# Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

## Part 39

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--Signori! Che io non venissi educata a siffatti orrori, non importa che dica; vi parlerò ingenua come il cuore mi detta, e voi scuserete la insufficienza mia. Di poco oltrepasso i sedici anni; me educarono la santissima madre mia donna Virginia Santacroce, e donna Lucrezia Petroni femmina preclara per pietà; nè gli anni miei, nè gl'insegnamenti altrui persuadono a sospettare in me gli atroci delitti i quali appena s'incontrano nelle Locuste, ed in altre famose colpevoli, che pure mano a mano s'indurirono a misfare. Posto eziandio che la natura avesse voluto creare in me un prodigio di perversità, considerate, di grazia, come la indole atroce tanto non possa celarsi, che in parte almeno non trapeli, per così dire, novizia, prima che stampi profonde le orme nel sentiero della maledizione. Ora quale io mi sia stata, e come io abbia vissuto, vi sarà facile conoscere interrogando gli amici, i parenti, e i servi di casa. La mia vita è libro che si compone di poche pagine; svolgetelo, consideratelo attentamente, e tutto. Poi, se non prendo errore, mi sembra che per giudicare con discretezza le azioni umane faccia di mestieri avvertire le cause, che possono averle per avventura persuase. Qual fine pertanto immaginereste voi, che mi muovesse a così enorme delitto? Cupidità di averi? Ma la più gran parte dei beni di casa Cènci vincolati a fidecommisso credono al maggiorasco. Dei benefizii, delle prebende, e di uffici altri siffatti non si avvantaggiano le femmine. A me era ignoto, che il mio defunto genitore avesse per testamento disposto dei beni liberi a favore di luoghi pii: morendo di morte violenta ed improvvisa, doveva supporlo intestato; e da questi beni del pari, come femmina, mi avrebbero escluso le leggi. La mia sostanza mi viene dalla madre, che il padre non poteva tormi; e, tra doti e stradotali, ho sentito dire che sommi a quarantamila scudi: sicchè vedete, che avarizia non ci può entrare. Io non nego, anzi confesso, che mio padre mi facesse passare giorni pieni di amarezza, e... ma religione vieta ai figli volgersi addietro a riguardare la tomba paterna per maledirla, onde io mi astengo da mettere troppe, e non degne parole su questo: bastivi tanto, che volendo sottrarmi alle diuturne sevizie, e procurarmi meno tristo vivere, fra i cattivi partiti pessimo aveva da comparirmi quello del parricidio; imperciocchè oltre alla eterna dannazione dell'anima nell'altra vita, fosse pieno di rimorsi, di pericoli e di paura in questa. Non mi mancavano poi esempi domestici di pratiche riuscite prosperamente, le quali mi ammaestrassero il modo di tutelarmi dalle paterne persecuzioni. Olimpia mia maggiore sorella ricorse alla benignità del Santo Padre, e mercè umile memoriale ottenne le onorate nozze col Conte Gabbrielli di Agobbio: e di vero com'ella m'insegnò io feci, scrivendo una supplica, e la consegnai a Marzio affinchè mi usasse la carità di presentarla allo Ufficio dei memoriali...

--Sapete voi, che veramente la vostra supplica fosse presentata?

--Signor mio, io la raccomandai a Marzio onde fosse messa in corso.

--E perchè affidaste a Marzio commissione tanto importante?

--Ah! mio padre mi teneva chiusa; sicchè, tranne Marzio, in cui mio padre unicamente confidava, non mi era dato abboccarmi con altra persona in quel tempo.

--Proseguite.

--E supponete, che la natura m'avesse dato la ferocia, il padre il motivo, il diavolo la occasione per commettere il delitto, ditemi, potreste voi immaginare modo più assurdo per consumarlo di quello che finge l'accusa? Perchè adoperarvi il ferro? Con ottomila ducati possono facilmente procurarsi veleni che uccidono come il mal di gocciola, o disfanno come le febbri etiche, senza lasciare vestigio alle indagini della giustizia; ma che dico io, che possono procurarsi veleni? L'accusa suppone averli io procurati; nè solo procurati, ma propinati: dunque se versai al padre mio vino alloppiato per farlo dormire una notte, bastava aumentargli la dose perchè non si svegliasse mai più in questo mondo. A qual pro tante operazioni pericolose? A qual pro banditi? Perchè tanti complici, sovente traditori, sempre funesti? E soprattutto, qual bisogno, qual consiglio fu quello di chiamare a parte della congiura Bernardino, fanciullo di dodici anni? In che cosa poteva giovarmi costui, o piuttosto, in che cosa non doveva aspettarmi ch'egli non fosse per nuocermi? Se in casa Cènci viveva un lattante, anch'egli avrebbe tenuto per complice l'accusa; come se, tolto in fastidio il materno latte, con gridi e con minacce avesse chiesto nudrimento del sangue del padre? Assurdi paionmi questi, e sono. Don Giacomo quando avvenne il caso funesto trattenevasi in Roma, e di questo potrà somministrarvi buone testimonianze. Del tabarro vi dissi. Del lenzuolo può darsi; altre volte udii raccontarlo, ed aggiunsero la curandaia avere confessato che glielo consegnò una donna di trent'anni: ora nè io ho trent'anni, nè parmi dimostrarli; almeno non li dimostrava allorchè non era passata per tante tribolazioni; e il luogo dove si asserisce che la curandaia lo trovasse macchiato, esclude il sospetto che sgorgasse dal capo del giacente. O Signori! voi siete valentuomini, e pratichi di queste materie; onde io non dubito che sarete per ricusare fede a tante gagliofferie. A che il chiodo e il mazzuolo? I banditi vanno sempre armati oltre il bisogno di pistole e di pistolesi; pensate un po' se gli avessero lasciati quando venivano appunto per commettere omicidio! Bene trovo, che il chiodo venne adoperato per ammazzare Sisara; ma Giaele non faceva professione di sicario, nè ella aspettava il nemico nella sua tenda.--Perchè avrei strascinato io il cadavere, mentre uomini poderosi ne circondavano? Forse così persuadeva il bisogno? No certamente. Forse m'inviperiva ferocia d'istinto? Oh! Le cose fuori dell'ordine naturale non si suppongono; e moglie, e figlia che strascinansi dietro il corpo del marito e del padre come due volpi un coniglio, avrebbero mosso in un punto a riso e a ribrezzo gli stessi banditi. Se qui avete cuore,--e con una mano si toccò il petto;--se qui senno,--e coll'altra si toccò la fronte,--non pure cesserete angustiarmi l'anima sconsolata con simile accusa, ma vi guarderete di confondermi la mente col miscuglio di tante mostruosità.

E tutto questo pronunziava Beatrice speditamente, con tuono di voce, e garbo bellissimi; per la qual cosa gli astanti, con le braccia tese sopra i banchi, inclinato il corpo e sporgente la faccia, stavano in ammirazione: fino il notaro Ribaldella, con la manca ferma su i fogli e la destra sospesa in alto, era rimasto senza scrivere: fino l'auditore Luciani maravigliando aveva esclamato:

--Come s'impara presto alla scuola del diavolo!

--Io vi ammonisco, riprese il presidente Moscati, a mantenere la promessa di confessare la verità, e ad osservare la religione del giuramento; imperciocchè i vostri complici abbiano ormai palesato la colpa, e ratificato la confessione con la prova della tortura...

--Come! Dunque pel dolore dei tormenti non hanno abborrito di aggravarsi l'anima, ed infamarsi perpetuamente? Ah! La tortura non fa prova di verità...

--Non fa prova di verità la tortura?--proruppe furibondo il Luciani, incapace di contenersi più oltre; e levatosi mezzo da sedere, appoggiava le mani sopra i bracciuoli della sedia sostenendo il corpo tremante. Se avessero calunniato l'onore della consorte e delle figliuole sue non sarebbe salito a tanto furore.--Non fa prova di verità la tortura, che i giureconsulti tutti, _nemine nemine discrepante_, predicano la regina delle prove? Te ne avvedrai fra poco se la tortura abbia virtù di far confessare il vero...

Beatrice scosse il capo, come un mal vento glielo avesse bruttato di polvere, e continuò:

--Donna Lucrezia, già attempata, pingue, nudrita nelle delicature di poco animo, non prevedendo il male futuro, in grazia di sottrarsi al male presente si è condotta di leggieri a confessare il falso. Con Bernardino fanciullo non faceva mestieri tormento; per indurlo a confessare quanto da lui si voleva bastava un po' di treggèa. Giacomo poi da lungo tempo sente fastidio della vita; ed altre volte ha tentato gettarla, come peso troppo grave per lui. Tali sono quelli che provaste con la tortura, e presumete avere scoperto il vero?

--Non tutti questi furono i vostri compiici, soggiunse il Moscati. Altri pure confessò.

--Chi dunque?

--Marzio.

--Ebbene; mi venga Marzio davanti, e vediamo un po' se ardisce sostenermelo in faccia. Quantunque io debba credere l'uomo capace delle più orribili cose, se da me non lo sento ricuso prestar fede a tanta iniquità.

--Ebbene; chiaritelo da per voi stessa...

--Ahimè!

E parve questo uno di quei sospiri, che rompono il cuore che lo esalò. Beatrice allora volse gli occhi, e vide quello che non aveva scorto prima, lo apparecchio degli arnesi infernali, e rabbrividì dal capo alle piante. A piè d'una forca stava Marzio, o piuttosto l'ombra di Marzio: la pelle gli s'informava dalle ossa, e, se togli gli occhi vitrei, ogni altra parte del corpo pareva morta in lui; avresti detto che lo avessero tratto colà per ispirarvi l'anima: egli tentò muoversi per gittarsi ai piedi di Beatrice, ma non potè mutar passo, e cadde su la faccia stramazzone per terra. Beatrice stette a considerarlo un istante bieca negli occhi; il piede irrequieto fece atto di calpestarlo; ma di subito l'ira le si converse in pietà, e chinò le braccia per sovvenirlo a rilevarsi.

--Dunque, con un filo di voce favellò Marzio, mia dolce signora, sono io sempre degno della vostra pietà? O signora Beatrice, abbiatemi compassione per lo amore di Dio; chè io sono misero... misero... ma misero assai.

--Marzio, perchè mai mi avete accusata? Che cosa vi ho io fatto, onde anche voi vi siate congiurato con gli altri per tormi la fama?

--Ah! conosco tardi la mano divina che mi percuote; tardi, che la innocenza sola può darci contentezza: io tenni altra strada, ed ecco mi trovo ad avere fabbricato, con la mia, l'altrui rovina: e di me pazienza; ma di tanti altri innocenti... oh!... Io ammazzai Olimpio temendo che la sfacciata scelleraggine di costui non vi offendesse, e mi è riuscito il contrario. Ma io giuro per quel Gesù che dovrà giudicarmi fra poco, che mai ebbi intenzione di nuocervi. Sazio di vita, logoro dalla infermità, lacerato dal rimorso dei commessi delitti, sbalordito dai tormenti, io nulla intesi di quanto mi lessero, e mi fecero affermare; confessai tutto quello che vollero, a patto che mi mettessero a morte, e subito: essi non mi tennero fede, e le mie parole hanno convertito in stiletti per piantarli nel cuore di creature innocenti...

--Signor Presidente, interruppe l'auditore Luciani, non penso io già che voi ci abbiate radunati per udire recitare egloghe fra Amarilli e Melibeo.

--Approvo l'assennatissima osservazione del meritissimo auditore Luciani,--rincalzava per parte sua il giudice Valentino Turchi.

--Abbiate pazienza, Signori, gli ammoniva placido il Moscati, e rammentatevi che noi non siamo convenuti qui per sollazzarci: poichè sta in noi la terribile facoltà di troncar le parole con la mannaia, lasciamo ai miseri lo infelice sfogo del pianto.

--Per piangere non mancherà loro il tempo quando saranno tornati in prigione: se voi, signor Presidente, vi foste preso cura di voltare l'orologio a polvere, vi sareste accorto come sieno già passate due ore senza costrutto di nulla. Lo Stato per certo non ci paga onde in siffatta guisa noi scioperiamo... e continuando di questo passo, chiederei licenza di andarmene ad accudire a faccende di maggiore rilievo.

--Dio vi accompagni...

Ma il tristo non si giovò del commiato del Presidente; anzi parve accomodarsi con agio maggiore sopra la seggiola. Intanto il Moscati voltosi a Marzio gli disse:

--Accusato, rispondete breve: ratificate, o no, il vostro esame in confronto dell'accusata?

--Signori Giudici! oggimai il male, che voi volete farmi, sarà grave ma corto. Io conosco trovarmi presso a comparire davanti al tribunale di Dio, a cui non fanno di mestieri confessioni nè testimoni.--Tanto, voi potete scorciare il filo di questa mia vita; allungarlo no. Orsù; udite la verità come la conosce Quello che ha da giudicare me, ed anche voi. So bene queste essere le mie ultime ore, e chi sa come orribilmente dolorose!... non importa... benedette elle sieno, poichè per esse mi è dato porgere testimonianza della innocenza di questa divina fanciulla. Chi fosse Francesco Cènci molti di voi l'avrebbero a sapere, che si saranno trovati ad esaminarlo, e a giudicarlo per gl'immanissimi suoi misfatti.--I santi del suo calendario furono delitti uno più atroce dell'altro; suo passatempo pestare le leggi divine ed umane; a lui parve aver posto la natura i confini, dinanzi ai quali i più solenni scellerati si arretrano, solo per provare la sua empietà a saltarli. Tale fu il Cènci: e chi di voi lo ignora? Un giorno cotesto demonio mi fiatò accanto, e mi seccò il cuore.--Avete a sapere. Signori, che io aveva contratto le nozze con una fanciulla di Vittana... Annetta... dopo la Madonna Santissima, da me, povero orfano, adorata; ed ei me la rapì bella, fresca, e piena di vita... e me la rese... sì, me la rese; ma cadavere trasformato, con uno stile nel petto che la passava da parte a parte. Lo assaltai nella rocca, che, per le infamie commesse dentro le sue mura, ha titolo di Ribalda; e non ve lo trovando, detti il guasto alle case: quanto mi capitò sotto le mani arsi: su quelle pietre rimangono i vestigi delle mie fiamme. Lasciai il paese, sacramentando trarne vendetta di sangue sopra la sua famiglia e su lui. Mi ridussi a Roma, m'industriai a entrargli in casa, e vi riuscii: mi venne fatto altresì di guadagnare la sua grazia; con quali argomenti non importa dire... a rammentarli mi mettono ribrezzo; e neanche vi narrerò quello che egli mi confidasse... bastivi, che furono cose da sgomentarne lo stesso demonio. Colà, mentre studio portare a compimento la vendetta, conobbi lo inenarrabile affanno della sua famiglia. I figli odiava come nemici: Dio supplicava ed i Santi affinchè gli concedessero, prima di morire, la grazia di vederli tutti ammazzati. Andate nella chiesa di San Tommaso, e troverete i sepolcri ch'egli aveva fatto apparecchiare pei figli che bramava seppellirvi;--andate, e vedrete accanto ad un suo figliuolo sepolto... chi? un cane.--Una sola creatura amava... ho io detto amava? Ho detto male, e pure non saprei esprimermi diversamente: temo aver detto poco, e più non saprei dire senza cuoprirmi il volto per la vergogna... ma io non posso alzarmi le mani alla faccia... perchè voi mi avete fatto troncare i bracci dai tormenti.--Amava dunque Beatrice. Carceri, fame, battiture, e le peggiori assai corruttele, lusinghe, e immagini abbominevoli, tutto adoperò lo infame vecchio per contaminare questo angiolo di purità. Allora la compassione mi vinse per la infelice famiglia che io aveva giurato sterminare, ed in un giorno solo io impedii più delitti, che voi forse non avete giudicato in un anno. Quando giunsero al Conte Cènci di Spagna nuove della morte dei suoi figliuoli Rocco e Cristofano, gli bastò l'animo imbandire convito ai parenti e agli amici, dov'egli disse, e fece cose, che parve miracolo se Roma non sobbissasse: ricercatene i commensali; erano tra questi Cardinali di Santa Madre Chiesa, e Baroni cospicui. Quando la gente, cacciata via dal terrore, lasciò la sala deserta, egli, ebbro più di empietà che di vino, osò levare le scellerate mani sopra Beatrice. Cotesto sarebbe stato il suo ultimo giorno, però che io dietro le spalle di lui alzassi un vaso di argento per ispezzargli il cranio, se questa innocente, urlando, e riparandolo con le braccia, non lo avesse salvato. Mosso da lei con ardentissime preghiere di non attentare alla vita del padre, io non volli deporre la mia vendetta; ma determinai uscire di casa, e coglierlo altrove. Però il maligno vecchio mi aveva tolto in sospetto; e, fingendomi amore, m'inviava alla Rocca Petrella por apprestargli le stanze. Le stanze!--Già aveva innanzi spedito alla posta sicarii perchè mi ammazzassero, e intanto mi donava cortese il tabarro scarlatto trinato di oro; e comecchè io mi difendessi da accettarlo, non mi parendo dicevole al mio stato, egli volle che ad ogni patto io lo prendessi per preservarmi dalla influenza della malaria viaggiando per la campagna romana: così egli diceva; ma invero perchè il tabarro rosso servisse di contrassegno ai sicarii. Mi salvai dalle sue insidie, e le tesi a lui: raccolsi una mano di compagni; e quando mi credeva morto, lo feci prigione nel suo ultimo viaggio alla Ribalda, e lo trassi alle caverne di Tagliacozzo. Colà doveva morire; ormai pareva che ingegno, o potenza di uomo non valessero a salvarlo; e pure ei fu salvo. Bevemmo certo vino alloppiato, che il Conte si portava seco da Roma; e mentre eravamo immersi nel vino ci fu tolto di mezzo, comecchè io tenessi la chiave del suo carcere in tasca. E il suo liberatore chi fu? Eccolo; questa divina figliuola. Non per questo deposi il fiero animo, anzi sempre più mi arrovellai nella vendetta; ed una notte, avendo prima speculato cautamente il luogo, tolti meco due compagni, per una finestra del piano terreno, rotta la inferrata, penetrai nella ròcca: qui ci spartiamo a perlustrare la casa; uno dei miei compagni vede traversare un'ombra; si nasconde nel buio, e poi le tiene dietro alla lontana: l'ombra ascende le scale della torre, apre una stanza, ed entra: il mio compagno si affretta a seguitarla; tocca la porta, gli cede; sia che non volesse, od obliasse riservarla colui, che andava avanti stimandosi sicuro. In cotesta carcere il Conte Cènci teneva chiusa la figlia Beatrice in guiderdone della vita salvata... Dovrò io dire che cosa traeva costà l'empio vecchio?--No... ve lo dica il ribrezzo, che a voi, tutti padri, fa tremare le carni e le ossa... e il mio compagno gli si avventò sopra, e di coltello lo uccise, meno in grazia della mia vendetta, che per vendicare la natura; e fece bene: e chiunque fra voi sostenesse che non avrebbe operato altrettanto, io lo dichiaro qui, alla presenza di Cristo, più traditore di quello che gli diè la guanciata. Noi strascinammo il cadavere maledetto, noi lo precipitammo giù dalla loggia su l'albero di sambuco. La signora Beatrice fu desta al rumore del tracollo che fece il trafitto sul pavimento. Il lenzuolo rimase intriso nel sangue del Conte; ma nè ella il vide, nè ella lo diede alla lavandara, perchè cadde tramortita nella prigione; e quinci tratta semiviva, giacque più giorni in letto travagliata da fierissima convulsione. Olimpio ammazzai io, e come, e il perchè vi dissi... A Napoli confessai quello che vollero, per forza di tormenti... questa è verità... ogni altro menzogna... Ora di me fate quello che vi piace.--Intanto, concludendo, ringrazio di vero cuore Dio, il quale mi ha dato tanta lena da finire... perchè tornare da capo io non potrei... E ciò detto cadeva giù in terra un'altra volta, se mastro Alessandro, prontamente non lo soccorreva.

--Ditemi, signor Presidente, non ci sarebbe pericolo ch'ella lo avesse stregato?--sussurrò il Luciani, in aria di mistero, nell'orecchio al Moscati; e siccome questi fece spallucce senza rispondere motto, il Luciani continuò a brontolare:--Già... già... voi non credete a questo... vi pare novella... badate a non lasciarvi allucinare dai lumi tenebrosi del secolo, perchè io vi so dire ch'essi rischiarano un cammino solo, e questo è quello che mena dritto all'inferno.

Al Moscati acerbamente dolse la petulanza del Luciani: tuttavolta, sentendo mettere in dubbio la sua fede, imperciocchè in quei tempi credere nelle streghe fosse articolo di fede, come colui che piissimo uomo era si scosse, e domandò risoluto al Luciani:

--Signor Auditore, e per qual causa dubitate voi che io non creda alle fattucchierie? Io ci credo benissimo; ma qui non parmi che cada il caso.--Dunque persistete a ritrattarvi, accusato?

Marzio assentiva col capo.

--Tortura definitiva... non ci è rimedio, sempre pronto osservava il Luciani; e Valentino Turchi ripeteva latrando:

--Non ci è rimedio; tortura definitiva.

Il Moscati, trattosi il fazzoletto di tasca, si asciugò il sudore dalla fronte; poi si volse al notaro, e gli disse:

--Notaro, ammonite lo accusato a non insistere nella sua ritrattazione... ammonitelo, che diversamente la legge vuole che venga esposto alla tortura definitiva... ammonitelo, tortura definitiva... che sia... e in caso di persistenza stendete il decreto.

--Il dabbene uomo queste proposizioni favellava singhiozzando, e il notaro per filo e per segno le ripeteva a Marzio; cerziorandolo inoltre, che tortura definitiva significava applicarlo ai tormenti _usque ad necem_; le quali parole latine, in lingua volgare suonavano _fino alla morte_. Marzio anche a questo assentì col capo, perchè ormai la lingua ingrossata gl'impediva la favella. Disteso, letto, e sottoscritto il decreto, il notaro Ribaldella, volto prima al Luciani, che alacre gli ammiccava con gli occhi, disse al carnefice:

--Tocca a voi.

Mastro Alessandro prese le braccia di Marzio; gliele tirò dietro la schiena; le soprammise una all'altra; le legò con un nodo in croce; tentennò il canapo per assicurarsi se scorresse spedito dentro alla carrucola, e poi, cavandosi il berretto, domandò:

--Illustrissimi, con lo squasso, o senza squasso?

--Diavolo! con lo squasso, s'intende, e co' fiocchi...--rispose il Luciani, che non si poteva contenere in verun modo.

Gli altri affermarono assentendo col capo.

--Mastro Alessandro, sovvenuto da uno dei suoi valletti, trasse su piano piano Marzio. Beatrice inclinò la faccia sul petto per non vedere; ma poi fu spinta da uno interno moto ad alzarla.--Orribile! orribile!--Urlando si coperse gli occhi con ambe le mani... quel nudo ossame, stirato in truce atteggiamento metteva a un punto terrore e pietà. Il giustiziere, poichè ebbe fatto toccare a Marzio con le braccia tese in angolo sopra la testa la traversa della forca alta sei braccia da terra, si recò in mano il capo della fune, e lasciò andare. Marzio rovinò giù a piombo fino a quattro dita distante dal pavimento: tremendo fu lo squasso, e si sentirono scricchiolare le ossa, e stracciarsi i muscoli. Marzio spalancò gli occhi stralunati come se volessero schizzargli fuori dei cigli; aperse la bocca spaventevolmente mostrando tutti i denti, e un singulto secco gli chiuse la gola: subito dopo si sentì come un leggiero gorgoglìo, e dalla bocca aperta apparve una bolla d'aria, che scoppiando lasciò gocciare giù dagli angoli dei labbri bava sanguigna. In fede di Dio egli era stato uno dei più famosi squassi, che avesse saputo dare mastro Alessandro in vita sua: s'egli se ne compiacesse, o se ne dolesse, non poteva indovinarsi; stava duro, e taciturno a considerare l'opera sua.

--Su, mastro Alessandro, da bravo... agguantamelo con un altro squasso dei buoni,--appoggiate ambe le mani ai bracciuoli del seggiolone, e mezzo ritto con la persona, insisteva l'auditore Luciani.

--Non monta, Illustrissimo; l'ultimo squasso glielo ha dato la morte.

--Come? come? È morto?--imbestialito urlò il Luciani.--Perchè lo avete fatto morire voi? Perchè ha ardito morire costui prima di annullare la sua ritrattazione?

E siccome mastro Alessandro stringendosi nelle spalle non fece motto, il giudice instava:

--Vediamo,--proviamo se fosse sempre vivo; dategli una stretta co' tassilli--un po' di fuoco sotto le piante, per tentare se gli tornassero gli spiriti.

E si levava, quasi per aiutare mastro Alessandro; sennonchè il Moscati, sdegnoso, lo tenne pel braccio esclamando di forza:

--Per dio! vi sovvenga della dignità del vostro ministero! Siete voi giudice, o giustiziere?

Ma il Luciani svincolò il braccio; e, padroneggiato dal bestiale suo istinto, si fece in fretta presso il carnefice, che teneva stesa la mano sul cuore di Marzio, e ansiosamente lo interrogò:

--Ebbene?...

--Illustrissimo ve l'ho già detto, egli è morto.

