Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 4
Il Conte aveva guardato in faccia Olimpio, e sorriso in modo strano, quasi schernendolo di non essere stato compreso: poi erasi accomodato al banco, e posto a scrivere. Il masnadiero mosse al giovane Duca alcune interrogazioni brevi ed aspre. Questi rispondevagli a modo di smemorato: sentivasi travolto come foglia dal turbine: era caduto sotto la potenza del fascino, che alcuni serpenti pur troppo gittano sopra gli animali vicini: voleva protestare, si provava a fuggire, e non poteva. Quando gli sembrava esser prossimo a rompere lo incantesimo con lo aiuto di Dio, ecco affacciarglisi al pensiero la immagine dell'amata donna, ch'ebbra anch'essa di amore gli gittava le braccia al collo... Allora un diluvio di fuoco gli scorreva le vene; le arterie gli battevano così, che per poco non gli si spezzavano; e se il ratto fosse avvenuto subito, non gli sarebbe parso presto abbastanza. La gioventù, il desiderio e la speranza ordiscono tale una catena, dentro la quale l'anima onesta e appassionata spesso si dibatte, ma di rado la spezza; se poi vi si aggiungano eccitamenti, non è cosa umana potere resistere. Il cattivo genio aveva vinto, e il buono si allontanava cuoprendosi il volto con le ali. Il Conte, quantunque attendesse a scrivere, pure sentiva la vittoria del vizio su la virtù dello ingenuo giovane; sicchè soffermatosi ad un tratto, domandò sbadatamente:
--A quando la impresa?
--Facendo i miei conti, ormai vedo che fino a domani notte non ci posso entrare,--rispose Olimpio.
--Domani notte, eh! Ma tu non sai, che l'orologio a polvere, col quale la passione misura il tempo dello aspettare, è la sua fiaccola, di cui gitta le gocciole accese sul cuore del povero amante? Tu invecchi. Olimpio, nè sei più quel desso. Prima potevano stamparti sul viso: _cito ac fidelis_, ch'è la impresa delle Decisioni della sacra Ruota Romana, la quale impresa però non impedisce che le liti non durino quanto lo assedio di Troia, e sieno traditrici da disgradarne Sinone. Dunque dopo il trotto contentiamoci del passo: a domani. Brevi istanti appresso, piegando il volto verso il Duca, domandava di nuovo:
--Quantunque per natura io rifugga da ogni maniera di indiscreta curiosità, pure non posso resistere alla voglia di conoscere il nome della vostra innamorata. Vorreste essermi cortese di compiacermi, signor Duca?
--Lucrezia...
--Oh! Lucrezia. È par fatale, che queste Lucrezie abbiano a mandar sempre sottosopra i nostri cervelli romani. Questa volta però non farà cacciare i re da Roma: vi stanno i papi, e con bene altre radici, che Dio li prosperi, e con bene altre virtù, che non erano quelle di Tarquinio; e Rodrigo Lenzuoli basti per tutti.--La Italia può fare a meno piuttosto del sole, che del Papa; senza quelle benedizioni _urbi et orbi_ non crescerebbero i baccelli.--E riprendendo a scrivere, quasi per eccesso di brio mormorava:--Crezia, Creziuccia, Crezina,--ardo per voi la sera e la mattina...--Terminato lo scritto, si levò in piedi dicendo:
--Olimpio, io mi figuro che tu abbia a recitare i tuoi rosarii; sicchè sarà bene che tu te ne vada. Avverti che non ti veggano uscire di casa mia; perocchè, quantunque tu sii meglio del pane, e onesto a prova di maglio, tu capisci bene che si possono avere amicizie migliori delle tue.--Marzio!
E Marzio comparve.
--Marzio, accompagna questo evangelista, per le scale di ritirata, all'uscio del giardino che sta sul chiasso. Addio; mi raccomando alle tue sante orazioni.
--Come va, compare?--mentre Olimpio andava, così, battendo sopra la spalla di Marzio, lo interrogò.
--Come piace a Dio,--rispose Marzio un po' duramente. E l'altro:
--Oe, che non mi ravvisate, Marzio?
--Io no...
--Guardatemi meglio, e vedrete che parrà a voi quello che pare a me.
--E che par egli a voi?
--Pare che noi saremmo un magnifico paio di gioie attaccati alle orecchie di donna forca.
--Olimpio, siete voi?
--Lo spirito della forca ci fa come lo aceto nel naso; rischiara lo intelletto, e richiama la memoria...
--Conte, prese a dire il giovane Duca esitando; io temo mostrarmi ingrato al consiglio ed aiuto vostri... e non pertanto sento non vi poter ringraziare. Dio... (ma io faccio male a invocare il suo santo nome in questa trista faccenda,--sarebbe meglio ch'ei non ne sapesse nulla). La fortuna dunque operi, che non vada a finire in pianto.
--E la fortuna è per voi; perocchè, come femmina, ella ama i giovani, e gli audaci. Se Cesare non passava il Rubicone, sarebbe diventato Dittatore di Roma?
--Sì; ma neppure gl'idi di marzo lo avrebbero veduto trucidato sotto la statua di Pompeo.
--Ogni uomo porta, nascendo, l'ascendente della sua stella. Avanti dunque. Voi non potete fallire, che vi sovviene copia di autori volgari, greci e latini. D'altronde perchè repugnate commettervi alla fortuna? Ella governa il mondo. Vedete Silla, che più di ogni altro seppe accomodare le differenze con la scure, le dedicò il bel tempio di Preneste.
E così confortando accomiatava il male arrivato giovane, il quale uscendo andava a balzelloni; tanto scompiglio gli avevano messo nella mente le parole del Conte, e le cose alle quali egli aveva assistito. Sentiva il male, presagiva peggio; ma ormai spinto sul pendio del misfatto, non sapeva ritrarsene. La passione, il boa feroce dell'anima, lo stringeva sempre più veemente, e soffocava in lui l'ultimo alito di virtù.
Il Conte, appena partito il Duca, recatosi in mano il foglio vergato poc'anzi leggeva, soffermandosi di tratto in tratto per ridere clamorosamente:
«Reverendissimo, et illustrissimo Monsignore.--La maggiore empietà, che abbia mai inquinato questa sede augustissima et felicissima della vera nostra religione, sta per succedere. Il duca Serafino D'Altemps, per compiacere a sfrenatissime voglie, trama rapire domani notte, armata mano, dal palazzo dei Falconieri la onesta fanciulla Lucrezia, camerista in casa dei prelodati clarissimi signori. Accompagnano il Duca, complici del delitto, tre o quattro dei più solenni banditi capitanati dal famoso Olimpio, cercato da due anni dalla Corte per ladronecci e assassinamenti, con la taglia di trecento ducati di oro. State su l'avvisato, che si tratta di gente usa a mettersi ad ogni sbaraglio, e il pericolo aumenta la fierezza.--Di tanto vi avvisa un osservatore del buon governo, e zelante dell'ordine, e della esaltazione di santa Madre Chiesa. Roma li 6 agosto 1598.»
--Va bene: la scrittura non può conoscersi per mia: questa fra un'ora sarà nelle pietose mani di monsignor Taverna.--La piegò, e la suggellò improntandovi sopra una croce, e scrivendovi: A Monsignore Ferdinando Taverna governatore di Roma.
--A tutto signore tutto onore: egli è Duca, e va proprio trattato da pari suo. A cotesta perla del Principe Paolo penseremo più tardi. E poi ci liberiamo da Olimpio, se pure non giunge anche per questa volta a scamparla. La rete è tesa nelle regole dell'arte; ma
_Rade volte addivien, che alle alte imprese Fortuna ingiuriosa non contrasti._
NOTE
[1] Tennemi Amore anni _ventuno_ ardendo Lieto nel foco, e nel duol pien di speme: Poichè Madonna, e il mio cor seco insieme Salirò insiem _dieci_ altri anni piangendo.
PETRARCA.
[2] Se io avessi pensato, che sì care Fossin le voci dei sospir miei in rima, Fatte io le avrei dal sospirar mio prima In numero più spesse, in stil più rare.
PETRARCA.
[3] Durante la sommossa avvenuta in Inghilterra volgendo l'anno 1378 della Era volgare, Giovanni Ball predicava: gli uomini tutti discendere da uno stipite comune; uguali essere i diritti loro alla libertà, ed ai beni della terra; arnese di tirannide ogni maniera di distinzioni. La plebe infuriando cantava la canzone, di cui il concetto corrisponde alle parole del testo:
When Adam delv'd, and Eve span Where was then the gentleman?
La pratica del comunismo ha preceduto di gran lunga la teoria. Il popolo in cotesta occasione, come sempre, chiese troppo; i possidenti, rappresentati allora dal Re, concessero quanto ei volle; e se più domandava, e più gli davano, rilasciando delle concessioni fatte patenti solennissime. Passata la burrasca il Re, ricercate in prima diligentemente le carte delle patenti le abolì, e ritolse ogni cosa; e quello, che parve duro in quel tempo, e non pertanto si è veduto ripetere perpetuamente, ricercò, e spense di mala morte i miseri popolani, che fidandosi in lui avevano posate le armi. Per modo che sembra oggimai doventato assioma nei rivolgimenti umani: chiedere troppo, e male; promettere tutto, e attender nulla; donde la necessità di nuove agitazioni. Vicenda perpetua di violenza, e di frode! E quando il popolo torna alla catena, se Salomone lo percuoteva co' flagelli Roboamo lo strazierà con li scorpioni. Tuttavolta varia apparve la ragione dei tempi: nei barbari, come vedete, i possidenti o privilegiati attesero a raccogliere i documenti, e distrussero questi molesti testimoni della frode: negli altri, celebrati civili, carte, documenti e giuramenti lasciansi stare: invece di sgombrarne la strada, par cosa più spacciativa saltarci sopra a piè pari, e tirare innanzi pel suo cammino. Se veramente siasi progredito, lascio che altri giudichi; però, in fatto di pudore, lo scapito è sicuro.
[4] Nel così detto _Album_ di certa Marchesa Pallavicini di Genova io lessi scritto dalla mano della Marchesa du Devant, conosciuta nel mondo letterario col nome di Giorgio Sand, questo concetto: «Fumo di gloria non vale fumo di pipa.» Le pipe ed il tabacco, nei tempi della storia che raccontiamo, erano diventati assai comuni. Francesco Hernandez, medico e naturalista spagnuolo, lo introdusse primo in Europa. Dicono che Francesco Drake lo portasse in Inghilterra ai tempi del Cromwello; ma si trova eziandio, che il famoso cavaliere sir Riccardo Raleigh fumasse tabacco fino dal regno della Regina Elisabetta; e si aggiunge la storia del servo, il quale temendo prendesse fuoco il padrone mentre gittava fumo dalla bocca, andò cheto cheto per un bugliolo di acqua, e glielo rovesciò sul capo. Nicot, ai tempi di Caterina, ne portò la pianta in Francia; donde chiamasi _nicotina_ il veleno, che se n'estrae, e figurò tanto funestamente nel processo Bocarmè. La pianta stessa _nicoziana_ ebbe anche nome di erba _tornabuona_, perchè Niccolo Tornabuoni ne introdusse la coltivazione in Toscana nel 1570; ed erba _della Regina_, perchè Caterina dei Medici incominciò ad usarne la polvere: ma il nome rimastole è tabacco, da Tobasco paese ove prima la osservò l'Hernandez.
[5] «... il matrimonio deriva dallo amore, come l'aceto dal vino: bevanda sobria, acida, e dispiacevole». _Byron_, Don Giovanni. Canto III.
CAPITOLO IV
LA TENTAZIONE.
O male, o persuasore Orribile di mali, Bisogno...... PARINI, _Il Bisogno._
Entrarono i giovani sposi. L'uomo baciò affettuoso la mano al Conte: la donna volle fare lo stesso; ma il fantolino, che teneva in collo, gittando uno strido glielo impedì. Fu caso quello, o piuttosto presentimento? L'uomo non conosce le arcane virtù della natura. Il Conte guardò fisso la donna; e vedendola maravigliosamente bella i suoi occhi si aggrinzirono, e le pupille mandarono un baleno.
--Chi siete voi, buona gente, e in che cosa posso accomodare ai bisogni vostri?
--Eccellenza, incominciò il giovane, o non mi ravvisa ella più? Io sono il figliuolo di quel povero falegname... si ricorda?.. rovinato, or fanno appunto quaranta mesi,... e se non era la sua carità egli si sarebbe gettato nell'acqua.
--Ah! ora me ne sovviene. Voi vi siete fatto uomo, garzone mio; ed il buon vecchio del padre vostro come si porta egli?
--Il Signore lo ha chiamato a se. Creda, Eccellenza, che il suo ultimo sospiro fu per Dio, e il penultimo per la sua famiglia e per lei:--non rifiniva mai di mandarle benedizioni, ed augurarle dal cielo tutte le prosperità, che da uomini possano desiderarsi maggiori.
--Dio lo abbia nella sua santa pace. E queste sono la moglie, e creaturina vostre?
--Per l'appunto, Eccellenza. Appena mia moglie è rientrata in santo, mi è parso bene di fare il mio dovere conducendola a renderle reverenza e offrirle grazie col cuore, perchè, dopo Dio, noi ripetiamo da lei la nostra felicità.
--Voi siete felici?
--Felicissimi, Eccellenza, se la memoria del perduto genitore non venisse di tratto in tratto a turbarmi;--ma i suoi anni erano molti, e morì come un fanciullo che si addormenti... Egli non aveva rimorsi su l'anima.... e le sue notti io le so dire ch'ei le dormiva tranquille... povero padre!--E sì dicendo si asciugava le lacrime.
--E voi, donna, vi sentite felice?
--Sì, prima la Vergine benedetta, e più che non si può immaginare col pensiero, o riferire con parole. Michele vuol bene a me; io lo voglio a lui; tutti e due ne vogliamo tanto e poi tanto a questo bello angiolo nostro. Michele guadagna da camparci, e ce ne avanza;--sicchè, Eccellenza, ella vede che non chiamandoci soddisfatti sarebbe proprio un mormorare contro la provvidenza di Dio.--Queste cose dicendo la donna appariva sfavillante.
--Voi siete dunque felici?--domandò il Conte per la terza volta con voce cupa.
--E si può dire in grazia sua, Eccellenza. Entrando in casa di Michele io ho appreso a venerare il suo nome. La prima parola che insegnerò al mio bello angiolo, sarà benedire il nome del caritatevole barone Francesco Cènci.
--Voi mi riempite il cuore di dolcezza, disse il Conte dissimulando la rabbia che lo soffocava; e per infingersi meglio baciava in fronte, e vezzeggiava il fanciullo:--buona gente! anime degne! Però quel poco, che io feci, non merita tante grazie; e a fine di conto, a noi altri favoriti con copia di beni corre obbligo grande sovvenire ai poverelli di Cristo. A che buono il danaro, se non per riparare qualche sventura? Havvene forse del meglio speso di questo? Non lo mettiamo a usura su le banche del paradiso, dove ci vien reso a mille contanti il doppio? Sono io dunque, carissimi, che devo ringraziarvi per avermi offerta occasione di fare del bene.--Qui tratta fuori una cassetta del banco, prese un pugno di ducati d'oro e gli offerse alla donna; la quale, fattasi in volto tutta vermiglia, andava schermendosi; ma il Conte insistendo, diceva:
--Prendete, figliuola mia, prendete. Voi mi avete fatto torto quando non mi avvisaste della nascita di questo bel putto; che toccava a me essergli compare. Compratevi una collana, e portatela al collo in espiazione del peccato commesso: guardate di farvi riuscire ancora un guarnelletto sfoggiato al fanciullino, perchè quantunque per bello ci passi il segno, pure sapete come dice il poeta?
_Sovente accresce alla beltà un bel manto._
Io vo' che la gente, in vedendolo, esclami: oh avventurosa colei ch'ebbe così bel portato;--e il vostro cuore di madre esulterà.
La giovane madre dapprima sorrise; poi da quelle soavi parole, che le fioccavano sul cuore, si sentì conquisa, e pianse, senza però cessare il sorriso; come quando, in primavera, piove a un punto e risplende il sole, mentre le gocce cadenti disegnano in cielo l'arco maraviglioso, che noi reputiamo testimonianza del patto di pace fermato da Dio con gli uomini... E fosse pur troppo così!
--Continuate ad amarvi--prosegue il Conte con la voce solenne di un padre;--la gelosia non turbi il sereno dei vostri giorni; nè mai altra casa possa piacervi più della vostra: vivete tranquilli e nel santo timore di Dio. Qualche volta rammentatevi nelle vostre orazioni di me, povero vecchio, che non sono... oh! credetemelo, non sono quale vi appaio per avventura felice; (--e qui il Cènci di pallido, come ordinariamente egli era, diventò livido--) e se in alcun bisogno vostro penserete a me, siate persuasi che voi troverete viscere paterne.
I giovani sposi si chinarono per abbracciargli le ginocchia; ma egli nol volle consentire affatto, e con voce ed atti benigni gli rimandò con Dio. Passando per la sala essi non rifinivano mai di esclamare:
--Oh il pietoso signore! Il caritatevole gentiluomo!
Gli staffieri udendo simili parole sogguardavano l'uno l'altro facendo spallucce; ed uno fra loro, il più audace, sussurrò fra i denti:
--Che il diavolo si sia fatto cappuccino?
--Felici! felici!--ruggì Francesco Cènci dando libero sfogo alla collera male repressa;--e vengono a dirmelo proprio in faccia! Lo hanno fatto a posta per tormentarmi con la vista della loro contentezza! Questo giudico il più atroce insulto, che io mi abbia sofferto da un pezzo a questa parte!--Marzio! Va, corri tosto, e raggiungi Olimpio; riconducilo qui; affrettati, dico; se torni, prima che suoni l'_Angelus_, insieme con lui, ti do dieci ducati.--Io vi farò vedere se, senza piangere lacrime di sangue, uom possa venire a dichiarare in faccia al conte Francesco Cènci, ch'egli è felice.
In questo punto, e certo non gli fu ventura, ecco entrare pian piano il degno sacerdote: _Omnes sitientes venite ad aquas_, giubbilava dentro il cuor suo, comecchè stringesse in fascio i lembi della toga stracciata; ma da cotesta beatitudine lo trasse fuori il cupo brontolìo di Nerone. Il prete (tanto scordevole egli era delle ingiurie più triste!) si risovvenne allora del cane nemico, e parve la moglie di Lot quando si volse indietro a guardare lo incendio di Sodoma.
--Silenzio, Nerone!--Reverendo, accostatevi senza sospetto.
Il Prete, ripreso alquanto di coraggio, mosse qualche altro passo a sghembo come costumano i granchi; e, invitato a sedersi, si pose sopra l'angolo estremo della sedia, rannicchiato a modo di civetta sul canto del tetto.
--Parlate, Reverendo; sono ai vostri comodi.
--Ed io punto ai miei,--pensò il prete, ma non lo disse; e invece favellò:
--La fama...
Nerone udendo la voce del prete torna a brontolare, e il prete subito si drizza impaurito; sgridato il cane si riacqueta, e il prete si attenta da capo ad aprire la bocca. Badando sempre con occhio obliquo la bestia, che malediceva in cuor suo, egli riprese:
--La fama, che suona delle magnanime vostre imprese per tutto il mondo....
--E per Roma....
--Questo s'intende da se, caro lei, perchè Roma fa parte del mondo...
--E per questo appunto io lo diceva...
--E vi pareggia a Cesare...
--A quale dei due, Reverendo, a Giulio o ad Ottaviano?
--Questo non ispiega bene la fama; ma io mi figuro a quello che fece tanti regali al popolo romano in vita e in morte.
--E sapete voi perchè egli poteva donare tanto?
--Eh! mi figuro perchè ne aveva...
--Certo, ne aveva perchè gli rubò da tutto il mondo; e questo debito è cascato addosso a noi altri nipoti, e ci tocca a pagarlo con le usure, vi dico io...
--Ah! tocca a lei pagare i debiti di Giulio Cesare?
--E voi siete venuto qui in mia presenza a paragonarmi con cotesto insigne ladrone di provincie e di regni?...
Il Prete confuso malediceva l'ora, che gli venne in mente recitare una orazione di lunga mano composta: era meglio che avesse favellato, secondo il solito, così alla buona. Ah!--pensava--potessero farsi le cose due volte!--Poi tutto umiliato sussurrava...
--Perdoni, per lo amore di Dio... io non credeva... avendo tolto a imitare la orazione di monsignor Giovanni della Casa a Carlo V... che...
--Ascoltatemi, favellò il Cènci, deposto a un tratto il suono scherzevole, e assunto un cipiglio severo. Io sono vecchio, e voi più di me: però del tempo non ne avanza a me nè a voi: parlate dunque netto, e spedito. Tutte le cose lunghe mi vengono a fastidio,--anche la Eternità.
Il Prete, preso alla sprovvista, non sapeva da qual parte rifarsi; quel subito trapasso dal dolce all'agro lo aveva sbalordito: in oltre la ultima proposizione del Conte gli pareva mal sonante, ed eretica. Finalmente, come uomo a cui un buffo di vento sopraggiunga impetuoso a portar via le carte accomodate sul banco, parlò con tronchi accenti:
--Eccellenza... lei vede in me un prete... e per di più curato di campagna... La mia Chiesa rassembra proprio un crivello... l'acqua piovana scende giù dal tetto, e si mescola col vino delle ampolle... Un melogranato cotto in forno, a paragone della mia Canonica sdrucita, può figurarsi una pina verde... talora, quando piove, mi trovo costretto a starmi in letto coll'ombrello aperto, e non basta. Sa ella con che cosa mi tocca ad asciugarmi il viso?.. lo sa?
--No certo.
--Con Rodomonte.
--E ch'è egli questo Rodomonte?
--Il gatto della canonica; ma egli alla peggio la rimedia pei tetti; a me e a Marco, che non possiamo andare a procacciarcelo sul tetto, spesso manca il desinare e la cena; ed io sospiro, e Marco raglia.--Ho una tonaca sola... o piuttosto, come dice Cremete negli _Autontimerumeni_, ignaro se il suo figlio tuttora viva,--non saprei più dire se io l'abbia, o se io non l'abbia:--veramente ella era lustra da potermivi guardare dentro; ma alla fine con qualche rammendo poteva tirar su fino a dicembre... ed ora il cane di vostra Eccellenza miri come me l'ha concia!.. E sporgendo il lembo, la sua voce prendeva la intonazione dello _stabat Mater dolorosa_.
--Non pronunziaste voi il voto di povertà? Perchè vi lagnate di uno stato, che tanto si accosta alla perfezione? Ah! questa perfezione non vi piace; amereste meglio essere imperfetto con qualche migliaio di scudi di entrata, che perfetto, e più che perfetto in povertà? Prendetevela con l'Autore di questa grammatica, che voi altri preti non volete capire. Gesù Cristo vi ha predicato non essere i vostri beni sopra questa terra: guardate il cielo, e sceglietevi là il vostro campo; lo spazio, grazie a Dio, non manca. Ma voi fate orecchie di mercante, e dite in cuor vostro: la doppia è il Padre, la mezza doppia il Figlio, il terzo di doppia lo Spiritossanto, e credo fermamente che una discenda dall'altra.
_Godete, Preti, poichè il vostro Cristo Dai Turchi e dai Concilii vi difende_[1].
Vergogna, Reverendo; vergogna questo darsi continuo pensiero di cose mondane! Quando la Chiesa costumava calici di legno possedeva sacerdoti di oro; e questo dice san Clemente di Alessandria. Ora ch'ella ha calici di oro, i preti son diventati di legno:--e sapete voi, Reverendo, di quale legno? Del legno, che il santo Evangelo dichiara doversi recidere perchè infecondo, e gittare sul fuoco...
Il povero Curato sostenne cotesta bufera di male parole come un veterano la scarica delle palle nemiche; poi con un sospiro esclamò:
--Ah! san Clemente Alessandrino era un santo dottissimo; ma non credo che gli bisognasse stare a letto con l'ombrello aperto quando pioveva...
--Sia; patite difetto di cose necessarie alla vita? Ebbene, ricorrete agli opulenti prelati. Forse non ebbero assai? Ma che volete da noi, l'ultima stilla di sangue? Andate, picchiate ai palagi dei Vescovi; bussate alle porte degli Abbati... bussate, vi dico, e vi sarà aperto; chiedete, e vi sarà dato: _pulsate et aperietur vobis_, è stato detto da cui non può fallare.
--E' pare che cotesti dignitarii spesso si trovino per faccende fuori di casa, perchè io mi son provato a battere alle porte loro; ma vedendo che potevo rompermici le noccola prima che da qualcheduno mi venisse aperto, me ne sono rimasto.