Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 45
--E vi augurate davvero farli confessare?--interrogò il Cardinale ridivenuto sereno.
--Lo spero.
--Tutti?
--Tutti...
--Voi, signor Prospero, assumete troppo ardua soma per le vostre spalle; almeno lo temo, perocchè in costoro si manifesti pervicacia pari alla scelleraggine: e voi intendete che le porte della misericordia potranno aprirsi alla supplice preghiera del pentito, non già al superbo bussare dell'ostinato. D'altronde il processo contiene tanta copia di prove, da vincere i dubbii dello stesso Pirrone. Noi (e qui gli occhi gli dardeggiarono veleno) noi non siamo usi a curare i clamori del volgo. Da quando in qua l'aquila ha temuto la vipera? L'aquila ghermisce negli artigli la vipera e la trasporta nelle nuvole, per isbatterla poi contro le pietre. Stanno in potestà nostra arnesi capaci di scorciare le lingue, ed impedire che un labbro si congiunga all'altro labbro:--noi possediamo, e voi lo sapete, signor Avvocato, istrumenti onde quelle parole della santa scrittura, che dicono «avranno occhi e non vedranno, avranno orecchi e non ascolteranno» ricevano litterale applicazione; e noi gli sappiamo adoperare.
--Oh! quanto a questo l'ho fatto avvertire ancora io, si affrettò di rispondere l'Avvocato, che, incominciando a temere di essersi spinto un po' troppo, pensava al mezzo di operare una ritirata onorevole; anzi chiamato, Dio sa da qual parte, un certo risolino, e appuntatolo con li spilli sopra le labbra, continuò:--e non pensate che io mi sia rimasto da farlo capire come merita; però, mosso dalla cognizione dell'alta magnanimità e dello egregio giudizio vostro, io tutto deliberai di significarvi apertamente onde si facciano di quieto, senza strepiti, senza scandalo e pel meglio quelle provvisioni, che pareranno più acconce ai desiderii ed alla giustizia di vostra signoria eminentissima. Per cui a tutti quelli che si mostravano peritosi di venire a informare vostra Eminenza degli umori di questi cervelli romani, io non rifiniva mai di predicare: «O che temete? Voi non conoscete, ignoranti, quanta bontà si annidi nell'ottimo cuore del Cardinale di San Giorgio; quanto lo amor suo; quanto lo zelo per tutto ciò ch'è convenevole e decoroso alla santa sede cattolica, ed alla dignità della sua inclita casata. E confermando col fatto le parole, mi sono risoluto di tenervene proposito io stesso; là onde ora non mi rimane che a supplicare ossequiosamente la umanità vostra a prendere in buona parte questo mio procedimento; ed attendendo meglio allo spirito che me le ha fatte dire, che alle parole com'elle suonano, condonarmi quelle, che, contro la intenzione mia, avessero per avventura potuto sembrarvi libere di soverchio, e temerarie.
Al Cardinale parve, come invero egli era, stranissimo il contegno del Farinaccio: distinguerne le cause interne non sapeva; ed uso a malignare sopra il bene manifesto, pensate un po' s'ei mulinasse su quel garbuglio misterioso. Non assentì pertanto al Farinaccio, nè lo respinse: prese tempo a pensarvi su, e gli somministrò naturalissima scusa allo indugio il pretesto di doverne conferire insieme a Sua Santità.--Si accomiatarono pertanto l'uno dall'altro piuttosto soddisfatti, che no; il Farinaccio perchè sperava riuscire nel suo intento di favellare agli accusati, consigliarli, e dirigerli nelle difese: il Cardinale perchè contava conseguire, ad intuito del Farinaccio, la confessione dei prevenuti, ed ovviare così ai sospetti, ch'egli sentiva meritarsi pur troppo. Ambedue si accorgevano che il giuoco loro correva tra galeotto e marinaro; ambedue sentivano che s'ingannavano a vicenda; e nondimeno conoscevano essere l'uno necessario all'altro pel compimento degli scambievoli disegni.
Farinaccio allo svoltare della via aperse lo sportello di una carrozza, che stava lì ferma ad aspettarlo; e volgendo il discorso a qualcheduno seduto dentro, favellò:
--Eminentissimi, il disegno s'incammina a bene. Ora non perdete tempo un minuto, ed andatevene ad abbattere l'arbore che tentenna. La paura lo tiene pei capelli; se lo lascia, non lo ripeschiamo più di qui a mille anni.
In questo modo ragionando il Farinaccio indovinava ad un punto, e sbagliava: indovinava, che la paura dominasse l'anima del Cardinale nepote; sbagliava, che questa lo rendesse più mite per gli accusati; imperciocchè avendo mestieri della confessione loro per procedere con franco piede e capo alto alla truce conchiusione del suo disegno, e pel colloquio tenuto col Luciani essendo oggimai disperato di poterla ottenere per via di tormenti, strinse il Farinaccio come una leva per muovere quel masso che gli si parava davanti al cammino. Credersi più scaltro che altrui è lo scoglio dentro al quale per ordinario rompono gli astuti; onde a ragione il proverbio c'insegna, che in pellicceria vanno più pelli di volpe che di asino.
Prima però di continuare il mio racconto mi è forza spendere alquante parole intorno a Prospero Farinaccio, che sta per essere tanta parte nella catastrofe di questa storia, e dire chi egli si fosse, e quali cagioni lo muovessero a zelare così le difese dei Cènci.
Prospero Farinaccio nacque di stirpe popolesca; ma non tanto sprovveduta dei beni della fortuna, che ai suoi genitori venisse tolta la facultà di farlo educare nelle discipline liberali: ed in fatti mandato allo Studio di Padova attese ad imparare diritto, dove riuscì valentissimo. Tornato in patria presto si fece conoscere eletto ingegno, ed ottenne facilmente la fama di precipuo fra gli avvocati della Curia Romana. Invero egli possedeva in copia dottrina (che scienza quella degli avvocati d'allora io non vorrei chiamare), ed aveva raccolto abbondantissimi materiali che gli valsero poi a fabbricare ben tredici grossi volumi, i quali anche ai giorni nostri noi vediamo schierati nelle scansìe dei forensi, quasi leghe quivi dentro ammucchiate per costruirne le casematte di sofisma, e di errore delle loro biblioteche. Nei libri del Farinaccio, del Mantica, del Menochio e di altri siffatti scrittori, che gli furono contemporanei; peggio in coloro che lo precederono; niente meglio negli altri che lo seguitarono, invano cerchiamo spirito di retta filosofia. Non sentenza, non, dirò quasi, parola occorre scritta, che non venga sostenuta dalla testimonianza d'infiniti altri dottori, che la medesima cosa, e con le medesime frasi affermino: per modo che, ravviluppata con tante fasce, impiastrata con tanti cerotti addosso, quella ch'essi espongono o non ti par ragione, o parti ragione malata; anzi in agonìa. Talora in mezzo a questi salvatici scritti ti capitano citazioni greche o latine degli scrittori magni, le quali pare che stupiscano di trovarsi là dentro, come succede ad un galantuomo, preso per isbaglio, di vedersi in prigione fra una geldra di furfanti. Un meccanismo tutto materiale ha presieduto alla compilazione di coteste opere; e sovente tu vedi posta a capo del capitolo, o conclusione, o glossa, od altro simile spartimento del lavoro una sentenza assoluta, dopo la quale vengono schierate come manipoli in battaglia le tante dichiarazioni, e di tanto diverso concetto, che invece di chiarirti il pensiero gli calano di mano in mano una benda su gli occhi, e gli fanno buio: nè basta ancora; ecco succedere le ampliazioni, le quali tirano coi denti il primo pensiero a conseguenze così sperticatamente disparate, che ogni memoria del punto donde hai preso le mosse va perduta. Come se poi tutto questo fosse poco, esaurite le ampliazioni incominciano ad attelarsi in ordinanza le limitazioni, di cui lo scopo consiste nel restringere il principio annunziato in tanta angustia di termini, che oggimai tu ignori qual via tu debba tenere, o a qual partito appigliarti. Ogni raziocinio è posto in bando: autorità fa legge; sintesi e dogma ti battono alterni colpi sopra il cranio come due fabbri il martello su la incudine. Interrogato un giureconsulto, qual differenza corresse fra legato e fideicommesso, rispondeva: che in quanto a se ei non la sapeva discernere, ma che ci doveva essere; avvegnadio se non ci fosse stata lo Imperatore non avria distinto un atto col nome di legato, e l'altro con quello di fideicommesso! La intelligenza umana intisichita per difetto di luce, si sgomenta e si accascia sul pavimento, rassegnata a cucciare sopra la paglia: pervertito così il senso del retto, il torto e la ragione compaiono accidentalità della forza o della frode, secondochè trionfano o perdono; e il santo ministero della giustizia e della difesa diventa un palio di Siena, dove, purchè prima si giunga, anche le nerbate a traverso la faccia contano. Mentre un curiale con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di una lucerna sfoglia uno scrittore in traccia dell'autorità che valga a sostenere il suo assunto, e la trova; il suo avversario curiale con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di lucerna va squadernando il medesimo scrittore in traccia della dottrina contraria, e la trova. Corre nel fòro un dettato che ammonisce, i dottori aver detto tutto; ed è vero: ma in sofisma, e in errore; e se avessero detto meno, beati gli uomini!--In paragone a questo rovinare giù a scavezzacollo del nostro intelletto, navigare senza bussola egli era andare a nozze; conciossiachè senza bussola si arrivasse tentoni, ma alla fine si arrivasse, e qualche stella schiariva quasi sempre il cammino;--qui poi si precipita irrimediabilmente in perdizione. Il contagio dello intelletto con lieve passaggio si attacca al cuore; la coscienza del forense diventa atea, e lo studio del diritto si converte in istudio di torturare, e, potendo, strangolare il diritto; in trovare puntelli alla tirannide, in cucire al dispotismo una gonnella da prete per farlo comparire galantuomo nella processione del _Corpus Domini_. Ai giorni nostri l'avvocheria va a poco a poco, e, come dicevano i latini, _guttatim_, riacquistando la pristina dignità; però rimangono anche troppi curiali che si rotolano nel fango come in un letto di parata, e togati sofismi si divorano il mondo peggio delle cavallette di Moisè. Carattere eterno del vero e del bello noi dobbiamo estimare la semplicità e rammentarci che la verità incede nuda: badi la eloquenza pertanto, e badi bene, di non avvilupparla in mantelloni alla Bernini: a lei basta il velo, che un giorno Socrate scultore ricingeva intorno alle Grazie. La digressione, a vero dire, si produceva più oltre ch'io non pensava; ma oggimai è fatta, e a cancellarla l'animo non mi basta: la conchiuderò affermando in coscienza, che colui il quale si avvisasse di fare della massima parte del libri forensi un falò in onore della ragione umana, si meriterebbe il nome di _Omar_ della civiltà[1].
Il Farinaccio dunque non era uomo da paragonarsi a Francesco Bacone da Verulamio suo coetaneo; tutt'altro: però come perito nella dottrina forense lui salutavano principalissimo a quei tempi. Irrequieto e insistente, spesso a forza d'industria egli seppe condurre a buon fine difese ritenute disperate; e ciò gli fruttava amplissima fama di sapere da quei medesimi giudici i quali avevano ceduto piuttosto alla importunità, che alla persuasione sua, e questo s'intende; però che volessero confessarsi vinti dalla scienza, non già dal fastidio. La vitalità, che in lui sovrabbondava, non gli facendo rinvenire nello esercizio della sua professione fatica sufficiente a stancarlo, nè i tempi concedendo vacare a pubblici negozii, egli si diede in balia della crapula e della lussuria...
Il suo temperamento in questo gli valse per modo, che consumata talora la intera notte nelle lascivie e nel giuoco, la mattina poi si mostrò pronto, e disposto al travaglio più che mai fosse stato. Con tanta foga si abbrivò nel mare dei vizii, che percorso in breve tutto quel tratto ch'è dominio del peccato, giunse là dove incominciano i confini del delitto; e corre fama eziandio ch'ei li varcasse; ma per virtù d'ingegno, ed in grazia delle protezioni che coltivava potentissime in Corte di Roma, gli riuscì sempre a cavarla netta. Clemente VIII, legale anch'egli, e che per avere appreso diritto a Roma, a Bologna e in Salamanca si reputava una cima, lo aveva avuto in grandissima, pratica mentr'era auditore di Ruota, e sovente diceva di lui: egli è un tristo sacco, pieno di buona farina. Come facile a donare, il Farinaccio si mostrava anche facile a prendere: costumava creare debiti più che poteva, un po' per bisogno, e molto più per genio; dacchè estimando poco i vincoli dell'amicizia, e quelli della parentela ignorando, soleva dire che il più saldo legame, il quale, secondo lui, tenesse uniti insieme gli uomini era il debito, concorrendo tre funi a formarne il nodo: la benevolenza del creditore pel debitore, la speranza di ricavarne un grosso interesse, e la paura di perdere frutto, e capitale; per la qual cosa egli teneva per fermo, che anche alla spada di Alessandro Magno sariasi torto il filo, se si fosse provata a tagliarlo. E nonostante ciò, sotto quel cumulo di vizii si trovava rannicchiato un ottimo cuore propensissimo ad atti generosi, purchè brevi, e di sagrifizii, a patto che non lo stogliessero di soverchio alle sue passioni dominanti. Pronto a sdegnarsi e del pari sollecito a placarsi, passava dal pianto al riso, e sopra tutto oblioso di qualsivoglia più lugubre caso; avvantaggiandosi con lo esempio del re David, che digiunò e pregò finchè il figlio avuto da Bersabea stette infermo, e morto poi si levò dal pavimento, bevve e mangiò dicendo: «Salute ai vivi, e buon viaggio ai morti!»
Ora vuolsi sapere come sul declinare del mese di agosto, certa mattina un carbonaro, fasciando alla porta dello studio dello avvocato quattro muli carichi di balle di carbone, entrasse arditamente nell'anticamera con ambe le mani nelle tasche delle brache, e il cappello piegato sopra un orecchio in sembianza di duca. Gli scrivani, vedutolo con la coda dell'occhio, non si mossero, e continuarono a scrivere senza mai levare il capo di sopra la carta.
--Oe! Ci è l'avvocato?
--Qui no... a casa forse...
--Io vi domando se sia qui, non a casa.
--E se ci fosse! O che volete che compri carbone nello studio? Ditemi, sareste di quelli che credono che si arrostiscano i clienti?
--Dio me ne guardi! Solo ho inteso dire, che qualchevolta si spellino. Ma ciò non monta;--districhino la lite San Lorenzo e San Bartolommeo fra loro; io non vo' vendere carbone al signor avvocato, bensì ho da parlargli di un mio negoziuccio...
--Voi!... propriamente voi?
--Io... propriamente... io. O che ci è egli di strano? Si parla al Papa che ha gli orecchi nei piedi, e non potremo parlare all'avvocato Prospero Farinaccio che li porterà, io mi figuro, attaccati alla testa?
--Ma lo sapete voi chi sia il clarissimo signore avvocato Farinaccio?
--Sicuro eh! che lo so. Egli è un uomo come me: sarebbe forse nato dal Colosso del Montecavallo, o si vanterebbe cugino del re Porsenna? Su, via, andate ad annunziarmi, ch'io so che è in istudio.
--O il nuovo pesce, ch'è capitato stamattina!, mormorò sommesso il primo scrivano, e poi a voce alta soggiunse: «ci ha gente».
--Aspetteremo--
Rispose il carbonaro; e senza un rispetto al mondo si pose a passeggiare villanamente di su e di giù per la stanza, con insopportabile fastidio dei copisti; i quali un po' per la stizza, un po' per lo inusitato schiamazzo sbagliando sovente, lo mandavano allo inferno, sotto voce però; chè la sembianza traversa, e le membra gagliarde li persuadevano a procedere con precauzione. Di tratto in tratto, giusta il costume dei codardi insolenti, si sfogavano alternando motteggi e scherni.
--Il passo degli allocchi è anticipato questo anno.
--Vello com'egli è tondo; e' pare che abbia l'aria di aver beccato più miglio che ginepro.
--Fa' di farti cucire le fodere nuove alle tasche, per sospetto che non te le sfondi la mancia.
--Avvertirò il sere di aggiuntare due lenzuola insieme, per farne un sacco capace a contenere li danari a conto.
_Extra jocum_: parente del diavolo ha da essere, tanto egli è nero; e sento dire che il diavolo sia più ricco di Papa Sisto, che mise dieci milioni di oro in castello[2].
--E se pagasse con una cambiale sopra lo inferno, toccherebbe a Tegolino andarla a riscuotere.
--Però tu sei in colpa, e come primo scrivano la sconterai.
--Qual colpa?
--Di non avere steso gli arazzi, onde il messere non si conci il calzare di velluto.
E così continuavano l'alternare di epigrammi, che pareano fuochi artifiziali. Il carbonaro non si dava per inteso di nulla, e non ismetteva il suo moto ondulatorio, nè il fischiare, nè il canto. In questa un giovanetto, vero servo dei servi di Dio, nudrito con le briciole dei bricioli caduti dalla mensa dell'avvocato, alimento dei copisti, si levò dal banco, e presa una sedia la offerse al carbonaro, quasi in isconto dei peccati dei suoi colleghi.
Il carbonaro accettò la sedia, e poi guardò fisso negli occhi il giovanetto, come se volesse iscrutare la causa che lo muoveva a mostrarsi, fra tanti villani, cortese, e non potè distinguervi altro che naturale benevolenza; avvegnadio i clienti costumassero rado donare, o, se donavano, altri denti stavano apparecchiati ad azzannare: sicchè il giovanetto faceva quel buono ufficio come il povero usa col povero, senza speranza, ma con carità. E questo sia detto contro la opinione dei moralisti, i quali pretendono che l'uomo, onde possa reputarsi perfetto, abbia ad essere ornato di tutte le virtù corporali e spirituali; mentre io ho provato, che anche qui il soverchio rompe il coperchio; e quando le sono troppe, una aduggia l'altra come le rame in arbore frondoso.
Il carbonaro, atteso ch'egli ebbe lungo spazio di tempo, si accorse di essere stato ingannato, e che il Farinaccio per quel momento dimorava fuori di studio; per la qual cosa alzatosi pianamente si accosta allo scrivano, cui, come attempato, incombeva l'obbligo di avere più giudizio degli altri; e strettagli forte la punta dell'orecchio, gli dice:
--Compare! Tu mi hai giuntato: pazienza! Bada, che come so ricompensare un buono ufficio, così mi basta l'animo di vendicarmi di una ingiuria anche dietro l'altare di San Pietro. A rivederci a domani...
E vedendo lo scrivano come basito delle parole altere, e più dell'atto, si affrettò, quasi per rimedio, di aggiungere: «tu mi hai fatto perdere la occasione di vendere le mie some di carbone»; e mosse per andarsene; sennonchè passato davanti al giovanetto, parve tentennasse a volere, e disvolere una cosa; la mano gli corse su l'orlo della tasca, poi la ritrasse a poco a poco, finalmente ve la cacciò risoluto, e trattane fuori una moneta, la porse al fanciullo dicendo:
--To', portala a mamma;--ed uscì.
--Tegolino, urlarono gli scrivani, tienti stretto il tesoro: vuoi tu diventare duca? Da' voce di comprare Benevento: vuoi tu che io ne dica una parola al Papa? Il palazzo Farnese per magione ti basta? Se no, tu ci farai la giunta come Sisto al Vaticano... Vediamo un po' quanto ti ha dato il carbonaro.
E il fanciullo, aperta alcun poco la mano, guardando la moneta rispondeva:
--Non so, io non ne ho mai viste; di rame non è, come i baiocchi che mi date voi altri; lustra... ed è gialla.
--Sarà un brincolo... vediamo... Per gli apostoli Pietro e Paolo, e gli altri dieci di seguito! ella è una doppia... proprio una doppia di oro! Senza fallo il carbonaro ha da essere un monetaro falso...
Ma uno scrivano meglio scaltrito degli altri, guardata prima ben bene la moneta, mormorò sotto voce all'altro, che la teneva in mano:
--Così tu avessi buona l'anima, com'è buona cotesta moneta! Ma sostieni tuttavia ch'ella è falsa, e che bisogna farne rapporto al bargello: in tal guisa la caviamo di mano a Tegolino, e poi ce la goderemo.
--Questa moneta, non ci ha rimedio, è falsa falsissima, prese a gridare l'altro; e ci toccherà a farne una specificazione, come qualmente un monetaro falso l'abbia donata a Tegolino, depositandola in mano del bargello del rione perchè non ci caschi su le spalle qualche grosso malanno. Misericordia! Moneta falsa! Niente di meno che forca e squarto a cui fosse trovata addosso;-e se la mise in tasca.
Ma a Tegolino garbava poco, anzi punto, cotesto tramestìo; e rivoleva la moneta perchè fosse stata donata a lui, e perchè intendeva portarla alla mamma onde se ne comprasse una gonnella, chè la povera donna si peritava a uscire di casa con quella che aveva addosso logora, e rattoppata. Fiato perduto! Gli altri per preci non dimordevano, e per di più lo straziavano con i motteggi; sicchè il fanciullo prese a piangere ed a strillare per modo, da muovere a rumore tutto il vicinato.
In questa ecco apparire sopra la soglia dello studio, sdegnoso in vista, un personaggio abbigliato da prete, di cui l'aspetto però sembrava in guerra aperta col suo vestito: alto era e robusto, alquanto calvo sul sommo del capo, ma circondato da uno orecchio all'altro di capelli neri a zazzera; neri, folti, e dritti aveva i sopraccigli, allora aggrottati; una ruga sorgendo perpendicolare dalla radice del naso s'inoltrava per mezzo della fronte; l'occhio di pupilla vivissima, e verdastra; le narici mobili le labbra tumide e accese in bel vermiglio; le guance, tinte ordinariamente in isciamito, ora per collera avvampanti di fiamma.
--Che scandalo è questo?--tuono con voce di rimprovero.
Gli scrivani, come i ranocchi se odano cosa onde abbiano paura cessano il gracidare importuno, e tuffansi nell'acqua paludosa, chinato il capo non fiatavano verbo. Tegolino si rannicchiava presso le gambe dell'avvocato Farinaccio, in quella guisa che i pittori sogliono dipingere l'aquila ai piedi di Giove. Ma il Farinaccio, per nulla placato dalla subita sommessione di costoro, interrogò Tegolino della causa del trambusto, ed egli ingenuo gliela espose; aggiungendo che rivoleva la moneta per portarla a mamma, che difettava di veste da comparire alla messa.
--E per qual causa voi altri avete involata la moneta a questo ragazzo?
La domanda era volta agli scrivani; ma dimorando a parlare, Tegolino rispose per loro:
--Perchè prima dicevano ch'ella era falsa; e poi sottovoce avvertì Luparino, che sarebbe stato meglio comprarne tanto vino di Orvieto, e berselo in compagnia.
Prospero consentendo alla sua piacevole natura, mutata di subito la collera in riso, riprese:
--Su, presto, rendete a Cesare quello ch'è di Cesare, voglio dire la doppia a Tegolino; e per bere, a voi altri, ecco un papetto; chè ne avanza anche per le spugne vostre dilettissime sorelle in vino. Però, notatelo bene una volta per sempre; io intendo, e voglio che sieno accolti co' medesimi rispetti così poveri come ricchi, i nobili come i popolani: io nacqui ignobile, e non sono ricco; ricordatevene: e di questo ricordatevi ancora. che sono state fatte troppo più belle e magnifiche cose co' baiocchi del popolo, che con i ducati dei baroni.
E così favellando entrò nell'altra stanza. Il giorno successivo il carbonaio si presentò alla medesima ora, e venne con isquisita urbanità accolto dagli scrivani, mossi dai due supremi motori dell'anima umana, la speranza e la paura: però al carbonaio non parve che fosse uscita la stizza di corpo pel fatto del giorno antecedente, perchè, cacciando indietro uno dei suoi muli che sporgeva la testa dall'uscio dello studio, punse con questo motto gli scrivani:
--State all'erta voi altri, che lì alla porta ci è tale, che v'insidia il vostro posto di copista.
Ma Andreozzo, mordace secondo il costume dei romani, non potè stare alle mosse di rendergli pan per focaccia:
--Oh! in quanto a questo state sicuro che non ci ha pericolo: ciò potrà accadere quando voi sarete diventato l'avvocato di studio.
Onde il carbonaio, conoscendo a prova che quei ribaldi avevano più ritortole ch'egli fastella, e d'altronde premendolo bene altra cura, andò oltre.
Il Farinaccio appena ebbe scorto il carbonaio, con modo cortese gli disse: