Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 42

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Il presidente Luciani inchinandosi fino al pavimento rinnuovò la sua alleanza con la polvere, e prese commiato. Nel condursi a casa non aveva membro che non gli sussultasse; tremava, il codardo. nella gioia pregustata di tribolare a voglia sua enti sensibili, creature di Dio. Se io affermassi che in cotesto feroce e vile intelletto non capisse desiderio di avvantaggiarsi con promozioni e pecunia, non sarebbe vero; ma siffatta passione veniva di gran lunga seconda all'altra di tormentare. Guardagli la faccia, e poi dimmi se sia uomo costui; la testa ha quadra, depressa la fronte, le orecchie indietro, il muso assai più largo nelle mandibole inferiori che negli zigomi, le guance pendenti, la bocca senza labbra si perde per le rughe, e non lascia indovinare dove abbia confine; i capelli irti, e rasi; il colore è di grasso vieto tranne la parte pelosa, che ha lite col verderame, e lo vince; gli occhi piccoli e tondi, e gialli come l'orpimento: creazione sbagliata, distrazione della natura; conciossiachè con una variante leggerissima nella gola la voce non gli sarebbe uscita articolata in parola, bensì abbaiata in latrato; ed allora invece di doventare uno arnese pessimo di quella, che gli uomini sogliono chiamare giustizia, sarebbe riuscito un ottimo cane da macellaro.

Ridottosi a casa, il presidente Luciani si mostrò fuori dell'usitato giocondo: favellò piacevole alla moglie, che di cuore diverso dal suo gli aveva dato il cielo; accarezzò le figliuole, poi si mise a sedere, e volle cena; festeggiando, come la gente del volgo costuma, col bere smodatamente la domestica allegrezza. Diventato più sciolto, anzi impudente di lingua per virtù del vino, esclamò:

--Orsù, via, figliuole mie; venite qua, che voglio darvi una buona novella, ed è, che prima che finisca la settimana intendo presentarvi di un magnifico dono.

--Magari! E che cosa ci dona, signor padre?--rispose la maggiore.

--Indovinate.

--Una faldiglia di seta?

--Meglio ancora.

--Un viaggio a Tivoli?

--Meglio, meglio. Io vi donerò quattro teste tagliate di gentildonne, e gentiluomini romani; e tra queste una attaccata ad un collo bianco, e rotondo come il tuo.

E sì dicendo, con gl'indici e i pollici delle mani le cingeva il collo. La fanciulla si sottrasse con ribrezzo alla stretta esclamando:

--Cotesti sono presenti pei carnefici: io non lo voglio.

E le altre sorelle, in coro:

--Tristo dono, tristo dono; noi non lo vogliamo.

--Donna, gridò il Luciani guardando con occhi arruffati la moglie, la nostra schiatta madreggia;--e così dicendo si levò in piedi, si trasse il berretto fino sul naso, e preso un lume s'incamminò borbottando alla sua camera, dove si chiuse per di dentro.

La mattina veniente, appena fatto giorno, fu visto il Luciani nella carcere di Corte Savella accompagnato da due vecchie femmine, o piuttosto furie, incamminarsi alla prigione di Beatrice.

La mesta fanciulla giaceva assorta da moltitudine di pensieri, i quali tutti mettevano capo ad affannose conchiusioni; ond'ella infastidita, e sazia di giorni, non rifiniva di raccomandarsi a Dio, che per pietà da questo martirio la chiamasse alla sua pace. All'improvviso, aperta strepitosamente la imposta della carcere, si presentano davanti alla dolente le sinistre sembianze del Luciani e delle sue compagne.

Costui con parlare succinto ed acre le dichiarò, essere venuti per visitarla se avesse fattucchierie addosso; però di buona grazia si accomodasse allo esame. Egli intanto si ridusse in un canto della stanza, e quinci, con la faccia rivolta al muro, ordinò alle due Megere che compissero lo ufficio.

Beatrice avvampando d'ira e di vergogna si ravviluppa nelle coltri, e, forte stringendolesi intorno al corpo, rifiuta sottoporsi alla umiliante ricerca. Non si rimasero per questo le due carnefici pinzochere, che, adoperandovi le mani loro adunche ed ossute, le strapparono di forza coltri e lenzuola. Nudo quel bell'angiolo di amore cadde in balìa di costoro.

--Dal capo vien la tigna, diceva il Luciani dal suo cantuccio; però incominciamo a perquisirle la testa: separate in prima i capelli per bene, guardate con diligenza la cotenna... voi, signora Dorotea, forbitevi gli occhiali... ve lo ripeto per la ventesima volta... voi le troverete una macchietta livida, o nera un poco più grande di una lenticchia... come sarebbe a dire un granchio secco... avete trovato?

--Non trovo altro, rispose Dorotea, che un visibilio di capelli sufficienti per farne una parrucca a tutt'e due, e ne avanzerebbe.

--Basterebbero a tutt'e tre, osservò l'altra.

--Scendete giù... guardate il collo, il seno, le spalle...

--Nulla...

--Come nulla? Egli è impossibile.

--Ella è così. Sarebbe più facile che passasse inosservato un bufalo sopra la neve, che un pelo vano sopra queste carni di latte.

In questo modo fu ricercata Beatrice sottilissimamente per tutta la persona, senza che potessero scuoprire il segno indicato.

--Veramente, prese allora a brontolare, sempre nel suo canto, il Luciani, i maestri dell'arte insegnano come il demonio per ordinario imprima la sua macchia sul seno, o sopra la coscia sinistra; tuttavolta, non essendo astretto a veruna legge, voltatela bocconi, e perlustrate con la solita diligenza la schiena.

--Ecco... troviamo...

--Che cosa trovate, nè?--domandò il Luciani, mal si potendo contenere nel cantone.

--Troviamo a mezza vita un neo, circondato di alquanta calugine color dell'oro.

--Bene!... benissimo! Comecchè i maestri dell'arte ammoniscano che la macchia deva apparire livida, o nera, tuttavolta ricorre la osservazione, che il maligno essendo spregiatore di ogni legge, non può essersi assoggettato a regola fissa: in ispecie adesso, che, avendola a fare con me, avrà capito che la va da galeotto a marinaro. Signora Dorotea prendete lo specillo, e procurate prima tuffarlo nell'acqua benedetta.

La beghina tratto fuori un lungo spillo di ferro lo immerse, borbottando non so quali preghiere, dentro un vaso di acqua santa. Il Luciani impaziente domandava:

--Insomma, avete fatto?

--Illustrissimo sì.

--Or via, da brava, cacciatelo giù adagio adagio dentro la macchia infernale.

Beatrice piangeva di rabbia nel vedersi ridotta a tanta abiezione, e forte dibattendosi cacciava lunge da se ora l'una, ora l'altra delle spietate pinzochere; ma costoro le tornavano sopra più gagliarde che mai. Adesso poi al sentirsi trafiggere le vive carni proruppe in furore, interrogando con voce concitata che insania fosse mai quella; ed aggiungeva lei essere cristiana quanto, e meglio di loro; e si vergognassero con quelle superstizioni turpissime tribolare una povera fanciulla, la quale avrebbe potuto essere a loro figliuola.

--Santissima vergine, belava la Dorotea con voce caprettina, menando tuttavia le mani audaci, noi non vi vogliamo mica male, cara sorella; no davvero, ma lo facciamo per vostro bene; proprio per la salute dell'anima vostra.

Intanto il presidente Luciani, senza mai volgere la testa, aveva borbottato nel cantuccio uno di quei tanti _oremus_, che incominciano _In nomine Patris, Filii et Spiritus Sancti_, e finiscono col _per omnia saecula saeculorum, amen_; col quale si faceva intimazione e precetto allo Spirito delle tenebre di sfrattare immediatamente, lasciandolo libero sgombro e vacuo, dal corpo di Beatrice Cènci; e compito ch'ei l'ebbe, così prese a favellare:

--Lodato sia Dio; adesso mi sento soddisfatto, e potrei dire quasimente sicuro, conciossiachè o il diavolo ci fosse, o non ci fosse: se ci era, in virtù dell'esorcismo a quest'ora se ne torna più che di passo in cammino per lo inferno; o non ci era, e ormai di entrarci non avrà più balìa.

E richiamate le donne, senza pure volgere uno sguardo alla derelitta, usciva con esso loro di prigione alternando insieme pii e dotti ragionamenti intorno alla potenza del demonio, a cui, secondo il suo avviso, la misericordia di Dio ne aveva lasciata troppa;--che se avesse avuto l'onore di consigliare il Padre Eterno lo avrebbe persuaso a impiccarlo addirittura ai corni della luna, e lasciarvelo penzoloni perchè servisse di esempio ai malfattori avvenire, così in cielo come in terra: poi, dato a ciascheduna di loro uno scudo, le supplicava a pregare per lui San Gaetano _padre della divina provvidenza_, ed impetrargli la grazia di riuscire a bene nello importante negozio che aveva per le mani, a sbigottimento degli empii, e alla maggiore esaltazione di santa madre chiesa cattolica. Le pinzochere corrisposero al desiderio incamminandosi difilato alla chiesa del Gesù, e pregando fervorosamente Santo Gaetano onde si degnasse concedere al dilettissimo fratello in Cristo presidente Luciani la grazia di poter mandare legalmente al patibolo tutta la famiglia Cènci, nessuno escluso, nè eccettuato.

E mentre il dabbene Luciani stava in aspettazione degli aiuti divini, non tenne le mani alla cintura per mettere in opera i terreni; dacchè appuntatosi con gli altri giudici di trovarsi la mattina di poi per tempissimo alla carcere di Corte Savella, vi si recarono di fatto; e quivi, senza porre tempo fra mezzo, egli ordinò si conducesse loro davanti la fanciulla.

Al posto resultato vacante per la promozione dell'auditore Luciani avevano preposto un certo coso, sciapito più del cetriolo; nè buono nè cattivo come uomo; iniquo poi come giudice, e veramente pessimo; imperciocchè, da quello di ritirare la paga nelle debite ricorrenze in fuori, non si fosse dato il travaglio di pensare a nulla, piegando sempre, a mo' che fa l'elitropio al raggio del sole, la sua volontà nella parte che gli veniva indicata da tutti i suoi superiori. Impasto vergognoso di viltà, d'ignoranza e di accidia, comunissimo fra gl'impiegati di ogni maniera, in ispecial modo poi fra coloro che chiamansi _sacerdoti della giustizia_, senza dubbio in allusione al costume dei sacerdoti pagani, di scannare e divorare le vittime. In ciò costoro trovano il tornaconto; onde siffatta pratica, nata dalla natura, essi rinforzano con l'arte: dacchè in questa guisa primieramente non consumano olio a studiare, con vantaggio così della economia come della salute; in secondo luogo schifano la noia del contradire, e i pericoli della opposizione; per ultimo, leggieri e galleggianti, si trovano a poco a poco trasportati alla riva della buona pensione con la croce, o senza. E il vulgo non li guarda in cagnesco; anzi gli accarezza, e li vezzeggia col nome di buoni figliuoli: quel vulgo, che non dìstingue tra bontà che delibera, o vuole, bontà di pendolo, che oscilla quando riceve la pinta,--e bontà di cappone perchè nacque cappone, e l'hanno accapponato.

Ecco Beatrice davanti al presidente Luciani Atrocemente barbaro fu lo spettacolo, che fece trovar acuto solletico nel contemplare nei circhi fiere duellanti contro fiere, uomini contro uomini, od uomini contro belve: però sovente pari erano gli argomenti di difesa; e se talora impari, la disperazione più di una volta domò la forza feroce, e fu veduto il condannato spingere il braccio ignudo nella gola del lione, e soffocarlo. Ma egli è troppo più laido, e schifo spettacolo esporre una creatura stretta di ceppi alla rabbia, quanto quella delle belve bestiale, ma più ingegnosa assai, di un uomo che si chiama Giudice, il quale le si muove contro armato di terrore, circondato di forze insuperabili, accompagnato dai tormenti che neppure il demonio avrebbe saputo ricavare dalla corda, dal ferro, e dal fuoco.

--Accusata!--incominciò il Luciani con certo suo piglio plebeiamente acerbo, ch'ei per avventura immaginò rendere solenne,--udiste altra volta le imputazioni che vi vengono apposte; desiderate che vi sieno rilette?

--Non fa mestieri; le sono cose coteste, che udite una volta non si dimenticano più...

--Specialmente poi quando le abbiamo commesse. Ora io vi ammonisco, come pel deposto dei vostri medesimi complici voi siate pienamente convinta della vostra empietà; cosicchè la giustizia a rigore di termine potrebbe molto bene farne a meno.

--E allora, perchè con tanta insistenza me lo domandate voi?

--Ve lo domando per la salute dell'anima vostra; perchè come cristiana e cattolica, quantunque indegnamente lo siate, dovreste sapere, che morendo senza confessione voi infallibilmente andreste perduta.

--Come! la cura che voi, signore, dovreste porre alla salute dell'anima vostra, può darvi agio di pensare anche alla mia? Lasciate che ognuno provveda alla sua salvezza come meglio la intende. Queste sono cose che passano tra il Signore e la sua creatura, e non ci entrate voi. Voi, se siete convinto, condannatemi, e basta.

--Accusata! Fate senno, e avvertite che i modi temerarii adoperati da voi al cospetto dei vostri giudici ad altro non possono condurre che a peggiorare la vostra condizione, già grave abbastanza; e in quanto a me poi non possono partorire effetto veruno perchè, oltre all'avervi esorcizzata nelle regole, porto qui meco un rimedio sicurissimo contro le malìe e le incantagioni, quando mai vi fosse rimasta facoltà di adoperarle a mio danno. Ora, per la seconda volta ve lo domando; volete, o non volete confessare?

--Quello che la santa verità mi faceva debito confessare, ho confessato; la menzogna, che voi cercate, con lo aiuto di Dio, nelle braccia del quale io mi rimetto, non sapranno strappare i vostri tormenti, nè le vostre blandizie.

--Questo è ciò che staremo a vedere. Intanto io vo' che sappiate, bene altri cervelli che non è il vostro aver saputo mettere a partito, io. Notaro Ribaldella scrivete: «Invocato il santissimo nome di Dio. Amen. Decretiamo ec. prima di passare _ad ulteriora_ la vigilia nei modi et termini consueti per ore quaranta, la quale dovrà subire l'accusata Beatrice Cènci in luogo di tortura _ad quaestionem ec._, incaricando di assistere alla predetta il notaro Jacomo Ribaldella per le prime quattro ore; per le seconde quattro ore il notaro Bertino Grifo; per le terze quattro ore il notaro Sandrello Bambagino; e così, tornando da capo, succedersi di mano in mano, finchè non sia decorso il termine assegnato, o non sia intervenuta la confessione dell'accusata». Firmate...

Così, dopo aver firmato il foglio che gli porgeva il notaro, ordinò il presidente Luciani, passandolo agli altri giudici; e gli altri giudici, come pecore (e il paragone è benigno) lo firmarono, quasi il Luciani pensasse, sentisse, e deliberasse per tre. Benefizio ordinario dei tribunali collegiali, di cui la trinità può rettamente definirsi: Due persone che dormono, ed una terza che fa le carte!

La vigilia era uno sgabello alto da terra un braccio e mezzo, col sedile acuminato a punta di diamante, e largo poco più di un palmo; la spalliera pari.--La mia storia non si fermerà a raccontare come quivi costringessero la derelitta a sedersi; come le legassero le gambe, affinchè distendendole non toccasse il pavimento ricavando refrigerio al suo martirio; come con una corda, calata dal soffitto per via di carrucola, le mani dietro i reni le avvincessero. La mia storia torcerà lo sguardo spaventato dagli sbirri, che vegliavano accanto alla misera vergine, i quali di tratto in tratto l'andavano urtando nei fianchi, onde con inaudito spasimo sopra la cuspide del sedile dondolasse, o nell'acuta spalliera percuotesse. La mia storia non dirà come il carnefice mastro Alessandro, due volte almeno per ora, avesse commissione di sollevarla con tratti di corda, e lasciarla quindi cascare |a piombo sopra il sedile angoscioso; ed egli, come gli era stato ordinato adempiva; e che cosa poteva fare? Troppi erano gli occhi che lo guardavano attorno; e poi, a lui non era dato mostrare la sua tenerezza senonchè mandando per linea retta il paziente alla morte, e removendo il lussurioso, e il vano dei martirii: oltre ciò nè poteva, nè forse voleva; pietoso era, ma boia. Intriso di sangue il pane quotidiano che lo nudriva, e più infami, più atroci, più scellerate cose, che le sue non erano, e da persone a lui maggiorenti si commettevano tutto dì allora, e tutto dì si commettono anche adesso per un tozzo di pane, destinato a mantenere per brevi istanti una vita di verme per un mondo di fango.--La storia mia tacerà le scene turpi, i vituperii, le oscene allusioni: prodigate alla santissima fanciulla da tutte coteste belve dalla faccia umana, e sopra tutti dal notaro Ribaldella, che riverberava come specchio l'anima del Luciani:--tacerà del frequente apparire che fece, anche nelle ore più tarde della notte, il presidente Luciani infellonito della divina costanza di Beatrice, e il perpetuo digrignare fra i denti di costui «stringete più forte, squassate più spesso»:--tacerà le lacrime ardenti, il freddo sudore, gli spasimi ineffabili, gli spessi svenimenti della fanciulla, e la pietà crudele dei carnefici nel ritornarla con sali e spiriti al sentimento delle angosce: no; quelle cose, che i vicarii di Cristo sopportarono, e non solo sopportarono ma consentirono e promossero, oggi la penna aborrisce di scrivere, e lo inchiostro tracciandole diventerebbe rosso per la vergogna. Dirà ella piuttosto del coraggio sopraumano e della costanza della inclita donzella, la quale nonostante la immensità del suo martirio rimase ferma nel proponimento di morire in mezzo ai cruciati, anzichè contaminare la sua fama con la confessione di un misfatto, ch'ella non aveva commesso. Tolta quasi spirante dalla tortura lei portavano di nuovo al carcere, e quivi adagiavanla sul letto.

Colà fu lasciata stare due giorni: la sua intelligenza, ora luminosa, rischiarava il dolore percorso; e il tratto di gran lunga più amaro, che le rimaneva a percorrere, ora le s'intenebrava circondandola di trepidante incertezza: così il fanale di una nave per notte tempestante apparisce a vicenda e scomparisce sul dorso, o nel gorgo dei marosi, segno funesto di prossimo naufragio a cui palpitando la contempla dalla riva: solo irrequieto, durava in lei il senso dell'ambascia, il quale con le sue traffitte rammentava a quel cuore sicuro non già di cedere, bensì il proponimento di morire in silenzio.

Il terzo giorno gli sbirri tornarono per lei, che il Luciani chiamava a nuovi strazii. Ormai rassegnata al suo destino, ella non repugnò andare; solo li supplicava con voce soave volessero di tanto aspettare, che si fosse vestita: e poichè i manigoldi capirono che così ignuda, com'ella era, dinanzi al tribunale non la potevano trarre, risposero acconsentirebbero attendere; però fossero brevi gl'indugi, dacchè i giudici stessero adunati, e non conveniva ai colpevoli farsi aspettare. Intanto che Beatrice, sovvenuta dalla figlia del carnefice, si vestiva, così favellò:

--Senti, sorella mia; se mi chiamano, lo sai, e' lo fanno per tormentarmi: ora io dubito forte di rimanere morta fra le torture, come vidi accadere a quel povero Marzio; e come ho provato con lo esperimento proprio, che potrebbe pur troppo succedere anche a me: però io intendo non già ricompensarti della tua carità, Virginia mia, bensì lasciarti un ricordo di me sventurata. Tu ti prenderai tutti i miei pannilini e le vesti, che ho qui meco in prigione... e tieni... prendi ancora questa croce, che fu della signora Virginia mia madre; a patto... che se io torno viva dal tormento, e possa in altro modo lasciarti ricordo di me, tu me la renda; avvegnachè vorrei che fosse sepolta meco. Di queste viole, ahimè! innaffiate di pianto, e cresciute al raggio del sole che penetra obliquo e tristo per le inferrate della finestra, tu, finchè durano, ne farai ogni giorno un mazzetto, che offrirai alla immagine della Santa Vergine che tengo a capo del letto... anzi... ascoltami... Virginia,--e qui si fece per la faccia tutta vermiglia, e favellò più basso,--tu devi sapere ch'io ho... oh! no... io ebbi un amante grande, ben fatto a maraviglia, e buono; ed io l'amai... ed egli mi amò, e tuttavia io credo che svisceratamente mi ami;... ma in terra uniti noi non potremmo essere mai... e dubito forte se un giorno anche in cielo... colpa non mia, ahimè!--Tu prenderai cotesta immagine, e t'ingegnerai penetrare fino al cardinale Maffeo Barberini, e gli dirai che gliela mando io onde procuri che l'abbia il suo amico, e gli faccia nel punto stesso saper com'io sovente abbia pregato davanti a lei per la salute dell'anima sua: bada, tienlo bene a mente, per non avertelo a scordare: ed aggiungerai...

--Oe, o che vi pensate andare al corteo? È un'ora che aspettiamo... venitevene via come vi trovate.

Beatrice andò; nè Virginia le potè rispondere una parola, tra per la pressa degli sbirri che le ne tolse il campo, tra per la passione che le stringeva la gola: l'accompagnò piangendo fino alla porta, e quivi, dopo averla abbracciata e baciata, l'abbandonò. Beatrice volse il capo sul limitare, e vide come la pietosa fosse corsa ad inginocchiarsi davanti alla immagine della Madonna, appendendo sotto di quella la crocellina di diamanti, che fu della Virginia Cènci sua madre.

Il presidente Luciani, con ambe le braccia fino al gomito stese sopra la tavola in attitudine del cane mastino quando si posa, in questa maniera discorreva agli onorandi colleghi:

--Pare impossibile! S'io non l'avessi fatta ricercare sottilmente, si può dire sotto i miei occhi, avvegnachè _honestatis causa_ io tenessi la faccia volta alla parete, non mi potrei persuadere che la non fosse ciurmata.

--Però,--notava gravemente Valentino Turchi con ostentata umiltà, che lasciava trapelare la sua prosunzione come da imposta mal chiusa sbuca fuori di scancio il raggio del sole,--però mi permetto avvertire, che non fu fatta tosare...

Il Luciani volgendo _exabrupto_ la testa, qual mastino punto dal tafano, all'auditore Valentino Turchi, con voce acerba gli rispose:

--Io non la feci radere perchè Del Rio, Bodino, e gli altri più schiariti scrittori di materia infernale non indicano la parte pilosa, come quella sopra la quale il demonio eserciti per ordinario la sua potenza.

--Per ordinario; e sta bene, soggiunse il Turchi, arduo anch'egli a lasciare la presa; ma avendo meco considerato più volte, da una parte come Dio la gran forza di Sansone nei capelli di lui collocasse, e dall'altra come al diavolo piaccia sempre imitare, e volgere a male quello che il Signore opera a fine di bene; così dirimpetto all'autorità, d'altronde negativa unicamente, degli scrittori allegati io ho ritenuto sempre, che i capelli potessero bene e meglio essere scelti dal demonio come sede delle sue perfidissime incantagioni: per ultimo _utile per inutile non vitiatur_; ed in faccenda siffattamente grave il _tuziorismo_, voi siete per insegnarmi, non è mai troppo.

--Il vostro dubbio, riprese il Luciani piegando vinto la testa, e con tal suono, che mal celava lo interno dispetto, non è per certo privo di fondamento, e...

Ma qui il notaro Ribaldella, il quale era come un'eco dell'anima del suo patrono Luciani, sovvenendo prontissimo a lui pericolante, scrisse sopra un pezzetto di carta una parola, ed umile in atto glielo porse mentre stava per finire il discorso. Lo vide il Luciani, ed i suoi occhi balenarono di ferocia e di superbia: rilevò il capo, e prima lo volse al fido creato con tale un garbo, che pareva volesse dargli un morso, e gli volea sorridere; poi all'auditore Valentino Turchi, e continuò a dire:

--e meriterebbe plauso se non ci togliesse modo di sperimentare la tortura _capillorum_, che presagiva applicare in questa mattina; e voi siete troppo rotto nella pratica delle cose criminali per non sapermi istruire, come questa prova partorisca quasi sempre ottimi effetti.

Il notaro Ribaldella sopra il frammento di carta aveva segnato:

--E la tortura _capillorum_?

L'auditore Valentino Turchi declinò a posta sua il capo confuso; il Luciani insistendo favellò:

--Anzi per me sono di avviso, che si abbia stamani a incominciare dalla tortura _capillorum_; secondo poi quello che butta, noi ci regoleremo.--Oh! sì, come dice il proverbio: come il padron ci tratta, e noi lo serviremo.