Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 38

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Per tre dì Beatrice ebbe pace, se pace poteva dirsi quella; il quarto giorno verso nona le si presentarono nuove sembianze: erano due uomini vestiti di nero; uno rimase alquanto indietro, lo distinse poco; però le parve di cera acerba: l'altro bianco, con la fronte di porcellana e lo sguardo socchiuso, sembrava uomo compassionevole, almeno col sospirare frequente, e lo incrociare le dita di una mano in quelle dell'altra in atto di preghiera. Questi si palesò pel medico delle carceri, le mosse accurate domande circa la sua salute, la visitò attentamente, consultò il polso, il corpo le tentò con tatti onesti, poi si congratulò seco lei delle ben disposte membra, le offerse tabacco da una scatola che sul coperchio presentava bellamente miniata la immagine del sacro Cuore di Gesù; e confortandola a starsi di buono animo, che presto le sue miserie sarebbero terminate, aggiungeva: in quanto a se disponesse; poi, raccomandatala alla gran Madre di Dio, si allontanò.

--Ed anche questo pare uno dei buoni, esclamò Beatrice un po' consolata.

--Quantunque a prima giunta (diceva il medico nell'andito al notaro criminale, dacchè il suo compagno fosse appunto il notaro) io mi fossi benissimo accorto che non faceva mestieri, tuttavolta l'ho voluta esaminare con diligenza, perchè voi capite che la umanità deve andare innanzi ad ogni cosa... e l'anima preme...

--Capisco!... l'anima, e il corpo altresì... Diavolo! Sicuramente... e voi potete assicurarla, eh?

--Con certezza capace, capacissima a sostenere la tortura. I polsi battono regolarmente, ed escludo ogni indizio, comunque remotissimo, di gravidanza... sicchè vedete...

--Sicuramente; per formalità vi compiacerete, eccellentissimo signor Dottore, rilasciarmene il solito _certificatino_ per metterlo in processo, e procedere con tutti i modi legali prescritti dai _veglianti regolamenti_.

--Volentieri, illustrissimo-signor Notaro; questi scrupoli vi onorano: bisogna pensare che un giorno i nostri posteri leggeranno questo processo, ed importa che veggano con quanta regolarità, e con quanto riguardo procedemmo pei sacri diritti della umanità...

--E della giustizia, Eccellentissimo, aggiungeva il Notaro; la Dio grazia non viviamo mica in tempi di barbari!

Anche a costoro pareva essere civili, e se ne vantavano. Il Notaro, col certificato dello Eccellentissimo in mano, s'incamminò verso la stanza degli esami.

Questa era una sala immensa, e forse un giorno servì per oratorio; da capo, sopra un rialto di legno, stava il banco dei giudici coperto di panno nero: nero il corame dei seggioloni: dietro il capo del Presidente pendeva dalle pareti un immane Cristo nero scolpito nel legno, il quale non avresti saputo dire se stesse lì per consolare, o per mettere spavento nei miseri condotti dinanzi a lui; tanto lo aveva scolpito truce il fiero scultore.

Siccome non si era per anche visto comparire nessuno dei giudici all'uffizio, il dabbene notaro, che poteva vantarsi _l'ordine_ incarnato, si pose a dare sesto ad ogni cosa; accomodò i seggioloni con simetria, mise su la tavola davanti al Presidente il certificato del medico umanissimo, e l'orologio a polvere; ricollocò nel posto consueto i grandi candeglieri di ottone rinettando i torchietti di cera gialla dalle sgocciolature, e in mezzo a quelli il Cristo di bronzo, sopra il quale gli accusati e i testimoni giuravano di confessare la verità. Cotesto Cristo avevano più volte arroventato, e così offerto al bacio degl'inquisiti di eresia, onde, lasciandolo cascare a terra con paura, resultasse la doppia prova dello aborrimento loro pel Redentore, del Redentore pel loro. O Cristo, se non ti avessero inchiodato in croce, come non avresti menato le mani sentendoti tante volte, e tanto sconciamente spergiurare! Nè qui si rimase il metodico notaro, che volle eziandio ordinati i calamari e i quinterni; tagliò le penne; di più le guardò di contro alla luce per esaminare se le punte fossero pari e il taglio diritto, e le dispose a scala una accanto all'altra a guisa di frecce, pronte ad essere tratte contro San Bastiano legato al palo.

Poco oltre il banco un forte cancello di ferro separava questo spazio dalla rimanente sala, ed anche là si vedeva un altro uomo che apprestava gli ordigni del proprio mestiere, quasi per virtù di simpatia; e questo era mastro Alessandro, celebrato giustiziere di Roma. Mastro Alessandro appariva di membra proporzionato egregiamente; senza adipe, muscoloso come atleta, olivastro di pelle, o piuttosto bronzino; i capelli aveva ricciuti, e neri; le sopracciglia irte calanti su le palpebre in modo, che dai peli rabbuffati vedevi comparire la pupilla ardente come fuoco tra pruni; le labbra poi sottili, e compresse parte per natura, parte per la lunga abitudine di tacere: minutissime rughe gli attraversavano la fronte; se così fitto avessero solcato gli anni, o piuttosto lo interno avvoltoio non si sapeva, nè alcuno curava sapere; avvegnachè anche i suoi anni fossero mistero e parecchi vecchi prossimi alla decrepitezza narrassero di un mastro Alessandro carnefice ai tempi della loro puerizia: forse era stato suo padre, o suo nonno; ma il volgo lo credeva lo stesso uomo; e ciò gli accresceva la paura. Nello insieme però la sua faccia dimostrava durezza, non bestialità: tipo degenerato, ma pur sempre romano. Ci trattenemmo non senza ragione a descrivere così particolarmente mastro Alessandro, avvegnadio ricorresse in quei tempi il giustiziere spesso, quanto ai nostri ricorre il soprastante dei carceri solitarii. E il Soprastante dei carceri solitarii, se lo ricordino bene, è moneta con la effigie del Boia, tosata dalla Civiltà con una lima presa nella bottega della Ipocrisia.

Nella stanza erano ritti parecchi pali con un braccio traverso, e in cima a questo pendevano carrucole fornite di girelle di bronzo con funi adattate a tirar su pesi; in terra sparsi piombi da mettersi ai piedi per dare la corda con lo squasso, e tassilli, e canobbi, eculei, capre, imbuti, sgabelli da vigilia, aliossi, torcie bituminose, cordicelle di sverzino, fruste, flagelli con triboli in fondo, seghe con altri più arnesi; corredo che la Ferocia e il Vitupero dettero alla Giustizia quando la maritarono con lo Inferno. Mastro Alessandro li passava tutti in rassegna, li rimetteva in sesto; qualcheduno forbiva da certe macchie nere, che le vene umane vi avevano sprizzato vermiglie. Il notaro e il giustiziere, ognuno dal canto suo si apparecchiava a celebrare degnamente la solennità giudiziaria.

Intanto sopraggiunsero un altro notaro, e due giudici; i quali poichè si furono ricambiati gli onesti salutari, ed ebbero lungamente favellato del tempo, della stagione, della loro salute, e delle donne loro, Cesare Luciani creatura bruttissima, con un capo che pareva un corbello; di faccia verde, come composta di sego vieto e di verderame, disse che l'aria fresca gli aveva inacerbita la gotta, e la tosse; ed il notaro Ribaldella, che lo considerava suo protettore, gli raccomandò con voce lacrimosa, che per lo amore di Dio avesse cura della sua preziosa salute. Egli brontolando rispose:

--Lo faremo,--lo faremo, Giacomino;--e non può sapersi se questo dicesse o maravigliato, o impaurito, o soddisfatto che vivesse creatura al mondo la quale sentisse, o fingesse affetto per lui.

Un altro giudice (e questi passava per pietoso) così per la faccia vermiglio, che pareva un terzino di vino puro lasciato per dimenticanza sopra la mensa di madonna Giustizia, con occhi tondi, fissi, e stupidi come quelli di un tacchino, saltò su a raccontare come gli fosse toccato a vegliar tutta notte a cagione di un suo cane preso dalla colica, e:

--Che volete?--egli aggiunse--gli è questo il mio pecco; mi sento il cuore troppo tenero; proprio non era nato per fare il giudice criminale.

E il Ribaldella lusinghiero:

--Illustrissimo, chi non vuol bene ai cani non vuol bene manco ai cristiani.

--Certamente, Giacomino; stanotte (tra un nodo di tosse e un altro continuò a dire il giudice Luciani), stanotte furono commessi quattro omicidii, e sei furti. Stiamo su la traccia di certe streghe; e se mettiamo loro le mani addosso, io vi so dire che ne faremo un processo famoso. Questi processi, la Dio grazia, ogni giorno più spesseggiano, e presto ha da capitare qualche altro Giordano Bruno[7] da mandarsi alle fiamme. Io vi so dire, che non vidi mai più bel fuoco di quello che fanno i filosofi: sicchè, Giacomino mio, studiate impratichirvi presto, sapete. Il diavolo non manca mai di tagliare le legna al giudice che vuol fare bollire la pentola.

--Pare impossibile! Voi sapete tutto, siete informato di tutto;--non si sa come diavolo fate!--Eh! uomini istancabili come siete voi non ne nascono più,--astutamente osservò il Ribaldella. A cui il Luciani:

--È una passione che ho avuto sempre fin da piccino; ma, vedete, io pago in moneta di gotta la mia curiosità.

--Desiderate tabacco?--interruppe il notaro amico dell'ordine, il quale aveva nome Bambagino Grifi, e pavoneggiando mostrò una magnifica scatola.

--Stupenda! Superba!--esclamarono a coro i circostanti.--Questa è nuova di zecca. A quante siamo arrivati?

--Me ne mancano dodici per compire le trecentosessantacinque, dove mi fermerò. Lo Eminentissimo cardinale Evangelista Pallotta, per quanta industria ei abbia adoperato, è giunto a trecento solamente; e poi, salvo il debito ossequio, egli le compra a gatta in sacco, e, sto per dire, come le pentole, purchè appaiano di forma diversa; ma io, signori, no; laddove, non sieno tabacchiere storiche, e le non mi vengano profferte coi certificati autentici della loro celebrità, ancorchè fossero di oro e di argento non mi degnerei classarle in collezione[8]. Ne possiedo una... una sola, che non cambierei col bottone del piviale di gala di Sua Santità;--mi fate celia! Se ne serviva il glorioso imperatore Carlo Quinto nel convento di San Giusto, ed io potei acquistarla da un religioso di santa vita dell'ordine dei Girolamini in baratto del naso di Santo Serapione, devota reliquia conservata _ab antiquo_ in casa dei Grifi. E questa qui, di cui vi credereste voi che fosse fattura? Sentite veh! nientemeno che di Benvenuto Cellini...

--Mastro Alessandro, avete insaponato la corda?--domandò il giudice Luciani infastidito al carnefice, il quale col capo gli rispose di sì.

--Osservate, continuava il notaro Grifo esaltandosi, il portentoso magistero, e il sottile lavorìo di niello. E a chi immaginereste voi che fosse appartenuta? Io ve lo dirò di un tratto. A monsignore Duca di Guisa Enrico lo _sfregiato_, e la ebbi da certo padre Minore Osservante che a Blois gli diede l'olio santo, quantunque lo rinvenisse già spedito nell'altro mondo con la unzione di cinquanta tra spadate e colpi di alabarda. Adesso vi racconterò il modo col quale venni in possessione di tanto tesoro...

--Lo illustrissimo signor Presidente!--gridò un usciere spalancando la porta; e tutti, tacendo, si volsero a quella parte donde si affacciava il sole.

Ulisse Moscati si fece innanzi con passi gravi, e lenti. Cotesto suo incesso non procedeva da burbanzosa jattanza: malgrado il lungo esercizio della sua professione infelicissima, nello accostarsi al banco dei giudici egli erasi sempre mai sentito compreso da ribrezzo. Teneva il capo chino, e gli occhi intenti alla terra; gemendo nell'anima cercava colà gli oggetti della sua tenerezza, la moglie diletta e la figlia trilustre, che, seguendo da presso la madre in paradiso, lui aveva lasciato solo sopra la terra, e quando per gli anni già troppi sentiva maggiore necessità di consolazione. Di sembianze appariva duro, nè poteva fare a meno; ma sotto cotesta crosta di ghiaccio scorrevano le lacrime, le quali non piante tornavano amarissime ad allagargli il cuore. Per natura inchinevole alla pietà, ragioni di famiglia lo avevano costretto ad esercitare ufficio da cui repugnava; e così tra fare una cosa ed aborrirla erasi condotto a quella parte della vita, dove, spento il vigore dell'anima, l'abitudine tiene luogo di volontà: adesso gli mancava la forza per troncare il vecchio costume, e, come la più parte degli uomini spossati, lasciavasi menare dalla corrente dei casi esterni. Esitanza di voglie; inanità di affetti, sazietà di ogni cosa fastidioso il rendevano a se stesso e ad altrui: immenso sentiva il bisogno di pace, ma non sapeva dove trovarlo, nè donde gli potesse venire. Stato passivo, che una foglia caduta, una farfalla che voli, un suono improvviso, od altro simile avvenimento può determinare ad estrema risoluzione. Ebbe fama di giureconsulto valente per quei tempi, e lo fu; dacchè allora da per tutto, in ispecie, a Roma, far procaccio di sofisticherie scolastiche chiamavasi scienza.--Di vero. le lettere scarse e servili piacquero ai Preti; e quando nella universale ignoranza esse valsero a somministrare fondamento alle tenacissime, ed improntissime cupidità loro, giovandosi del credito e del decoro che le accompagnano, le molte e generose odiarono, come quelli che tremano del volo del pensiero, se prima, legatogli un laccio al piede, non ne abbiano la cima stretta in mano. Però i Sacerdoti nel buio universale tennero acceso un lampione che tanto lume spandesse dintorno, quanto bastasse a rischiarare loro il cammino: quando poi si levò sul mondo la luce, che deve illuminare tutti, si strinsero insieme smaniosi, e vi soffiarono su; la propria scienza infante usarono come verga, l'adulta altrui tentarono soffocare; invidia, e peggio. Così quando sorse il sole dell'universo, quello di Roma declinò al tramonto. La Umanità cammina a oriente, Roma a occidente; e ad ogni passo che muovono rendono la separazione loro più ampia, ed irrevocabile.

Salutati cortesemente i colleghi e gli ufficiali minori, il Moscati prese posto al suo seggio; dove essendogli per prima cosa caduto sott'occhio il certificato del medico intorno allo stato di salute di Beatrice, lo lesse due volte, poi pacato favellò:

--Pare dunque, che quante volte ne faccia di bisogno possiamo in coscienza sottoporre alla tortura questa sciagurata fanciulla.

--Sicuramente, rispose tossendo il Luciani,--addirittura...

--Dubito però che le si possa applicare legalmente, per avere l'accusata poco più di quindici anni. Su di che desidero sentire il vostro savio parere, Signori...

--Io per me sono chiaro, soggiunse il Luciani, e non ha luogo dubbio. Dirò nondimeno in tutta coscienza, e per convinzione, quello che sento per la verità. Se consideriamo il diritto, per comune consentimento troviamo stabilito come la età non faccia caso in _atrocioribus_; e poichè atrocissimo, e immanissimo è il parricidio, così con piena coscienza possiamo omettere in questo processo le regole della procedura ordinaria. Inoltre, Signori miei, la malizia nella femmina precorre di assai quella del maschio come la pubertà: di fatti, il gius dichiara pubere la donna agli undici anni, l'uomo a quattordici, nè la quistione della malizia già deve risolversi a ragguaglio degli anni, o per presunzione astratta, bensì in ragione della prova di fatto: per questo modo quei solenni giudici dello antico Areopago condannarono saviamente a morte il fanciullo ladro della corona di oro al tempio di Minerva, avendo saputo distinguere al paragone le fronde del vero lauro dalle fronde dell'oro; e per me penso, e voi tutti, signori Colleghi, ne andrete persuasi, che pravità maggiore di quella mostrata da questi scelleratissimi nella strage paterna difficilmente possa, non che trovarsi, immaginarsi. Se poi vogliamo attendere alla pratica vi occorrerà copia di casi, per cui conoscerete che la età non forma ostacolo; tra i quali piacemi ricordare quello che somministrò materia a Sisto Quinto, pontefice veramente grandissimo, di profferire auree parole. Monsignor Governatore faceva, col debito ossequio, considerare al Papa non potersi, com'egli desiderava, condannare a morte il giovane fiorentino, reo di resistenza alla corte in Trastevere, perchè non avesse la età stabilita dalle leggi. _Se non gli mancano altro che anni_, rispose quella bocca benedetta di Sisto Quinto, _lo potete far morire addirittura, perchè noi gliene daremo dieci dei nostri_[9].

E Valentino Turchi giudice collaterale, che presentava tutta la sembianza di un cane da macellaro con gli occhiali, affermando osservò:

--Ed io rincaro osservando, che non si trattava di caso atroce.

--Giustissima considerazione, soggiunse il vecchio Luciani, sentendo quasi rimorso per non averla aggiunta al suo discorso.

Il Luciani, secondo la giustizia di cotesti tempi, aveva ragione da vendere. Pur troppo la giustizia di oggi pare ingiustizia domani; anzi da un luogo all'altro essa muta, e tale si condanna a Firenze, che si assolve a Parigi. Di questo non vogliono rendersi capaci gli uomini che giudicano: e sì che se vi pensassero sopra ventiquattro ore del giorno non sarebbe abbastanza. Il Moscati non trovò da opporre cosa, che valesse; onde, abbassati gli occhi, ordinò:

--Conducasi la prigioniera Beatrice Cènci.

E venne condotta. Circondata da molta mano di sbirri, e fatta subito voltare con la faccia al banco dei giudici, ella non vide gli arnesi lugubri di cui era ingombra la sala. Gli astanti appuntarono cupidissimamente gli occhi in lei; e, percossi dalla sembianza divina, pensarono tutti come mai tanta perversità di mente potesse accompagnarsi con bellezza sì portentosa di forma. Tutti così pensarono, tranne due soli, i quali ebbero il coraggio di sospettarla innocente: e questi due furono il giudice Moscati, e il giustiziere Alessandro.

Il notaro Ribaldella prese tosto ad interrogarla intorno alle sue qualità, ed ella rispose nè timida, nè proterva, come conviene a persona che senta la dignità della propria innocenza.

--Deferite il giuramento: ordinò il Moscati.

E il Ribaldella, impugnato il Cristo con tale un garbo, che parve piuttosto volerglielo dare sul capo, che presentarglielo per compire un rito solenne, disse:

--Giurate.

Beatrice distesavi sopra la destra candidissima, così favellò:

--Giuro sopra la immagine del divino Redentore, che fu per me crocifisso, di esporre la verità perchè so, e posso dirla; se non potessi o volessi, mi sarei astenuta da giurare.

--E così aspetta la giustizia da voi. Beatrice Cènci, incominciò a interrogare il Moscati, voi siete accusata, e le prove in processo lo dimostrano sufficientemente, di avere premeditato la strage del vostro genitore conte Francesco dei Cènci, con la complicità della matrigna e dei fratelli vostri. Che cosa avete da rispondere?

--Non è vero.

E con tale ingenuo candore pronunziò queste parole, che, non che altri, San Tommaso si sarebbe chiamato vinto; ma il giudice Luciani brontolava fra i denti:

--Non è vero, eh?

--Accusata; v'imputano, e le carte del processo lo provano sufficientemente, voi avere, in compagnia dei predetti parenti vostri, conferito il mandato a uccidere il conte Francesco Cènci ai nominati Olimpio e Marzio banditi, con la promessa del prezzo in ottomila ducati di oro; di cui la metà subito, e l'altra metà dopo consumato il delitto.

--Non è vero.

--Adesso adesso vedremo se non è vero;--mormorava il Luciani, come se le tenesse il bordone.

--Siete accusata, e dalla procedura resulta provato sufficientemente, avere voi fatto dono, o dato per giunta di prezzo, al nominato Marzio un tabarro scarlatto trinato di oro, che fu già del defunto conte Francesco Cènci.

--Non è così. Il padre mio donò quel tabarro a Marzio suo cameriere, prima che da Roma si partisse per la Rocca Petrella.

--Siete accusata, e dalla procedura resulta abbastanza provato, avere voi fatto commettere la strage paterna alla Rocca Petrella il giorno nove di settembre dell'anno millecinquecentonovantotto, e ciò per comando espresso di Lucrezia Petroni vostra matrigna, la quale impedì che si commettesse il giorno otto per essere la ricorrenza della festa della Santissima Vergine. Olimpio e Marzio entrarono nella stanza dove giaceva il conte Francesco Cènci, al quale era stato precedentemente propinato vino coll'oppio; e voi, in compagnia di Lucrezia Petroni, Giacomo e Bernardino Cènci, attendevate nell'anticamera la consumazione del delitto. I sicarii essendo tornati indietro sbigottiti, voi gl'interrogaste, che cosa ci fosse di nuovo: alla quale domanda avendo essi risposto non sentirsi cuore a bastanza per ammazzare un uomo che dormiva, voi li rimproveraste con queste parole: «Come? se preparati non siete capaci di uccidere mio padre dormente, immaginate se ardireste di pur guardarlo in faccia se fosse desto! E per venire a questa conclusione voi avete già riscosso quattromila ducati? Orsù, poichè la codardìa vostra vuole così, io stessa con le mie mani ammazzerò mio padre, e voi non camperete molto». Per le quali rampogne e minacce i sicarii rientrarono nella stanza dove giaceva il conte Francesco Cènci, ed uno di loro postagli sopra l'occhio una gran _ferla_, l'altro gliela conficcò prima nella testa, e poi nel collo, donde accadde la morte del prefato conte. I banditi riscosso il saldo del prezzo si partirono, e voi, in compagnia dei fratelli e della matrigna, strascinaste il cadavere del trafitto genitore sopra una vecchia loggia, dalla quale lo dirupaste su di un albero di sambuco. Che rispondete?

--Signori miei, rispondo che domande di tante, e tanto orribili perversità vorrebbero volgersi più acconciamente ad un branco di lupi, che a me. Io le respingo con tutta la forza dell'anima mia.

--Siete accusata, e lo chiarisce il processo, avere voi consegnato alla donna Laurenza Cortese, cognominata la Mancina, un lenzuolo intriso di sangue perchè lo lavasse, ponendo mente di avvertire la curandaia provenire questo sangue da perdite copiose; e siete accusata altresì aver fatto uccidere Olimpio dal bandito Marzio, per paura che costui rivelasse il delitto alla giustizia. Rispondete.

--Posso io favellare?

--Anzi vi s'impone: favellate apertamente tutto quanto valga a chiarire la giustizia, e difendere voi dall'accusa.