Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 3
--Di che lavori,--di che persone andate farneticando voi? La matassa è vostra; a voi sta trovare il bandolo per dipanarla; badate che il filo non vi tagli le dita. Noi non ci siamo visti, e non ci dobbiamo più rivedere. Da qui innanzi io me ne lavo le mani come Pilato. Addio, don Paolo. Quello che posso fare per voi, e farò, sarà pregare il cielo nelle mie orazioni ond'egli vi assista.
Il Conte si alzò per accomiatare il Principe; e mentre con modi cortesi lo accompagnava alla porta, andava ruminando fra se questi pensieri:--e poi vi ha taluno che sostiene, che io non avvantaggio il prossimo! Calunniatori! Maldicenti! Più di quello che mi faccia io è impossibile. Contiamo un po' quanti stanno adesso per guadagnare in grazia mia. Il becchino _in primis_; poi vengono i sacerdoti, che sono il mio amore; succedono i poeti per la elegia, e i predicatori per l'orazione funebre; seguita mastro Alessandro il giustiziere, e finalmente il diavolo, se diavolo vi ha.--Frattanto arrivati alla porta il Conte aperse l'uscio, e, licenziando il Principe col solito garbo pieno di urbanità, aggiunse con voce paterna.
--Andate, don Paolo, e Dio vi tenga nella sua santissima guardia.
Il Curato, udendo coteste parole, mormorò sommesso:
--Che degno gentiluomo! Si vede proprio che gli partono dal cuore.
NOTA
[1] Eduardo III, dopo aver preso la corona, fece trasportare suo padre Eduardo II al castello di Corff, e quinci a Bristol; ma i cittadini avendo fatto vista di volerlo liberare, Maltraverse e Gournay segretamente, nella notte, lo traslocarono al castello di Berkley. Considerando che le asprezze di ogni maniera non bastavano al vecchio Re, il Vescovo di Hereford, d'accordo con la Regina, mandò ai custodi un ordine sibillino, da interpretarsi in due maniere. Ecco l'ordine: _Edwardum occidere nolite timere bonum est_; il quale, giusta la diversa ortografia, poteva dire: Non temete uccidere Eduardo, ch'è buon partito;--ovvero: Non vogliate uccidere Eduardo, che la è cosa da temersi.--I custodi, secondo che naturale talento e diuturna pratica di ogni maniera di bassezza e d'infamia sogliono mai sempre in siffatti casi persuadere, intesero il peggio punto; quindi sorpreso il vecchio Re giacente nel letto, gli forarono gl'intestini con un ferro rovente passato traverso un corno bugio introdotto nell'ano. Il Vescovo e la Regina s'infiammarono in grandissima ira pel piacere di essere stati intesi per filo e per segno: i sicarii fuggirono. Uno di loro, il men destro, arrestato subito a Marsiglia, per non parere, ebbe ad essere impiccato: l'altro poi, più svelto, si ridusse in Germania, donde in capo a qualche tempo potè ottenere di ridursi incolume a casa sua.
_Chroniques_ di Froissart. L. I. c. 23.
CAPITOLO III
Il Ratto
Ma tutto è indarno: chè fermata e certa Piuttosto era a morir, ch'a satisfarli. Poichè ogni priego, ogni lusinga esperta Ebbe e minacce, e non potean giovarli, Si ridusse alla forza a faccia aperta. ARIOSTO, _Orlando Furioso_.
Il Conte, dato uno sguardo nell'anticamera, accennando all'altro gentiluomo favellò:
--Signor Duca, favorite...
Il giovane dal pallido sembiante entrò nella stanza a guisa di smemorato: alla cortese proposta di sedersi o non intese, o non volle tenere lo invito. Solo, come se lo avesse colto la vertigine, con una mano si appoggiò al banco, e dalla parte più lontana del petto disciolse un sospiro lunghissimo.
--Che sospiri, quali affanni sono eglino questi? domandò il Conte con voce lusinghiera.--O come mai, alla età vostra, può avanzarvi tempo per farvi infelice?
E il Duca, con un suono che parve lene sussurre di acque, rispose:
--Io amo.
E il Conte, per dargli spirito, giocondamente soggiunse:
--È la vostra stagione, figliuolo mio; e fate ottimamente ad amare con tutta l'anima, ed anche con tutto il corpo: e se non amate voi, giovane e bello, o chi dovrebbe amare? Forse io? Vedete, gli anni mi piovono neve sopra i capelli, e mi stringono il cuore di ghiaccio. A voi parlano di amore e cielo e terra; a voi da tutta la Natura sorge una voce, che vi consiglia ad amare:
_Le acque parlan d'amore, e l'ôra, e i rami, E gli augelletti, e i pesci, e i fiori, e l'erba Tutti insieme pregando ch'io sempre ami;_
cantava quel dolcissimo labbro di messer Francesco Petrarca. Su, via, giovanetto, ella è cosa da vergognarsi questa? Predicatela dai pulpiti, banditela di sopra i tetti; chè buona novella è amore. Non si vergognava già confessare il Petrarca, che pure fu uomo grave e canonico, come amore lo avesse tenuto anni ventuno ardendo per madonna Laura mentre era in vita, e più dieci dopo che la si volava al cielo[1]. Misericordia! Amori erano quelli da disgradarne le querce. Nè per avere insegnato l'amore suo in mille rime si chiamava sazio, chè sul declinare degli anni desiderò averle fatte dal sospirar suo prima:
_In numero più spesse, in stil più rare_[2].
A santa Teresa, vedete, fu perdonato molto perchè aveva molto amato; e vi ha chi dice anche troppo. La stessa santa chiamava infelicissimo il diavolo; e sapete perchè? perchè non poteva amare. Amate dunque _totis viribus_; chè altramente operando offendereste la Natura, la quale è, come sapete, figliuola primogenita di Dio.
Il giovanetto, turandosi il volto con ambe le mani, e tratto un altro lungo sospiro, esclamò:
--Ah! disperato è l'amor mio...
--Non dite questo, che senza speranza non sono neppure le porte dello inferno. Ragioniamo. Vi sareste per avventura invaghito della donna altrui? Avvertite, che allora incontreremmo uno inciampo; anzi due; il marito prima, e poi il Decalogo. E' pare che quando Dio promulgò la sua legge sul Sinai, si sentisse forte corrucciato contro la sua figliuola Natura; però che, a dirla fra noi, nè più nè peggio potevano contrariarsi gli appetiti di lei. Non pertanto confortatevi di questo: che quanto il Decalogo proibisce il cuore permette.
--Oh! no, signor Conte, il mio è diritto amore.
--E allora sposatela in _facie Ecclesiæ_, per filo e per segno, secondo il _sacrosanctum Concilium Tridentinum_, e non mi venite...
--Dio sa se io lo farei; ma, ahimè! un tanto bene mi è tolto.
--E allora non la sposate.
--La donna, che amo, trasse troppo più che io non vorrei umilissimi i natali; ma se si consideri il portento delle forme leggiadre, o piuttosto l'altezza dell'animo, ella è in tutto meritevole d'impero...
--_Alma real degnissima d'impero_, lo ha detto anche messer Francesco Petrarca; e se così è, e voi sposatela.
--Freddo cenere ed ombra, durerà in me questo amore eternamente.
--Di quanto tempo comporrete voi questa eternità? Nelle donne, secondo i computi più accurati, la eternità di amore dura una settimana intera: in alcune, ma rare, si prolunga anche un poco al secondo lunedì, e basta.
Il giovane, tanto era sprofondato in cotesto suo amore, che accorgendosi allora del modo beffardo col quale gli favellava don Francesco, diventato in volto vermiglio per vergogna e per dispetto, rispose:
--Signore, voi mi fate torto; sperava trovar consiglio;--mi sono ingannato--scusate;--e fece atto di andarsene. Ma il Conte ritenendolo, dolcemente favellò:
--Piacciavi rimanere, Duca; io vi ho parlato così per provarvi: ora troppo bene mi accorgo, che vi accende passione veemente davvero, e per avventura fatale. Versate il vostro animo nel mio; saprò compassionarvi, e, potendo, ancora sovvenirvi. Io ho sepolto i miei amori; sessanta e più anni gli associarono alla fossa, e cantarono loro il _miserere_: per me amore è memoria, per voi speranza; per me cenere, per voi rosa che sboccia; ma non pertanto ravviso nel mio cuore i segni della fiamma antica, e ragionando meco, bene potete ripetere i versi del Petrarca:
_Ove sia chi per prova intenda amore, Spero trovar pietà, non che perdono:_
_Non ignara mali miseris succurrere disco_; come disse Didone ad Enea, venuto da Troia a fondare Roma per la maggior gloria dei papi in generale, e di Clemente VIII in particolare.
Il Conte Cènci, malgrado la protesta, dileggiava; ma sarebbe stato difficile indovinare s'ei favellasse da senno o da burla, impercíocchè apparisse composto a gravità: solo stringeva gli occhi, e la pelle reticolata gli si aggrinzava dintorno come una nassa da pescare: le palpebre lungamente tremolavano: egli rideva con le pupille il riso della vipera.
--La fanciulla, che io amo, dimora in casa Falconieri. Quale per lo appunto sia il suo lignaggio io non saprei; ma comecchè la tengano in parte di congiunta dilettissima, pure appartiene a condizione servile.--Ahimè! Quando prima la vidi al Gesù, ornata di onestà e di leggiadria, io ne persi il sonno: ogni altra donna mi parve sozza e vile.
--Deh! parlate basso, Duca; guai a voi se le nostre superbe dame romane vi ascoltassero. Farebbero di voi una seconda edizione di Orfeo messo in pezzi dalle Baccanti, con note e appendici.
--Reputandolo facile amore, continuava il giovane infervorato, (e Dio sa se me ne prende rimorso) non trascurai veruno dei partiti che soglionsi usare per venire a capo degli amorosi desiderii. Me misero! Che queste male pratiche le devono di certo avere persuaso fastidio, e forse aborrimento di me.--Ella, chi sa, adesso mi odia;--e si fermava per timore di singhiozzare; poi con voce sommessa proseguiva: come mai devono aver suonato le vituperose proposte all'orecchio della castissima donzella?
E il Conte, riguardandolo attonito, pensava: più nuovo pesce di costui non vidi al mondo.
--I Falconieri, proseguiva il Duca, mi hanno fatto ammonire che io smetta dalla usanza di passare sotto il palazzo, però che la fanciulla non sia tale che io la debba condurre in moglie, nè quale ella possa consentire a diventarmi amica.
--E voi allora?
--Io scelsi il partito di chiederla in isposa...
--Non ci è rimedio: io avrei fatto come voi.
--Il mio parentado, appena venne avvertito del mio proponimento infuriò contro me, quasi fossi per commettere qualche gran sacrilegio; e chi mi chiamò a considerare la ingiuria del sangue, e chi la nobiltà della casa offuscata; taluno lo sdegno dei congiunti, tale altro la rabbia dei colleghi; sicchè con mille diavolerie mi hanno sconvolto il cervello in modo, che poco mancò che io non mi sia dato per perduto.
--Eh! la è faccenda seria; ed io avrei detto come loro....
--Ma quando Adamo zappava ed Eva filava dov'erano i gentiluomini?[3]
--Veramente; dov'erano? Io per me non lo so.
--Io vorrei che mi chiarissero in che cosa, noi gentiluomini, differiamo dai popolani. Forse noi non bagna la pioggia, o non riscalda il sole? Forse non ci toccano i dolori; la nostra culla non è circondata di pianto; il nostro letto di morte non è assediato dai singulti? Possiamo dire alla morte, come al creditore importuno, tornate domani? Dormiamo meglio l'ultimo sonno dentro un sepolcro di marmo, che il popolo sotto la terra? Io vorrei che mi chiarissero un po' se i vermi, prima di accostarsi a rodere il cadavere di un papa o di un imperatore, gli fanno di berretta dicendogli: si contenta, santità? si contenta, maestà? Il mio ducato semina, e raccoglie contentezze? Amore non toglie via ogni differenza fra gli amanti?
--Cosi è: _Ogni disuguaglianza amor fa pari_, dice il poeta. Qualche cosa di simile cantò con la solita eleganza il signor Torquato Tasso, nella sua favola boschereccia: ricordatevene Duca?
--Oh Dio! e che cosa volete che io mi ricordi? Io non ho più memoria, nè mente, nè nulla. Per pietà, umanissimo. Conte, voi che avete senno ed esperienza di mondo, siatemi cortese a indicare un rimedio a tanta molestia!
--Mio caro, riprese il Conte ponendo la mano familiarmente sopra la spalla del Duca, porgetemi ascolto. Voi avete ragione...
--Sì?...
--E i vostri parenti non hanno torto. Voi avete ragione, però che _fumo di nobiltà non valga fumo di pipa_[4]. I vostri parenti non hanno torto perchè essi vedranno, come io vedo, qui dentro l'artifizio di femmina, per disposizione naturale o per suggestione altrui, sparvierata. Non vi stizzite, Duca voi veniste a consultare l'oracolo, e i responsi si hanno ad ascoltare quantunque non garbino. Quella che sembra a voi ingenua ritrosia, a me pare repulsa studiata sul fondamento, che gli ostacoli irritano le passioni. Poichè le cose vietate tanto più si appetiscono, così conta per avventura la donna sopra l'ardore dell'animo vostro, onde precipitarvi colà dove ella vi aspetta. Insomma, qui apparisce la rete tesa per trarre guadagno dalla fiamma che vi accende. Umana cosa è amare; lasciarne vincere dai ciechi moti dell'animo appartiene ai bruti. Quando io era giovane, ed attendeva a siffatte novelle, non si badava così al minuto. Un gentiluomo come voi, quando lo prendeva capriccio di qualche bellezza plebea, la persuadeva con danari ai suoi piaceri. Se repugnava, e questo so dirvi che accadeva di rado, almeno ai tempi miei, rapivala. Se il parentado latrava gli si gettava un pugno di moneta in gola, e taceva; imperciocchè il volgo abbai, come Cerbero, per avere l'offa. Quando la donna diventava fastidiosa, e questo avveniva spesso, con alquanto di dote si allogava; nè di partiti si pativa penuria, sì perchè coteste creature compiacendo alle voglie di un gentiluomo non saprei vedere in che cosa disgradino, e sì perchè bocca baciata non perde ventura, ma si rinnuova come fa la luna....
Il Duca fece un gesto di orrore. Il Conte, imperturbato, sempre più insisteva:
--No, figliuolo mio, non disprezzate il consiglio dei vecchi: io delle cose del mondo ne ho viste assai più di voi, e so come le vanno ordinariamente a finire. Badatemi, in grazia: io vi propongo un partito di oro. Voi vi mettete, per così dire, a cavallo al fosso. _In primis_ voi riducete in potestà vostra la ragazza; e qui sta il tutto, o almeno la massima parte, e voi avete a convenirne; e poi, caso che la vi riuscisse o Clelia, o Virginia, o la Pantasilea, e allora sposatevela in santa pace, e buona notte, e buona guardia. Se potete schivare cotesto scoglio del matrimonio, fatelo per quanto le forze vi bastino; avvegnachè, sacramento a parte, il matrimonio sia proprio la fossa dello amore; l'acqua benedetta lo spenge: quel _sì_ che egli pronunzia, ed è come il vagito dello imeneo, è anche a un punto l'ultimo sospiro dello amore in agonia: il matrimonio nasce dallo amore come l'aceto dal vino[5]; oltrechè fuggirete la indignazione dei parenti, e le dicerie del mondo, che non è poco guadagno. Voi mi direte che e' sono morsi di zanzare, ed io ve la do vinta; ma quando le zanzare si avventano a migliaia vi conciano il viso, che Dio ve lo dica per me; e non possiamo trarre guai delle ferite ridicole e non pertanto moleste: i quali tutti fastidii un uomo discreto cercherà sempre, potendo, evitare.
--No, Conte, no; io vorrei darmi piuttosto di un coltello nel cuore...
--Adagio ai ma' passi; a gittarci via siamo sempre in tempo. Prima di prendere il male per medicina, considerate prudentemente il negozio. Voi vedete come la mia proposta vi presenti due casi, e al tempo stesso due modi di risolverli. Voi, con quel sano giudizio che vi trovate, governatevi a seconda delle circostanze.
--Ma e se la fanciulla mi prendesse in odio?..
--Vi rammentate l'asta di Achille? Ella sanava le ferite che faceva: così amore sana la piaga di amore; e la bellezza ha la manica larga per assolvere i peccati, che per virtù sua si commettono. Perdonerà, non vi affannate, perdonerà; o che ha da cominciare adesso il mondo a procedere per ritroso? Non vogliate cascare sul vergone come uccello di passo. Le donne, più che non credete, sovente vi mostrano il viso dell'uomo d'arme per provare il valore dello amante. A Sparta se il marito volea trovarsi con la moglie l'aveva a rapire; nè ho rinvenuto storici che raccontino, che le mogli se lo avessero a male. Ersilia forse non amò Romolo? Dobbiamo spaventarci di un ratto noi altri romani, che nasciamo dalle rapite Sabine?
Confuso il giovane, e aggirato da cotesti ragionamenti, si trovò come strascinato giù per un terreno sdrucciolevole. La cupidità cammina sempre con le tasche piene di cotone, per cacciarlo nelle orecchie alla coscienza onde non senta i suoi spasimi. Nel delirio della passione, il giovane, senza pure pensarvi, rispose:
--E come avrei a fare io? Io non sono uomo da questo. Da qual parte incominciare? Dove trovare uomini i quali volessero mettersi per me a cotesto sbaraglio?
Il Conte pensò, che il dabben giovane senz'altri conforti si sarebbe rimasto in mezzo alla via; e poi gli venne adesso alla mente cosa, che non aveva avvertito avanti; onde si affrettò di soggiungere:
--E gli amici che stanno a fare nel mondo? In questo bisogno posso molto bene accomodarvi io. se non m'ingannava la vista. Così favellando si accosta alla porta della sala, e, apertala, chiamò:
--Olimpio!
Il villano, come bracco che all'appello del cacciatore leva il muso, drizzatosi in piedi, rispose con disonesta famigliarità:
--Ah! vi siete accorto finalmente che ci sono in esto mondo, Eccellenza;--e brontolando soggiunse sommesso:--senza fallo vuol mandare qualcheduno in paradiso.
--Vien qua.
E Olimpio andò. Quando fu entrato nella stanza, per quella soggezione che anche i più impudenti plebei risentono dalla vista di arnesi e di stanze signorili, si trasse il cappello, e giù per le spalle gli cadde copia di chiome nere le quali, mescolandosi co' peli della barba, gli davano sembianza di un fiume coronato di canne, come sogliono effigiarlo gli scultori. Volto duro come intagliato in pietra serena: occhi sanguigni infossati sotto sopracciglia irsute, più che ad altro somiglianti a lupi dentro la lana; voce cupa e arrotata.
--Siamo sempre vivi, nè gli domandò il Conte sorridendo.
--Eh! proprio per miracolo di san Niccola. Dopo l'ultimo ammazzamento, che commisi per vostra Eccellenza...
--Che vai tu farneticando, Olimpio? Che ammazzamenti, o non ammazzamenti ti sogni?
--Trasecolo io? Per Cristo santissimo! di conto, ordine e commissione vostra;--e battendo con la larga mano il banco. aggiungeva: qui mi contaste i trecento ducati di oro, che non furono troppi;--ma tanto è; io me ne contentai, e non ci è a ridire sopra. Se presi poco, mio danno. Qui...
E siccome il Conte con le mani e con gli occhi ammiccava, che si rimanesse da mettere più parole intorno a cotesto fastidioso argomento,
--Oh! allora egli è un altro paro di maniche, proseguì imperturbabilmente costui; potevate avvertirmi a tempo. Io credeva che stessimo in famiglia, don Francesco; scusate. Per tornare ai miei montoni, il Bargello mi si era fasciato intorno alla vita più stretto della mia cintura; la corda ha rasentato più volte il mio collo, che la mia bocca la foglietta: vedete, tutti gli alberi mi parevano cresciuti in forma di forca. Adesso, in questo arnese, io quasi non ravviso più me stesso; epperò mi sono avventurato a ritornare, perchè l'ozio, vedete, egli è propriamente padre de' vizii: ed io, non avendo a fare più nulla, mi era perfino ridotto a lavorare. Se in questo mezzo tempo a qualche vostro nemico fosse cresciuta qualche gola di più, che non vi piaccia ch'egli abbia, siamo qua agli ordini di vostra Eccellenza.
E con la destra fece un atto orizzontale al collo.
--Tu arrivi, si può dire, come le nespole in ottobre; e vedrò così adoperarti a trarre un fuscello, dacchè travi per mano a quest'ora non ne abbiamo;--ma, te lo ripeto, egli è quasi un nonnulla, una eleganza del tuo mestiero,--tanto per rimetterti in filo.
--Udiamo, via.--E il masnadiero usando della terribile domestichezza che il delitto suol porre fra i complici, si mise a sedere. La gamba destra accavallò alla sinistra, e il braccio sinistro puntò sul ginocchio alzato; sopra la mano aperta appoggia la faccia, e quivi, con gli occhi chiusi, il labbro inferiore sporgente in fuori, parve atteggiato a profondo raccoglimento.
--Questo giovane gentiluomo, ch'è il clarissimo signor Duca di Altemps..., incominciò a favellare don Francesco,
--Bè!--E senza schiudere gli occhi, appena fece il masnadiero un lievissimo cenno col capo.
--Ha concepito un furioso amore per certa fanciulla...
--Delle nostre, o delle vostre?
--E che so io? Una camerista...
--Nè nostra, nè vostra; notò Olimpio, alzando le spalle in atto di disprezzo.
--Ricercata di amore, si avvisa a starsi sul sodo. La proteggono i Falconieri, che se stessero a patrimonio come a superbia, a noi converrebbe far la sementa in mare. Ella ripara in casa loro, e questo le cresce baldanza; forse, e senza forse, vi sarà di mezzo qualche lussuria di prelato, la quale non ho voglia, nè tempo verificare adesso: comunque sia, ciò fa impaccio al signor Duca...
--Chi mi chiama?.. interrogò il Duca riscuotendosi a un tratto.
--Povero giovane, ve' come lo ha concio la passione! Giuoco, che voi non avete inteso parola di quanto abbiamo favellato fin qui Olimpio ed io?
Il Duca abbassava la faccia, e arrossiva.
--Per concludere, Olimpio, bisogna che tu la levi, e la porti colà ove ti verrà indicato.
--Comandate altro, Eccellenza?...
--Per ora no. Tu farai d'introdurti nel palazzo; e, non potendo altramente, scasserai qualche porta, o ferrata terrena. Se anche questo non ti riuscisse, ti aiuterai con una scala di corda...
--Azzittatevi; voi portate la febbre a Terracina. Il calzolaio, salvo vostro onore, non ha a passare la scarpa. Queste cose io so bene da me, con qualcheduna altra ancora che non sapete voi. Lasciatemi contare... Uno... due... tre... mi vi abbisognano quattro compagni.
--E tu li troverai...
--Bisognerà procurarci pistole e cavalli.--Quanto avete disegnato spendere intorno a questa impresa?
--Ma!--Non ti parrebbe abbastanza un cinquecento ducati?
--No, signore, non bastano. Fatta la parte ai compagni, levate le spese dei cavalli e delle armi, mi riviene una miseria.
--Orsù; non ci abbiamo a guastare fra noi. Vadano ottocento ducati, oltre le grazie e i favori grandi, che puoi sperare da me...
--Farò ammannire le carra per portarmeli a casa. Fatta la festa si leva l'alloro. Don Francesco, diamo un taglio a queste novelle; aspettate a pascermi di rugiada quando vi apparirò davanti in sembianza di cicala.--Dove ho da portare la ragazza?
--Nel palazzo del signor Duca, o in qualcheduna delle sue vigne, che t'indicherà...
--Ecco un granciporro, Eccellenza. Se la Corte prende fiato della cosa, i primi luoghi che verrà a perquisire saranno le dimore del signor Duca. Procurate dunque prendere a fitto, o farvi imprestare da persona segreta qualche vigna remota in città; ma meglio sarà torla a fitto, impiegandovi persona che non sia punto dei vostri...