Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 43

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--Allo apparire di Beatrice pallida, in aria soffrente, con gli occhi smorti dentro un cerchio azzurro, il Luciani, sempre in atto di mastino quando si posa, s'ingegnò, per quanto gli era dato, comporre a mitezza il sembiante sinistro e la voce arrotata:

--Gentil donzella! quanto il mio cuore abbia patito nel dovervi porre ai tormenti, Dio ve lo dica per me; chè con parole convenevoli non potrei dimostrarvelo io. Anch'io sono padre di fanciulle per età, se non per bellezza, uguali a voi; e nel vedervi straziare, non senza sgomento ho interrogato me stesso: Luciani, qual mente, quale animo sarebbero i tuoi, se tale aspro governo facessero del sangue tuo? Dovere di magistrato, senso di uomo, pietà di cristiano mi persuadono raccomandare voi stessa a voi. Deh! vi calga della vostra giovanezza. A che monta la pervicace caparbietà vostra? Io ve l'ho detto, e vel ripeto adesso; abbondano in processo le prove per convincervi rea: la confessione dei vostri medesimi complici vi condanna. Meritatevi con ingenua confessione la grazia del beatissimo Padre. Delle somme chiavi, di cui egli ha l'augusto ministero, troppo più gli piacque adoperare quella che apre, dell'altra che serra. Soprattutto a lui talenta la fama di benigno; e davvero, qual è nel nome, così nei fatti vuol dimostrarsi Clemente. Non mi sforzate, via, signora Beatrice, ad usare rigore; considerate che i tormenti da voi, mio malgrado, patiti sono quasi piaceri in paragone delle atroci torture (e qui lasciò libero il corso alla voce arrotata) che la giustizia riserva contro i contumaci ostinati.

--Perchè mi tentate?--rispose Beatrice pacatamente. Come se non vi paresse abbastanza la facoltà di straziarmi il corpo, perchè v'industriate ad avvilirmi l'anima? Queste sono le parti del demonio, non quelle del giudice, o almeno una volta non lo erano. Il mio corpo è vostro... la forza feroce lo pone in balìa di voi... a posta vostra straziatelo;--l'anima il mio Creatore mi diede ben mia, e questa, anzichè lasciarsi sbigottire dalle vostre minacce, o prendere dai vostri blandimenti, mi conforta a sostenere più di quello che voi non possiate tormentare.

Le sopracciglia del Luciani si strinsero come tanaglia; e percuotendo con ambo le mani aperte sopra la tavola, urlò furiosamente:

--_Ad torturam... ad torturam capillorum..._ Dov'è mastro Alessandro? Egli dovrebbe trovarsi sempre presente al tribunale quando presiedo io[5].

--Egli ha dato un salto fino a Baccano per faccende di mestiere, con ordine superiore; ed ha lasciato detto che tornerebbe in giornata.

--Al maggior uopo tutti mi lasciano solo. A voi dunque, Carlino, che so che siete un giovanotto per bene; fatevi onore adesso.

Queste parole volgeva il Luciani allo aiutante del boia, il quale replicava ingenuo, stropicciandosi le mani:

--Eh! c'ingegneremo...

La verità era che mastro Alessandro, colto il destro che il caso gli aveva posto davanti, si era allontanato da Roma. Due sgherri ora si avventano sopra la Beatrice, le disfanno le bellissime chiome bionde, le scarmigliano, le ravviluppano, e legano, e stringono intorno ad un mazzo di corde così prestamente, come fuori di ogni immaginazione orribilmente;--poi la sollevano da terra...

La beltà sformata stringe, a vedersi, più angosciosa il cuore che la bruttezza medesima. Se mai tua ventura ti condusse per le contrade di Grecia, tu passasti, senza pure avvertirli, accanto ai ruderi di qualche fortilizio veneziano, o turco; ma il tuo spirito si contristò contemplando il Partenone mutilato dal tempo, dai Turchi, e da lord Elgin, lasciando il passeggiero incerto se al delubro di Minerva abbia più nociuto o la forza distruttiva del primo, o la barbarie dei secondi, o la dotta rapina del terzo.

I capelli più sottili della misera martoriata schiantansi, la pelle stirata distaccasi dalla fronte, ed anche sopra le guance, tratta violentemente verso le orecchie, minaccia crepare: le labbra semiaperte parevano ridere, gli occhi allungati a mandorla per le tempie davano alla donzella la sembianza di fauna. Doloroso a vedersi! troppo più a patirsi! Il Luciani, sempre le mani appoggiate come le zampe il mastino in riposo, andava di tratto in tratto abbaiando:

--Confessate la verità...

--Sono innocente.

--Datele uno squassetto... un altro... un altro ancora.--Confessate la verità.

--Sono innocente.

--Ah! voi non volete confessare? Ebbene, a testa di leccio capo di sorbo.--Aggiungete voi altri un po' di ligatura _canubis_.

Carlino, obbedendo in un batter d'occhio all'ordine ricevuto, aiutato dai valletti attortiglia dentro una matassa di canapa il pugno della mano destra di Beatrice, e torce forte come costuma la curandaia allorchè strizza il panno bagnato per ispremerne l'acqua. La mano e il braccio stridono slogandosi, i muscoli si strappano, la epiderme si lacera con istravaso di sangue e mostruosa tumefazione. Il presidente Luciani, senza batter palpebra, ad ogni scontorcimento abbaia:

--Confessate il delitto!

--Oh Dio! Oh Dio!

--Confessate il vostro delitto, vi dico!

--Oh Dio del cielo... soccorri la tua creatura innocente!

--Stringete più forte, e squassate con gagliardia;--così, risoluto... per bene; in un punto medesimo stretta, e squasso...

--Ahi madre mia! Un sorso di acqua... mi sento morire... per carità, una stilla di refrigerio...

--Che refrigerio, e non refrigerio? Confessate.

--Io...

--Giù, via... siete?...

--Sono innocente.

A questo punto il furore del Luciani non ebbe più modo: cieco di rabbia, tremante per ira, co' denti della mascella superiore si morse il labbro inferiore per guisa, che ci rimasero sopra le orme impresse, alcune pagonazze, altre stillanti sangue.

--Stringi... stritola le ossa, urlava insatanassato il presidente degli assassini, allora chiamati giudici, finchè non crepi fuori della strozza la confessione del suo delitto.

--Ahimè! che dolori... che martirii sono questi! Sono cristiana... sono battezzata.--O morte! morte!

--Confessate... con...

Un nodo spaventevole di tosse sorprese in questo punto il Luciani, e parve dovesse restarne soffocato: anelavano convulsi la gola e il petto; umore viscoso gli gocciava giù dalla bocca e dalle narici; gli occhi venati di sangue gli scoppiavano fuori dai cigli, e ciò nonostante singhiozza ringhioso:

--Con... confe... confessate... scellerata!

--Sono innocente.

--Qua... tosto le cordicelle... la tortura delle cordicelle...

Cotesta era una infame contesa: gli astanti erano sazii dello spettacolo; i carnefici stessi spossati dalla fatica; Beatrice non dava più segno di vita.

--Le cordicelle, vi dico... le cordicelle...--tra un nodo e l'altro di tosse singhiozzava il Luciani.

I valletti del boia sbigottiti stavano inerti, e l'ira strozzava il Luciani, che ormai balbutiva suoni indistinti. Costoro infatti non potevano immaginare che il presidente avesse il cervello a segno; imperciocchè il tormento delle cordicelle consistesse in infinite cordicelle sottili e taglienti, con le quali si avviluppava e stringeva il martoriato per modo, che recisi i nervi, le vene e le carni, il corpo di lui diventasse tutta una piaga; e compariva manifesto che non potesse applicarsi in cotesto stato alla paziente, senza volerla finire.

Sopra il limitare della porta, dirimpetto al banco dei giudici, ecco si presenta la faccia livida di mastro Alessandro; si soffermò alquanto, volse uno sguardo tenue sopra cotesta scena, e sembra, tuttochè boia, che qualche cosa sentisse, avvegnadio nel volersi abbottonare la sopravvesta vermiglia la mano gli saltasse da un occhiello all'altro senza poterne venire a capo: da cotesto indizio in fuori non si palesò altro in lui che desse ad argomentare commozione, e fu visto accostarsi impassibile alla paziente, guardarla fissa, e toccarle i polsi; ciò fatto, con quel suo cipiglio, che metteva il ribrezzo addosso agli stessi giudici, nonchè ai condannati, rivolto al Luciani favellò in questa sentenza:

--Illustrissimo, spieghiamoci chiaro; volete voi che la paziente confessi, o che muoia?

--Morire, adesso?--Dio ne liberi! Bisogna che confessi...

--E allora per oggi, non può sostenere altri tormenti.

Così a quei tempi il carnefice insegnava umanità, e convenienza ai giudici: ai tempi nostri non le insegna loro nessuno;--lo sanno da se.

--Mastro Alessandro, proruppe il Luciani indispettito, dell'arte vostra io credo intendermene quanto voi, e...

Il notaro Ribaldella, che si agguantava alla fortuna del Luciani come all'ancora della speranza, presagendo imminente qualche grave scandalo, con quella sua fisonomia da tantummergo, troncò le parole dicendo:

--Illustrissimo signor Presidente, voi che siete così solenne maestro di proverbii, rammentate avermi ammonito più volte, che chi troppo l'assottiglia la scavezza: se la bontà di vostra signoria illustrissima si degnasse concedermelo, direi, sempre però remissivamente ai lumi superiori di vossignoria illu...

--Orsù, parlate, con mal piglio gli rispose il Luciani.

Allora il Ribaldella si levò agile e presto dal suo scanno, e accostatosi all'orecchio del Luciani vi sussurrò sommesso un suo concetto. Egli aveva ad essere infernale davvero; conciosiachè il Luciani, che gli aveva porto ascolto con torbida faccia, la rasserenò ad un tratto, e quasi sorridendo gli disse:

--Jacomuzzo andate là, chè voi farete passata.--Indi rivolto al carnefice:--Sospendete pure i tormenti, mastro Alessandro,--proseguì a dire,--anzi confortate la paziente, e ingegnatevi a farla riavere.--Voi altri, prestantissimi signori colleghi, compiacetevi aspettarmi seduti nei vostri seggi per breve ora di tempo.

Ciò detto sparì.

Quinci a poco più di venti minuti, nel corridore dond'erasi allontanato il Luciani fu udito strepito di catene, e subito dopo dalle aperte imposte comparvero Giacomo, Bernardino Cènci e Lucrezia Petroni, attriti come gente che abbia fuori di misura sofferto, e non siasi per anco rimessa dalle angosce durate. Il Luciani li seguitava come il mandriano caccia dinanzi a se il bestiame, che spinge al macello.

Dopo la notte dello arresto Giacomo e Bernardino Cènci non si erano più veduti fra loro, e la Lucrezia Petroni nemmeno. All'improvviso sentirono aprire l'uscio del carcere, e si trovarono, senza sapere nè che nè come, l'uno frombolato nelle braccia dell'altro.

Ognuno pensi come per tutti cotesti malearrivati fosse pietosissima cosa, e piena a un punto di sollievo e di affanno, incontrarsi, e piangere, e baciarsi insieme, comecchè le braccia incatenate ogni altra dimostrazione di affetto non concedessero.

Posciachè la piena della passione si fu sfogata quattro volte e sei, al Luciani, il quale per contenere la inquieta impazienza si rodeva le ugna, parve bene richiamarli, ed ammonirli di quella, ch'ei chiamava invincibile caparbietà della Beatrice. Cotesta sua riprovevolissima pertinacia, egli aggiungeva, formare ostacolo alla chiusura del processo, e per conseguenza trattenere la grazia pontificia, pronta a sgorgare, dopo cotesto atto di umiltà, come le acque scaturirono sotto la verga del santo patriarca Moisè: in quanto a lui sentirsi profondamente travagliato per le torture alle quali, così imponendo i penosi uffici del suo ministero, aveva dovuto sottoporre la Beatrice; ormai non gli reggere più l'animo di proseguire; venissero eglino in suo aiuto per vincere cotesta mente ostinata; di ciò supplicarli da verace amico, e da cristiano; qui il giudice non entrare per nulla: di questo andassero persuasi, non poter eglino desiderare patrono od avvocato che più fervorosamente di lui zelasse la causa loro presso Sua Santità.

Egli è così lieve ingannare chi si assicura! Riesce tanto gradito prestar fede a quello che si desidera! Così hanno i miseri sete di conforto, che i fratelli Cènci e la Lucrezia Petroni si abbandonarono affatto in balìa del Luciani; il quale, diventato mansueto, promise loro di non farli separare più mai. Vinti e ingannati, adesso se li spingeva davanti a se; e gli si leggeva manifesta nel volto la superbia del trionfo.

Le vittorie della forza sono elleno forse più, o meno gloriose di quelle della frode? Lo ignoro: io so unicamente, che forza e frode nacquero gemelle nel ventre della ingiustizia.

Quando i due Cènci e la Petroni videro l'osceno strazio del corpo divino di Beatrice, e lei in sembianza di morta, proruppero in pianto irrefrenato, e le s'inginocchiarono dintorno baciandole i lembi delle vesti... non osavano toccarle le mani lacerate, per tema d'inasprirle i suoi dolori. In verità di Dio stringeva il cuore contemplare quei derelitti, con le mani legate di catene, starsene genuflessi intorno alla donzella svenuta tutti in se raccolti, come se l'adorassero.--Così per lunga ora rimasero: quando Beatrice rinvenne, e prima assai di riaprire gli occhi alla luce, la percosse un rammarichìo doloroso, onde tenne per certo di trovarsi colà dove si purga lo spirito umano, e diventa degno di salire al cielo; la quale opinione tanto più le venne confermata quando, riacquistato il senso della vista, si vide circondata dalle care sì, ma squallide sembianze dei suoi diletti. Del quale successo quasi contenta, esclamò:

--Finalmente, la Dio grazia, sono morta!

E richiuse gli occhi; ma gli spasimi, che cocentissimi la travagliavano, l'avvertirono pur troppo com'ella fosse sempre in vita. Riaperse pertanto le palpebre, e continuò:

--Ahi! diletti miei, come mai vi riveggo?...

--E noi come rivediamo te, Beatrice? Ahimè! ahimè!

Decorso alquanto tempo don Giacomo si levò in piedi, e lo strepito delle catene intorno al suo corpo servì di esordio lugubre al seguente discorso, ch'egli indirizzò alla sorella:

--Sorella io ti scongiuro, per la croce di nostro Signore Gesù Cristo, a non lasciarti fare così acerbo governo del corpo tuo. Confessa quello che pretendono sia confessato da noi, come noi abbiamo fatto. Che vuoi tu? Per uscirne men peggio io non ci vedo altra strada; e, dove non conducesse ad altro, questa pretesa confessione ci salverà da martirii che non hanno fine, e con un colpo solo ci troncherà i tormenti e la vita. La ira di Dio passeggia sopra le nostre teste: ora, pretenderemo noi contrastare a quella forza terribile che svelle le montagne dai loro fondamenti di granito, e le travolge come fa il turbine i granelli di arena? Io mi piego alla sferza con la quale Dio mi flagella, dinanzi a cui io mi atterro; e poichè contendere non giova, io m'ingegno mitigare la rigidezza del destino con le supplicazioni, la umiltà, e le lacrime.

Bernardino, fra i singhiozzi levando supplici le fanciullesche mani, anch'ei raccomandava:

--Confessa per amor mio, Beatrice; di quello che questi signori vogliono, chè poi il signor Presidente mi ha promesso farmi sciogliere, e mandarci tutti per le vendemmie a casa.

Donna Lucrezia rassegnata, a sua posta:

--Confidate, figliuola mia, le diceva, nella Madonna santissima dei dolori: ella sola è la consolatrice degli afflitti: e, a fin di conto, chi di noi può vantarsi incolpevole? Tutti siamo peccatori...

Beatrice a mano a mano che la supplicavano volgeva intorno gli sguardi minacciosi. Per sorte i suoi occhi vennero ad incontrarsi con quelli del Luciani, i quali divampavano maligna esultanza: ormai sicuro dell'esito del suo nuovo trovato, egli covava la nidiata dei traditi. Ira, ribrezzo, e soprattutto senso di schifo infinito agitarono l'anima di Beatrice, che per poco non proruppe: pur si contenne; non tanto però, che queste diverse passioni non le si vedessero passare per la fronte, a modo di nuvole traverso il disco della luna. Rimessasi alquanto, con voce fioca, che poi a mano a mano le crebbe, risoluta e gagliarda prese ad ammonire i suoi congiunti in questa sentenza:

--Che voi non abbiate potuto resistere alla prova dei tormenti, e piegato ai primi assalti del dolore, e fatto gettito della vostra bella fama, come il soldato che abbandona l'arme nel giorno della battaglia, io intesi con infinita amarezza dell'anima mia, ma mi astengo di rimproverarvelo: solo mi sia concesso di volgermi severamente a voi, e domandarvi perchè mi vogliate a parte della vostra ignominia? Due avevano ad essere le Regine dei dolori; una in cielo, l'altra in terra; ed io sono la terrena. Non m'invidiate, vi supplico, la mia corona di martirio, dacchè io la porti più gloriosamente che se fosse di gemme. Udite! Uomini santi ci hanno ammaestrato come noi non possiamo volgere le mani micidiali contro il nostro corpo, ch'è fattura di Dio, senza fare violenza alla volontà suprema: ora, quanto a noi ha da parere maggiore peccato distruggere con lingua dolosa la propria fama, ch'è la vita dell'anima? E notate, che la vita sembra più cosa nostra, e però maggiormente facultati a disfarcene, che non della fama; imperciocchè questa dobbiamo tramandare ai nostri posteri, e per noi hassi ad aborrire ch'eglino del proprio nome si vergognino, o vadano soggetti a sentirsi dire: «il vostro casato rammenta un parricidio». Dunque Roma pagana vide una femmina di partito durare costantissima inaudite torture, e tagliatasi co' denti la lingua gittarla in faccia ai carnefici suoi, piuttostochè scuoprire la congiura alla quale ella aveva partecipato pur troppo[6]; ed io, vergine ingenua e cristiana, non saprò sopportare i tormenti in testimonio della mia innocenza? Sciagurati! E che cosa pensate con la vostra viltà conseguire? Forse di conservare la vita? E non vi accorgete, che la si vuole spenta non già come fine, bensì come via che conduca a intento oggimai stabilito; nè a questo pare che basti la nostra morte, la quale oggimai ci avrebbero dato, ma si richieda eziandio la nostra infamia? Ora, avete voi pensato qual possa essere questo intento? Chi può lanciare lo sguardo nello abisso d'iniquità della Corte Romana, e distinguere tutti i disegni tenebrosi che si ravvolgono là dentro? Nella passata agonia una larva traversò la caligine della mia mente, e migliaia di voci le urlavano dietro: avarizia! avarizia! La lupa sacerdotale già assaggiava la sostanza dei Cènci; e trovatala buona, l'è cresciuta la fame, col pasto. Molti sono i lupi dal muso affilato venutici da Firenze, che mostrando le costole ignude, e battendo denti a denti, gridano preda. E il papa gliela darà... I vostri delitti sono i vostri averi. Voi perderete tutto; la buona rinomanza, che nessuno al mondo poteva torvi, avete da per voi stessi gittato via; la vita e la roba, cose caduche ed in potestà altrui, vi torranno quando loro torni in acconcio. Io, che tronchino i giorni miei, e con la vita mi rapiscano gli averi, non contrasto; e volendolo ancora, io non potrei; ma sta nel mio pugno la fama, e questa non perverranno a rapirmi. Mentre tutto ciò che è della terra mi abbandona, ecco che più mi si stringono allo spirito due angioli; quello che ha in custodia la innocenza, e l'altro che premia la costanza; e grande, miei diletti, sento il potere loro sopra di me, avvegnadio non solo mi sostengano in mezzo all'atrocità dei miei tormenti, ma mi promettano appena saranno compiti (il che avverrà presto) di levarmi genuflessa sopra le santissime loro ale verso il mio Creatore. Addio terra, limo stemperato di pianto e di sangue; addio turbine di atomi maligni, che vi dite uomini; addio tempo, sfregio brevissimo sopra la faccia della Eternità: un raggio delle gioie celesti mi piove sopra la persona, e toglie via ogni pena... come mi sento felice! come sono contenta! quanto è soave morire!...

E declinato il capo sopra la sinistra spalla, cadde di nuovo in deliquio.

Il sole, fino a quel momento coperto dalla nuvole, trasparì in cotesto luogo oscuro da una finestra alta, e recinse con un raggio languido di autunno il seno e la faccia di Beatrice. I capelli di oro sparsi per le spalle della vergine, e rimasti irti, ed attorti sopra la fronte di lei riflettendo quel raggio, la fasciarono intorno con la corona luminosa, colla quale, costumiamo effigiare la immagine della Madre di Cristo. Mirabile caso, che dimostrò come la Provvidenza incominciasse a ricovrare la travagliata sotto il manto della sua misericordia; imperciocchè nei capelli, adoperati in quel giorno per arnese dell'osceno martirio. incominciasse ad apparire un segno manifesto della prossima sua divinità.

Nessuno osava alitare. Il Luciani era sbigottito, avendo sorpreso l'anima sua in atto d'intenerirsi: l'abborrita pietà aveva per un momento cagionato in lui lo effetto, che i Gentili attribuivano al teschio di Medusa. Il Ribaldella, con la faccia appoggiata sul banco, osservava costretto una specie di tregua di Dio co' suoi perfidi pensieri; e il notaro Grifo, per non parere, temperava macchinalmente le penne, ma non vedeva lo spacco, però che una lacrima gli dondolasse in su e in giù per la curva del ciglio diritto: povera lacrima! stava in cotesto luogo come uno esiliato in Siberia.

Beatrice con un sospiro tornò agli uffici della vita, e i suoi congiunti genuflessi innanzi a lei, presi da ammirazione, da pietà | e da vergogna, esclamarono fra i singulti:

--Beatrice... angiolo santo... deh! tu ci addita il sentiero che noi dobbiamo tenere per imitarti.

Beatrice si sollevò alcun poco, e, raccogliendo quanto potè di spiriti vitali, con voce forte favellò:

--Sappiate morire!

--E noi morremo--gridò don Giacomo levandosi in piedi, e scuotendo su la faccia ai giudici le catene ond'era avvinto--noi siamo innocenti; noi nè uccidemmo, nè facemmo uccidere il padre nostro: noi confessammo per forza di tormenti, ed in virtù delle insidie tese alla nostra inesperienza.

E Giacomo Cènci poteva anch'egli chiamarsi immune della strage paterna, imperciocchè il padre non fosse rimasto ucciso nel ratto di Tagliacozzo: però la sua coscienza non era pura davanti agli uomini, molto meno davanti a Dio. Ed invero se il disegno, o, come dicono i curiali, il conato più o meno prossimo alla esecuzione meritamente presso i primi si distingue dal delitto consumato, appo Dio il pensiero criminoso scoccato appena torna indietro di ripicchio a uccidere l'anima, che non lo seppe trattenere.

Beatrice, quasi trasmutata in faccia per la interna compiacenza, con suono di voce dolce quanto la benedizione di una madre concluse:

--Il martirio sopra la terra si chiama gloria nei cieli: perseverate, e morite come i fedeli di Cristo morivano.

Il Luciani aveva agevolmente cacciato da se lo insolito solletico di umanità come una tentazione del demonio: anzi vedendo che nel nuovo esperimento, invece di aver fatto profitto, com'egli divisava, era venuto a scapitare non poco, riarse nella sua bile, che proruppe come acqua bollente fuori del vaso, fragorosa e spumante.

--Con voi rifaremo i conti fra breve, e staremo a vedere se, come a parole, vi manterrete prodi co' fatti. Intanto voi, mastro Alessandro, fate di applicare alla esaminata la tortura del _taxillo_.

--Ho io bene inteso, illustrissimo signor Presidente? Avete voi detto il _taxillo_?

--Il _taxillo_; per lo appunto il _taxillo_: ecci ella qualche nuovità in proposito?

--Nulla, rispose mastro Alessandro stringendosi nelle spalle: solo dubitava non avere bene inteso.

E andò pel _taxillo_.