Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 36

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--Non già la moneta, osservò Beatrice; bensì la idea, che altri pensa a te, e come può ti soccorre, deve tornare di consolazione grandissima ai derelitti. Nè si dica che il baleno non giova; perchè talvolta basta a illuminare la strada, e a ritrarre dallo abisso il pellegrino smarrito.

--Veramente, riprese donna Luisa, io comprendo quanto abbia a recare conforto in cotesto sepolcro di vivi conoscere come qualcheduno senta pietà di te... però non lo vorrei provare.

--Noi siamo foglie davanti al soffio della Provvidenza; ed io, qui presso a queste mura dolorose, imparo la ragione per la quale Gesù Cristo annoverò la visita dei carcerati fra le opere di carità fiorita. Guarda bene, e vedrai starsi sopra la porta del carcere la paura che respinge addietro il visitatore, e con labbra tremanti gli sussurra: va via, chè il giudice non ti sospetti complice del carcerato, e te pure imprigioni; sta l'abiettezza che, fatti i conti, trova che dall'albero cadente bisogna allontanarci, per tornare poi quando è caduto a farne provvista di legna da ardere; sta il rigore dalle viscere di pietra, il quale dissuade da sentire pietà dei colpevoli, perchè per lui l'uomo in carcere è reo, predica sempre meritata la pena, ed infallibile l'autorità; vi è... Ma ahimè! se io volessi rammentare tutte le fantasime, che stanno appollaiate su la porta del carcere minacciando da lungi i visitatori, sarebbe troppa impresa, e per di più fastidiosa; però non reca punto maraviglia se i carcerati passino ordinariamente la vita soli.

Così alternando malinconici ragionamenti si condussero a casa sul fare della sera. Don Giacomo con la famiglia erasi ridotto nello antico palazzo dei Cènci, e sotto questo tetto abitavano tutti, parte sicuri, parte paurosi, e Beatrice in cuor suo desolata; quantunque non lo desse a divedere, e presaga d'impenitente sciagura.

Alla veglia dei Cènci non manca mai frequenza di familiari e di amici per la parentela grande che aveva la casata, e la bella rinomanza di cortesia; ma stasera non si è veduto ancora comparire veruno, quantunque le due di notte fossero battute alla torre di nona. I convenuti s'ingegnano a tenere vivo il colloquio, ma soventi accade che la proposta rimanga senza risposta, e poco si prolungano i dialoghi penosi: il sollazzo diventa fatica; ognuno di loro desidera starsi solo in colloquio con l'anima sua; ma fatto silenzio, della propria solitudine impauriscono: allora si ode fragoroso lo spensierato folleggiare dei fanciulli, e rabbrividisce come uno scoppio di riso tra i funerali, sicchè ritornano con favelli scomposti a divertire l'affannato pensiero. Donna Luisa incomincia:

--Orsù, io mi accorgo che questa sera domina fra noi lo umore taciturno: prendiamo l'Orlando furioso, e proviamo sollevarci lo spirito con qualcheduna di coteste maravigliose fantasie.

--Io per me l'ho a noia per quel suo costume piuttosto discolo che facile, notò Beatrice; e per di più non mi garba quel fare leggiero: leggiamo invece, se vi piace, la Gerusalemme liberata.

--A me piace, soggiunge breve don Giacomo.

--Ma voi non la pensaste sempre a questa maniera; per parte mia non mi rimuovo, e come pensai altra volta penso anche adesso intorno a messer Ludovico: fantasie, superstizioni, stranezze, amori, battaglie, buone o ree passioni, pianto, riso, terra, cielo e inferno, tutto cantò quel benedetto ingegno: chi più di lui assomiglia alla natura sempre varia, e sempre bella? Vedetelo come nuvola di estate dondolarsi gaiamente fra gli aliti della sera, e ad ogni momento mutare di forma: guizza per un mare di piacere, e, a modo del delfino, ad ogni scuotere di squamme egli cambia colore. Parlando del poeta quasi mi pare diventare io pure poetessa, dacchè i suoi versi passando per la mia memoria vi scuotono l'ale pregne di poesia. Ditemi, in grazia, Armida forse non emula Alcina? Sì certo; ma in poema così solenne, come pretese comporlo il signor Tasso, cotesto colore sfacciato offende; mentre nei vispi canti di messer Ludovico diletta, e piace: arrogi che diavoli e streghe, incanti, e selve custodite da demonii femminini quanto mi talentano nell'Orlando, perchè davvero vi stanno come in casa propria, altrettanto nella Gerusalemme m'increscono. L'Ariosto parmi meglio avvisato del Tasso, perocchè il primo cotesti errori schermendo s'ingegni bandirli dalla mente del popolo; mentre il secondo favellando sul sodo, ve li conferma.--Ora nei poemi solenni il buon poeta deve valersi della religione depurata dagli errori vulgari, non già amministrate agl'ignoranti il male per medicina. Nel demonio abbiamo a credere, e Dio ci salvi dalle sue tentazioni; ma non dobbiamo nella maga Annida, e negli stregoni Ismeno ed Idraotte; anzi è peccato; onde io giudico ohe il signor Tasso, avendo in poema religioso accreditato queste favole malefiche, non abbia punto bene meritato della umanità.

--Poter del mondo! Luisa, ma sai che tu difendi il tuo Orlando

_Come orsa, che l'alpestre cacciatore Nella petrosa tana assalito abbia?_

Io te la do vinta; leggiamo, se ti aggrada, la storia di Ariodante e di Ginevra.

--Leggiamola pure, soggiunse don Giacomo; comecchè quella di Olindo e Sofronia mi paia troppo più mesta cosa...

--Ma noi non vogliamo malinconie, esclama donna Luisa; se di queste avessimo vaghezza non farebbe di bisogno uscire dall'Orlando. Sapreste voi indicarmi più pietoso racconto che quello di Brandimarte e di Fiordiligi, o l'altro di Zerbino e d'Isabella?

--Dirai bene, notò Beatrice; ma che vuoi tu? I casi di Olindo e di Sofronia m'invogliano al pianto come di fatto veramente successo; mentre le storie dell'Ariosto mi hanno l'aria di finissime immaginazioni: e poi, vedi, temo sempre che ad un tratto gli prenda il capriccio di farmi ridere;... ma via, leggiamo di Ginevra.

Donna Luisa, altera alquanto della riportata vittoria, andò a cercare il volume; e quello aperto, pose davanti a don Giacomo dicendo:

--Incominciate voi.

Don Giacomo appena vi ebbe gittato gli occhi sopra diventò pallido in faccia, e prestamente rispose:

--No... no... a voi tocca essere prima.

--Ed io incomincerò; ma aveva sbagliato: la storia non principia al Canto sesto, bensì al quinto; e sfogliato di alquante pagine il libro, prese con bella grazia a declamare dal verso _Tutti gli altri animai che sono in terra_, fino ai seguenti:

_Quel, dopo molti preghi, dalle chiome Si levò l'elmo, e fè palese e certo Quel che nell'altro canto ho da seguire, Se grato vi sarà la storia udire._

Ora basta, disse donna Luisa riposandosi; qualche altro sottentri.

--Deh! in grazia Luisa, la supplicava Beatrice, continua; chè con la tua voce deliziosa tu fai all'Orlando quel medesimo officio, che fa la bella vesta alla bellezza: _Chè spesso accresce alla beltà un bel manto_, per dirla col tuo Ariosto.

--Lingua dorata! E sì, e sì che avresti a sapere essere la lusinga peccato, ed anche dei grossi. Non in virtù delle tue lodi pertanto, bensì per lo amor che ti porto mi fia grato compiacerti in questa come in ogni altra cosa, ch'io possa.

Adesso come familiarissimo di casa, senza farsi annunziare, pone il piede su la soglia della porta della sala un giovane di bella sembianza, in abito prelatizio colore pagonazzo, dall'occhio azzurro, dalla chioma bionda: non salutò, ma quivi fermo e taciturno si pose a considerare quel gruppo di teste, maraviglioso argomento pei pennelli fiamminghi, che in quel tempo erano in fiore,

E donna Luisa, non avvertendo il sopraggiunto, con voce vibrata continuava:--Canto sesto.

_Miser chi male oprando si confida Che ognor star debba il maleficio occulto; Chè, quando ogni altro taccia, intorno grida L'aria e la terra stessa in ch'è sepulto: E Dio fa spesso che il peccato guida Il peccator, poichè alcun dì gli ha indulto, Che se medesmo, senza altrui richiesta, Inavvedutamente manifesta._

Il Prelato questo intendendo stette per ritirarsi inavvertito com'era venuto, ma gli parve malagevole farlo; e poi don Giacomo non gliene dette campo; però che alzata la testa lo vedesse, e gli gridasse:

--Ben venuto, Guido nostro...

--Qui si fa accademia: avvertite, di grazia, che in Roma non vanno a finire bene siffatte accademie letterarie; e Pomponio Leto informi[3].

--Non ci è pericolo, riprese don Giacomo; noi stiamo in famiglia, e per aggiungervi voi io spero che in famiglia rimarremo pur sempre.

--Questo con tutto il cuore desidero; e poichè in famiglia abbiamo a restare, piacciavi in cortesia, donna Luisa proseguire nella lettura.

Di vero nella famiglia Cènci consideravasi monsignor Guido Guerra come fidanzato della Beatrice: questa notizia andava per le bocche della gioventù romana, e lui chiamavano avventuroso, e al suo felice stato invidiavano: sapevanlo anche in corte; e il Papa lo sofferiva acerbamente sì perchè avesse posto la mira su Guido, conoscendolo sufficiente molto e di abito gentilesco, per inviarlo legato a qualcheduna delle Corti straniere; sì perchè egli non lo avesse prima richiesto del suo consenso, o per lo meno consultato; infine gli dava uggia quel sentirlo proclamare sposo, e vederlo con la mantellina addosso: conciossiachè uno dei punti più ardentemente combattuti fra Cattolici e Luterani fosse stato, e durasse ad essere, il celibato dei preti. Maffeo Barberini, cardinale di molto seguito, come intrinsecissimo di Guido, lo tenne avvertito di quanto buccinavasi in corte, ond'ei si governasse: e questi informatosi se il memoriale di Beatrice al Papa avesse avuto corso, e sentito che no, fu cauto di ritirarlo dallo ufficio, temendo che, capitato sotto gli occhi di Clemente, non valesse a suscitargli qualche sospetto nell'animo, già troppo per natura sospettoso.

Guido con leggiadra scioltezza si accostò alla Beatrice, e fece atto di prenderle la mano per recarsela alla bocca; se non che questa, invece di porgergliela, si levò risoluta in piedi accennandogli che la seguitasse. Ella lo condusse nel vano di una finestra, e l'ampia cortina li ricoperse completamente.

Però rimasero celati colà uno istante; un solo istante; tutto al più quanto un ferito a morte pone a raccomandare l'anima a Gesù e a Maria prima di spirare, e uscirono poi uno dopo l'altro, e tali nel volto da chiarire, che invece di avere stretto il laccio di amore, lo avessero rotto con violenza, e per sempre. Invero ognuno di loro sentivasi il cuore legato; ognuno di loro strascinava un tronco della catena, e nondimeno i capi erano stati infranti irreparabilmenle. Una parola di Beatrice l'aveva spezzata come colpo di scure: con lo stringere la mano dello uccisore del padre suo non si rendeva ella complice del parricidio? Questo aveva pensato, e questo nel brevissimo istante fu da lei al suo amatore significato.

Guido, percosso da sgomento, adducendo il pretesto di certo suo negozio che lo chiamava altrove, poco si trattenne, e come meglio poteva celando lo affanno si accomiatò. Donna Luisa accortasi della confusione del giovane, e attribuendola a qualcheduna di quelle brevi procelle, che agitando accrescono la fiamma di amore, disse scherzando:

--Beatrice, Beatrice! non essere tanto corriva a scartare il re di cuori; bada, che carta male scartata, spesso è partita perduta.

Monsignore Guido appena svolto il canto della contrada occorse in un suo fidatissimo servo, il quale veniva frettoloso in traccia di lui. Appena lo ebbe scorto, quegli gli disse:

--Monsignore l'eminentissimo Cardinale Maffeo ha mandato un donzello del Governatore al palazzo, affinchè adoperasse ogni diligenza per trovarvi, e consegnarvi questo paio di sproni[4].

--Sproni! E non ha egli soggiunto altro?

--Sì; ha soggiunto, che tornato l'Eminentissimo di campagna aveva trovato in palazzo monsignore Taverna che lo aspettava; e dopo essere rimasto chiuso lungo tempo con lui, l'Eminentissimo aveva aperto appena l'uscio della camera e dato gli sproni al donzello, dicendogli «subito a monsignore Guerra»; e poi era tornato dentro.

Guido soprastette alquanto a meditare; poi, come illuminato da subita luce, esclamò:

--Ho capito!

In casa Cènci protratta per qualche altro tempo penosamente la veglia, tacquero tutti. I fanciulli erano stati condotti a giacere, onde ne seguitava un silenzio profondo solo interrotto dal fruscìo delle tende seriche, agitate appena da una bava di vento. Ognuno desiderava separarsi, e, come avviene, a nessuno bastava l'animo di proporlo; quando ad un tratto si ode un rumore sordo... cresce... si distingue il calpestìo di molta mano di persone, e vi si mesce strepito di arme.

Don Giacomo si leva, preso da maraviglia e da spavento, incamminandosi verso la porta per ispecolare che nuovità fosse. Appena giunto a mezzo cammino, si aprono gli usci fragorosi, e un'onda di sbirri allaga non pure il luogo ove stavano convenuti i Cènci, ma anche tutta la casa. Alcuni rimasero sopra le soglie delle stanze cou le spade sguainate, per impedire lo accesso da un luogo ad un altro.

--Siete arrestati per ordine di monsignore Taverna, gridò certo uomiciattolo bistorto, che pareva un grimaldello; il quale postosi le mani sui fianchi, si dava aria da Sacripante.

--E perchè?--interrogò don Giacomo, con voce che invano ostentava sicura.

--Questo saprete, a suo tempo e luogo, nello esame. Intanto con vostra buona licenza...

Ma ciò diceva per ischerno; imperciocchè non avesse anche posto fine alle parole, che già con le impronte mani lo aveva frugato da capo a piedi. Assicuratosi per siffatta guisa ch'ei non portava addosso neppure il breve, lo interrogava beffardo:

--Avete armi sopra di voi?... Confessatelo addirittura, che sarà pel vostro meglio.

--Ma parmi, che ve ne siate chiarito con le vostre mani abbastanza.

Altri nel medesimo tempo, con pari diligenza e improntitudine maggiore, ricercavano Lucrezia e Bernardino, i quali sbigottiti lasciavansi fare, e piangevano. Certo sozzo, e avvinazzato sbirro si attenta stendere la mano sul seno della Beatrice; ma questa, prima che lo arrivasse, gli lasciò andare su la guancia un potentissimo schiaffo. Proruppero in risa i compagni, e taluno consolandolo gli disse:

--Guanciate di femmina non fanno sfregio.

--Canchero! Sgraffia la gatta, rispose il birro simulando allegria; e Beatrice allora, senza sdegno, alteramente parlò:

--Persone infami non hanno diritto di mettere le mani addosso a gentildonna romana: mi chiamo pronta a seguitarvi dove comanda monsignore Taverna; ma voi procurate starvi lontani da me.

Nel punto stesso un altro sbirro, fetido di tabacco e di lezzo, pretendeva frugare donna Luisa, che lo guardava in molto truce maniera; senonchè il bargello lo ammoniva:

--Rimanti, Piero; chè non ho ordine per lei...

Intanto i fanciulli, desti al rumore, nelle contigue stanze spaventati piangevano, più degli altri il lattante; sicchè quinci usciva un suono, che percuoteva le anime di pietà e di dolore. Donna Luisa, tra lo amore di moglie e lo amore di madre perplessa, esitò uno istante; alfine cede al grido maggiore della natura, e muove ad acchetare i figli, e a porgere la mammella al pargolo. Uno sbirro leva la spada, e, puntatagliela al petto, grida:

--Non si passa.

Donna Luisa guarda fisso negli occhi lo sbirro, e così gli favella:

--Tu non puoi avere ricevuto comando d'impedire la madre di allattare il suo figliuolo. Ma se mai qualche Prete, la quale cosa non conosco, nè credo, chiuso ad ogni affetto di natura, ti dava questo ordine, gli dirai ch'egli è uno scellerato; tu, se l'obbedissi, saresti più scellerato di lui; ed io, se vi dessi retta, più scellerata di tutti. Largo alla madre che va ad allattare il figliuolo.--E risoluta allontana con la mano la spada, e passa oltre. Il birro attonito non ardisce fermarla.

Poichè la Corte ebbe rovistato ogni masserizia, frugato pei mobili e per ogni canto, e non rinvenuto cosa che le paresse buona ad assicurare, il bargello intimò la partenza.

--E dove ci conducete?--domandarono tutti ad una voce.

--Lo vedrete.

Donna Luisa adempiuto lo ufficio di madre, tornava a soddisfare quello di moglie. Accortasi dello abbattimento del marito preme l'angoscia, e si accosta a lui per dargli animo, ed abbracciarlo; senonchè lo sbirro, che prima l'aveva lasciata andare, quasi sdegnoso di avere sentito affetto, si pone fra il marito e lei, e, respingendola, in molto dura maniera le dice:

--Addietro; qui non venimmo a sentire piagnistei.

E cosa degna di considerazione grandissima come gli esecutori di giustizia, qualunque sia il nome col quale si appellino, e qualunque assisa essi vestano (chè l'abito e il nome nulla mutano al costume), per ordinario pacati, ed anche cortesi negli arresti dei volgari facinorosi, procedano poi con villana compiacenza nel mettere le mani addosso a persone di alto affare. Della quale diversità volendo indagare la causa, ci parve essere la seguente. Cotesta carnaccia non s'irrita contro i ribaldi come quelli che sono stoffa tagliata dalla sua medesima pezza, e perchè in certo modo eglino somministrino materia al mestiero professato da lei. Lo scultore percuote, e manda a schegge il marmo; il sarto frappa il panno e lo trapunta, e non per questo essi odiano il sasso, o la stoffa; anzi così fanno per amore della opera donde sperano ricavare guadagno ed onore. Gli sbirri ed i ribaldi assai si rassomigliano ai marchigiani, o vogliamo dire abitatori delle frontiere, i quali spesso passano da una terra nell'altra per bisogno o per vaghezza: così i primi si trovano ad essere sbirri perchè in quel quarto di ora non sono masnadieri, ed i secondi si trovano ad essere facinorosi però che in quel punto non sia loro toccato di fare da sbirri; e fra loro, tutto bene considerato, altra alternativa non corre. Epperò s'intendono molto più spesso che altri non pensa, e molte imprese di misfatti e di arresti si commettono fra loro di amore e di accordo: essi si corrispondono come l'eco alla voce, come il coltello alla guaina, come il cherico al prete. Inoltre usare qualunque umiliazione tornerebbe inutile, imperciocchè i ribaldi ogni loro sensibilità abbiano ridotta nelle braccia e nei polsi. Infatti tu non gli odi profferire altre parole, se non queste une: «Compare, non istringermi tanto forte!» Sarebbe proprio un dare del capo nel muro il tentativo di eccitare in costoro vergogna, o pudore. All'opposto quando la fortuna mette in mano allo sbirro, od altro arnese cotale un uomo dabbene, gli si allargano le viscere, e si rifà in un'ora del diuturno disprezzo nel quale venne saziato; il serpente invece di fango trovò finalmente da mordere vive carni, e infondere il suo veleno dentro vene che sentono. Percorri i tempi, e non troverai signorie peggiori di quelle dei servi fatti padroni; coteste appaiono, e sono i lupercali della feccia umana: a misura di carboni, essi pagano con moneta di ferocia le umiliazioni patite. Alla mota pare essere onorata quando, pesta dai piedi, schizza a deturpare la veste signorile. I rettori dei Popoli s'ingegnano tramutare, e travasare i berrovieri; in questo adoperano ogni arte, e sempre invano. I littori si assomigliano agli apparitori, gli apparitori agli sbirri, ai donzelli, ai fanti, e ad altri cotali antichi, moderni, e modernissimi cagnotti della polizia. Chi più ne ha, più ne metta; parenti sono tutti _in vinculis_. Cerca tra cento lupi il meglio, e forse lo troverai; non lo cercare fra costoro, che opera perduta sarebbe. Ogni potere ne abbisogna, e li mantiene e s'industria nobilitarli, e levarli a cielo. Egli è nulla: uno scarabeo, per raggio di sole che gl'illumini il groppone non diventa cavaliere. L'abito morale informa l'uomo, non già il materiale: sicchè, prendi il più degno soldato, e mettilo sbirro; non egli migliorerà il mestiero dello sbirro, bensì il mestiero guasterà lui: e questo è sicuro.

Ahimè! il soldato, il vecchio soldato convertito in birro!--Io per me, che estimai sempre, e tuttavia estimo il soldato il quale dura il travaglio degli aspri cammini, e serena nelle gelide notti, e gli ardenti soli sopporta, e per mille disagi si conduce a perigliare la vita per la Patria senza premio condegno nel presente, con premio incertissimo nel futuro; tenuto a vile, forse, e certo poi non curato trascorso il pericolo; io per me, dico, estimai questo soldato come divinità. E a lui vorrei che si dessero largamente i frutti della terra, avvegnadio, sua mercè, lo straniero non li colga; a lui le migliori stanze nelle città, che valse a difendere; a lui reverenza figliale, ed affetto... onde io quando incontro qualche vecchio soldato avvilito sotto la veste di sbirro, mi sento scoppiare il cuore dalla passione.

A voi, liberi uomini, tanta predilezione pei soldati infastidisce. Ma udite me, che parlo aperto; occorre speditissimo il rimedio per licenziarli: fatevi tutti soldati, come adesso fra gli Svizzeri, e come una volta (per poco) nelle Repubbliche del medio evo. Io vi avverto però, che per qualche ora bisognerà abbandonare le botteghe, e i fondachi; non registrare qualche sessione, o perdere lo sconto di qualche cambiale; udire più tardi se metta bene la vigna, o se la vacca sia pregna; forse (sagrifizio più duro!) mancare qualche sera alla veglia, o al teatro... bastavi l'animo a tanto? Se bastavi, e se sentite la necessità di vestire a corrotto finchè la servitù della Patria dura, licenziate gli eserciti stanziali; imperciocchè oltre la spesa strabocchevole, che sempre portano seco, le armi poste in mano a pochi se talora difendono la libertà, più spesso convertonsi in arnese di tirannide.--Privi di virtù civili e di virtù militari, che Dio vi benedica, o come mai presumete voi acquistare la libertà, ed acquistata serbarla?

--Voi voleste mietere, e non seminaste; voi non piantaste, e voleste raccogliere. E quando avreste seminato e piantato, avreste eziandio dovuto sapere che altra è la stagione del seminare, ed altra quella del mietere: che alla primavera non si domandano i frutti dello autunno, nè allo autunno i fiori della primavera; che i frutti bisogna, prima di coglierli, lasciare al sole perchè maturino; e colti anzi tempo guastano la pianta, e morsi allegano i denti. Io parlo a voi, che vi chiamate amici della libertà; però che altrove non sarei inteso, e forse chi sa se lo sarò da voi. Voi avvisaste, e per avventura avvisate anche adesso, tenere su ritta la libertà co' chiodi; però in cotesta guisa fannosi crocifissi, non già cittadini liberi. Per forza non si fonda libertà, come per forza non fondasi servitù: per forza si fa l'aceto. Quantunque volte sopra terreno non dissodato da forte, e generosa virtù tu pianterai con violenza la pianta della libertà, perderai irreparabilmente gli effetti della persuasione e della violenza: quella, perchè non bada alle parole, ma ai fatti; questa, perchè essendo proprietà di tirannide, comunque invocata dalla libertà, bisogna che a tirannide ritorni. Qui fo punto e torno agli sbirri: rispetto ai quali, quando hai meditato un pezzo, ti converrà concludere con la ragione dei gatti, che si tengono in casa per prendere i topi; o, se ti piace meglio, con quella delle passere, le quali Rougier della Borgerie raccomanda ai francesi suoi concittadini lasciar vivere in pace, imperciocchè se ogni anno divorano duegento milioni di libbre di grano, distruggano ancora centotrentasei bilioni, e quattrocento milioni d'insetti[5].

_Misericordia Domini super nos!_ Chi avrebbe mai creduto che tanti insetti vivessero in Francia! Eppure ci vivono...

Nel cortile trovarono pronte diverse carrozze con le stoie abbassate; vi entrarono al sinistro chiarore di lanterne sorde, preceduti, fiancheggiati e seguiti dalla turba dei birri, e si avviarono al luogo destinato.

Guido vide passare il corteggio lugubre; ed avvertito dal popolo accorrente del caso, vinto dalla passione, stava sul punto di manifestarsi e di accorrere, se il buon servo, forte tenendolo per le braccia, non gli avesse detto:

--Monsignore, voi perdete, e loro non salvate... libero, giovate a voi e a loro.

Guido, represso in seno il gemere vano, esclamò: