# Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

## Part 33

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/beatrice-cenci-storia-del-secolo-xvi-17837/index.md

--Don Olimpio! Ti ha ammazzato don Marzio, eh? per paura che tu scuoprissi alla giustizia quella matassa dei Cènci, eh?--

E lo covava con tutta la persona avidamente curioso.--A vedere quel tristo ceffo e maligno a cotesta ora, al raggio obliquo della lampada sopra il moribondo, lo avresti detto il diavolo che stesse al varco per acciuffargli l'anima, e portarsela seco nello inferno.

Olimpio apre a fatica gli occhi gravi per morte, e, vista la faccia del biscazziere, gli richiude gemendo. Il biscazziere instava:

--Vendetta! Vendetta!--Se vuoi vendicarti, e lo vorrai certo, di don Marzio, svela a me ogni cosa, che io sono sviscerato del bargello; e prima che la tua anima sia arrivata (-qui si trattenne alcun poco, perchè gli veniva aggiunto naturalmente--allo inferno;--e sostituire paradiso non gli pareva che andasse a dovere: per la qual cosa si tolse d'imbarazzo con un mezzo termine, a modo dei diplomatici--)sia arrivata di là, ti sentirai l'anima di Marzio dietro le spalle.

Olimpio non vedeva più, ma sentiva ancora; sicchè acquistando un cotal poco di senso comune, nel punto in cui stava per separarsene eternamente conobbe il mal fatto, e si persuase della ragione di Marzio: mosse le labbra, e mormorò alcune sommesse parole.--Il biscazziere in ginocchioni, curvo, con ambe le mani appuntellate sopra il selciato della via, accosta avidamente l'orecchio alla bocca del moribondo per sentire i suoi detti. Invero egli potè ascoltarli, e furono questi:

--Brutto... Giuda... Scariotte.

Intanto il biscazziere, per la gran voglia di udire, aveva insinuato la estremità dell'orecchio fra i denti di Olimpio, che stringendoli senza sforzo potè mordergliela. Olimpio spirò, il biscazziere gridò; ed entrambi rimasero in atto, quegli di confidare, questi di accogliere un segreto. Recuperato ch'ebbe il suo orecchio dai denti del morto, il biscazziere prese a stropicciarselo piano piano per mitigarne il dolore; poi saltellò velocissimo, in guisa che parve radere la terra, in certo vicolo oscuro posto nel bel mezzo della città; e quivi senza adoperare cautela alcuna, poichè la notte, diventata profonda, non permetteva che lo potesse vedere persona, battè in modo particolare alla porta segreta praticata nella parte postica di un palazzo. La porta si aperse, e si richiuse guardinga, e quieta come la bocca della volpe che divora una gallina.

Alla dimane, prima che l'alba spuntasse, Marzio fu al molo; e non trovando per quel momento altro legno in procinto di prendere il largo, tranne una tartana la quale faceva vela pur Trapani, presto si aggiustò pel nolo col padrone; e già saliva la scala per mettersi in barca, e già era salvo, quando il mantello rosso gli cadde in mare. Bisognò che i marinari calassero il raffio per riperscarlo: non venendo loro fatto di agganciarlo subito, si riprovarono anche una volta e due. Mentre così perdono fatalmente tempo, ecco apparire alla lontana uno stormo di corvi, e piegare difilati contro la barca. Marzio con la sua vista acutissima aveva di già sbirciato il biscazziere; e questi, non meno sparvierato di lui, aveva scoperto il mantello rosso, e chi lo portava.--Marzio si affaccendò a gridare che lasciassero andare il malaugurato tabarro, e salpassero senza indugio; ma ormai era troppo tardi.

--Ferma la barca per ordine del Vicerè.--

La barca rimase come impietrita, e gli sbirri arrampicandosi giunsero in tempo ad afferrare Marzio per le falde giusto in quel punto, che stava per precipitarsi dentro al mare.

--Dio non vuole!--esclamò Marzio, e si lasciò legare senza contrasto. Per non fare accorrere gente, e non muovere rumore a cotesta ora matutina, gli sbirri, seguendo l'antico costume di operare le cose loro a chetichella, gli gettarono addosso il tabarro rosso dopo averne strizzato l'acqua, cuoprendogli così le braccia ammanettate. Due sbirri, uno di qua l'altro di là, lo accompagnavano in sembianza di servitori: gli altri seguivano alla lontana.

Il bargello, rimasto addietro sul molo, gridò:

--Oe della tartana!--Potete andare a buon viaggio.

--Eccellenza! gli sparvieri tornano con la cacciagione.

Così annunziava un servo, che al sembiante e agli atti partecipava dello sbirro, e del chierico. Queste parole, sussurrate traverso al foro della serratura dentro una alcova, ebbero virtù di sollevare un carcame di ossa e di cartilagini di sotto alle coperte; e di qua e di là dai lati del letto furono viste sbucare due persone, le quali, voltatesi le schiene appoggiate alle sponde si affrettavano a mettersi le calze, e cuoprirsi con qualche vesta le membra.

Da parte sinistra era un uomo lungo, magro, ossuto così, che quando ebbe tirate su le calze, le gambe vi sguazzavano dentro come flauti: aveva il volto giallo come olio da lumi, bucherellerato in guisa, che sembrava composto di cacio parmigiano; intorno agli occhi ricorreva un cerchio turchino, e gli occhi in mezzo lustri, ma privi d'intelligenza, e fissi come quelli del falco. Negli sforzi fatti tirando le labbra verso le orecchie, egli scoprì una immane rastrelliera di zanne donde sporgevano maiuscoli i due denti canini, i quali comprimevano il labbro inferiore anche a bocca chiusa. Aveva in testa un berretto bianco di tela, trinato, e legato con nastro di seta colore di fuoco: intorno al corpo gittò una zimarra di panno bianco soppannata di colore di rosa.

Dalla parte destra era una donna... donna? Sì, donna: i suoi capelli bianchi e neri le stavano arricciati, irti sul capo, come se tutta notte avessero litigato fra loro. Io non ho tempo, e manco voglia, di dipingere tutti i personaggi di questo racconto: molto più che se tu volessi, mio diletto lettore, formati idea precisa di questa creatura, non avresti a far altro che rammentarti il bassorilievo della morte del Conte Ugolino, attribuito a Michelangiolo. Al sommo del quadro apparisce la figura della Fame; torna a guardarla, e fa' il tuo conto che la mia donna ne avesse somministrato il modello allo scultore. Mentre l'uomo si vestiva in fretta così favellava:

--Carmina, cuore mio, questo negozio io spero che mi rimetterà in grazia del Vicerè. Anni sono, pei delitti che succedevano su i confini dalla parte della Chiesa egli voleva che bevessimo grosso; e se i misfatti non riguardavano proprio gli Spagnuoli, non ne avevamo nemmeno a parlare.--Chi sa? forse voleva ammonticchiarvi immondezze, per dare faccende alla granata di Sisto V: ora, ad un tratto, pretende che dobbiamo avere più occhi di Argo,--di quello Argo, sai, messo da Giove a guardare la vacca Io,--e più mani di Briareo; ma sono curiosi costoro! Quando dicono voglio, pensano avere fatto tutto. I fili della giustizia vanno tenuti sempre in esercizio; se tu li lasci troppo tempo inoperosi, quando li vuoi adoperare o si strappano perchè fradici, o irrigiditi non molleggiano.

--Gioia mia, bisogna ad ogni costo tornare in grazia del Vicerè; molto più che ho penetrato come quel tristo del vostro Collaterale s'ingegni supplantarvi con ogni maniera d'industria. L'ultima volta che il Vicerè venne alla vicaria, per maladetta sorte voi eravate uscito, e il Collaterale lo ufficiò fino all'ultimo scalino del palazzo; e quando e' fu per salire in carrozza gli si curvò davanti, come se volesse dirgli con tutta la persona: Serenissimo, mi dia la felicità di mettermi i piedi sul collo piuttostochè sul montatoio».--Cuor mio, se voi foste stato presente questo onore sarebbe toccato a voi, e avreste imparato ad abbassarvi quanto si deve, perchè in questo voi non siete perito tanto che basti.

--E disse proprio al Vicerè le parole, che mi avete riportato adesso, viscere mie?

--Gli disse! Così mi parve, dalla lontana, che gli dicesse,

--Ah! beato lui...

--E la vegnente domenica, quando incontrai alla messa quella brutta vecchia della sua moglie, mi passò da canto senza salutarmi,--e vidi che mi rideva per ischerno. Dunque, cuor mio, non risparmiate partito alcuno di rientrare in grazia al Vicerè: vuol gente prigione, e voi dategliela su la forca; la desidera impiccata, e voi fategliela trovare in cinque quarti.

--Che diavolo dite, dolcezza mia? I quarti non possono essere che quattro,--perchè avete a sapere, Carmina, che il boia... ma questo sarà per desinare... adesso bisogna che io mi affretti, che il bargello attende.--In quello poi che avete avvertito ci è del vero... ci è del vero, perchè se non fossero, a fine di conto, gente di male affare, non capiterebbero in mano alla giustizia.

--E quando anche, esempli grazia, non fossero gente di male affare, quando il Padrone vuole che tu strozzi, e tu strozza. Vicario mio la obbedienza è santa.

--Sicuro! Credono, i gaglioffi, che la Giustizia pesi a bilancia: è un errore: ella pesa a stadera, ed ha due romani come aveva due staia Burraschino il biadaiolo, che andò in galera per misure false.--Carmina, colomba mia, fa' di portarmi subito il cioccolatte e i biscotti, perchè tu intendi che stamani mi tocca a fare petto di bronzo; ed io ho provato, che se sto digiuno mi casca il cuore.

--Anima mia, andate al banco che vi accomodo in un baleno...

Il Vicario andò nella stanza dell'uffizio; si adagiò gravemente nel seggiolone, di cui la spalliera gli sopravanzava la testa un palmo avvantaggiato, e subito diè di piglio al campanello. Quasi nel punto stesso, da diversi lati si apersero due porte; da una entrò la moglie Carmina con la cioccolata e i biscotti; dall'altra il Bargello con Marzio ammanettato, e coperto col mantello rosso.

Carmina di dietro alla spalliera del seggiolone sbirciò Marzio, e le parve, come veramente era, bellissimo uomo, comecchè pallido, e scarno oltre il dovere. Però nel cuore suo di donna il capitale della compassione crebbe venticinque centesimi per cento, mentre in quello dell'uomo astioso per la medesima causa calò un franco intero.--Il male è più sensitivo del bene.

--Capitano!--chiamò il Vicario, e il Bargello gli si accostò con certa ossequiosa dimestichezza.--Capitano!--gli domandò il Vicario sommesso nell'orecchio--avete badato ad ammanettarlo con sicurezza?

Il Bargello spinse in avanti la mascella inferiore; e alzato il labbro di sotto, parve, mercè cotesto atto, che volesse dire:

--Ce ne fosse!

--E non vi è pericolo che quel ribaldo, con uno strettone?...--E il bargello ripetè il segno.

--Posso dunque vivere tranquillo?--continuava il Vicario.

--Nèh!--rispose il Bargello scuotendo forte la lesta--l'ho legato io...

Allora il Vicario, addentata del biscotto la parte intrisa di cioccolata e rimettendo l'altra nella tazza, mentre masticava da due parti incominciò a dire:

--Dunque siete voi quel malfattore empio e scellerato, che dopo aver fatto correre sangue il Tevere e gli altri fiumi degli stati di Santa Madre Chiesa, non ha rifuggito di perpetrare omicidii atrocissimi nei paesi felicissimi di Sua Maestà Cattolica il re Filippo nostro signore,... e segnatamente l'ultimo nella decorsa notte, io non so se più bestiale o sacrilego, davanti la immagine benedetta della Santissima Vergine?--Qui, dato un altro morso al biscotto prosegue--Santissima Vergine. Noi altri faremo vedere ai vostri tribunali di Roma, che meglio vale incominciare tardi e durare un pezzo, che incominciare presto e presto smettere. Se Papa Sisto in quattro ore prima di andare a mensa fece prendere, processare, e impiccare un dabben giovane spagnuolo, costumato e cristiano, che dallo avergli ammazzato in chiesa quel suo lanzo in fuori si poteva dire propriamente uno agnellino di latte[2]; noi altri, dico, mostreremo che queste, e più mirifiche cose sappiamo mandare a compimento nella metà manco di tempo.--E intanto alternava morsi, e parole; sicchè vedendo che terminato il cioccolatte era rimasto quasi intero un biscotto, rivolse di repente il suo discorso al biscotto, favellando così: «biscotto! biscotto! credi che non abbia più cioccolatte per inzupparti?--Carmina, speranza mia, gratificami col propinarmi un'altra tazza di cioccolatte!»

Carmina via come il vento, e, curiosa di non perdere sillaba dello interrogatorio, come se n'era andata ritornò veloce portando la cioccolata.

Il Vicario, guardando Marzio, prosegue:

--Se in corte di Roma passò di usanza la salsa di forche e di mannaie, che Pasquino apparecchiò per Papa Sisto, ora questa voglia è incominciata a venire a noi. Già, si sa, le cose buone fanno il giro del mondo...[3]

Adesso, mangiati tutti i biscotti, conobbe essergli rimasta alcun poco di cioccolata nella chicchera; onde apostrofando la cioccolata, esclamò: «cioccolatte! cioccolatte! credi forse che mi manchi biscotto per inzupparti intero?» Carmina, fede mia, va, e portami un altro biscotto per terminare questo insolente cioccolatte.

Carmina adesso prorompe fuori del suo riparo dietro la spalliera del seggiolone, e, mettendosi entrambe le mani su i fianchi, rispose:

--Ma vicario, cuor mio, s'intende acqua, ma non tempesta! Continuando di questo passo sarà mestieri portarvi la pasta reale a manovella, e il cioccolatte dentro al bugliolo; e poi abbiatevi riguardo alla salute, chè il cioccolatte, quando è troppo, guasta lo stomaco, e genera malinconia: basta per oggi, cuore del cuore mio dolce. Non sapete che lo imperatore Carlo V per lo abuso, che ne fece, diventò matto?[4]--s'intende acqua, ma non tempesta! Da un pezzo in qua, gioia mia, voi mi parete diventato uno struzzo...

--E voi, sapete che cosa mi parete diventata da un pezzo a questa parte? Una... una... là... una cicogna.

Inesplicabile cosa è pure questo nostro cuore! Marzio fino a quel punto, non badando ai discorsi del vicario, stava immerso nel pensiero di darsi la morte. Ora venendo ad un tratto a posare l'occhio consapevole sopra cotesti grotteschi sembianti, udendo il garrito della femmina, e la cagione del garrire, così forte si sentì preso dalla convulsione del riso, che proruppe in altissimo scroscio. Il Bargello, di cui le labbra stavano ordinariamente chiuse come le sue manette, non potè nemmeno egli trattenersi da ridere; ma frenato dalla paura si nascose dietro Marzio, e, mettendosi un pezzo di falda fra i denti, ebbe la buona sorte di non essere udito nè visto dal vicario. Se il Vicario venisse in furore non importa che io dica: tenne cotesto riso irriverente alla sua autorità, ingiurioso alla sua figura, alle sue parole offensivo, un crimenlese universale: insomma un delitto _connesso, complesso, e per di più continuato_[5]. Lasciata da parie la tazza della cioccolata (chè, degl'istinti dello animale di rapina, spenta la voracità prevaleva in lui la smania d'insanguinare gli artigli) con la bocca tutta ingrommata gridò:

--Ah! cane traditore, marrano! Tu ridi, eh? tu ardisci ridere davanti la veneranda maestà del Vicario della gran Corte criminale di Napoli? Or ora, aspetta, che ti farò ridere di miglior cuore, e con motivo più giusto: poichè ti vedo disposto al giuoco... sta lieto... io ti farò ballare co' borzacchini ai piedi e acconciature in capo, che sono una festa. Capitano Gaetanino, su, da bello, traducetemi questo furfantissimo nella stanza delle prove, e apparecchiate tutti gli arnesi _quoad torturam preparatoriam usque ad mortem_, col gran trespolo, la capra, i tassilli, le cordicelle, insomma ogni cosa, e per benino.

Senza compassione,--imperciocchè nel deserto dell'anima del bargello cotesto pozzo non venisse mai scavato,--o se scavato una volta, da tanto tempo lo aveva riempito, che qualunque traccia gli era ormai scomparsa perfino dalla memoria--senza compassione dunque, ma con tristezza, egli calcolò con quanti strappi angosciosi, con quanto stritolio di ossa avrebbe dovuto quel misero scontare il riso, forse ultimo, che gli era comparso sopra le labbra. Appena il Bargello e Marzio uscirono dalla stanza, il Vicario, vano quanto iniquo, si provava a scaricare la umiliazione sopra la moglie. A simile intento, con aria di rimprovero incominciò favellando alla donna:

--Carmina io ve l'ho detto le mille volte, che a voi non conviene entrare colà dove non vi spetta. Ora, vedete che cosa n'è avvenuto? Cotesto ribaldo, viscere mie, vi ha preso a scherno, mancandovi sconciamente di rispetto.

--Di me?--rispose la donna con profondissima convinzione.--In verità io credo che sbagliate, e ch'egli abbia riso di voi, cuore mio dolce.

--Di me?--Come di me? Egli ci avrebbe pensato due volte... e si alzò, appoggiandosi ai bracciuoli del seggiolone, mordendosi le labbra.

--Mi pare ch'ei non ci abbia pensato nè manco una, gioia mia: in quanto a me, la Dio grazia, non sono ancora tale;--e così favellando si volse ad uno specchio contornato di larga cornice di ebano appesa in cotesta stanza. Il vetro era verde, come per ordinario a quei tempi si fabbricava nelle officine di Murano a Venezia, e l'umido della muraglia, squagliato il mercurio, ne aveva fatta rifiorire tutta la foglia. La natura veramente con madonna Carmina si era comportata peggio che da matrigna: aggiungete gli anni, parecchie infermità, che non importa dire quali, e il matutino disordine; e, come se tutto questo non fosse anche troppo, il vetro traditore verde, e rifiorito, si mise a parteggiare pel vicario. Ella vi si contemplò dentro, e conobbe in coscienza di non poter sostenere il constrasto. Caso unico, io credo, così nelle antiche come nelle moderne storie: conciossiachè nelle femmine la vanità sopravviva alla bellezza come il fosforo dura a brillare nella notte anche dopo la morte della lucciola. Il Vicario uscì trionfante, però evitava la prova dello specchio: se vi si fosse sottoposto si sarebbe per avventura convinto, che Marzio aveva riso di ambedue.

Seduto davanti ad una lunga tavola, avendo dall'uno e dall'altro lato due notari, e alla sua presenza schierati tutti gli arnesi della tortura, lo egregio vicario ostentava la fierezza di Scipione Affricano, che monta al Campidoglio in mezzo alle insegne dei popoli debellati. Pende dai suoi cenni il boia, ed ai cenni del boia stanno attenti due valletti... così è: l'apice della gloria umana si tocca, e presto; per la infamia non vi ha scandaglio che basti. Inferno senza fondo è questo nostro civile consorzio: anche il carnefice ha i suoi subalterni.

Marzio stava costà come trasognato. Il Vicario gli lanciò addosso uno sguardo di sfida, quasi volesse dirgli: «or ora vedremo se riderai».

Un notaro intanto veniva interrogando il bandito sopra le sue qualità, e circostanze del misfatto, che gli avevano apposto. Cessate le domande, il Vicario le lesse; e fattone come un sunto per sovvenire alla sua memoria, volgendosi con mal piglio allo sciagurato favellò:

--A noi, mio bel gentiluomo. Marzio Sposito, io vi contesto che siete accasato e dalle carte processali largamente convinto: In primo luogo, che, in compagnia del vostro complice Olimpio Geraco, avete ammazzato barbaramente e con premeditazione l'illustrissimo conte don Francesco dei Cènci, gentiluomo romano, nella Rocca Petrella, situata nei confini del regno. In secondo luogo, che il mandato a uccidere voi l'aveste da _tutti, o da taluno_ della famiglia di esso Conte Cènci. In terzo luogo, che in prezzo dell'omicidio vi vennero pagati zecchini duemila; dei quali mille per voi, e mille al predetto Olimpio. In quarto luogo, che voi vi rendeste debitore di furto rubando allo ammazzato Conte Cènci un mantello di scarlatto trinato di oro, statovi reperito addosso al momento dello arresto. In quinto luogo, che in questa decorsa notte avete ucciso proditoriamente il vostro complice Olimpio Geraco con istrumento tagliente e perforante, ammenandogli quattro colpi che hanno cagionato la morte pressochè istantanea del prefato Geraco. Sopra questi cinque punti, che vi ho letto a chiara voce, e che a vostra richiesta potranno esservi letti da capo, siete esortato a dire la verità confessandoli, previo vostro giuramento; e ciò non perchè la giustizia abbisogni punto di altri riscontri, ma per bene ed utile vostro così in questa vita come nell'altra, e per adempire al voto della legge che desidera simili ammonizioni, quantunque superflue. Lo eccellentissimo signor Notaio vi deferirà il giuramento.

Il notaio, seduto dal manco lato, prese un Cristo con tale garbo, che parve essere uno di quelli che si trovarono a crocifiggerlo, non già degli altri che lo calarono di croce, e gli suggerì la formula con queste parole:

--Dite: Io giuro sopra questa immagine rilevata di Gesù crocifisso...

--Io non giuro...

--Come non giurate, se giurano tutti?

--E tutti mentiscono. Vi pare ella cosa naturale, che un uomo spontaneo giuri il suo danno e la sua morte?...

--Ma avreste evitato lo esperimento,--osservò il Notaro.

--E che importa a voi s'egli intende provarlo?--interruppe il Vicario con viso acerbo.--Egli è nel suo diritto, e nessuno può toglierglielo. Sposito, voi volete esercitare lo _jus_ che vi viene dalla legge, ed io vi lodo. Mastro Giacinto, tocca a voi...

Col garbo stesso col quale lo artefice industre si accinge a metter mano ad un sottile lavorìo, maestro Giacinto, ch'era il boia, secondato a maraviglia dai suoi valletti, spogliava in un attimo, legava, e traeva in alto per le braccia il meschino;

Marzio sofferse gli atroci spasimi senza mandare neanche un sospiro: solo quando adagio adagio lo calarono sul pavimento, il suo demonio gli sussurrò dentro gli orecchi: «a che stai?» E la memoria gli schierò, come traverso uno specchio, davanti lo spirito tutte le vicende della sua vita. Tradito dagli amici, perseguitato dagli uomini nelle più care affezioni, queste gli si erano convertite in flagelli dell'anima; le sue furie portavano faccia di amore. L'amore filiale lo fece bandito; lo amore di amante, perfido e dissimilatore; lo amore per Beatrice, omicida.--Di quale natura era questo ultimo amore? Egli non lo aveva saputo chiarire a se stesso, avvegnachè gli riuscisse sovente incominciare a volgere il pensiero ad Annetta e terminarlo a Beatrice, o viceversa: così errava l'anima sua dallo amore disperato allo amore impossibile, e dallo impossibile al disperato. La sua vita, in perpetua compagnia dell'aspra cura, aveva fatto come il ferro premuto su la ruota quando gira; si era consumata mandando faville. Non si sentiva più voglia di nulla. Diventa pure sazievole questo cammino mortale quando non sai dove, o perchè indrizzare le piante! Spesso, nel golfo di Napoli, steso per terra con le spalle appoggiate ad uno scoglio, stava per ore e ore a contemplare la pianura dei mari pien di svogliatezza, essendo che la cura corrosiva fosse più intensa per tenerlo assorto in se, che non leggiadro il golfo per sollevarlo con gioconde sensazioni. Gli si spossarono le membra; madide di sudore si sentiva sempre le mani e la fronte: una irritazione irresistibile ai bronchi lo constringeva a prorompere di frequente in nodi di tosse. Certo giorno, allo improvviso, gli si empì la bocca di umore viscoso, che sapeva di piombo;--attese allo spurgo... era sangue. Tremò da capo a piedi; corse allo specchio, e si guardò... Dio! che orrore! Quale mai rovina di se stesso! Il sangue gli si era fermato in breve spazio sul sommo delle gote, quasi raggio di sole che tramonta sopra la estrema vetta dei colli;--ultimo addio del giorno che muore. Molte volte, col filo di rasoio alla gola, o col focile della pistola alzato alla tempia, stette per troncare una vita di miseria e di colpa; ma si trattenne sempre, adombrando a se stesso la esitanza col desiderio di vedere prima Beatrice contenta: in verità poi cotesta esitanza nasceva dallo istinto animale di vita, aumentato in ragione della debolezza. Di Marzio era morta gran parte; molta vita e molto coraggio gli fuggirono dai pori del corpo col frequente trasudare. Cotesta prova, sebbene sostenuta con costanza, pure lo aveva abbattuto così, che desiderò come sommo bene la morte, e sollecita. Però, appena deposto a sedere, il Vicario ordinava:

--Tra un quarto di ora, mastro Giacinto, replicherai _cum squasso_: se frattanto volesse bere, dategli acqua e aceto; e sì dicendo faceva atto come di andarsene.

