# Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

## Part 35

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Prima di proseguire il racconto del mio Vicario bisogna che mi sbrighi del segretario. Ora vuolsi sapere come, tornato a casa, egli dicesse al figliuolo, che gli andava incontro tutto festoso: «Figliuolo mio, facciamo le nostre valigie e ritorniamo in Ispagna, perchè qui in Napoli l'aria non tira più buona per noi». Signore! rispose il figliuolo, che cosa vi è mai accaduto di nuovo? Avreste per avventura mancato di rispetto alla nostra santa religione? «Peggio, figliuolo mio, peggio». Avreste, ohimè! ucciso in duello qualche gentiluomo di corte? «Peggio». Per sorte, avreste ardito inalzare i vostri affetti fino alla Serenissima Viceregina? «Peggio ancora». Voi mi spaventate; ma che, dunque? «Ho sorpreso il potentissimo Duca di Ossuna sciupando il tempo a insegnare parole oscene al suo pappagallo». Misericordia! è finita per noi.--

Adesso torniamo al Vicario. Egli giunse ansante, bagnato di sudore alla vicarìa: si pose a sedere con il Collaterale al fianco, notari, e copisti; fece rientrare sbirri, valletti, carnefice, e vittima, che fu portata a braccia col capo spenzoloni giù come ubbriaco. Il Vicario levò le ciglia in su, e quando li vide tutti attenti passeggiò i suoi sguardi allo interno nella miseria del suo orgoglio, poi ruppe il suggello e si pose a leggere,

--Come? Come? qual tradimento si è questo?

--Che avvenne? Che fu? Che cosa è stato?--si udiva a coro replicare dintorno.

--Sono tradito peggio di Cristo;--e piangendo si coperse gli occhi con le mani.

Il Collaterale, che gli stava al fianco come lo jakal alla jena, gittò lo sguardo obliquo su le carte; e, vedendovi scritto il suo nome, con un baleno di malignità indovinò il mistero: onde in un punto, postergato ogni rispetto, allungò le mani bramose; ed arraffando le carte si accinse a leggerle, rovesciato il capo su la spalliera del seggiolone. Nel conoscere ch'era stato promosso alla carica di Vicario in luogo di don Gennaro Boccale fu per ispiccare un salto, prorompere in pazze risa, battere palma a palma, fare cose insomma da spiritato; ma si contenne, e, col collo torto più loiolescamente che potè, con un risolino sopra le labbra sottile quanto il filo del rasoio gli favellò:

--Avvocato Boccale (di secco in piano gli toglieva il titolo di Vicario) credete che mi sento proprio trafiggere il cuore per la vostra disgrazia; molto più che, dentro domani, avrei a pregarvi di lasciarmi sgombra la casa...

--Ed io credo che non vi devo credere nulla, signor Collaterale. Intanto io me ne vado per le scale: badate che voi, don Ciacchero, non abbiate un giorno a uscirne dalla finestra.--E sì dicendo don Gennaro si levò tutto infuriato; e allontanandosi dal palazzo col garbo di Scipione quando mosse in esilio, esclamava: «Ingrata vicarìa! tu non avrai la mia cappa».

Così a mannaia vecchia sostituivasi mannaia nuova, e i miseri accusati ebbero ad accorgersi ben tosto ch'era stata affilata di fresco, Intanto il Vicario novello leggendo oltre il dispaccio del Vicerè conobbe come la sentenza di Marzio non dovesse eseguirsi altramente, bensì avesse ad inviarlo sotto buona scorta a monsignore Governatore di Roma, la quale cosa egli fece con la diligenza consueta agl'impiegati nuovi, o nuovamente promossi, secondo il costume delle granate; e per la più parte di loro il paragone non è ignobile abbastanza.

Il licenziato Boccale ridottosi a vivere in altra casa, stette parecchi giorni smemoriato come se avesse ricevuto un picchio sopra la testa, e di ora in ora prorompeva in risa; ell'erano coteste le gocce grosse precorritrici della tempesta: per ultimo la tempesta scoppiò, e terribilissima, nella quale rimase annegata la sua intelligenza: del cuore egli aveva fatto getto da tempo immemorabile, e solo (infelice reliquia!) gli rimase a galla l'agonia di tormentare. Tutto periva in lui tranne la libidine di Vicario criminale, ed a ragione; conciossiachè cotesta qualità per conservarsi non abbisogni punto d'intendimento, bastando il solo istinto di belva. Nei feroci delirii fondò un'alta Corte di Giustizia istituendo offici di sbirro, accusatore, giudice, e boia; e tutte queste incumbenze, come se altrettanti benefizii semplici fossero, accumulò sopra il suo capo, risolvendo da matto quello che già era andato spesse volte per la mente dei savi: voglio dire, che componendo le rammentate cariche diverse specie simpatiche, e relative fra loro, amore di ordine persuadeva a classarle sotto la stessa famiglia, e amore di economia, a cumularle tutte sopra una medesima testa,--almeno in certi tempi e a certi luoghi.

Il licenziato don Boccale incominciò a processare i volatili del suo cortile: pretesti non gli mancarono, e, comecchè non sapesse col suo cervello matto distinguere gl'innocenti dai rei, nondimeno procedendo perfidamente a tastoni dichiarava, che _tutti, o taluni_ avevano commesso il delitto; e poi, che tutti erano stati _complici a farlo, o impotenti a prevenirlo_; e finalmente, che il delitto non risultava già da uno o più fatti peculiari, bensì da una congerie di cose _connesse, complesse_, e _per di più continuate_; per le _quali, e con le quali_ tutti come felloni, e di _perfido cuore_, invocato prima il nome santissimo di Lui, che sempre sta vicino a chi lo sa chiamare, tutti dannava irremissibilmente a morte. Di questo piccola cura prendeva donna Carmina, perocchè i giustiziati fossero da lei (che si era assunto il carico dell'Arciconfraternita della Misericordia) trasportati con ragionevoli intervalli nella pignatta, e quivi tenuti sepolti finchè non avessero fatto buon brodo. Quando i polli vennero meno, egli mosse terribilissima accusa contro Giordano cane di casa: certo da anni ben lunghi ei gli aveva badato le sue masserizie dai ladri; una volta ancora gli salvò la vita, ma invano; fedeltà e amore, e beneficii fatti lui non iscamparono dalla rabbia del giudice matto: egli ebbe a morire: e di questo anche poco increbbe a donna Carmina, anzi ci ebbe piacere, dacchè il cane fosse vecchio, e per di più aveva perduto un occhio. E poi, si sa, gli anni dei servi quando diventano troppi pei padroni, anche battezzati e cattolici, formano capo di delitto supremo; e di ciò fanno fede i coloni di certa parte di America, i quali con tranquilla coscienza accusano gli schiavi vecchi e disutili al Governo di non commessi misfatti, ond'egli gli ammazzi, e in parte ne rimetta il prezzo!

Morto il cane venne la volta della gatta, delizia di donna Carmina: se mai visse al mondo gatta incolpevole, proprio fu quella; dopo tanti anni di buona condotta le si potè imputare un errore solo: rubare un cacio fresco dallo armario[11]. Ahimè! Anche i santi cascano, e la tentazione superava le forze della gatta; non ebbe rispetto il fiero giudice alla fragilità del sesso, al naturale istinto, alla provocazione del cacio fresco, e al prolungato digiuno, dacchè resultava dagli atti, che da bene ventiquattro ore il povero animale era rimasto senza governo: ogni circostanza attenuante rigettò, e come rea di famulato qualificato da scalata, e colta in _fragranti_, condannò barbaramente a morte. Donna Carmina si gettò ai piedi dello inesorabile, supplicando con molte lagrime la grazia della gatta diletta; il giudice parve commuoversi, e rispose «vedremo»; di che racconsolata la donna, pensò poter vivere sicura. Ahi! sicurezza funesta. Un bel giorno levandosi da letto, la prima cosa che le si parò davanti agli occhi fu la gatta impiccata. Quantunque ella avesse l'anima e la vita assuefatte a spettacoli quotidiani di orrore, non resse a quello; ed irrompendo insana con furiosissima ira, empì di ululati la casa e la contrada; di atroci contumelie lacerò il consorte. Per colmo d'ingiuria, quando armata di coltello si fece a tagliare lo infame capestro, e riscossa la salma diletta dal patibolo comporla in sepoltura onorata, il giudice le si oppose risolutamente dicendo, che non si aveva a disturbare l'amministrazione della giustizia: rispettasse costei la veneranda maestà delle leggi; a quello che si attentava commettere ella avvertisse due volte, chè egli voleva, e sapeva adempire il suo dovere: fellonìa espressa essere il levare di su la forca lo impiccato; e ricordasse per suo governo, che chi spicca lo impiccato, lo impiccato impicca lui. Figuratevi come gli animi s'invelenissero! Gli antichi dolci appellativi mutaronsi in orrende minacce, e dalle male parole trascorsero in peggiori fatti: nè il Vicario uscì lieto dalla baruffa, che riportò il capo pelato, e la faccia in parte graffiata, in parte pesta. I vicini accorsi li separarono un po' con le parole, e un po' co' manichi delle granate; anzi più con questi, che con quelle; quindi fecero prova di ritornarli in concordia, e crederono esservi riusciti.

Ma il Vicario, rotto nelle turpi slealtà del suo mestiere, appena profferita la parola del perdono pensò, che se aveva perdonato come uomo, perdonare come magistrato non istava nelle sue facoltà; onde si pose a istruire segretissima procedura di lesa maestà, violenza pubblica, impedita amministrazione di giustizia, e offese qualificate contro il Magistrato nello esercizio delle sue funzioni; insomma rovesciò il sacco del codice criminale contro donna Carmina. Tutto questo bastava, e ce ne avanzava, per una condanna di morte: e così fu. Il giudice profferì sentenza capitale, e da quel giorno in poi ogni sua cura pose per mandarla ad esecuzione.

Certa notte, che donna Carmina dormiva placidamente, il buon marito le passò cheto cheto il laccio intorno al collo, e poi di un tratto la tirò su per le traverse del cielo del letto. Compita la opera riprese sonno tutto contento, e la mattina si mise a sedere sul letto aspettando che la Carmina si svegliasse, per godere della sua sorpresa nel trovarsi impiccata[12].

Lo trasportarono nell'ospedale dei pazzi dove un giorno, per ammazzare l'ozio, non potendo impiccare altri, impiccò se stesso alle inferrate della stanza.

Oh! si fosse impiccata con lui tutta la generazione dei Vicarii criminali.

NOTE

[1] Quantunque Francesco Hernandez di Toledo avesse incominciato a propagare in alcune parti della Europa, fino dal 1520, l'uso della pianta chiamata tabacco, dalla isola di _Tabago_ dove prima la segnalò, tardi venne adoperata in Italia, e particolarmente nei luoghi marittimi; però a Napoli nella epoca del mio racconto, 1599, costumava assai, per la doppia ragione ch'egli era porto di mare, e sottoposto al dominio della corona di Napoli.

[2] Certo giovane spagnuolo con un colpo di bastone uccise un lanzo.] *[Sisto V comandò si giustiziasse, e subito. Il Governatore di Roma avendogli fatto osservare essere necessario il processo, Sisto, che aveva in uggia le ipocrisie della legge, rispose risoluto «volerlo morto prima di pranzo, ed il Governatore si spicciasse, però che egli si sentisse fame». E questa era ingenuità della ferocia. Ancora gli ordinò piantassero le forche in maniera, ch'ei potesse vederle dalla finestra: non volle concedere gli mozzassero la testa: dice volere onorare di sua presenza cotesta giustizia, e di vero egli stette a vederlo impiccare, e poi comandò mettessero in tavola, dacchè cotesto spettacolo gli serviva di salsa allo appetito. GREGORIO LETI, _Vita di Sisto V, par. II_.

[3] Nella occasione, di cui è proposito nella nota antecedente, Pasquino, satireggiando, finse portare un bacile pieno di forche, di ruote, mannaie, e catene. Interrogato ov'ei ne andasse con arnese siffatto, rispondeva: «a metterlo in tavola per la salsa di Sua Santità». LETI, _loc. cit_.

[4] Gli Spagnuoli appresero l'uso della cioccolata dagli Americani fino dalla conquista del Messico, ma lo tennero segreto per tutto il secolo decimosesto. Quale fosse la causa del geloso mistero ignoriamo: però Carlo V e Filippo II appena ne offersero qualche tazza ai sovrani loro fratelli, o cugini. Affermano che lo abuso di questa bevanda fomentasse nello imperatore Carlo V la nera malinconia, che lo condusse a cantarsi vivo le preghiere da morto. Forse l'essere nato da madre pazza contribuì alla sua tristezza troppo più dello abuso del cioccolatte. Nel 1640 questa bevanda diventò comunissima per tutta Europa: a Napoli però, come paese dependente dalla Spagna, assai prima di cotesta epoca si adoperava fra le persone agiate. Dei medici alcuni la celebrano come bevanda sanissima, atta a confortare i deboli e i vecchi; altri all'opposto, siccome suole, come dannosissima la maledicono. Linneo la chiama _teobroma_, o vogli _cibo degli Dei_.

[5] Le frasi, che occorrono distinte con carattere italico, appartengono ai documenti giudiziarii del miserabile processo per lesa maestà allo Autore, e sostenuto contro di lui, con fronte che vince ogni più duro metallo, durante gli anni 1849-50-51-52-53!

[6] Burleigh, nella sua dichiarazione del 1584, confessa essere stato costume dei tribunali inglesi applicare la torture ai prevenuti; ma che però facevasi con tutta carità cristiana! _Quartierly Review, Agosto 1834--Delle condanne politiche d'Inghilterra_--MARTINO DEL RIO va più oltre, ed afferma che «la tortura si dava alla persona denunziata per lo suo maggiore vantaggio, conciossiachè vi sia speranza, che vinta dai tormenti ella confessi il delitto, e così salvi l'anima; mentre se non la si pone alla tortura, ci è da temere che muoia senza confessione, e per conseguenza si danni»--ALBOIZE e MAQUET, _Le prigioni più celebri della Europa, tom. VII, pag. 61_.

[7] Vicerè di Napoli nel mese di giugno del 1599 andò il Conte di Lemos, e tenne lo ufficio fino alla sua morte, successa nel 19 ottobre 1621; lui morto surrogò il figlio don Francesco di Castro, e questo il Conte di Benavente; a Benavente fu sostituito don Pietro Fernandez di Castro conte di Lemos, e dopo lui venne don Pietro Girone duca di Ossuna. BALDACCHINI, _Vita di Tommaso Campanella_, p. 90.--Tuttavolta io trovo un Duca di Ossuna vicerè di Napoli nei tempi antecedenti al primo Conte di Lemos: questa carica durava tre anni; onde io ho ritenuto che fosse quel desso, che vi ritornò nel 1618. Ad ogni modo se avessi commesso anacronismo, mi verrà, io spero, di leggieri perdonato in grazia di aver fatto conoscere il cervello balzano di cotesto duca, il quale nella sua vita sperimentò gli estremi così della prospera come dell'avversa fortuna.

[8] Questo fatto ho letto narrato nella _Storia di Venezia_ del DARU, che riporta eziandio le affettuose, e forti suppliche di questa egregia moglie in pro del marito, caduto in disgrazia della Corte di Spagna.

[9] Terribile insegnamento ai Principi, se lo volessero intendere, darebbero le avvertenza contenute nel testamento di Filippo II re di Spagna. Di loro, sia che vuolsi: al Popolo, cui è familiare cotesto personaggio per la terribile tragedia dell'Alfieri, non fia discaro conoscere come finisse quel pugno di polvere coronata, che per la potenza e per la voglia di operare il male fino dai suoi tempi venne salutato col nome di _demonio meridiano_. Nè vi ha pericolo che verun Gesuita la riprenda per lui, sostenendo esagerato il racconto, dacchè egli è desso che scrivendo ammonisce il figliuolo, il quale ben fu più imbecille, non già meno tristo di lui: «Una infinità di esperienze, travagli, fatiche, disegni, e pretensioni (la più parte inutili) mi hanno fatto conoscere (ma troppo tardi pel mio bene, e per quello dei miei popoli, e vicini) le cose necessarie al buon governo dei popoli.... di cui un giorno bisognerà rendere conto al Re dei re, davanti al quale _sutterfugi_, e _cavilli non valgono_, conoscendo le inclinazioni, i disegni, e i pensieri segreti degli uomini... tanti dolori, ed accidenti strani da tanti mesi mi assalgono, che sono diventato un _supplizio a me stesso;_ onde io prego Dio, che dalla terra mi chiami al cielo usandomi quella misericordia _che io ed i miei non usammo a tanti popoli_, che ce ne richiedevano...» E venendo più particolarmente allo scopo di questa nota, odasi come cotesto sciagurato re continui: «Dopo avere aspirato a farmi imperatore del Nuovo Mondo, a conquistare Italia, domare i Paesi Bassi, farmi eleggere Re d'Irlanda, vincere Inghilterra con la più grande armata che mai siasi veduta, alla formazione della quale consacrai dieci anni di tempo, ed oltre a venti milioni di ducati, e Francia con le corruttele, mi trovo ad avere consumato trentadue anni di vita, più di seicento milioni di ducati in ispese straordinarie; cagionato la morte di venti milioni di uomini, spopolato provincie più vaste di quelle ch'io possiedo in Europa... di tutti i disegni, rovine, e fatiche appena ho acquistato il piccolo regno del Portogallo. Irlanda mi sfuggì per la indole salvatica dei suoi abitanti, le spiagge ardue, la dimora trista; Inghilterra, per fortuna di mare; Francia, per leggerezza francese; Lamagna, per astio dei miei parenti... Il tutto per volontà di Dio!!...»

Filippo II moriva divorato dai pidocchi. Possano i tiranni, e i tormentatori dei Popoli non fare mai miglior fine della sua: e possano i loro disegni non riuscire mai ad esito meno tristi di quelli di costui!--Questo documento si trova nelle memorie del duca di Sully ministro di Enrico IV, e viene riportato dal signore ARTAUD DE MOUTOR nella sua _Storia dei Papi_. Quantunque questa nota sia già lunga, tornerà, io penso, oltre modo piacevole ai lettori sapere come questo Re, cattolicissimo e colonna principale della Chiesa, sentisse degli Ecclesiastici:

«Aiutatevi nei vostri bisogni con l'entrate dei beni ecclesiastici; conciossiachè le troppe dovizie precipitino i Preti nelle delicature e nei piaceri, donde poi nascono l'empietà.

«Diminuite ecclesiastici, cortigiani, magistrati, e finanzieri perchè questa gente _divora_ il grasso dei vostri dominii, e non porta frutto che valga... moltiplicate mercanti, artigiani, agricoltori, pastori, e soldati: i primi spendono poco, ed arricchiscono le provincie; i secondi le difendono.

«Abbiate quanti più potete voti in Conclave; pagate bene cardinali, elettori, e vescovi di Allemagna col mezzo dei vostri ministri, senza far passare i danari per le mani degl'Imperatori.

«Ricevete in grazia, a qualunque patto i ribelli dei Paesi Bassi, purchè vi abbiano per principe: ad ogni modo fate pace con loro».

Quali i suoi intendimenti politici sopra le altre parti di Europa si ricava dai seguenti ricordi:

«D'Italia e di Lamagna non vi date fastidio: questi paesi sono posseduti da troppi, e troppo diversi principi, i quali aborrendo deferire a cui fra loro è più degno, e governandosi con umori diversi, riesce difficile che si accordino.

«Dividete la Francia dalla Inghilterra».

[10] Sisto V inviò il cardinale Aldobrandino, poi Clemente VIII, in Polonia per la pace, e per rivendicare Massimiliano in libertà; le quali cose tutte gli vennero prosperamente condotte a fine. In cotesto viaggio egli tolse seco, e si valse della opera di Cinzio Passeri nipote ex sorore, che poi creò Cardinale nepote col titolo di San Giorgio. Sisto, per simili geste riputando assai lo Aldobrandino, frequenti volte esclamava «avere trovato alla fine un uomo secondo il suo cuore». LETI, _Opera cit. parte II. l. 3_.

[11] «Imputar le si puote un error solo: Mangiarmi dall'armario un raveggiolo». COTTA, _Canzone in morte della Gatta_.

[12] Questa mania di giudicare, e fare con le proprie mani giustizia, e non già sopra le bestie, bensì sopra gli uomini, fu per un tempo esercitata da Giovanni Tina ciabattino, di cui lessi la narrazione minuta nella Raccolta di Novelle antiche e moderne fatta per opera di _Robustiano Gironi_.

CAPITOLO XXII.

LA TORTURA.

_Barbarigo_ «Egli non versò una lacrima.

_Loredano_ «Due volte gridò.

_Barbarigo_ «Un santo lo avrebbe fatto anche con la corona celeste davanti gli occhi, se fosse stato sottomesso a così barbara tortura; ma egli non chiese misericordia... quei gridi non avevano nulla di supplichevole; glieli svelse il dolore, e non furono seguitati da veruna preghiera». BYRON, _I Due Foscari_.

Beatrice amava il sole di autunno, i raggi del crepuscolo, e le ombre lunghe dalla parte di occidente. Spesso, in compagnia della cognata donna Luisa, che aveva appreso ad amare come sorella, e reverire qual madre, si piaceva aggirarsi per le strade di Roma seguita dall'uomo nero[1] e da due o più staffieri, giusta il costume delle patrizie romane. Certo giorno, andando esse, secondo il consueto, a diporto, riuscirono alla piazza Farnese: quinci proseguendo per la strada della Corte Savella giunsero nella via Giulia: a metà di questa gli occhi di Beatrice si fermarono sopra una fabbrica di apparenza lugubre; nera, vastissima, senza finestre od altre aperture tranne la porta, bassa per modo, che non fosse dato ad uomo passarla se molto non si chinasse con la persona[2].

Sopra lo stipite della porta un Cristo condotto in marmo di mezza figura apriva le braccia in atto di favellare all'ospite dolente, trasportato là dentro, queste parole: «Quando l'angoscia del patire ti vincerà, se sei innocente pensa a quello che, innocentissimo, io soffersi; se colpevole, considera che in qualunque momento tu mi volga il cuore pentito io tengo le braccia aperte per istringerti al seno».

Contristava il cielo un vapore umido dello scilocco, e l'aere denso uscendo dal Tevere investiva la fabbrica tutta; sicchè dalle buche, lasciate nelle pareti per inserirvi al bisogno le travature dei ponti, filtrava lo stillicidio in forma di aguglie. Beatrice stette a considerare cotesto lugubre edifizio; e saputo essere quello la prigione della Corte Savella, lieve percosse sul braccio alla cognata, e favellò:

--Non ti pare, che pianga?

--Chi?

--Cotesta carcere.

--Certo molte hanno da essere le lacrime che si piangono là dentro; e se si fossero fatta strada a sgorgare traverso i muri, io non me ne maraviglierei.

--E quelle erbe vetriole, che spingendosi per le commettiture delle pietre hanno trovato modo di sbucare fuori, non paiono le preghiere dei carcerati, che escono a stento da coteste mura?...

--Pur troppo paiono! E come coteste erbe rimangono attaccate alle pareti del carcere per esservi sbattute dal vento, o riarse dal sole, le preghiere si volgono invano al passeggero perchè ricordi chi geme là dentro, e ne senta pietà.

--Luisa! E quelle tasche, che attaccate a spaghi pendenti di sopra, ai muri scendono giù fin presso a terra, che cosa ci stanno a fare?

In questa ecco passare lì presso un plebeo romano dalla lingua mordace, e dagli atti petulanti, il quale avendo inteso la domanda della giovane, quasi invitato dalla onesta bellezza delle gentildonne, rispose:

--E' sono archetti tesi dai carcerati alla carità di passo; ma al tempo, che corre, la carità non si lascia chiappare più a volo, nè a fermo...

Ed un altro plebeo, sopraggiungendo, disse:

--Non è come la conti. Coteste tasche, eternamente vuote, stanno lì per dare immagine delle mammelle della carità dei Preti, con le quali allattano il povero popolo.

Le gentildonne rimasero contegnose a quei motti; e poichè si furono assicurate che nessuno le scorgeva, quanta moneta si trovavano addosso distribuita prima per coteste tasche, partirono.

