Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 29
--Lo vedo; qui forza non vale. Entrate a parlamento; guardiamo se l'arte giova, e procurate capitolare co' banditi...
--Oe, gridò il caporale, da quando in qua cane mangia carne di cane?... Fin qui credeva, che dai confetti di piombo e dalle nozze di canapa in fuori non avessimo a correre altri pericoli...
E gli fu risposto:
--Parole corte. Noi non cresceremo il fascio delle legna al boscaiuolo. La scorta dei dodici uomini torni sopra i suoi passi senza essere svaligiata: depositi gli archibugi, che domani alla calata del sole ritroverà alla osteria della Ferrata. I lupi dello Abruzzo non dicono due volte: badati; la seconda parlano con la bocca degli archibugi.
--E la compagnia?
--Con essa abbiamo altri conti.
Le guardie campestri non istettero ad aspettare altre intimazioni, e si allontanarono senza profferire parola, fatto prima fascio delle armi.
--Il Conte Cènci passi alla coda della caravana;--intimò la medesima voce.
Il Conte, ostentando allegria, obbediva. Orazio lo seguitava, e lo intendeva favellare così:
--Semprechè nelle cose adoperai avarizia provai ogni successo a traverso:--doveva prendere cinquanta di scorta, ed avrei risparmiato un tesoro.--Cotesti gentiluomini, oltre la perdita delle bagaglie, chi sa quanto pretenderanno di riscatto!
Giunto alle spalle della caravana, quattro banditi saltarono giù dal ciglione; e siccome, malgrado il proponimento di andare per prova di arte, il naturale istinto spinse il Conte a metter mano al pugnale, appena fece l'atto si sentì stringere le braccia da due tanaglie di ferro. Sì volse irritato per vedere chi fosse, e riconobbe Orazio. Orazio, a cui cresceva forza la paura, che gl'incuteva il Conte.
--Ah! siete voi, cacciatore?
--Sono io...
--Pare, che il quarto d'ora del bandito sia venuto per te...
--Certo in questo punto smetto la parte del somaro, e prendo quella del coccodrillo....
--Guarda da legarmi; io non ti perdonerei mai questo oltraggio: impara, villano, a rispettare i gentiluomini.
--Ah! signore, perdonateci innanzi tratto perchè noi siamo ignoranti, e non sappiamo altro che guardare alle nostre sicurezze.--Questi quattro compagni sono scesi appunto per aiutarmi a legarvi...
--La comitiva, gridò la voce dall'alto, prosegua il suo cammino. Il Conte Cènci ha da restare con noi.--
In questo punto un capo si affaccia per un momento all'orlo del ciglione. Beatrice, che era stata attenta a contemplare i varii casi che si succedevano, lo vide, lo riconobbe, e comprese pur troppo qui non trattarsi di sequestro per estorcere danari, siccome costumano ordinariamente i banditi romani e del regno: più terribile intenzione covava lì sotto, nè s'ingannava; perocchè lasciatasi andare giù dal cavallo si pose al fianco del padre, e incominciò a parlare di forza con la faccia levata in su:
--Il ragnatelo insidia la mosca con reti di bava, e se la porta nel buco per succhiarle il sangue. Voi non siete lupi dello Abruzzo, ma ragnateli di sotterraneo. L'aquila per l'aria vive di preda, e il leone sopra la terra; siate leoni, ed abbiatevi la preda: io non vi parlo di quanto portiamo con noi; questo è già vostro: intendo parlarvi del nostro riscatto. Chiedete; noi siamo pronti a pagarlo; chiedete quanto vi basti ad arricchirvi tutti, e a farvi stare contenti in casa vostra senza le cure della miseria, e il pericolo della forca... noi possediamo danari più che non potete immaginare; fissate voi i limiti del nostro riscatto...
--Beatrice, vaneggi? Per fare quello che suggerisci essi non hanno mestieri dei tuoi consigli... e sono capaci da non lasciarti neanche gli occhi per piangere...
--Tacete, Padre mio; voi non pensate qual pericolo vi pende sopra la testa: lasciatemi favellare.--Noi vi pagheremo questo tesoro, purchè lasciate che con noi venga il Conte: egli si legherà per fede a sborsarvi il danaro di qui a dieci giorni. Se non vi basta la sua promessa aggiungerò la mia, e la conformerò con giuramento; che dalla parte di mia madre mi vennero moneta, e gioie in buon dato. Se neanche questo vi basta, tenete me in ostaggio, e lasciate andare il Conte: io sono giovane e sana, egli vecchio ed infermo. Pensate alle vostre famiglie,--pensate alla contentezza di mangiar pane non immollato nel sangue... ai figliuoli che avete... a quelli che potrete avere... ai vecchi padri pieni di necessità... affamati davanti lo spento focolare...
--Via--interruppe una voce imperiosa; ma Orazio rispose:
--Lasciamola parlare: udiamo fino in fondo... che molte cose buone mi pare che le dica.
--Sentite, proseguiva Beatrice, se strascinate via il Conte voi ve lo troverete ammazzato fra le mani; voi non guadagnerete nulla, perchè quelli che vi hanno condotto non vogliono la moneta, ma il sangue di un povero vecchio;--e poco scampo vi rimarrà dalla forca, che le corti di Napoli e di Roma, mosse dalla fama del personaggio e dalle aderenze potenti, v'inseguiranno come lupi di macchia in macchia, e vi converrà morire di laccio, o di piombo. Dopo Sisto V, quale spelonca è rimasta ignota? Qual ròcca inespugnata?--Come finì il Cavaliere dei Pelliccioni? Impiccato. Come Marco Sciarra? Impiccato. Come il signor Duca di Amalfi? Impiccato; tutti impiccati comecchè potentissimi. Sappiate dunque adoperare la occasione che la fortuna vi mette fra le mani...
La fanciulla favellando caldamente incominciava a insinuarsi nello spirito dei banditi, in ispecie in quello di Orazio; e dove poco più le fosse stato concesso parlare gli avrebbe svolti tutti, se Marzio, comprendendo il pericolo, non avesse mandato Olimpio a qualche distanza a sparare lo archibugio. La botta empì di sospetto i banditi; e Marzio allora, per maggiormente spaventarli, gridò con quanto fiato aveva in gola:
--Maledetti! Egli è tempo questo da sentir cantare la calandra?... Alla foresta! alla foresta!--La corte ci è sopra.
E Olimpio, correndo, urlava a sua posta:
--Salva... salva... la corte ci è sopra.
--Il Conte... portate il Conte...
A Beatrice toccò una spinta nel petto, che la mandò a percuotere con le spalle nella parete del cammino; e mentre, punto sbigottita, continuava a gridare:
--Udite... siete ingannati... cinquanta contro uno..., e tali altre parole, trassero seco loro il Conte; il quale persuaso che fosse negozio cotesto da comporsi a danaro, sopportava meno acerbamente lo affronto, volgendo già nel cupo animo mille disegni di vendetta crudelissima. Per quale via lo traessero i banditi a lui non fu dato di scorgere, però che a breve distanza, di costà gli ponessero la benda sopra gli occhi; e poi, scaltrito com'era in simili arti, capì che lo facevano avvolgere sopra se stesso per confonderlo, onde in qualunque evento non riuscisse a rinvenire più il luogo.
Allo improvviso gli parve essere rimasto solo; portò le mani alla benda, e non udendo voce alcuna che lo impedisse togliersela se la levò ad un tratto, e si trovò dentro una caverna spaziosissima. Senza indugiare un momento prese una lanterna lasciata appesa alla volta, ed esaminò sottilmente le pareti, il pavimento, e il soffitto; gli parve che le pareti e il pavimento in parte fossero vuoti, ed in vero erano; ma così bene chiusi con assi, che ogni via alla fuga conobbe disperatamente impedita.--Una tavola, qualche scranna, e un mucchio di foglie coperto di pelli erano i soli mobili che guarnivano il luogo. Don Francesco si pose a sedere, e più che pensava più si persuadeva, che se il riscatto non gli apriva le porte di cotesto sepolcro, qualunque altro modo per uscirne gli sarebbe tornato corto. Altre volte si era trovato ad andare prigione, ed anche vi aveva corso pericolo non piccolo, ma pure non si era mai sentito fiaccato come adesso; forse la età gli aveva sottratto alquanto della baldanza per cui fu temuto una volta, e forse anche un presentimento lo travagliava indistinto, e grave, che lo teneva sbalordito: insomma, non può dirsi che avesse paura, ma neppure il coraggio consueto lo sosteneva. Posizione maravigliosa per sentire le trafitte del dolore; imperciocchè da un lato manchi la forza per prorompere, e divertirci in mezzo alla procella dello sdegno, e dall'altro manchi la stupidezza, che ci rende insensibili ai colpi di ventura.
Dovevano essere passate parecchie ore dacchè ci si trovava chiuso là dentro, avvegnadio s'impadronisse di lui uno sfinimento che gli faceva desiderare qualche ristoro. I bisogni del nostro fisico si fanno sentire anche in mezzo alle tempeste dell'anima: il pane par cenere, il vino fuoco dentro lo stomaco, che li chiede con angosciosi strappamenti, e l'uomo è costretto a nutrire il cancro che lo divora. Stette un pezzo prima di risolversi a chiamare, però che alla sua fierezza pesasse chiedere la vivanda ai banditi; ma la natura urgendo, gli fu mestieri piegarsi a picchiare alla porta. Tocco appena l'uscio gli venne aperto, e subito comparve un garzoncello accorto, che con parole ossequiose, ma che pure svelavano un senso sottìlissimo di scherno, gli disse, che da buon tempo stava di fuori aspettando; non avere ardito prevenire la chiamata temendo disturbarlo nelle sue meditazioni; ed egli sapere essere il carcere luogo adattatissimo a meditare. Al Conte parve ravvisare il garzone, e veramente egli era il sordo-muto della osteria della Ferrata.
--Dimmi, fanciullo, come hai tu fatto a recuperare la favella?--domandò il Conte.
--Per virtù di Santo Andrea Avellino, il quale si diletta operare per queste parti di miracoli assai.
--Se io n'esco, pensò il Conte, furfanti, ve li darò io i miracoli di Santo Andrea Avellino. La rete è stata tesa da mano maestra; anche l'oste d'accordo... Ma dov'è Marzio? Non fosse rimasto ucciso?--Fosse una trama ordita da lui? Ah! potessi sapere che cosa avvenne di Marzio!
--Eccellenza, proseguì il garzone, se ha cosa da comandarmi rimango; altrimenti non vorrei riuscirle importuno...
--No, figlio mio; ti ho chiamato perchè tu veda portarmi un po' da mangiare...
--Subito, Eccellenza;--e andava.
--Senti, vieni qua; adesso fa giorno, o notte?
--Notte, perchè senza lumi qui non ci si vedrebbe.
--Non qui... ma fuori...
--Fuori è buio ugualmente. Se poi lassù faccia notte o giorno io non saprei informarne vostra Eccellenza, perchè per ora non mi concedono salire...
--Che parli tu di salire? A me non parve scendere venendo qua dentro.
--Vi è parso perchè è dolcissimo il pendìo, che mena nello interno della spelonca; ma avete da sapere, che ci troviamo delle miglia ben molte sotto terra.
Don Francesco vedendo essere preso a gabbo, dal petulante garzone gli vibrò tale uno sguardo, che per quanto costui fosse sfrontato non ebbe forza di sostenerlo, ed uscendo avvertiva:
--In un baleno torno col pranzo, che
_Il nostro gregge e l'orticel dispensa Cibi non compri alla non parca mensa_,
come dice il signor Torquato Tasso.
Questo baleno durò per così lungo spazio di tempo, che il Conte attribuendo la dimora a nuova malizia del garzone, sempre più s'inviperì contro di lui, e dispose dargli tale ricordo, che se ne potesse rammentare per un pezzo. Tornò alla fine il ragazzo simulandosi ansante come chi viene in fretta, e portò due candelieri di singolare fattura: erano due mani scarne, che reggevano le candele accese; i lini per imbandire la mensa, e di più ragioni vivande accomodate squisitamente, e in copia da bastare a dieci: dispose ogni cosa con accortezza sopra la tavola, procurando starsene lontano quanto meglio poteva dal conte.--Questi spiava il modo di mettergli le mani addosso; ma il garzone, svelto, si cansava a guisa di mosca sul muso dello alano, che gli svolazza fastidiosa ed assidua pel naso, per le orecchie, e per gli occhi; e quando sbuffando avventa le zanne fugge via, ed egli morde l'aria. Don Francesco allora, traendosi di tasca un ducato, gli disse:
--Vieni qua, figliuolo, come ti chiami?
--Chiamatemi come vi pare, Eccellenza...
--Ma un nome devi averlo; non ricevesti tu il battesimo?
--Sarà; sebbene avessi a trovarmici presente, pure non me ne ricordo... Ah! aspettate; ora sì che mi viene in mente; mi posero nome Onorato...
--Onorato! E' pare, che per metterti cotesto nome il tuo compare non consultasse l'astrologo.
--Così diceva ancora io; ed anche se prima di battezzarmi avessero sentito il mio parere, non avrei permesso simili bugiarderie.
--Va, tu mi piaci; siete tutti concettosi voi altri: prendi questo scudo, che te lo dono.
--Ed io non lo voglio...
--Perchè?
--Perchè non si deve accettare per limosina quello che possiamo pretendere per taglia.
--Ah! dunque anche tu vuoi taglieggiare il barone?
--Figuratevi ch'e' sia come carne di fagiano; tutti nella vita vogliono assaggiarne una volta.
--Anche tu vuoi taglieggiare il barone!
E si frugava in seno; ma il garzone presagendo la mala parata, di un salto toccò la porta, e si riparò dietro l'uscio.
--Prendi questo per taglia; e sì dicendo, il Conte scagliava il pugnale contro il ragazzo: questi lo schivò facilmente, e il ferro andò a piantarsi dentro la porta, dove, dopo avere alquanto tentennato, quietò. Allora sbucò fuori, lo staccò senza ira, e sporgendolo verso il conte gli disse:
--Io ve lo conserverò con diligenza, e spero in Dio potervelo rendere quando i miei superiori me lo concederanno.
Il Conte vedendo fallito il colpo, mormorò dispettosamente: ne anche un colpo mi riesce più ad assestare!--E si accostò alla mensa. Se la cura molesta non vi si fosse seduta accanto a lui, per certo il cibo gli sarebbe tornato accettissimo atteso la grande fame che lo travagliava: ad ogni modo prese a tagliare la vivanda, ed accostandosene alla bocca un frammento non potè trattenersi da esclamare «ho fame!...»
Nel medesimo punto, a breve distanza da lui, una voce lamentevole rispose «ho fame!..»
Gli parve illusione; ma nel sollevare lo sguardo ecco li, proprio seduto a mensa dirimpetto a lui, gli apparisce uno spettro pallido, lungo, orribilmente scarno, con occhi spenti a guisa di pesce morto, il quale, poichè l'ebbe fissato in volto, gli parve che presentasse, e presentava certo le sembianze di Olimpio. Il Conte, tenendo il braccio sospeso fra il desco e la bocca, prese a dire:
--Ch'è questo? Sono io diventato don Giovanni Tenorio, e voi, mio bello spettro, volete sostenere le parti del commendatore di Lojola? Ma io mi permetto osservarvi, che il Commendatore era stato invitato da don Giovanni, e voi venite spontaneo; la quale improntitudine sconviene altamente a spirito bene allevato: inoltre il Commendatore era di marmo, e voi di qual materia siete? Ad ogni modo, ben venuto signore spettro, e se vi garba mangiare, mangiate, che buon pro vi faccia.
Mirabile a dirsi! Appena ebbe il conte profferito coteste parole, che lo spettro, come se lo travagliasse quella terribilissima infermità, che i medici chiamano bulimo, o fame canina, si gittò frenetico sopra le vivande imbandite, e tutte le fece sparire in un battere di occhio, arraffando anche il piatto posto davanti al conte: nè qui fermandosi, ingolò tovagliuoli, e tovaglia; poi azzannò le stoviglie, e stritolandole co' denti ne trangugiava i pezzi[1]. Al conte, fra maravigliato e atterrito, non bastò l'animo di salvare nulla, nemmeno il frusto di carne fitto dentro la forchetta; ogni cosa divorò lo insaziabile vampiro: poi ridivenne immobile; e guardando fisso il conte, con la bocca aperta, e mostrando i denti ripetè:
--Ho fame!...
--Per la morte di Dio!--esclamò don Francesco, ostentando una baldanza che era lontana dall'animo suo,--che cosa ho a darti io?---E scorto in un angolo della caverna certo fascio di paglia, lo spinse presso a cotesta belva dicendo:
--Prendi, divora...
E lo spettro divorò anche la paglia. Terminata che l'ebbe, tese come prima la orribile faccia verso il conte, urlando a bocca aperta:
--Ho fame!...
--Io non ho altro a darti... mangiati il cuore...
--Ho fame!... ho fame!... non il mio cuore, ma la tua carne io mangerò, cane, che mi hai fatto morire di fame...
E infuriando come belva rovescia tavola e lumi, e si avventa alla vita del conte: questi provò svincolarsi; sennonchè, sbattuto giù come sasso da forza irresistibile, si sentì mordere di rabbia sopra la spalla manca. Don Francesco, quantunque fieramente commosso, e rifinito dal digiuno, non per questo si abbandonava, chè il pensiero di rimanere divorato da cotesto cannibale gl'infondeva nei muscoli forza tetanica. Si rotolavano entrambi per terra mordendosi a vicenda, e ingegnandosi di stringersi alla gola: di tratto in tratto cacciavano urli disperati; si laceravano co' denti; si sgraffiavano con le ugne; si pestavano a pugni; l'anelito usciva fumoso dalle narici e dalla bocca; il cuore, tremante per tremendo palpito, minacciava scoppiare loro nel petto... orribile lotta era quella!
Ma la potestà non corrispondendo al volere, ormai il Conte stava per perdere conoscenza: radi, e compressi gli uscivano dalla gola i sospiri: negli estremi sforzi si dibatteva, quando fu udito strepito di catene, ed una voce che gridava:
--Il vampiro ha rotto la catena!
Al Conte parve, imperciocchè non vedesse distinto, che certe figure nere, e truci, con tronchi di pino accesi entrassero da più parti nella caverna staccandosi dalla parete, e gittandosi sopra la trista belva giungessero ad incatenarla con quattro catene, e tenendone i capi uno discosto dall'altro la strascinassero fuori della caverna. Egli stava sempre disteso sul pavimento; puntando la mano a terra gli riuscì, quantunque con isforzo, a mettersi seduto: ansava affannoso, grondava sudore, e sangue. Delle candele una era spenta, l'altra rovesciata; si provò a rimetterla dritta nel lugubre candeliere: forte sentiva dolersi la gola, la spalla, ed altre parti della persona. Volle richiamare la mente sopra coteste vicende, ma non gli successe: anche il cervello gli doleva informicolito, e davanti agli occhi gli andava in giro un diluvio di faville. Spossato dalla fatica, attrito dal digiuno e dal dolore, il Conte brancolando... a tentoni cercò il letto di foglie, e lo rinvenne. Il ribrezzo che gli si era fitto nelle ossa lo persuase a mettersi sotto le pelli; prese a sollevarle con mano tremante, quando una voce sepolcrale quinci uscendo incominciò a favellare così:
--Venga il desiderato... quanto mai tardasti! è tanto tempo che io ti aspetto vegliando!
Il Conte si drizzò su le ginocchia intendendo a quello che era, e vide un corpo umano ignudo con la faccia coperta da un bosco di capelli scarmigliati, e intrisi di sangue: in mezzo al petto gli usciva fuori un manico di pugnale, e dalla ferita aperta gli spicciava perenne un rivo di sangue.
--Sono la fanciulla di Vittana, proseguiva la voce: se io ti odiai una volta e' fu perchè aveva dato ad un altro fede di sposa; ma ora la morte mi ha sciolto dall'obbligo, e mi sono accorta dal dono, che mi facesti, e porto qui in mezzo del cuore, quanto tu sii più generoso amante.--Appressati, via... rimettiamo il tempo perduto... a me tarda inebriarmi di amore.
E l'aborrita figura, tese le braccia, a sè lo attirava con gesti provocanti. Il Conte rifuggiva inorridito, e con tutte le forze rimastegli la respingeva. Invano però; chè la femmina sottentrando lo ricinge alla vita duramente, e lo sforza a giacere. Ora se lo preme delirante contro il seno, e col manico del pugnale ammacca le costole e il petto del conte, che mugola pel nuovo spasimo, e poi lo bacia, e lo ribacia con le labbra ingrommate di sangue. In breve mani, seno, faccia, e capelli del conte grondano sangue: non poteva tenere gli occhi aperti e la bocca senza che se ne sentisse piovere dentro caldi ruscelli, e accecarlo, e soffocarlo. Finalmente il furore del succubo toccò il delirio; raddoppia ardentissimi i baci e i singulti, e così stringe spietato fra le braccia di ferro il vecchio conte, che questi sentendosi spezzare le ossa del petto, singhiozzando per la insopportabile angoscia venne meno.
Innanzi che lo intelletto tornasse a raggiargli nella testa, una confusione di strida e di guai dolorosi mista di fragore di catene gli percuote le orecchie. La pelle delle ciglia abbassata non basta a difendergli le pupille dal molesto bagliore. Apre finalmente gli occhi, e vede la camera in fiamme: balza atterrito sopra il letto, ed ecco in mezzo a cotesto fuoco comparirgli diversi sembianti in attitudini disperate, che urlavano in modo da intronare il cervello:
--Allo inferno! allo inferno! E dalla torma delle larve se ne staccò una tutta nera, se non che getti di fuoco palesavano gli occhi, il naso, le orecchie e la bocca: le rughe del volto erano segnate parimente da liste di fuoco. La larva appressandosi al conte levò la mano fiammeggiante in atto di maledire, e profferì queste parole:
--Io sono l'anima del falegname di Ripetta. Maledetto per la morte atroce, che mi hai fatto soffrire:--maledetto per lo affanno della mia moglie:--maledetto per la miseria di mio figlio:--mille volte maledetto per lo inferno dove mi hai precipitato, però che io morissi senza sacramenti, e la mia anima spirasse bestemmiando Dio.--
Il Conte, comecchè nel corpo si sentisse infranto da potere appena trarre il fiato, e nell'anima avvilito, pure per abito, più che per intenzione di scherno, favellò fiocamente:
--Poichè tu sei, per quanto io credo, il primo corriere che il diavolo manda in questo mondo, fa' di darmi notizie dello inferno...
--Le vuoi?... Porgimi la mano...[2]
E siccome il Conte nicchiava, la larva irridendo riprese:
--Ha paura il conte Cènci?
E quegli gliela porse. Allora la larva stese lo indice della destra, e lo appuntò in mezzo alla palma del conte. Come dalle torcie di bitume sorrette obliquamente gocciolano stille infiammate, le quali cadute sul terreno continuano ad ardere finchè non si consumino, così dal braccio della larva scaturirono bolle di sudore di fuoco, che stridendo si precipitarono giù pel dorso della mano, e pel dito sopra la palma del Cènci. Urlò questi; e non potendo sopportare l'ambascia, volle ritirare la mano per iscuoterne il fuoco, ma non potè; chè la larva gliela tenne ferma dicendo:
--Ricevi le stimate del demonio, vecchio ribaldo.
E il Conte, mugolando per l'insoffribile crucciato, svenne da capo.
--Non ne può più, esclamarono le larve; lasciamolo a mordere la terra;--e sì parlando si dileguarono con grandissimi scrosci di risa.
Umana, o divina, cotesta vendetta pungeva acerba davvero, e per quello che sembrava eravamo al principio...
Lungamente stette privo di sensi il mal capitato conte. Quando con un sospiro tornò in se si sentiva, a refrigerio delle angosce che durava, detergere da mano soccorrevole il sudore della fronte, e con abluzioni di acqua fredda temperare la vampa della febbre che gli ardeva le vene: aperse gli occhi, e gli apparve cosa più delle altre stupenda.
Beatrice, la sua figliuola, sedutagli al fianco sopra le foglie, che dopo avergli lavato la faccia e fasciato le ferite s'industriava a farlo rinvenire. Le sembianze angeliche della fanciulla spiranti pietà, e il dolce atto di amore avrebbero persuaso i più tristi e villani intelletti, lei essere mossa da impulso dolcissimo di carità; e non pertanto il Conte nell'anima malvagia immaginò subito che la sua figlia fosse complice dei suoi persecutori, e quivi venisse a rampognarlo dei casi passati, e a godere del suo trionfo. Beatrice, tostochè lo ebbe scorto ritornato in se stesso, gli si accostava all'orecchio, e con voce soave gli domandò:
--Vi sentite la forza di reggervi in piedi, Padre mio?
E siccome egli si apparecchiava a risponderle, ella prontamente soggiunse sommessa:
--Non parlate, no... accennate col capo.
Il Conte accennò sì. La fanciulla riprese:
--Signor Padre, bisogna che vi aiutiate con ogni sforzo;--qui ci vuole diligenza davvero, perchè io non solo dalla carcere intendo condurvi alla libertà, ma dalla morte alla vita.--
Potenti suonano sul cuore della creatura umana le parole di libertà e di vita; imperciocchè il Conte, malgrado gli acerbi patimenti, fosse tosto in piedi, esprimendo col moto di tutte le membra: «andiamo!»