Adamo in poi si chiappano con le medesime reti, e non se ne accorgono: ed ormai penso che non sieno per accorgersene più.

Il Farinaccio pose fine a tutte coteste faccende mentr'era la notte inoltrata, e veramente per quel giorno egli aveva operato abbastanza: un altro se ne sarebbe andato a rifare le forze col sonno; ma egli s'incamminò a trovare i suoi compagnacci, che lo accolsero a braccia aperte, e il pensiero dei Cènci rimase annegato nel giuoco e nel vino.

Ma alla dimane, appena il Farinaccio ebbe aperti gli occhi trovò cotesto pensiero sul capezzale del letto; e posto in disparte ogni altro affare, impegnò la sua cura esclusiva alla causa dei Cènci. Abbigliatosi in fretta, si trovò alle carceri di Corte Savella giusta in quel punto che ne aprivano le porte.

Il Farinaccio, familiare di cotesti luoghi, non è a dire se incontrasse lieti aspetti; molto più che, come prigione o come visitatore, da gran tempo aveva ammansito i cerberi di quello inferno, e li teneva quotidianamente bene edificati. Per ogni evento veniva munito di un permesso di monsignore Taverna governatore di Roma, il quale esibì al soprastante, e questi ricusò (dopo averlo sbirciato di traverso, e ottimamente riconosciuto) allegando che faceva troppa stima del clarissimo signore avvocato per desiderare altra prova, che la sua onorata parola. I notari gli mostrarono la procedura, che in breve conobbe; prima, perchè si trattava di cose consuete in cui si era versato tutta la sua vita; e poi perchè allora, più che ora, i processi così criminali come civili, forte si assomigliavano alle ostriche pescate a luna scema; di cui, gittati via i gusci, egli è bazza se rimanga tanto da bagnarti la bocca. Sbrigatosi da questo travaglio, chiese di conferire co' detenuti Giacomo e Bernardino Cènci, e Lucrezia Petroni, la qual cosa gli venne prestamente concessa.

Beatrice nella sua carcere solitaria, giacente in letto, non aveva membro che non le recasse acuto dolore, e tuttavolta assai più le percuotevano la mente gli affanni del cuore. Ella pensava al suo amante. Certo il destino gli aveva fulminati, e rotti in due come una rupe: il mare gorgoglia vorticoso e bianco in mezzo allo scoglio diviso, di cui le cime non si riuniranno più; e pure l'una sta di faccia all'altra rammentando il mutuo infortunio, e porgendo testimonianza che la natura le creò unite. La sua vita adesso mancava di scopo; ella era diventata una esistenza invano: morisse, o vivesse, Guido non poteva più stenderle la destra neanche per reggerla cadente giù nel precipizio,--pensa un po' se per esserle sposo;--poichè così, piacque a Dio, e così sia. I martirii, che innocentissima durava, davanle pegno che la misericordia Divina la voleva salva, parendole che i suoi peccati potessero essere scontati da quelli; e, se non era presumere troppo, teneva che ne avanzassero; ma dove avesse dovuto soffrire anche di più, non le incresceva per la eterna salute dell'anima sua. Tanto, tormento più tormento meno, alle torture l'avevano assuefatta! Il dolore le si era attaccato addosso come una seconda pelle! Di questa vita non parliamo più;--fumo che ha fatto lacrimare, ed è passato;--non ne parliamo più: ormai io sono fatta cittadina del sepolcro... Ma lui!... lui perdonerà Dio? E perchè non lo perdonerà? Il Signore perdona sempre a cui si pente di cuore.--Ma si pentirà egli? Egli non si pentirà, perchè fermo in pari caso a ricominciare da capo... e questo è certo; altrimenti egli non mi avrebbe amato; ed io nei piedi suoi avrei fatto, e farei come lui. Ahimè! ahimè! O Signore, salvatemelo: dopo tanto martirio su questa terra, almeno io possa rivederlo in paradiso, e abbracciarlo, e stringergli la mano. La mano? Sì, perchè la Provvidenza avrà tolto dalla mia memoria il sangue, che un dì gliela bagnò... ma tutti questi dubbi mi fanno tremar l'anima, e provare l'amarezza di una seconda morte... Oh! avessi qui un uomo santo che mi chiarisse!--Se Dio nella sua bontà me lo mandasse, egli apporterebbe al travagliato mio spirito maggiore consolazione, che il Luciani non diè tormento a questo mio corpo...

--Signora Beatrice,--interruppe la Virginia sporgendo il capo dall'uscio--il clarissimo signor avvocato Prospero Farinaccio desidera conferire con voi.

--Con me? Che ho a fare io con questo avvocato? Io non lo conosco. Basta! ne sono venuti tanti! Venga anch'egli.

--E se voi dicevate, senz'altri preamboli, l'avvocato Farinaccio, avvertiva alla Virginia Prospero comparso in questo punto sopra la soglia della prigione, o non avreste risparmiato tanto fiato per l'ora della vostra morte?

Il Farinaccio s'inoltrò di alquanti passi nella stanza, poi soprastette alquanto maravigliando; imperciocchè quantunque avesse udito favellare mirabili cose intorno alla bellezza di Beatrice, ora gli pareva la fama troppo minore del vero. Cotesto suo volto divino, adesso afflitto per gli spasimi che pativa, la sembianza purissima atteggiata ad angoscia facevano parerla uno degli angioli, che ministrarono al Redentore nelle ore della passione. La petulanza dell'avvocato venne meno, e le subentrò un peritarsi insolito; ond'egli, muto, e compreso da senso ineffabile di reverenza, si accostò al letto della giacente.

--Che volete da me?--incominciò ella con voce soave, avvegnadio si accorgesse, dopo alcuna dimora, che il Farinaccio aveva smarrito la parola; ed egli allora a stento rispose:

--Gentil donzella, io vengo mosso dalle vostre sventure, e più assai dai preghi di tale, che piange lacrime amarissime, e irrefrenate... tale, che voi a un punto aborrite forse, ed amate... tale, insomma, che non fu mai tanto degno di essere vostro come nello istante in cui vi perdeva per sempre... Il vostro cuore con i suoi palpiti già vi avrà detto... già vedo che vi ha detto chi sia quegli che mi manda...

--Egli?--E piange?

--Piange, e vi palesa ch'egli morrà disperato dove voi non procuriate aiutarvi... Anzi, perchè poniate in me confidenza assoluta ed intera... egli mi ha commesso che vi mostri, e lasci questo anello.

Beatrice prese l'anello, e tenendovi gli occhi fitti sopra riprese:

--Ed egli vi ha messo a parte di tutto?

--Di tutto.

--Proprio di tutto?--E siccome il Farinaccio assentiva vivacemente col capo, ella riprese:--E allora, mio signore, che ne dite? Le mie nozze con lui non vi pare che assomiglino quelle del Doge di Venezia, quando, gittato l'anello nel mare, egli sposava l'abisso?

Il Farinaccio non rispose; bensì, essendosi rimesso dalla commozione, pregò Beatrice a volerlo ascoltare attentamente, chè la materia importava assai; e proseguendo nel discorso le disse a parte a parte quanto noi conosciamo, e poi le parlò dello stato in che si trovava il processo, e per ultimo concluse:--Ora pei vostri e per voi, io, dopo averci meditato con quella maturità che il negozio richiede, non vedo altra via di salute se non questa una, ed è: che voi confessiate liberamente, vostro padre essere caduto spento dalle vostre mani...

Beatrice lo interruppe con un grido di sorpresa: ella lo guardava fisso come trasecolata. Se cotesto era scherzo, il tempo, il luogo e la condizione sua lo rendevano crudele;--se consiglio, e allora così lo pareva mostruosamente strano, che pensò davvero, o ella o l'avvocato avere perduto il bene dello intelletto. Il Farinaccio, dagli atti del sembiante argomentando la sua stupefazione, soggiunse: