Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 28
«Le gravi, e naturali nimicizie, che sono intra gli uomini popolari, ed i nobili causate dal volere questi comandare, e quelli non obbedire sono cagione di tutti i mali, che nascono nella città: perchè da questa diversità di umori tutte le altre cose, che perturbano le repubbliche prendono il nutrimento loro. Questo tenne disunita Roma, questo, s'egli è lecito le cose piccole paragonare alle grandi, ha tenuto divisa Firenze, avvegnachè nell'una, e nell'altra città diversi effetti partorissero. Perchè le inimicizie, che furono da principio in Roma infra il popolo, ed i nobili disputando, quelle di Firenze combattendo si disfinivano. Quelle di Roma con una legge, quelle di Firenze con lo esilio e con la morte di molti cittadini terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da una ugualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella città condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza ad una mirabile ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti conviene sia da diversi fini, che hanno avuto questi due popoli, causata. Perchè il popolo di Roma godere i supremi onori insieme coi nobili desiderava, quello di Firenze per essere solo nel governo, senza che i nobili ne partecipassero combatteva. E perchè il desiderio del popolo romano era più ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili più sopportabili, talchè quella nobiltà facilmente, senza venire alle armi, cedeva: dimodochè dopo alcuni dispareri a creare la legge dove si soddisfacesse ai desiderii del popolo, i nobili nelle loro dignità rimanessero, convenivano. Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era ingiurioso, ed ingiusto, talchè la nobiltà con maggiori forze alle sue difese si preparava, e perciò al sangue, ed allo esilio si veniva dei cittadini. E quelle leggi, che poi si creavano non a comune utilità, ma tutte in favore del vincitore si ordinavano. Da questo ancora procedeva, che nelle vittorie del popolo la città di Roma più virtuosa diventava, perchè potendo i popolani nell'amministrazione dei Magistrati degli eserciti, e degl'imperii essere con i nobili preposti, di quella medesima virtù, ch'erano quelli si riempivano, ed in quella città crescendo la virtù cresceva la potenza. Ma in Firenze vincendo il popolo, i nobili privi dei magistrati rimanevano, e volendo riacquistargli, era loro necessario con il governo, con l'animo, e con il modo di vivere simili non solamente ai popolani essere, ma parere». _Storie, Libro III_.
[10] Roberto di Ginevra, cardinale legato, cercò scostare i Bolognesi dalla lega promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento della libertà, che avevano ricuperata, purchè obbedissero alla suprema autorità della Chiesa; e siccome i Bolognesi risposero: «Noi siamo apparecchiati a tutto soffrire, piuttostochè sottometterci di nuovo a persone di cui il fasto, la insolenza e l'avarizia abbiano fatto sì crudele esperimento», il Cardinale proruppe: «ed io non mi allontanerò da Bologna, finchè non mi sia lavati piedi e mani nel sangue loro».
«...Il legato obbligò Galeotto Malatesti ad aprirli la città di Cesena, da questo signore mantenuta in fede della Chiesa. La Murata, quartiere pochi anni prima difeso eroicamente da Marzia Ordelaffi, fu dato per istanza ai Brettoni; ma questi barbari vi si comportavano troppo peggio che in città vinta: rapivano robe, mogli, figlie, nè risparmiavano ai cittadini maniera veruna di strazii. Perduta la pazienza i Cesenati assaltano alla sprovvista i Brettoni, e ne ammazzano 300 nel 1.º febbraio 1377. Il Cardinale, presente al fatto, condannò i soldati, e promise perdono, purchè i Cesenati tornassero ad aprirgli le porte, ed essi così fecero: allora costui ordinò perfidamente si mettessero a morte tutti. Non contento di aizzare alla opera atroce i suoi Brettoni, chiamò ancora l'Acuto (Giovanni Aukwood--_falcone in bosco_) co' suoi Inglesi, che stanziava in Faenza, a far sangue; e siccome questo capitano non si sapeva risolvere a commettere tanta enormezza, «Sangue, urlava furibondo il Cardinale, io voglio sangue!» Durante la strage soventi volte fu udito gridare: «morte, a tutti!» SISMONDI, _Storia delle Repubbliche italiane, tom. VII, p. 78._--L'Abbate Cistercense aveva già comandato, alla presa di Bezieres, si uccidessero tutti i terrazzani eretici, o no, che Dio poi gli avrebbe scelti a comodo nell'altro mondo: «Caedite eos, novit enim Deus qui sunt ejus». CAESAR HEISTERBAC, _lib. V, p. 21_.--Tali preti un giorno; quali adesso, vel dicano Roma e Romagna, e l'effemeridi loro truci, ed irrequiete eccitatrici agli odii, alle persecuzioni, alla servitù, ed al sangue. S'è giusto così, giudichi Dio.
[11] MACCHIAVELLO. _Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino per ammazzare Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Viletto, il signor Gianpagolo, e il Duca di Gravina Orsini._
[12] «Nel seccare, e dare la via al lago Fucino fece prima fare una battaglia navale. Ma gridando quelli che avevano a combattere: «sia il ben trovato lo Imperatore; ti salutano coloro, che stanno per morire» e avendo egli risposto: «ed a voi pure salute!» essi pensarono, che mediante cotesto saluto egli gli avesse licenziati dal mettersi in pericolo di vita, e non volevano combattere. Per la qual cosa egli stette un pezzo sopra di se pensando se avesse a mettere fuoco alle navi, o piuttosto tagliarli a pezzi.--Finalmente levatosi da sedere incominciò a correre intorno al lago balenando, e stando per cadere, tantochè egli li costrinse a combattere parte con le minacce, parte co' prieghi. Affrontaronsi insieme in cotesto spettacolo l'armata Siciliana, e quella di Rodi, dodici galere per banda, e nel mezzo del lago sorse un Tritone di argento, il quale suonava la trombetta.» SVETONIO, _tom. II, p. 226_.
[13] HUME. _Storia d'Inghilterra, tom. I_.]
[14] L'erba _fu_ è propriamente la valeriana _maggiore, o domestica_, rimedio specifico per le palpitazioni del cuore.
[15] Ordinariamente la natura dipinge i malvagi con i colori dei serpi, e dell'erbe palustri. L'appellativo _verdinegro_ è di regia origine, e fu circa a quei tempi inventato da Filippo II, il quale in cotesto modo designava l'Escovedo, segretario del suo fratello don Giovanni d'Austria, commettendone la strage a don Antonio Perez suo ministro. «Certo convendrà abrebiarlo de la muerte del _Verdinegro_ antes que haga algo con que non seamos despues a tiempo, quel no deve de dormir ni descuidarse des sus costumbres. Acedlo y daos priessa ante que nos mate». Questo è un biglietto scritto da Filippo II di propria mano a don Antonio Perez, riportato dal signor MIGNET nella sua opera _Antonio Perez e Filippo II_, p. 70.--Tali erano le regie pratiche quando i principi volevano torsi davanti agli occhi un uomo increscioso: oggi si adopera diversamente: si chiamano sei, od otto paltonieri mascherati da giudici, e s'incumbenzano di finire l'uomo non _abrebiando_, bensì allungando, trapanando col diuturno carcere; uccidendo, insomma, il corpo mercè i dolori dell'anima. La morale, che presiede a siffatte giustizie, da Filippo in poi non è punto mutata; e chi ha vaghezza di conoscerla la può trovare esposta nel consulto del padre Diego de Chaves confessore del prelodato re Filippo II, al quesito, che gli mosse in proposito l'assassino Antonio Perez: «Lo advierto segun lo que yo entiendo de las leyes, que el principe seglar que tiene poder sobre la vida de sus subditos y vasallos, como se la pueda quitar por justa causa y por juyzio formado, lo puede hazer sin el, teniendo testigos pues la orden en lo de mas, y tela de los juyzios es nada por sus leyes, en las quales el mismo puede dispensar.--No tiene culpa el vasallo, que por sii mandado matasse a otro, que tambien fuere vasallo suyo por que se ha da pensar que lo manda con justa causa, como el derecho presume que la ay en todas les acciones del principe supremo». Vedi MIGNET, _Opera citata_, p. 66.--Le quali parole volte in italiano suonano così: «Vi ammonisco secondo la mia opinione intorno alle leggi, che il principe secolare il quale ha potere sopra la vita dei suoi sudditi e vassalli, come se la può prendere per giusta causa, e per via di regolare giudizio, così può torsela anche senza, essendo che le procedure giudiziarie nulla rilevino davanti i suoi comandamenti, potendo egli dispensare da quelle... Nè commette peccato il vassallo, che per ordine suo ammazzasse un uomo, che fosse pure vassallo di lui; conciossiachè si abbia a ritenere che il re comandi per giusta causa, conforme per diritto si presume che la giusta causa si contenga sempre in tutte le azioni del principe supremo.--Egregio re, più egregio ministro, egregissimo confessore! Secolo di oro, a cui sacerdoti e principi, stretti in fraterno abbracciamento, vorrebbero ricondurre la sviata umanità.
[16] Questo fatto successe in Sardegna a _Domus nova_ nel 1839; con la differenza, che il cacciatore invece di andare pei nidi di Aquila, cercava quelli di Avvoltoio. Intorno a queste stupende, e subitanee trasformazioni di capelli, oltre gli esempii addotti in parecchie opere mie, il signor ALIBERT, nel _vol. I._ p. 180 delle _malattie della pelle_, narra di una donna bionda diventata nera dopo il travaglio del parto, e di altro individuo il quale per malattia tramutò i capelli bruni in rossi. Parla eziandio di capelli turchini, e verdi; questi si vedono frequentemente ai fonditori. Un tale Bichat imbiancò da un punto all'altro per cattive nuove. Perat moglie di Leclerc, citata a comparire davanti alla Camera dei Pari nel processo Louvel, incanutì nella notte. Si sono vedute barbe nere da un lato, e bianche dall'altro, come canuta una parte del capo soltanto. RAYER, _Malattie della pelle, t. III. p. 81_.
[17] Questa virtù di odorato in alcuni uccelli si nega: eppure non si può mettere in dubbio, che quando una bestia morta passa in istato di putrefazione, dalle parti più remote dell'orizzonte si vedono comparire punti neri, a mano a mano avanzarsi, e svelarsi alfine per corvi, o per avvoltoi, attirati dagli effluvii ch'emanano dalla carogna per divorarla. GENÈ, _Errori popolari sopra gli animali_.--_Corvo ed Avvoltoio_.
[18] Questo miracolo veramente non operò Santo Antonio, bensì San Dunstano abbate di Glaustenbury, e questa sua presa del diavolo con le molle tanto grande autorità gli compartì sul popolo, ch'egli ne trasse baldanza da imprigionare, e perfino uccidere la sua regina, senza che per ciò ei ne menomasse il credito. HUME, _Storia d'Inghilterra, t. I_.--Così sacerdoti, e re procedono concordi finchè si tratta immontonare il Popolo; immontonato che sia, si divorano fra loro; e la storia è lì aperta per dimostrarlo.
CAPITOLO XIX
LE FANTASIME.
Tra male gatte è capitato il sorco. DANTE, _Inferno_.
Appena il vecchio masnadiero aveva cessato di favellare, che una voce sonora e argentina rompendo i silenzii della notte, portò agli orecchi dei banditi questa canzone:
_Avventa le zanne, Atterra lecciòli, Nocciòli--corniòli, Fa il bosco tremar._
--Non vi muovete, disse Orazio ai compagni, che entrati in sospetto già già ammannivano le armi: egli è l'amico nostro; il sordo-muto della Ferrata: egli non possiede in questo mondo nulla, eccetto voce e miseria; e la prima voi non potete, e la seconda voi non gli volete togliere.
Infatti indi a breve comparve il garzone della Ferrata, il quale oltre la età scaltrissimo, aveva trovato il suo conto a fingersi sordo-muto, e idiota, e così prese a interrogarli:
--Marzio dov'è?
--Se ce lo insegni noi te lo diremo. Questa è l'ultima notte del nostro obbligo di aspettarlo; o viene in breve, o non verrà più: il meglio, che tu possa fare, è di attenderlo qui con noi.
--Questo è guaio grande: che importa pescare, se non si bada alla rete?
--Vien qua, fanciullo, e cantaci la tua canzone; intanto Marzio potrebbe venire.
--Oh! vi pare egli? Ella è una canzone composta da qualche montanino ignorante di questi luoghi;--pare proprio fatta con la piccozza.
--Che sia stata composta su questi poggi non ha da dubitarsi, interruppe Orazio con modo acerbo; ma che l'abbia fatta uno ignorante non è vero, brutta scimmia, perchè l'ho fatta io...
--Orazio... vi chiedo perdono... io non credeva...
--Credessi, o non, credessi, impara che non istà straziare, la canzone a cui la canta: veramente la mia poesia non vale la tua voce; ma ad ogni modo, senza i miei versi come sapresti far sentire i tuoi canti?
Il garzone, per torsi d'impaccio a rispondere, sciolse una nota limpidissima. Orazio non ebbe coraggio interromperlo, ed egli continuò:
_Correte alle poste, Chè scende il cignale Non venne l'uguale Pei boschi a stormir.
Avventa le zanne, Atterra lecciòli. Nocciòli,--corniòli, Fa il bosco tremar.
Per setole ha stecchi, Ha fiamme per occhi: Nessuno mi tocchi, Grugnando egli va.
Le belva percosse Del mostro allo strido, Disertano il nido, I figli, e l'amor.
I colti devasta Così, che ai bifolchi Par corsa nei solchi La fiamma del ciel.
Le macchie salvate, Ai campi accorrete, Battete--uccidete Quel verro crudel.
La carne del verro, Un rubbio ben pieno Di gran saraceno Il premio sarà.
La testa, e del tiro Si aspetta l'onore Al franco uccisore Del marzio cignal.
E premio più caro Lo aspetta, del viso Di Clelia un sorriso, Baleno di amor;
Di Clelia la bella, Che quale la mira Delira,--sospira, Più posa non ha._
--Eccoti un bacio, e uno scudo; disse Marzio uscendo da un macchione in compagnia di Olimpio. Iddio ti ha dato la grazia del canto come il raggio alle stelle--luminosa, e soave: io ti chiamerò l'usignòlo dei banditi.
Ma il giovanetto, lusingato dalle lodi, ricusò la moneta, e rispose:
--Marzio, io per danaro non canto; la voce mi fu data senza pagarla, ed io la dono, non la vendo: così mi sembra il canto più bello. Io ti servo per amore, e basta. Il nostro amico della Ferrata mi manda a dirti, che il Barone è giunto...
--È giunto?
--Certo, ed io l'ho visto; ha seco la moglie, i figliuoli, ed una scorta di guardie campestri, o masnadieri che sieno. Io vengo ancora a cercar muli dai carbonari perchè il vecchio non intende fermarsi, e vuole continuare il viaggio in questa stessa notte.
--Quanti di scorta?
--Dodici; ma non di queste bande: alla parlata paiono delle parti di Toscana.
Presto furono in ordine i muli. Orazio, così ordinando Marzio, si tinse il viso e le mani di carbone; tolse la vesta di un carbonaro, e insieme col garzone menò le bestie alla Ferrata.
I banditi levarono il campo, e seguitando Marzio si ridussero al luogo predisposto alle insidie.
Arrivati i muli alla osteria don Francesco comandava li caricassero, e quando fossero in ordine lo avvertissero per partire. Non passò bene un'ora, che ogni cosa era in punto; ond'egli discese per esaminare se tutto fosse a dovere. Mentre da un luogo ad un altro si affaticava, un pipistrello investì con l'ale la lanterna che gli portavano davanti, sicchè l'uccello sbalordito gli cascò in mano; egli la scosse prontamente con un senso di ribrezzo gittando via la trista bestia, e notò:
--Cattivo augurio è questo, e prudenza vorrebbe sospendessi il partire... Qui l'oste, mostrando un viso di sasso--dove rompeva qualunque vergogna--soggiunse:
--Non vi faccia specie, Eccellenza, perchè il cattivo presagio viene compensato, anzi superato con uno buono...
--E quale?
--Caricando i fusti del vino, poco anzi, se n'è rotto uno... e siccome il vino sparso è allegria...
--Per avventura la fiasca dello keres, dove si leggeva il numero tinto di bianco?
--Non vi si leggeva nulla; state tranquillo, e fiasca non era.
--Andiamo a vedere un po' dove si è rotto...
--Giù in cucina...
--Vi sarà rimasto il guazzo...
--Eh! no, i mattoni lo hanno bevuto; anche i mattoni hanno voluto fare un brindisi a vostra Eccellenza...
--Ma questa casa parmi fabbricata almeno da un secolo addietro.
--Sicuramente; ma il pavimento è nuovo.
--Chi aveva ragione di noi altri due: tu, che facevi derivare il nome oste da ospite; od io, che lo desumeva da nemico?
--L'oste, a vero dire, interruppe il carbonaro, non fa razza da se; ma la natura lo ha messo nella grande specie, che dondola tra il somaro e il coccodrillo.
--Chi vide mai questi animali?
--Voi gli avete davanti, Eccellenza; questa razza è il popolo, che quasi sempre porta, qualche volta divora.
Don Francesco, percosso da coteste parole, prese la lanterna e la sollevò al viso del carbonaro. Orazio riconobbe lo sguardo verde, il riso maligno, la faccia di marmo del conte. Il Conte ravvisò i capelli canuti e le sembianze di Orazio, comecchè gli sembrasse assai prostrato dagli anni, e forse, come ei credeva, dai patimenti.
--Pare che noi non siamo conoscenze nuove, favellò il Conte; l'avventura dei capelli bianchi non è di quelle, che si possano leggermente dimenticare.
--È vero, i capelli bianchi non si dimenticano,--già si rammentano da se.
--Quantunque io vi conservi rancore per non avermi contentato a riportare gli aquilotti nel nido, pure, che siate uomo animoso non è da dubitarsi.--Mi duole che la fortuna non vi abbia sollevato; e se potessi, io le direi in viso che ha torto, e si vergognasse una volta.
Orazio, che incominciava a sentirsi venire i brividi addosso per la paura che gli metteva lo aspetto del conte, alle parole oneste tutto si riconfortò: gli piacque udire rammentare il caso del nido, e si profferse svisceratissimo al conte. Però Orazio accanto a don Francesco non era più quello di prima; il suo coraggio andava in fumo; e questo avveniva perchè, secondo una bella espressione dello Sterne, con molta ala di vela non aveva una oncia di zavorra; e imperterrito contro le palle, credeva alle streghe, temeva della jettatura, e senza le cinque o sei medaglie che portava appese al collo egli non si sarebbe attentato giammai di passare solo la notte.
Don Francesco, Orazio, e il garzone (ch'era tornato a fare da idiota, e a favellare con ammicchi) in compagnia di sei guardie campestri aprivano la caravana; in mezzo le donne, Bernardino, i servi armati e le bagaglie; dietro altre sei guardie chiudevano la comitiva.
Beatrice più volte si era affaticata ad accostare suo padre, più volte lo aveva supplicato con parole, o con cenni a porgerle ascolto: prima di uscire dalla osteria gli si era gittata in ginocchio davanti, e gli aveva detto:
--Signor Padre, non andate oltre, o siete morto... Marzio...
Ma il Conte a cui cotesto nome suonava delitto, e reputando eziandio le continue smanie della figlia come sforzi supremi a sottrarsi dalla imminente prigionia della Petrella, la ributtò con maniere acerbe, ed ordinò che la guardassero, e la impedissero di trascorrere dal luogo che l'era stato assegnato.
La notte diventò più buia, chè metteva un'aria, piena di nuvole a strappi, chiamata dai campagnuoli le pecorelle; e a mano a mano che salivano il fresco si faceva mordente; il vento zufolava per le fronde degli alberi: si cacciarono su per l'erta di Rio Freddo alternando discorsi, e avvertimenti di badare al cammino, che davvero meritava attenzione. Passato Rio Freddo, per la piana del Cavaliere pervennero a Rocca Carenzia. Di qui ripresero a salire, per una viuzza del Monte di Bove, fin sopra la cima, dove videro comparire la luna.
Quanto è diverso il primo quarto di questo pianeta dall'ultimo! Il primo rassomiglia una speranza, l'ultimo uno addio: gli uomini che videro di frequente il primo, bene pensarono a convertirlo in ornato della Diva dei boschi; quelli poi che più spesso contemplarono l'ultimo, ne fecero con migliore accorgimento lo attributo di Ecate, la Dea dello inferno. Chiunque ha contemplato la luna nelle varie sue fasi, per molte notti, ad ore diverse, comprende come possa essere stata salutata a ragione Dea degli amanti, e dei ladri. Le tenebre, non che ne fossero rischiarate, sembravano più triste; e il vento trasportando le nuvolette spesse, e più o meno dense, venivano ad alternarsi ora buio intero, ora mezza oscurità, ora splendida luce, che trasformavano stranamente e rendevano più terribile la faccia delle cose.
Potevano essere circa le due ore dopo la mezza notte, allorchè, traversata Rocca di Cerro per la via Valeria, rasentarono il taglio portentoso delle rupi di Tagliacozzo. Se avesse albeggiato, od anche fosse stata luna piena, quinci sariasi potuto distinguere la Rocca Ribalda; imperciocchè, passato alcun poca di valle, s'incomincia a salire il colle della Petrella, in cima del quale, sopra una rupe di pietra calcare giallognola, che si fa cenerina dalla ròcca.
Io co' miei viaggiatori ho percorso buon tratto della campagna; ma quantunque prossimo, non sono arrivato anche al termine del cammino: avanti dunque, chè pochi più passi rimangono.
La via che conduce alla Ribalda sopra la schiena del colle Petrella è aspra, rotta, e incassata in due ripe donde si rovesciano giù per le pareti pruni, e cespi di macchia cedua ove più radi, ove più folti. Nella stagione delle piogge il sentiero convertendosi in torrente, nè mai le acque giungendo, per la ripidezza dello scolo, a toccare la cima delle sponde che fanno loro di letto, ne avviene che il sentiero largheggi nella base, e si restringa in cima.
Quando il Conte Cènci con la sua compagnia entrò in questo cammino la luna si era appiattata dietro una nuvola nera, che viaggiava, a cagione della sua mole, più lenta delle altre, sicchè procederono quasi tentoni per un buon quarto di miglio. Allo improvviso la luna liberandosi dalla nuvola gitta un raggio obliquo, ed illumina la scena. Don Francesco alzando la testa vede sbucare fuori delle macchie una moltitudine di strane sembianze affacciate dal ciglione con gli archibugi tesi pronti a sparare. Non vi era scampo a resistere: a fuggire nemmeno, perchè l'erta dirupata rompeva la lena, e la china, oltre all'essere impedita dalla gente stipata dietro le spalle, non presentava intoppi minori. Coteste erano veramente forche caudine.
--Fermi tutti:--se muovete un passo siete morti!--
Così si fece sentire una voce dall'alto, come folgore che rumoreggi per le nuvole; e la compagnia si fermò.
I banditi, i bravi, e le guardie campestri, maniere di gente che assai rassomigliavano fra loro, come fu avvertito poco anzi, si mostravano quasi sempre osservatori fedeli della data promessa. Nè si creda già, che studio siffatto muovesse da sentimento generoso: tutto altro. Egli veniva dalla considerazione, che dove avessero mancato, cotesto loro mestiero diventava fallito; imperciocchè i Signori o avrebbero smesso le ribalderìe, che da loro si volevano mandate ad esecuzione, o avrebbero ricorso ad altri uomini e ad altri provvedimenti: sicchè essi ponevano nella sciagurata loro vita lo impegno medesimo, che il buono artefice mette a riportare un lavoro puntuale per mantenersi il credito e lo avventore. Indotte da questo, le guardie campestri di scorta al Conte Cènci non fuggirono; e il caporale, fattoglisi dappresso, gli favellò:
--Eccellenza, che abbiamo a fare?
--Il leone è caduto nella fossa...
--Se ci muoviamo ci ammazzano come cani senza difesa, e senza vendetta.