Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 30
Lasciata la caverna entrarono in una seconda molto più spaziosa della prima, e quivi, in mezzo alle masserizie rubategli sparse a rinfuso per terra, vide, al chiarore incerto di lumi ottenebrati da densa caligine, forse quindici o venti banditi addormentati quale steso sul pavimento, quale appoggiato alle tavole. Quantunque egli usasse infinito studio a camminare reggendosi sul braccio di Beatrice, pure, andando com'ebbro per la debolezza e il dolore, investì dentro una tavola, e rovesciò un vaso di terra, che cadendo si ruppe strepitosamente. Gelò di terrore, che taluno si muovesse; ma girando gli occhi intorno vide Olimpio e l'odiato garzone oppressi dal sonno, e vide eziandio la fiasca dello keres col collo rivolto in giù sopra la tavola.
--Ah! bevvero il mio vino medicato. Tardi si sveglieranno... qualcheduno mai più;--e lasciava il braccio di Beatrice.
--Dove andate, signor Padre?
--Lascia che ne ammazzi a conto almeno un paio:--e sì dicendo traboccava giù in terra, se le mani pronte di Beatrice nol soccorrevano.
--Badiamo a salvarci, per amore di Dio... vedete, che male potete reggervi in piedi;... e ripresolo pel braccio lo traeva seco.
Continuarono il cammino, e chiunque avesse potuto contemplarli avrebbe creduto vedere la pittura di Raffaello nelle logge Vaticane, rappresentante la liberazione di San Pietro dal carcere per opera dell'Angiolo. I banditi dormivano atteggiati come i soldati; bella, e divinamente benefica incedeva Beatrice uguale all'Angiolo. La testa del Conte talvolta, lo abbiamo già avvertito, sembrava quella di un santo: però, considerati i suoi meriti, era giusto che non a quella di San Pietro, sibbene all'altra di San Giovanni decollato si rassomigliasse.
Percorsa la caverna salirono una viuzza scavata nel masso parallela alla porta, e dopo piccolo tragitto riuscirono all'apertura, nascosta con diligente accuratezza sotto una folta macchia di pruni.--Soffiava su que' poggi una brezza matutina mordente assai, in ispecie per coloro i quali, come Beatrice e il Conte, uscissero da luoghi caldi, e fossero leggieri di vesti: di più il Conte aveva la febbre addosso, e non pertanto, assorti entrambi nel pensiero della fuga, o non la sentivano, o non la badavano. Il sole non si era anche levato, ma l'alba serena concedeva allungare la vista intorno alle cose circostanti, e a Beatrice venne fatto di scuoprire immediatamente un cavallo, che legato a un albero pascolava poco oltre i primi cespugli del bosco.--Andò; lo sciolse: mancava di arnesi atti a cavalcare, e ciò nonostante gradito sempre a cagione del padre, che poco a piedi poteva aiutarsi. Il Conte lo riconobbe pel cavallo ch'egli aveva raccomandato a Marzio; e sebbene a stento, pure, aiutato dalla figlia, gli riuscì salirvi: voleva ancora recarsi in groppa la donzella; ma questa considerando la debolezza sua, la febbre che lo consumava, le dolenti ferite, e il difetto di sella e di staffe per potersi sostenere, fece conoscere al padre ch'ella così sarebbe stata impaccio, e pericolo alla fuga.
Ella era molto compassionevole vista quella di una fanciulla delicatissima, con ogni maniera di barbari trattamenti tormentata dal padre, immemore adesso delle ingiurie patite, presaga, eppure improvvida degli strazii futuri, accesa di amore filiale guidare il cavallo per quei greppi; e punto badando se i sassi di cui andava aspro il sentiero ammaccassero i suoi morbidi piedi, avvertire poi che in essi il cavallo non inciampasse, e le ferite del vecchio infermo per isquasso repentino non s'inacerbissero.--Di tratto in tratto ella fissava il suo nello sguardo del genitore; non mica per averne grazie, ma per vedere se gli si sciogliesse punto la durezza del cuore, che a se e ad altri aveva fatto passare tanti giorni pieni di affanno. Il Conte, chiuso nei suoi pensieri, teneva gli occhi appuntati fissamente alla testa del cavallo, torbido, e sussurrante accenti brevi, e feroci. Egli, che tanto aveva offeso nel mondo, senza profondissima ira non sapeva concepire come altri avesse ardito di offenderlo, e mulinava fra se disegni spaventevoli di vendetta... Ora, come il terrore di provocare il conte Francesco Cènci non gli aveva trattenuti da mettergli le mani addosso?--Ah! qual supplizio di cotesti miserabili avrebbe mai potuto placarlo?
Già si accostavano al luogo dove accadde l'aggressione, quando, con maraviglia pari allo spavento, videro una mano di banditi sempre appostata, anzi pure con gli archibugi tesi occupare il sentiero. Beatrice agitata da affannosa ansietà si ferma, il Conte si riscuote, e, vista la mala parata, torna sopra i vecchi sospetti interrogando:
--Mi hai tu condotto qui per vedere la mia morte? Non era meglio lasciarmi uccidere dentro la caverna?
Beatrice solleva gli occhi al cielo, e sospira; poi abbandonata la cavezza del cavallo, che teneva in mano leggiera e spedita, corre colà dove vede comparire i banditi: ma prima assai di arrivare sul luogo intendendo lo sguardo, si fu accorta dello inganno; onde voltasi al padre lo confortava con voce e con cenni a venire risolutamente avanti.
--Venite sicuro, chè non vi è pericolo alcuno.
Il Conte, affidato dallo aspetto e dalle parole di Beatrice, e dall'altra parte considerando come nulla giovasse la diffidenza però che fosse tolta alla fuga ogni via, spinse oltre il cavallo, ed egli pure si fu accorto ben presto come i banditi, a fine d'incutere spavento, e per comparire quattro volte più numerosi di quello che veramente fossero, avevano disposti pali lungo il ciglione della via, e fasciati di paglia e di stracci, dando loro sembiante di banditi messi alla posta. Percorso il sentiero incassato riuscirono allo aperto, e al sicuro; però che, quando anche i banditi fossero stati in facoltà di farlo, non avrebbero osato appressarsi a giorno alto di tanto alla Rocca Ribalda popolosa di ben mille persone, di cui la più parte gagliarda per le quotidiane fatiche, e armata tutta di archibugi e di scuri.--Qui il Conte con accento severo ordinò a Beatrice:
--Dimmi con quale argomento tu potesti giungere fino a me.
--Signor Padre, non sarebbe meglio affrettare il passo adesso, e differire la storia a quando, ristorato dei patiti disagi, voi foste in termine di porgermi più pacala attenzione?...
--Tu... appena io manifesto la mia volontà, sei usa a contrapporre subitamente la tua... e sì... e sì che a questa ora avresti dovuto capire, che io aborro gli oppositori.--Obbedisci.--Nelle mie mani la gente ha da essere come morta...
--Obbedirò--rispose Beatrice levando gli occhi al cielo, quasi volesse dire: Signore, dammi pazienza.--Marzio, mentre io era in carcere, mi raccontò la pietosa strage della fanciulla di Vittana...
--Che? Come? Cosa favelli?
--Quando mi teneste chiusa in prigione nel sotterraneo del palazzo di Roma, Marzio mi espose la morte di Annetta Riparella di Vittana...
--Avanti...
--E mi disse ancora lui esserle marito, voi avergliela ammazzata; epperò legarlo un giuramento, fatto sul corpo della defunta, di vendicarla nel vostro sangue. A questo fine essersi allogato in casa nostra; ma vista la vita infelicissima che voi ci condannate a condurre, l'odio suo contro noi essersi convertito in pietà, e non avere voluto commettere in casa l'omicidio di voi, secondo che aveva disegnato, per timore che noi ne fossimo incolpati, e ce ne venisse danno.
--E tu, sapendo questo, me lo hai taciuto?
--Signore! E come poteva dirvelo io?--In carcere, appena schiusa la porta mi gettavate lì acqua e pane, e volgevate crucciato le spalle...
--Ma se volevi, potevi...
--E quando? Sul partire, due volte io vi scongiurai ad ascoltarmi; voi mi cacciaste in carrozza, e, chiuso lo sportello, vi poneste la chiave in tasca. Alla Ferrata, lo rammentate, mi respingeste; per la via, ordinaste che non mi lasciassero trascorrere, e voi ve ne andaste lontano... come dunque aveva a fare io?
--Tu sempre ardisci avere ragione;--io ti dico che tu potevi avvisarmi:--chè se non partecipasti alla iniqua trama in cuore, almeno non desiderasti prevenirla. Continua...
--Marzio partì la notte, dopo avere posto in salvo Olimpio, che voi avevate condannato a morire di fame...
--Dunque vive costui?... Ah scellerati, come bene congiuraste a mio danno!... Continua...
--Al momento dello assalto procurai badare attentamente quello che accadeva, e malgrado la diligenza usata da Olimpio e da Marzio a mascherarsi...
--Marzio! Dunque nè anch'egli è morto?
--Io lo ravvisai tra i banditi; anzi guidatore dei banditi. Allora mi accorsi che non si trattava del vostro sequestro soltanto, ma della vita; e quindi il mio discorso, e le larghe promesse ai banditi perchè, tratti dalla cupidità a separarsi da Marzio, noi lasciassero andare. Riuscito il tentativo a vuoto, mi calai chetamente da cavallo e vi seguitai alla lontana, appiattandomi ora dietro a un tronco, ora dietro a un cespuglio: giunti che furono i banditi al taglio del dirupo di Tagliacozzo, ecco sparirmi di subito davanti agli occhi. Mi accosto studiando il passo, e trovo l'apertura, comunque coperta con diligenza di piante; scendo il corridore, che abbiamo percorso insieme, e ascolto uno schiamazzo confuso di bestemmie, e di scherni. Io non sapeva allontanarmi, e per altra parte non mi riusciva immaginare il modo di potervi sovvenire. In questa udii Marzio che ordinava a un bandito di prender gente, e avviarsi a Tagliacozzo; onde io mi ritirai di corsa, mettendomi di vedetta dentro una macchia. Uscirono parecchi masnadieri, e per molte ore rimasi appiattata; a notte fitta mi avventurai di nuovo nel sentiero che mena alla caverna; tesi l'orecchio, e non udii rumore alcuno; sporsi la faccia, e al chiarore moribondo delle lanterne vidi i banditi tutti addormentati; mi attentai entrare; palpitando muoveva in punta di piedi; scòrsi una porta, pensai che voi foste chiuso la dentro; levata la spranga apersi, e vi trovai svenuto sul pavimento. Dio ci ha dato visibilmente soccorso, e voi siete salvo.
--Sta bene, disse il Conte.--Intanto erano giunti alla ròcca. Don Francesco prima di porsi a giacere, premendo le angosce che lo travagliavano, chiamò alcuni dei suoi servi, e promise loro quattromila zecchini se gli avessero portato morti o vivi i banditi, che avrebbero potuto prendere a mano salva nella caverna di Tagliacozzo.
Dopo lungo sonno i masnadieri si svegliarono. Orazio fu il primo a dire:
--E' pare che abbiamo legato l'asino a buona caviglia: questo maledetto vino mi ha come impiombato il sangue nelle vene. Vediamo un po' che cosa si ha da fare del nostro prigione: a me sembra che quando avesse su l'anima anche il doppio dei peccati, ch'egli ha commesso, meriterebbe ormai assoluzione plenaria.
--Sì, rispose Marzio, egli è tempo che noi gli celebriamo la messa di _requiem_.
--Adagio ai ma' passi; prima del requiem bisogna cavargli di sotto qualche cosa, come sarebbe un ventimila ducati...
--Sicuramente, riprese Ghirigoro, lo strazio che ha sofferto basta; e non potremmo rinnuovarlo senza che ci restasse fra le mani.
--Davvero, continuò Orazio, io credo avergli sfondato lo stomaco col manico del pugnale, che mi ero adattato sul petto; ed anch'io mi sento indolenzito, perchè lo stringevo con rabbia, e con paura: ve' come sono concio da quella criniera di cavallo insanguinata; il sangue della vescica mi ha imbrodolato tutto, e mani, e seno, e braccia...
--Io ti so dire, riprese Olimpio, che senza le tue candele non saremmo venuti a capo di nulla; come mordeva il tristo vecchio! Per certo ha da avere il diavolo in corpo. Deh! Orazio, dì, o come hai fatto a comporre coteste tue infernali candele?
--E' sono segreti, che a me per impararli costarono spesa e fatica. Uno astrologo Armeno, in Venezia, per insegnarmi la ricetta volle che io gli contassi cinquanta ducati di oro...
--Non ti credevamo avaro, Orazio. Se pretendi essere rimborsato, ti renderemo i ducati; ma fra noi ogni cosa dovrebbe essere comune...
--Oh, io non l'ho detto mica per questo! Uditemi, dunque, e imparate. Cotesta chiamasi _mano di gloria_, e si compone così: taglisi primamente la mano sinistra allo impiccato, e avviluppatala dentro un pezzo di tela nuova ripongasi in un vaso di terra, e vi si lasci stare per quindici giorni coperta di balsamo di Arabia; poi ha da esporsi al sole leone tanto che si secchi. Le candele si fanno di grasso d'impiccato, di cera vergine, e di sesamo di Lapponia. Queste candele, messe fra le dita della mano di gloria, hanno la virtù di stupidire la gente a farla travedere con apparenze piene di terrore[3].
--E certo esse hanno istupidito anche noi, perchè io pure mi senta la testa tutta confusa...
--Sarà; ma io temo che quel vino di Keres, che abbiamo bevuto, fosse medicato...
--Se Marzio anch'egli faceva la sua parte sarebbe stata compita la festa:--dì, Marzio, perchè non sei venuto?...
--Io? Perchè mi prese un furore di stringergli il collo, e strozzarlo senz'altri argomenti; e così la mia vendetta non era piena, e voi rimanevate defraudati del riscatto.--Orsù, ormai mi tarda lo indugio: andate ad estorcere a quel dannato la moneta che volete; poi, secondo il patto, lasciatelo in mia potestà.
Qui si fecero a rinnuovare l'olio nelle lanterne, e si accostarono alla porta della prigione: trovarono la spranga levata; la prigione vuota.
Alzarono un urlo di rabbia, al quale dalla bocca della caverna rispose un grido di spavento. Entrò un bandito vacillando, che aveva rilevato una ferita nel fianco, e disse tutto angoscioso:
--Siamo sorpresi... fuori, o ci ammazzano come volpi nel covo.
I banditi afferrarono le armi, e si affrettarono a uscire dalla caverna.
Questo dialogo spiega i tormenti, che avevano fatto subire al Conte. La mano e le candele di gloria erano superstizioni, alle quali prestavano piena fede in cotesti tempi. Gli apparecchi per cura di Marzio disposti nella caverna, e il terrore avevano fatto credere paurosamente soprannaturale una scena da giocolieri.
NOTE
[1] Pur troppo anche questa malattia terribile travaglia la umanità! I pratici la distinguono in _bulimo, cinoressìa_ e _licoressìa_. Il granatiere Tarare divorava un quarto di bove per giorno; in pochi minuti si trangugiò il desinare apparecchiato a ventiquattro operai: inghiottiva _carboni, calcinacci, turaccioli di sughero, ciottoli_, quanto insomma gli capitava sotto le mani; gli piacevano le serpi; mangiava i gatti vivi vivi, e dopo mezza ora ne vomitava il pelo. Essendo sparito dall'ospedale un fanciullo mentre egli vi soggiornava, caddero sospetti sopra di lui, che se lo fosse divorato; però lo cacciarono via. Morì nel 1799 di diarrea purulenta, che accennava putrefazione di visceri addominali. Vedi il DESCORET, _Medicina delle passioni_. Nel medesimo scrittore è da vedersi la storia di Anna Dionisia Lhermine, ammalata di fame canina. A me basti riferirne questo, ch'essendole caduto un tozzo di pane nella catinella mentre il cerusico la salassava, lo ritrasse, e se lo mangiò avidamente così com'era insanguinato; e che, presso a morire, ormai impotente a mangiare, pregò sua sorella che le mangiasse accanto al suo capezzale, perchè: «se il buon Dio non voleva ch'ella mangiasse più, potesse almeno morire col piacere di veder mangiare».
[2] Leggesi che a Parigi fu uno maestro, che si chiamava ser Lò, il quale insegnava logica e filosofia, ed aveva molti scolari. Intervenne che uno dei suoi scolari, tra gli altri acuto, e sottile nel disputare, ma superbo, e vizioso di sua vita, morì. E dopo alquanti dì, essendo il maestro levato di notte allo studio, questo scolare morto gli apparve: il quale il maestro riconoscendo, senza paura il domandò quello che di lui era. Rispose, ch'era dannato. E domandollo ancora il maestro, se le pene dello inferno erano così gravi come si diceva; rispose che infinitamente maggiori, e che con la lingua non si potrebbero coniare, ma che gliene mostrerebbe alcun saggio «....... Ed acciocchè la mia venuta a te sia con alcuno utile ammaestramento di te, rendendoti cambio di molti ammaestramenti che desti a me, porgimi la mano tua, bel maestro». La quale il maestro porgendo lo scolare scosse il dito della sua mano, che ardeva in su la palma della mano del maestro dove cadde una piccola goccia di sudore, e forò la mano dall'un lato all'altro con molto duolo e pena come se fosse stata una saetta focosa, ed acuta. «Ora hai saggio delle pene dello inferno» disse lo scolaro, e urlando con dolorosi guai sparì. Il maestro rimase con grande afflizione, e tormento per la mano forata ed arsa; nè mai si trovò medicina che quella piaga curasse, ma infino alla morte rimase così forata. Donde molti presono utile ammaestramento di correzione. E il maestro compunto, tra per la paurosa visione, e per lo duolo temendo di non andare a quelle orribili pene delle quali aveva il saggio, deliberò di abbandonare la scuola, e il mondo. Onde in questo pensiero fece due versi, i quali la mattina vegnente in iscuola davanti ai suoi scolari, dicendo la visione, e mostrando la mano forata ed arsa spose, e disse:
_Linquo coax ranis,--ora corvis, vanaque vanis Ad loicam pergo--quae mortis non timet ergo_.
«Io lascio alle rane il gracidare, ai corbi il crocidare, le cose vane al mondo; io m'incammino a logica tale, che non teme la conclusione della morte» cioè alla religione. E così abbandonando ogni cosa si fece religioso, santamente vivendo fino alla morte. PASSAVANTI, _Specchio della vera Penitenza. Dist. 2. cap. II_.
[3] _Segreti del Piccolo Alberto_. Lione, 1731.
CAPITOLO XX.
LA NOTTE SCELLERATA.
. . . . Con mano empia tentava I misteri di amore in quelle membra, Ma lo respinse un Dio che lei vegliava. Il Dio che pura se la tolse in cielo, Come quando ella uscìa dal suo pensiero. ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.
Ecco come si ammenda il Conte Cènci.
Sparsa le bionde chiome, con la fronte volta al cielo, le braccia abbandonate, genuflessa sul pavimento sta Beatrice Cènci dentro una stanza della Rocca Petrella. Alla bellezza, e all'atto rassomiglia la inclita statua della Fiducia in Dio, nella quale lo Artefice della «terra dei morti» ha infuso un'anima, ch'egli stesso non aveva[1].
La stanza in cui si trova è una prigione:--ormai la sua vita sembra un tristo cammino, del quale le prigionìe sieno le colonne milliarie per distinguerne gli spazii. L'aspetto della stanza apparisce strano a vedersi: splendido è il letto per cortine ampissime di damasco, e cornici dorate; ricopre il pavimento uno arazzo rappresentante Enea, che ascolta i presagi maligni dell'arpia Celeno: sopra una rozza tavola di albero stanno vasi e bacili di argento: le pareti squallide, e tracciate col carbone dalle sentenze, che la tristezza, o l'ira, o il rammarico spremono dal cuore del carcerato... stille di essenza di angoscia, uscite fuori per la gran forza dello strettoio della necessità.--
Il cielo si contemplava per breve tratto traverso una ferrata, davanti alla quale il Conte Cènci, quel perfido ingegno, aveva fatto inchiodare uno assito a modo di tramoggia; sopra la tramoggia ordinò adattassero una graticola fitta di filo di ferro. Nè qui si fermava la vile crudeltà del Conte Cènci; chè col declinare del giorno procurava calassero sopra la tramoggia una ribalta circondata intorno da festoni di tela, togliendo a un punto la luce del cielo e l'aria, conforto supremo alle viscere straziate. La carcere allora pareva chiudere la bocca, ed ingoiare intera la sua vittima, come fece di Giona la balena[2].
Povera Beatrice! Il cielo, che tu amavi cotanto; il cielo, consapevole dei gentili pensieri dell'anima tua; il cielo, da cui attingevi conforto negl'ineffabili dolori; il cielo, che sovente chiamavi in testimonio della rettitudine del tuo cuore; il cielo, che desiderando contemplavi come la patria libera del tuo spirito divino, adesso o ti si mostra traverso le sbarre e le graticole di ferro, o ti si toglie affatto nella guisa, che Dio vela la sua faccia ai dannati nelle pene eterne dello inferno.
Il sole getta obliquo lo sguardo là dentro; i suoi raggi pesano, ed ei si affretta a ritirarli, quasi per paura che gli rimangano avvinti, e presi alla rete delle graticole[3].
Se durante la notte l'aria viene tolta a Beatrice, durante il giorno non gliela ministrano a larga misura; anzi sottile come il cibo dentro città bloccata. Se il Conte Cènci avesse potuto dargliela chiusa in un vaso senza mai sollevare la ribalta, oh come volentieri lo avrebbe egli fatto! imperciocchè gli ultimi casi lo avessero reso alquanto pusillanime; e quando la codardìa ha sussurrato nell'orecchio alla crudeltà: _trema_, non vi ha cosa o tanto assurdamente spietata, o tanto atrocemente ridicola, che queste rifuggano da mettere in opera.
Beatrice si affaticò sovente arrampicarsi fino alla parte superiore della inferriata, tentando quinci scuoprire o cima di albero o vetta di colle, che le fossero all'anima come un ricordo della bella natura: e quantunque tre, quattro volte e sei rimanesse delusa, non per questo cessò ritentare; perocchè sia amaro rassegnarsi alla perdita dell'aria, della luce, e della vista del creato, che Dio benigno concesse all'animale più abietto. Dotata d'anima di poeta, capace di rendere eco dalla sua più sottile e recondita fibra alle sensazioni del bello, almeno per le fessure s'ingegnò vedere i colli azzurri, le verdi vallate, il fiume, boa immenso delle acque, che serpeggia per la pianura, ma non le fu dato. Malignamente invidioso di quell'aura di refrigerio, il Conte più volte il giorno, e più sovente nelle ore matutine, mentre un po' di sonno le rinfrescava il sangue infiammato, mandò fabbri, che sospesi a corde aeree (non veduti da Beatrice) martellavano, conficcavano, ristuccavano, ristoppavano, calafatavano, tormentavano insomma con quel fragore continuo, che è proprietà dello inferno;--onde il capo l'era diventato come infranto, e in qualsivoglia parte, comecchè leggermente, lo toccasse si sentiva dolere per tutta la persona.
Oh quanto riso di cielo balena di là da coteste luride tavole, oh come la natura esulta nella sua bellezza oltre cotesto sozzo assito! Maledetta la mano, che si pone fra gli occhi dell'uomo e la natura! L'anima si strugge di desìo; e se vede trapassare un uccello, si posa sopra la sua ala e gli raccomanda di portare per lei un saluto ai cari parenti, e ai luoghi della sua infanzia.
O nuvoletta bianca, che traversi questo palmo di cielo che mi è dato fruire, io non vedrò quando arrivi a baciare la luna; o stella cadente, io ti ho veduto muovere, ma non posso vedere dove vai a finire; o foglia, che voli sopra l'apertura del mio carcere, dove terminerà di trasportarti il vento? Farfalla, le rose che desideri sono lontane di qui; io non vedrò quando, innamorata, tu accarezzerai con l'ale il tuo fiore diletto... No, viva Dio; per negare la vista di queste immagini non basta che la crudeltà e la paura avviluppino nello loro spire un'anima maligna, come i serpenti di Laocoonte; bisogna che al lurido sabbato dei suoi pensieri intervengano ancora la superstizione e la invidia: la prima, furia di fuoco che osò seppellire vive le tenere fanciulle, le quali, odiati i riti infecondi di Vesta, sagrificarono a Venere alma genitrice della Natura; la seconda, furia di ghiaccio che accecherebbe il genere umano, caccerebbe dal cielo l'occhio del Sole, vorrebbe insano anche Dio perchè essa è cieca, e folle.
Lo insetto dalle ali dorate penetrò in questo sepolcro di vivi, ma presto ne usciva cruccioso ronzando: «dalle cure del carcerato non si fa mèle, ma tossico». L'uccello per un momento ha posato i piedi sopra queste graticole; ma è fuggito via gittandovi dentro un pianto, come se intendesse dire in sua favella: «tu sei infelice, ed io non posso aiutarti».