Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 44
Era il _taxillo_ una specie di bietta di pino tagliata a modo di cuneo, larga su la base, acuta in cima, e intrisa di trementina e di pece. Il diavolo trasformato in frate domenicano inventò nella Spagna cosifatto tomento. Spagna! Infelice paese dove la superstizione arò così profondo, che, anche in questo moto maraviglioso dei popoli verso il meglio, gl'Iberi paiono condannati a rappresentare per lungo tempo nel mondo la parte di centauro, mezzo uomo e mezzo bestia. Dove sono i figli dei prodi cavalieri, sempre pronti a ferire torneamenti e a correre giostre in onore delle dame? Dove i discendenti degli avventurosi baroni, capaci di sostenere mirabili imprese per uno sguardo della bellezza? Dove i baccellieri di armi, che co' loro gesti famosi somministrarono gentile argomento ai versi di romanzo? Tacciono le armi e gli armori; gli Arabi scomparvero sotto le rovine dello Alambra; a questi splendidi cavalieri subentrarono gl'incappucciati fratelli del Santo Uffizio, nobil gente avvilita, la quale non trovò mezzo altro più acconcio per ripararsi dai tormenti, che farsi anch'ella tormentatrice.--Mirate, di grazia, dove l'hanno condotta i frati: nuda fino alla cintura, coperta dello scapulare la faccia, con fruste armate di triboli, stupida e insana si flagella sotto le gelosie delle donne amate, nè si rimane finchè dalle aperte vene non le sia sgorgata larga pozza di sangue, e di sangue non abbia resa nera la sferza, che poi manderà loro in dono come pegno di costanza, che nè per tempo verrà mai meno, nè per morte. Così, mercè il governo fratesco, avvinsero insieme le Grazie e le Furie, nodo mostruoso da disgradarne quello dell'antico Mezenzio[7]. Lo stesso piacere cospersero di fiele, e, contrariando Dio e la natura, lo mutarono in tormento. Tanto possono i frati imbestiare gli uomini!
I fratelli Cènci e la Lucrezia Petroni come smemorati consideravano quanto sotto i loro occhi avveniva, (mastro Alessandro recatasi in mano la zeppa, scalzò il piede sinistro di Beatrice. Breve, asciutto e rotondo, egli pareva opera di greco scalpello condotta in alabastro rosato) e vedono... figgere la parte aguzza della bietta tra la carne e l'unghia del pollice: bene a quella vista sentivano raccapriccio, ma qual nuovo modo di tormentare fosse cotesto non bene comprendevano. In breve saranno chiariti. Mastro Alessandro trasse fuori una candeletta, e andò ad accenderla alla lampada, che ardeva davanti la immagine santa del Redentore; poi l'accostò alla scheggia, che subito crepitando prese fuoco. La fiamma si accosta rapidissima alle dita, e qualche lingua si avventa precorrendo come famelica di carne e di sangue.
Atrocissimi dolori erano quelli, che da cotesto tormento derivavano; la natura umana non li poteva sopportare, molto più se consideriamo lo strazio fatto della misera fanciulla: e nondimeno Beatrice, temendo da un lato sconfortare i suoi, e dall'altro desiderando porgere loro lo esempio del come si abbia a soffrire, domava lo spasimo, e taceva. Taceva, sì; e insinuata la carne delle guance fra i denti stringeva forte fino ad empirsi la bocca di sangue, per divertire un'ambascia con l'altra; ma non era potestà in lei d'impedire il brivido intenso che le increspava la pelle di tutto il corpo, nè lo stralunamento delle pupille smarrite, nè il mugolìo convulso, che travaglia la creatura nella suprema ora del transito:--nè fu in lei, misera! trattenere uno strido disperatamente acuto, nel quale parve le si troncasse la vita, e declinare la testa giù come morta.
Anche il coniglio, ridotto alla disperazione, dimentica la naturale timidità, e morde. Don Giacomo non dubita accostarsi con la faccia al tassillo imfiammato, ed azzannatolo tenta staccarlo; ma da una scottatura in fuori non ne trasse altro vantaggio. Allora tutti, non esclusa la mansuetissima donna Lucrezia, spinti da moto spontaneo si avventarono contro il Luciani, mostrando volerlo stracciare co' denti: ululavano come bestie feroci, nè il sembiante loro pareva più umano. Quantunque cotesta fosse ira impotente, però che tenessero le mani incatenate, e per accostarsi ai giudici gl'impedisse il cancello, pure il Luciani n'ebbe spavento, e, balzato in piedi, si fece schermo con la spalliera della seggiola; dietro la quale, come da un baluardo, latrava:
--Badate ch'ei non si sciolgano! Teneteli! Sono dei Cènci, e sbranano.
Mastro Alessandro, giovandosi della confusione, aveva fatto cadere il tassillo dal piede della Beatrice.
I Cènci furono di leggieri trattenuti. Il Luciani sentendosi agitato, e considerando i colleghi suoi e gli altri assistenti, comecchè per causa diversa, più atterriti di lui, riputò conveniente sospendere per allora cotesti strazii, che in quei tempi avevano nome di esami.
--Riportateli, ritto sopra il limitare della porta abbaiava il Luciani, riportateli in carcere uno diviso dall'altro. Ministrate loro il vitto di penitenza... bevano il supplizio... mangino la disperazione.
Beatrice priva di sentimento fu riportata sopra una sedia in prigione, e quivi affidata alle cure del medico; il quale fra un sospiro e l'altro osservava, come la detenuta non potesse essere esposta con efficacia al tormento se non prima decorsa una settimana intera; ed avrebbe, egli aggiungeva, in caso di bisogno avuto anche il coraggio di sostenerlo a voce, e in iscritto, perchè innanzi tutto doveva aversi riguardo alla umanità!...
Non vi par egli, che fosse caritatevole davvero questo dabbene dottore fisico?
NOTE
[1] Papa Clemente VIII quando mosse da Roma per prendere possesso del ducato di Ferrara rapito a don Cesare, che n'era stato istituito erede da Alfonso d'Este II, nel visitare la chiesa di Loreto vi lasciò in voto due gambe di argento massiccio, forse per grazia non ricevuta della guarigione della podagra; e dico per grazia non ricevuta, dacchè alla podagra gli si aggiunse anche la chiragra, la quale nel giubbileo bandito nel 1600 non gli permetteva di lavare i piedi ai poveri pellegrini che con una mano sola, e questo non sempre, contentandosi allora di asciugargli soltanto; mentre cotesta opera santa era esercitata da quei fiori di virtù dei cardinali Aldobrandino, a Passero. Giovanni Stringa, _Vita di Clemente VIII_.--Cav. Artaud de Moutor, _Vita del medesimo pontefice_.
[2] «Quidnam vulto hoc esse? Alii autem irridentes dicebant: quia pleni sunt musto». _Acta Apost. c. II. nn. 12-13_.
[3] Quando prima arrise al prete la speranza di tenere suggetti popoli, e re, sostenne la volontà regia nulla se non era santificata da lui. Scaduto dalla superba pretensione si adattò alla parte di vassallo, vestì livrea; e, contentandosi di tosare di seconda mano, bestemmiò voler sovrano formare legge pel suddito anche quando contraffacesse al precetto di Dio. Antonio Perez, consultato il reverendo padre Diego de Chaves se potesse, senza peccato, obbedire all'ordine di Filippo II, che gli comandava assassinare d'Escovedo segretario di don Giovanni di Austria, ne riceve la seguente risposta: «El principe seglar, che tiene poder sobra la vita de sus subditos, y vasallos como se la puede quitar por justa causa, y por juyzio formado, la puede hazer sui el..... tela de los juyzios es nada por sus leyes, en las quales el mismo puede dispensar. No tiene culpa el vasallo que por su mandado matasse a otro, que tambien fuere vasallo suyo, por que se ha da pensar que lo manda con justa causa, como el derecho presume que la ay en todas les acciones del principe supremo». _Relaciones di Antonio Perez_, cit. dal MIGNET, _Antoine Perez et Philippe II, p._ 66.
[4] Intorno ai fatti del conte Peppoli e del duca Farnese, vedi GREGORIO LETI, _Vita di Sisto V, lib. III. p. 2_.
[5] Nei governi dispotici, il duca di Wintoun diceva che lo ufficio del giudice, come presso i barbari, si confonde con quello di carnefice. Veruno animale è più schifo del giudice amovibile allo stipendio del tiranno. Ricorda la storia che nei tempi antichi, durante il processo di Giovanna di Arco, al cimiterio di Santo Ovanio il carnefice assisteva al giudizio per esser pronto a giustiziarla appena condannata! MICHELET, _Storia di Francia, t. V. p. 163_--Ai tempi nostri un re mandava ai suoi giudici sentenziassero presto, perchè prima di sera voleva fucilare i prevenuti.
[6] Nerone si ricordò di Epirari ritenuta per indizio di Procolo; e non credendo che una donna reggesse al dolore, ne comandò ogni strazio. Nè verga, nè fuoco, nè ira di martorianti del non sapere sgarare una femmina, la fecero confessare, e vinse il primo dì. Portata il seguente ai tormenti medesimi in seggiola, non potendosi reggere sopra le membra lacerate, si trasse di seno una fascia, l'annodò alla seggiola, incalappiò la gola stringendola col peso del proprio corpo, e trassene quel poco fiato che vi era. Esempio memorevole, che una femmina libertina volesse salvare gli strani, e quasi non conosciuti, quando gl'ingenui uomini senatori, e cavalieri scuoprivano i più cari senza tormenti. TACITO, _Annali, t. XV. volgarizzamento del Davanzati_.
[7] Il supplizio di Mezenzio era legare un vivo con un morto, e così lasciarlo finchè ancora egli si morisse.
«Quid memorem infanda caedes; quid facta tyranni Effera? Di capiti ipsius, generique reservent. Mortua quin etiam jungebat corpora vivis Componens manibus manus, atque oribus ora (Tormenti genus) et sanie, taboque fluentis Complexu in misera longa sic morte necabat». VIRGILIUS, _Aeneid. t. VIII, v. 482_.
CAPITOLO XXIV
IL SAGRIFIZIO.
Non sentite che stridìo Fa quel gufo colassù? È là un'aquila che sgraffia! Quanti corvi intorno a lei! Quanti corvi a molestarla! Presto, indietro, figli miei. . . . . . . . . . . Van gl'infanti:--e don Rodrigo Ha già scritto ad Almanzor: Vengon tutti, e senza schermo Tutti a morte gli hai da por.
_I sette Infanti di Lara, Romanza spagnuola._
--Introducetelo immediatamente.
Così ordinava Cinzio Passero cardinale di San Giorgio al camerario, ch'era venuto ad annunziargli come il presidente Luciani, con grandissima istanza, domandasse di favellare a Sua Eminenza. Il Luciani, mossi alquanti passi, si fermò a mezzo la stanza curvato profondamente, ed in cotesta attitudine si rimase senza profferire parola.
Il Cardinale, declinati i sopraccigli per velare le pupille tremolanti di soddisfazione, domandava con voce lenta ed ostentata indifferenza, precorritrice di prossima ingratitudine:
--Or bè, a che cosa siamo noi? Egli è finalmente compito questo magno processo?
--Vostra Eminenza, rispondeva il Luciani con le braccia giù penzoloni, ravvisa in me rinnuovato il caso di Sisifo...
Il Cardinale, meglio che dalle parole, dal sembiante del Luciani sospettando il caso, gittata là la finta indifferenza come maschera molesta, ardente e iroso soggiunse:
--Che cosa significa questo? Parlate senza metafore, chè ormai mi han concio.
--Eminentissimo, significa che noi non abbiamo potuto ottenere dall'accusata Beatrice confessione di sorte; e gli altri Cènci, mossi dal suo esempio, hanno ritrattato la loro.
--Ma voi... voi vi sarete lasciato intenerire per avventura anche voi.
--Io!--esclamò il Luciani, come quando si ode qualche sproposito solenne:--eh giusto! Corda, Eminentissimo, tortura _capillorum_, tortura _vigilae, canubbiorum, rudentium, taxilli_, tutte le adoperai, e senza intervallo di tempo, sicchè ne rimasi sbalordito io stesso: poco più che avessi spinto il tormento dell'accusata, a quest'ora non ne parlavamo più, con danno inestimabile del processo. Io l'ho costretta a rimanere tre ore intere in deliquio.
--E neanche col tassillo ha confessato costei?
--Neppure col tassillo.
--Ma che gli fate adesso, di burro?
--Eminentissimo noi gli facciamo di legno di pino, impeciati, e aguzzati per filo e per segno: e tutti i tormenti io ho ordinato le inasprissero per modo, che lo stesso mastro Alessandro ha consigliato si sospendesse la tortura, avvegnadio corressimo pericolo presentissimo di vita.
--Chi è questo mastro Alessandro?
--Il boia, Eminentissimo.
In verità occorrono in tutte le lingue taluni composti di certi suoni, che hanno virtù di scuotere ingratamente i nervi umani; e la parola boia è senza dubbio fra questi. Il Cardinale arricciò il naso e scosse disdegnoso la testa, quasi che volesse dire: «E com'entra il boia fra noi?»
Alla quale tacita domanda il Luciani, a sua posta, tacitamente rispondeva: «Come ci entra? ci entra benissimo, e la tua collera nasce appunto dal non esserci entrato come desideri, o uomo rosso, parente del carnefice in troppe più cose, che nel colore delle vesti».
--E quando vedeste, riprese il Cardinale, come i rigori non giovassero, o perchè non provaste di adoperare le piacevolezze?
--Uhm! Io sono da bosco e da riviera, Eminenza: anzi mi arrisicai fino a promettere (bene inteso però come cosa mia, onde dar campo a vostra Eminenza ed a Sua Santità di smentirmi quando tornasse loro comodo) la grazia della vita per tutti;--feci in modo che i confessi si trovassero con la donzella quando verosimilmente dovevano averla frollata i tormenti, e lei con pianti e preghiere supplicassero a confessare, assicurandola com'io avessi loro dato ad intendere esser questo per essi refrigerio estremo di salvazione. Fiato gittato! La donzella, oltre ogni credere pervicace, ha disprezzato blandizie e tormenti; e dopo aver sofferto più che natura umana sembrava potesse sostenere, in mezzo agli spasimi del tassillo supplicava i congiunti ad imitare la sua costanza ritrattando la confessione.--Come la sia andata io non so, chè non so nemmeno io in qual mondo mi trovi; le hanno dato retta, e di confessi, revocando il detto, sono ridivenuti negativi. La mazza ha percosso i soliti colpi, anzi maggiori del consueto; ma talora la pietra è più dura del martello.
--Oh! no, nessuno varrà a persuadermi che in questa faccenda siasi adoperata la diligenza, che il negozio e le mie raccomandazioni pareva dovessero meritare.
--In verità, Eminentissimo, ella mi mortifica a torto. Consideri! Temendo che l'accusata potesse tenere addosso qualche malìa, ordinai (ed io stesso presenziai la operazione) che la visitassero diligentemente, per ricercare la macchia diabolica indicata dai maestri dell'arte.
Il Cardinale di tanto non si potè contenere, che non iscuotesse fastidiosamente le spalle; sicchè il Luciani, di nuovo armeggiando col suo cervello, pensava: «sta a vedere, che un cardinale di santa madre chiesa non crede al diavolo! Morto lui vedremo chi vi farà le spese».
--Dunque, interrogò risoluto il Cardinale, in questo frangente che cosa proponete voi?
--Eh! appunto era venuto a posta per sentire il savio parere di vostra Eminenza, come quella che tutto il mondo sa ricchissima di partiti.
Si ricambiarono due sguardi tristi: già si odiavano. La cupidigia e la ferocia compongono un cemento infernale, che lega indissolubilmente le anime degli scellerati fino alla consumazione del delitto: compito il misfatto, i complici si dividono a un punto rapina, odio, e rimorso.
Avvenuta che sia l'opera di sangue, il Cardinale odierà il Luciani col doppio odio dello ingrato e del complice che detesta l'altro complice; il Luciani odierà il Cardinale perchè lo sperimenterà superbo, e lo saprà scellerato: e non pertanto anco adesso si aborrono, perchè il primo non cela il suo disprezzo per l'altro, e quest'altro ha paura.
Si ascolta un lieve bussare alla porta: ottenutane licenza entra un camerario, che ammonisce lo Eminentissimo essersi presentato alla udienza il signor avvocato Prospero Farinaccio.
--Farinaccio!--esclamarono a un punto il Cardinale e il Luciani. Poi il Cardinale soprastette alcun poco a pensare, ed alla fine disse al camerario:
--Fate passare. Voi, signor Luciani, compiacetevi attendere in anticamera i nostri comandi.
Se più acerba trafitta avesse mai potuto lacerare l'anima del Luciani, pensi chi legge. Come! Doveva egli uscire al cospetto di uno avvocato? Come! Doveva egli aspettare la fine della udienza in anticamera? Egli! uso a trattare con arroganza i suoi uguali, con superbia gl'inferiori. In qual concetto lo avrebbero d'ora innanzi tenuto i camerarii, in mezzo ai quali avrebbe dovuto trattenersi durante il colloquio del Farinaccio col Cardinale? O andate, via, a dannarvi l'anima per costoro!
No, il Luciani non dannava l'anima per altrui; ei la dannava per conto suo: per compiacere lo istinto ferino sortito dalla natura, e sviluppato con l'abito; per satisfare alla meschina vanità, che non vo' dire ambizione, essendo questa cosa virile, e per nulla convenevole a cotesta anima bassa. Se a taluno poi venisse fatto di considerare come il giudice Luciani si assomigli al giudice Valentino Turchi, al vicario Boccale, ed a mille altri giudici e fiscali, io mi permetto avvertirlo, e vo' che mi creda dacchè io gli parlo per esperienza, che ordinariamente cosiffatti giudici e fiscali si assomigliano tutti; e la differenza unica, che corra fra loro, consista nello avere le unghie un poco più lunghe, o le orecchie un momentino meno corte.
La immensa voglia che sentiva il Farinaccio di comparire al cospetto del Cardinale nepote e la preoccupazione del Luciani nello uscire, furono causa che questi due personaggi si urtassero malamente nel petto e nel ventre sopra il limitare della stanza; e siccome lo avvocato era grosso e gagliardo, e il presidente, debile per mal di sciatica, camminava sciancato e dondolante come fanno le botti rivoltate in piano prima che si fermino, questo ultimo corse pericolo di rientrare a complire il cardinale a mo' dei gamberi, se non si fosse con ambe le mani attenuto alle pettorine della veste dello avvocato. Il Farinaccio poi non era tale, da ridere per cotesto caso: all'opposto, volendo, com'uomo espertissimo nelle umane passioni, correggere con la lingua il fallo involontario del corpo, circondò il presidente Luciani col tuono di uno immenso saluto:
--Meritissimo signor Presidente, le faccio umile reverenza.
Per la qual cosa il Luciani, considerando il credito che un saluto così ossequioso di tanto avvocato stava per procurargli appresso i camerarii, si sentì come raddolcito, e deliberò rispondergli, come gli rispose, con un terzo meno della rabbia consueta:
--La reverisco.
--Eminenza, incominciò Prospero Farinaccio dopo avere inchinato il cardinale Cinzio co' modi sciolti e sicuri che egregiamente gli si confacevano, io vi esporrò de plano la causa che mi conduce con tanta pressa ad ossequiare vostra Eminenza. Io vengo a supplicarla onde mi procuri licenza di assumere la difesa dei prevenuti Cènci, in compagnia di alcuno dei prestantissimi colleghi miei.
--Signor Avvocato, rispose il Cardinale aggrottando le sopracciglia, ch'è quello che domandate voi? Cotesti scellerati vi par egli che meritino l'onore della vostra difesa? La enormità del delitto gliela vieta; e sarebbe inaudito concederla, ora che il processo è compito.
--Eminenza, la difesa è di diritto divino. Il Signore la concesse a Caino, e nessuno, io penso, lo sapeva colpevole meglio di lui.
--È vero; ma la prudenza umana oggimai ha stabilito doversi escludere da tanto benefizio i casi atroci; e il parricidio parmi che tra questi si deva considerare come principalissimo. Ditemi, signor Avvocato, i truci figli concessero al padre loro tempo per le difese? Anzi, e questo è troppo più enorme, gli dettero tanto di tempo ch'egli potesse riconciliarsi con Dio, e salvare l'anima sua?
--Questo io non vo' negare, Eminenza; ma mi sia permesso farvi notare reverentemente, come appunto, trattandosi di caso eccettuato, non si proceda con le regole comuni, e tutto sia rimesso alla discrezione del giudice.
--Certo, ma in ciò che spetta alla esasperazione del rigore; conciossiachè se fosse diversamente (e questo non può sfuggire alla solenne sagacia vostra) il benefizio crescerebbe in proporzione della gravità del delitto. Vi parrebbe ella logica questa?
--E tuttavolta nel mondo governa qualche cosa più potente della logica, ed è la convenienza. Io non ricorderò, Eminentissimo, per quanti favori mi chiami legato alla sacra persona di Sua Santità ed alla vostra, nè con quanto zelo io abbia studiato sempre, e studii promuovere, secondo le mie deboli forze, la esaltazione della vostra casa nobilissima: in ciò io adempio un dovere di gratitudine, e basta. Queste cose poi mi piacque toccare brevemente, onde la Eminenza vostra si persuada, che se potrà trovare di leggieri un consiglio più autorevole del mio, non potrà con altrettanta agevolezza trovarne un altro del pari devoto. Or dunque io vo' che sappiate, Eminenza, correre da parecchi giorni qui in Roma una voce, e crescere quotidianamente, la quale dice impossibile cosa essere che Bernardino, giovanetto dodicenne e d'indole mansueta, al parricidio partecipasse; molto meno la fanciulla (e questo non era vero, anzi era vero il contrario) a cui procacciano compassione la fama della sua bellezza, che dicono possedere portentosa, e del valore col quale sostenne i più rigidi esperimenti della giustizia. La calunnia sussurra sommessa di orecchio in orecchio volersi tutti i Cènci avviluppati in una medesima accusa, e per conseguenza nella medesima condanna, perchè s'insidiano gli averi di cotesta cospicua famiglia: ancora fra i nobili reca amarezza inestimabile vedere minacciata di completa distruzione una inclita prosapia, che affermano derivata dai vetustissimi Romani. Adesso io credo, e meco, Eminenza, hanno creduto molti, che per torre via ogni pretesto alla maldicenza importi largheggiare in concessioni di difese, di consigli, di tutti, insomma, i sussidii forensi agl'imputati. E di vero, udite un po' che cosa si attenti vociare la calunnia. Ella vocia: o come volete voi che possa schermirsi da volpi vecchie del foro un bambino? Come una giovanetta inesperta? Atterriti da minacce, circondati da seduzioni...
Il cardinale Cinzio sentiva a quel dire gonfiarglisi il cuore; ma fino a quel punto, uso com'era a dominare gl'impeti del suo carattere, ed a dissimulare, veniva assentendo piacevole in vista allo Avvocato, ed anche talora gli sorrideva: inoltre la timidità, che rende i sacerdoti spietati, gli fa eziandio irresoluti; onde chiunque sappia valersi con accorgimento di questo loro vizio, può contare di riuscire almeno per tutto il tempo che la paura dura. Qui poi non potè reggersi da esclamare con ira male repressa:
--E come ardite voi sospettare questi orrori?
--Eh! non sono io, Eminenza, che sospetto; ella è la calunnia, la quale non si arresta qui; ma va aggiungendo, che le confessioni spremute dal torchio di torture atrocissime non si devono attendere; e ch'era più breve farli tutti sparire, notte tempo, per entro ad un trabocchetto.
Il Cardinale, per contenersi, masticava della carta; sennonchè sopra gli angoli estremi della bocca, comparivano alcune bolle bianche di bava maligna. Il Farinaccio, che astutissimo uomo era, conoscendo avere percosso il colpo più forte, pensò adesso a blandire il porporato. In simile intento, aggiungeva:
--Io ci patisco, Eminenza, propriamente ci patisco nell'udir levare i pezzi della reputazione altrui, e della scienza; dacchè io nei miei volumi abbia salutato, come davvero ella è, la tortura regina delle prove: nè qui sarei venuto, laddove io non conoscessi il modo col quale il fatto atroce successe, e non mi augurassi cavarne dalla bocca degli accusati la confessione ingenua, che, come confonderà la calunnia, così porgerà al Beatissimo Padre argomento di fare viepiù rifulgere quella sua innata clemenza, di cui ha empito il mondo con tanti e tanti fulgidissimi raggi...