Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 25
Il mormorio delle acque, per l'uomo che sta in procinto di annegarsi, percuote i sensi sublimati dalla morte imminente; vario, distinto, moltiplice a guisa degli effluvii che si spandono dalla famiglia infinita dei fiori. Su la cima delle onde gli si affacciano forme aeree che guizzano, scivolano, si tuffano, tornano a galla, si baciano abbracciandosi, o prendendosi per mano menano balli voluttuosi;--accolte nel cavo delle mani le chiare acque, gliele spruzzano in volto invitandolo con sorrisi e con cenni. È questa illusione di mente inferma, o gli elementi vanno abitati da spiriti misteriosi, che camminandoci al fianco ci sussurrano alle orecchie le buone, o le cattive determinazioni? Omero ci rappresenta dee e numi, invisibili consiglieri degli eroi. A Socrate sapientissimo pareva sentirsi un demone nel seno. Nelle sacre carte occorrono e pitonesse, e larve, e genii malefici, e angioli amorosi. Il Tasso porgeva ascolto al suo genio familiare. Sacrobosco insegnò le sfere sotto la luna andare popolate di spiriti, e Cecco di Ascoli, ai tempi dell'Alighieri, propagò siffatta dottrina. Milton favella di voci arcane, che si odono fra il cielo e la terra; al fato e ai genii prestarono fede Mozart, Napoleone, Byron ed altri infiniti, così antichi come moderni. Nella Irlanda, paese cattolico per eccellenza, non vi ha famiglia che non possieda una _Bauskie_, o spirito, di cui lo ufficio si assomiglia a quello della Nonna sanguinosa, e di Meleusina. Meleusina era una larva, che compariva sopra i torrioni del castello dei Lusignano, quando alcuno di cotesta casata doveva morire. Follìe!--Io non vi parlerò dei Mesmerismo, dello Illuminismo, e di altre cose siffatte, alle quali i nostri padri, dopo Voltaire e la Enciclopedia, posero piena credenza. Vi narrerò la cena di Cazotte, attestata da testimoni gravissimi. La rivoluzione di Francia si approssimava, e gli uomini destinati a sostenere in quella una parte distinta raccolti a mensa parlavano del regno della ragione, e della felicità universale. Cazotte torbido taceva. Interrogato circa alla causa della sua mestizia, rispose: «con gli occhi della mente prevedere orribili fatti»; e siccome il marchese di Còndorcet lo scherniva, egli gli disse: «voi, Còndorcet, vi avvelenerete per sottrarvi al carnefice». Scoppiano risa, e gridi giocondi. Cazotte continuando predice a Chamfort, che si taglierebbe le vene; a Bailly, a Malesherbes, a Boucher, che morirebbero sul patibolo.--Ma almeno saranno risparmiate le donne?--esclamò allegramente la duchessa di Grammont. «Le donne? Voi, signora, e bene altre dame con voi saranno condotte alla piazza della Giustizia con le mani legate dietro il dorso».--Per modo che voi non mi lasciate nemmeno il conforto di un confessore?--«Confessore! L'ultimo condannato che lo avrà, sarà--e dopo avere esitato un momento--sarà il Re di Francia». I convitati compresi da terrore si levarono; e, quasi per provocare presagi meno tristi, a lui, in procinto di partire, domandò la duchessa:--E a voi, profeta, qual destino riserbano i cieli?--Piegò la testa, e, meditato alquanto, rispose: «Nello assedio di Gerusalemme un uomo per sette giorni di seguito fece il giro delle mura gridando con voce di terrore: sventura a Gerusalemme, sventura! Il settimo giorno gridò: _sventura a me!_ E al punto stesso un sasso enorme briccolato dalle baliste romane lo colse, e lo stritolò». Ciò detto salutava, e partiva; e come disse avvenne[10].
Non vi basta? Ebbene; eccovi uno esempio di caso recentissimo, accaduto durante la mia prigionia. Nel 17 maggio 1850 il _Giornale dei Dibattimenti_, dopo avere narrato che una larva bianca compariva alla casa degli Hohenzollen quando stava per succedere a qualche membro di cotesta famiglia alcuna sventura, assicurava correre voce, che nella notte del 10 aprile 1850 la dama bianca era comparsa nel castello di Berlino. La sentinella del reggimento imperatore Alessandro dei Granatieri gridò tre volte: «chi viva?» Non ottenendo risposta, insegue il fantasma con l'arme di contro al muro, dove ella sparisce. Nel 22 maggio successivo Sefeloge trasse una pistolettata al re Federigo Guglielmo mentre stava per partire alla volta di Posdam![11]
La ragione condanna simili fantasticherìe;--ma se la ragione condanna, la coscienza approva; e la ragione in balìa del sentimento è straccio di carta legato al piè di una rondine.
Inoltre, la ragione veramente condanna? Considerando la natura noi vediamo com'essa proceda non già per via di salti, ma gradatamente nelle sue creazioni: dai minerali, materia passiva e sterile, noi passiamo alle piante dove incontriamo un moto, una serie di sensazioni, una riproduzione, un palpito insomma di vita: poi ci occorrono le conchiglie e i coralli, e stiamo incerti se devansi annoverare nel regno animale, o vegetale: ancora, la transizione da specie a specie tra gli animali si opera per via di anelli intermedii; così l'anello mezzano, che unisce i volatili agli animali terrestri, viene rappresentato dallo struzzo; tra gli animali terrestri e gli acquatici si pongono gli anfibii; le scimmie stanno a cavallo sopra i confini della bestia, e dell'uomo. Ora se così apparisce graduato il passaggio negli enti rammentati, come avremo a supporre noi che rimanga vuota la immensa lacuna che passa fra gli uomini e le sostanze divine? Perchè le medesime sostanze divine non crederemmo varie fra loro? Dio non è diverso dagli Angioli? Gli Angioli non serbano tra essi gradi, e preminenze distinte? Le apparizioni possono nascere dalla nostra fantasia; tuttavolta la fede diversa professata senza interrompimento per tanti secoli da uomini di varia religione, di varia civiltà, e di vario intelletto, merita pure richiamare il pensiero dei filosofi. Se mi domandi: Quando avrai pensato, che cosa ti verrà fatto concludere? Io rispondo, che questa è un'altra cosa. La scienza è fuoco, l'anima farfalla, e la cenere troppo spesso il frutto dei pensamenti umani...
Giacomo Cènci, curvo il petto e le spalle, intendendo fissamente gli occhi nel Tevere, vide, o gli parve vedere emergere dal profondo una forma leggiadra di donna,_naiade, ondina_, o _ninfa delle acque_, e apparire vaga, indeterminata come la nostra immagine quando ci affacciamo per l'acqua commossa, e avvicinandosi a mano a mano farsi distinta[12]. Aveva le chiome cerulee stese giù per le guance e pel seno, stillanti gocce lucide dell'iride che scaturisce dalle gemme; la faccia del colore di perla, dai suoi occhi verde mare balenano sguardi i quali si appuntano dolorosamente negli sguardi del Cènci per modo, che gli pareva glieli abbacinassero; ma non sapeva staccarsene, sollecitandolo acuto una voluttà acerba, uno spasimo soave. Dalle labbra di corallo, mobili quanto i suoi occhi stavano fissi, usciva un suono che si diffondeva dolce su le acque, quasi note di armonica;--suono che Ulisse non seppe vincere altrimenti che turandosi gli orecchi con la cera.
--Benvenuto, ella mormorava, benvenuto l'amico segreto del mio cuore; vieni, io sono fresca, e tempero l'arsura nelle membra febbrili; vieni, io ti darò a bere l'acqua gelida, che non si attinge a fontane terrestri;--l'acqua di Lete, che procura l'oblìo. Se vorrai dormire io ti apparecchierò in questi miei umori un letto di aliche molle così, da infondere sonno nei corpi che non conoscono più riposo;--qui nel profondo tu albergherai in palazzi di carbonchio incrostati di zaffiri; sotto la volta delle acque non morde aura ghiacciata di verno, non affanna l'ardente Sirio; quaggiù viviamo dilettate porgendo le orecchie allo arcano mormorio che muove dalle cose, le quali si formano e si disformano perpetuamente nelle viscere del mondo. Noi, se ti piace, o diletto, spazieremo seduti sopra la schiena dei delfini per la superficie delle acque, o inseguiremo negli antri profondi i pesci che fuggono, e gli altri che si difendono combattendo con la spada, o con la sega;--io t'insegnerò a radere con la punta estrema dei piedi il fiore dell'onda, e a palpitare di voluttà con le acque quando i raggi della luna penetrano loro nelle viscere, e l'agitano con tremito di fosforo. Io mi accosto a te, tu accostati a me.--Scortese! Io, vedi, ti tendo le braccia; a me contesero i fati oltrepassare il confino delle onde: qui ti aspetto;--qui c'incontreremo;--e qui ti bacerò.
Il destinato allora sente un brivido nelle ossa; i piedi gli diventano piuma, e il capo piombo; cerca anelante le labbra della ondina, fende l'aria, tocca l'acqua, e la bacia. La ondina in quel punto solleva le braccia grondanti, lo avviluppa, e lo cuopre nel suo abbracciamento.
Il giorno appresso sopra la sponda desolata, fra un canneto, per la sabbia s'incontra un cadavere gonfio, pieno di arena i capelli, gli occhi e la bocca: la sua pelle mostra i colori delle erbe marine: gli occhi, comunque spenti, pare che cerchino sempre qualche cosa, nè mai si giunge a farglieli stare chiusi:--egli sembra morto di piacere... veramente il bacio della ondina gli ha dato la morte.--
Ma Giacomo Cènci sul punto di spiccare il salto fatale era tenuto forte da due mani sul parapetto, ed una voce nota lo chiamò:
--Forsennato! che fate voi?
Giacomo attonito levò un momento il capo, e poi lo ripiegò verso il Tevere. Ogni canto era cessato; le voci tacquero, la bella faccia della ondina disparve. Allora la sua anima, spinta fino allo estremo limite dello infinito, stornò aborrente agli uffici consueti della vita, e vide, o conobbe l'amico Guido Guerra.
--Oh! Guido...
--Sciagurato!--Tra commiserando, e rimproverando proseguiva monsignore Guerra; e i vostri figliuoli?
Giacomo scosse le spalle, e non rispose verbo; lasciò condursi rifinito di forze come uomo senza volontà; solo quando si accorse mettere il piede sopra la soglia di casa sua, volto a monsignore Guerra gli favellò:
--Amico, se voi credete che io debba ringraziarvi, v'ingannate. A questa ora, voi non impedendo, io aveva letto il _laus Deo_ della vita, chiuso il libro, e conosciuto com'era andata a finire: non bene, per dio, non bene; ma siccome potrebbe andare a concludere anche peggio, così mi contentava. A rischio di passare per ingrato, no, io non vi ringrazio.
Nello entrare in casa gli si presentò una vista assai strana.
«Temistocle, narra Plutarco, vedendosi perseguitato dagli Ateniesi e dai Lacedemoni, si gittò in seno a speranze dubbiose e difficili rifuggendosi ad Admeto re dei Molossi, dal quale era avuto in odio per certa repulsa superba fatta alle istanze di lui mentr'egli teneva la suprema magistratura in Atene. Pure Temistocle, temendo adesso più la nuova invidia dei suoi nemici che lo antico sdegno del re, determinò implorarne l'aita con modo singolare; imperciocchè presone il pargoletto figliuolo nelle braccia, si prostese supplicando davanti l'ara domestica; la quale maniera di pregare si reputava presso i Molossi solenne, e la sola che non potesse rifiutarsi»[13].
Così un uomo di sembianza sinistra, membruto a modo dell'Ercole Farnese, tenendo nelle braccia il minore dei figliuoli di Giacomo Cènci, verso di questo lo sporgeva supplichevole.
Cotesta squisitezza di affetto era facile che si dimostrasse da donna Luisa amante, e madre; ma come fosse caduta nell'animo ad Olimpio, natura tristamente salvatica davvero, non si saprebbe immaginare. Talora le api posero il favo del mele nella gola della fiera; ma ella è cosa tanto straordinaria, che Sansone ne fece argomento di enimma pei Filistei[14].
Ma il partito giovò ad Olimpio; che tenendo il fanciullo come il corno dell'altare, confessò pianamente a Giacomo tutte le sue colpe commesse per ordine del Conte Cènci al fine di distruggergli la pace domestica. Intanto il pargolo sollevava di tratto in tratto le sue manine, e tutto vezzoso rideva, sicchè Giacomo non seppe sdegnarsi contro Olimpio; il quale, colto il destro, posto nelle braccia del padre il fantolino, soggiunse:
--Ora, poichè col figlio vi ho portato la pace, in grazia di questa innocente creatura, che per me intercede, io vi supplico, signore, che mi vogliate perdonare.
Giacomo tacque, e girò gli occhi attorno torbido sempre, e sospettoso; se non che Luisa, indovinando quel muto linguaggio, trasse da parte Olimpio; e postasi genuflessa davanti al marito, così gli disse:
--Mio sposo, e signore; noi abbiamo scambievolmente dubitato della nostra fede. A me valga per iscusa considerare che dalla perfida lingua del serpente non seppe guardarsi neppure Eva, la quale, come uscita dalle mani stesse del Creatore, deve supporsi che fosse composta con perfezione maggiore di noi. Avendo conosciuto lo scellerato fine a cui mirava Francesco Cènci, e considerando gl'ipocriti non meno che tristi argomenti posti in opera da lui, io mi credo sciolta da ogni promessa giurata, e vi faccio manifesto come, mossa dalla disperazione, io me ne andassi dal suocero, gli esponessi lo stato della nostra famiglia, e lo supplicassi a soccorrere i miei figli desolati, che pure erano suo sangue. Di padre amoroso le parole furono e gli atti: a me, credula per passione, narrò una lunga storia dei vostri amori, e di danari profusi in lascivie, e negati ai figli, e mi sovvenne benignamente di trecento scudi, a patto che non vi palesassi da cui mi venissero: così, con perfido consiglio, a me dava ad intendere voi perduto dietro adultera pratica; a voi, che io a prezzo di vergogna procurassi agiato vivere a me, e ai nostri figli...
La donna con tanta veemenza, e prestezza aveva favellato fino a questo punto, che Giacomo non la potè interrompere. Qui però le troncava la voce dicendo:
--Cotesta posizione male conviene alla moglie di Giacomo Cènci. S'ella meritasse che il suo marito la rilevasse da terra, egli non le potrebbe dire: Luisa, il tuo posto è qui sul cuore del tuo Giacomo, che ti ha amata, e che ti ama tanto...
Si abbracciarono, e piansero lacrime di tenerezza. Lasciamo che sgorghino copiose, e soavi; forse chi sa se la fortuna appresterà più loro la occasione di versarne di piacere.
I figli, comunque fanciulletti si fossero, che il maggiore non arrivava ai sette anni, piangevano anch'essi di allegrezza, ed esultavano aggruppati in atti dolcissimi quali intorno al padre, e quali intorno alla madre. Monsignor Guerra e Marzio, quantunque li premesse urgente il bisogno di mandare ad esecuzione certo loro disegno, non ardivano turbare la santità degli affetti domestici. Olimpio, postosi a sedere in terra con le spalle appoggiate alla parete, quasi di soppiatto erasi di nuovo impadronito del fanciullino, e, ora sollevandolo ora abbassandolo, lo faceva ridere.
Davvero egli era oltre ogni credere vezzoso: rassomigliava al bambino Gesù dipinto dallo Albano, che dorme sopra una croce; e il figliuolo di Giacomo Cènci rendeva la pittura dello Albano anche per un altro motivo, imperciocchè la fortuna lo stendesse appena nato sopra una croce senza fine amara, come conosceranno coloro che vorranno proseguire la lettura di questa storia dolente.
Il bandito considerando cotesta fronte purissima richiamava invano col desiderio i giorni nei quali, egli fanciullo, forse destò nell'anima di cui lo guardava un simile affetto.--Quando glielo tolsero per rimetterlo nella culla gli parve sentirsi uscire di mano la ultima tavola, sopra la quale aveva confidato salvarsi dal naufragio.
NOTE
[1] Nello intento di adulare Ottaviano Augusto, gl'inviati di Tarragona gli referirono, un giorno, come sopra la sua ara fosse cresciuto un alloro (altri dicono una palma). Augusto, sdegnando essere tolto a compare di questa goffa piaggerìa, rispose: «Questo è segno espresso, che voi non vi curate sagrificare vittime in onor mio.» _Vita di Ottavio Augusto_, attribuita a _Plutarco_.
[2] «Poi vidi nella destra di colui, che sedeva sul trono, un libro scritto di dentro e di fuori, suggellato con sette sigilli». _Apoc. Cap. V. n. 1._
[3] Scilla, racconta la favola, fu ninfa, e di lei innamorò Glauco dio marino; il quale non le potendo toccare il cuore ebbe ricorso a Circe maga, che gli compose certo suo filtro da mescolarsi con l'acqua della fontana dove la ninfa si bagnava. Scilla, entrata nel bagno, si trovò cangiata in mostro con sei bocche e sei teste, ed una cintura di cani le si cinse alla vita. (_Odissea_, lib. XII. v. 85 e segg. _Eneide_, lib. III. v. 424 e segg.) Il FLAXMAN, nelle sue composizioni della Odissea, rappresenta Scilla circondata da cani, e così pure si osserva negli antichi cammei. Questo vortice marino prossimo alla Sicilia, secondo che _Pausania_ afferma (II. c. 34), col fragore delle sue acque imita i latrati dei cani.
[4] Dicesi che avendo Pausania, mosso da vergognoso appetito, mandato a prendere una fanciulla di Bisanzio, che aveva nome Cleonice, figliuola di genitori ragguardevoli e chiari, questi gliela lasciarono condurre da necessità costretti, e da tema; e che avendo ella pregato, prima di entrare nella stanza, che spento vi fosse il lume, inoltrandosi poscia all'oscuro, e tacitamente verso il letto in cui già Pausania dormiva, urtò non volendo nella estinta lucerna, e la rovesciò; e ch'egli destatosi con agitazione allo strepito, e sguainato un pugnale che teneva appresso, cominciò a dare dei colpi come se qualche nemico gli si facesse incontro, e ferì la giovane; la quale essendo morta per una tale ferita, mai più non lasciò poi riposare Pausania; ma frequentemente di notte gli appariva fra il sonno in forma di larva, e con impeto di collera gli diceva un verso eroico di questo significato
_Va all'ultrice giustizia, che ti aspetta; Male assai grande è agli uomini la ingiuria._
Per un'azione siffatta male potendolo sopportare gli alleati, andarono insieme con Cimone ad assediarlo; ma Pausania se ne scampò fuori di Bisanzio, ed agitato, per quanto si racconta, da quel fantasma, rifuggissi ad Eraclea nel tempio Negromantico; e chiamando quivi l'anima di Clèonice, supplicavala di volere deporre lo sdegno: ella però comparitagli, disse che ben tosto liberato sarebbe da ogni male come giunto fosse in Lacedemonia; alludendo, com'è probabile, a quella morte, ch'era quivi per incontrare. PLUTARCO, in _Vita Cimonis_. Che poi questo spettro comparisse a Pausania ogni qual volta si affacciava alla superficie delle acque, si ricava dal _Dizionario infernale_ alla parola _Idromanzia_.
[5] Semplice traduzione di due versi di Condorcet, _giustiziato_ nella prima rivoluzione di Francia:
_Ils m'ont dit: choissis être oppresseur, ou victime. J'embrassai le malheur, et leur laissai le crime._
[6] _.......... in un col latte T'imbevvi io l'odio del patrizio nome; Serbalo caro; a lor si dee, che sono A seconda dell'aura o lieta, o avversa, Or superbi, ora umili, infami sempre:_
disse il conte ALFIERI nella _Virginia_.
[7] _Suburra_ che fosse lo diremo in latino, valendoci delle parole altrui: «Erat regio (Romae) in qua meretricium diversoria erant: quae ob id Suburranae dicuntur a poetis». _Thesaur, ling. latin. t. IV_.--In Roma poi vendevansi ceci e noci fritte, e di questo cibo assai si mostrava vaga la plebe. Nell'_Arte Poetica_ di ORAZIO troviamo il verso 249, che dice:
_Nec si quid fricti ciceris probat, et nucis emptor;_
e nella _Bacch._ di PLAUTO l'altro, concepito:
_Tam frictum ego illum redeam quam frictum est cicer_.
[8] «Imperciocchè anco le preghiere sono figliuole di Giove: zoppe, grinzose, e guerce degli occhi; e queste andando dietro la ingiuria la emendano. La ingiuria è gagliarda, e di piè fermo passa per tutta la terra offendendo, ed esse le tengono dietro, e medicano i di lei danni. Ora, chi rispetta le figlie di Giove allorchè gli si accostano, questo sarà vicendevolmente assai giovato da loro, ed esaudito quando ei prega; ma se alcuno le rigetta, ed ostinatamente le recusa, allora queste andando pregano Giove Saturnio che la ingiuria persegua colui acciocchè, offeso, paghi la pena della sua durezza». OMERO, _Iliade, lib. IX_.
[9] «In ogni tempo, in ogni contrada i patrizii hanno perseguitato implacabilmente gli amici del popolo; e se per caso alcuno ne sorse nel grembo loro, sopra di questo particolarmente percossero, studiosi d'incutere spavento con la grandezza della vittima. Così periva l'ultimo dei Gracchi per la mano dei patrizii; ma giunto dal colpo fatale, lanciò un pugno di polvere contro il cielo prendendo in testimonio gli Dei immortali, e da quella polvere nacque Mario. Mario, meno grande per avere sterminato i Cimbri, che per avere abbattuto in Roma l'aristocrazia della nobiltà». MIRABEAU, _Mémoires, t. V p. 256_.
[10] LUIGI BLANC. _Storia della Rivoluzione di Francia, t. II, lib. 3._
[11] _Giornali del tempo_, e segnatamente il _Débats_.
[12] _Quali per vetri trasparenti e tersi, Ovver per acque nitide e tranquille Non sì profonde, che i fondi sien persi, Tornan dei nostri visi le postille Debili sì, che perla in bianca fronte Non vien men forte alle nostre pupille._ Paradiso Canto III.
[13] PLUTARCO, _Vita di Temistocle_. Il Visconte di _Chateaubriand_ nelle sue Memorie, _t.I. p. 290_, scrive: «Quando un uomo domandava la ospitalità presso gl'Indiani, lo straniero incominciava il ballo del supplichevole. Un fanciullo toccava la soglia, dicendo: «ecco lo straniero!» Il capo rispondeva: «mettilo dentro». Lo straniero protetto dal fanciullo sedeva su la cenere del focolare. Le donne cantavano l'inno della consolazione ... Questi usi sembrano imitati dai Greci. Temistocle presso Admeto abbraccia i Penati, ed il figliuolino dell'ospite. Ulisse in casa di Alcinoo implora Arete così: «nobile figlia di Resenore, dopo avere durato mali crudeli io mi prostro davanti a voi ec.». Compiute queste parole l'eroe si asside sopra le ceneri del focolare».
[14] Lo enimma dato da Sansone ai Filistei, diceva: «dal divoratore uscì il cibo, dalla forza venne la dolcezza»; ed accennava allo avere egli trovato un favo di mele nella bocca del lione morto. _Giudici, C. IV_.
CAPITOLO XVIII.
ROMA.
Or di tante grandezze appena resta Viva la rimembranza; e mentre insulta Al valor morto, alla virtù sepulta, Te barbaro rigor preme, e calpesta. TESTI, _A Roma_
Giacomo Cènci convitato a mensa da monsignore Guerra si ridusse a casa tardi nella notte successiva; e se a donna Luisa quella sua dimora soverchia fu motivo di affanno, il suo giungere non la consolò meglio; imperciocchè egli si dimostrasse pensieroso e mesto: ricusò vedere i figliuoli; si astenne perfino da baciare, come soleva, lo infante; anzi al vagire di quello tramutò visibilmente nella faccia. Postosi a giacere lo travagliarono sogni tormentosi, e fu sentito lamentarsi dicendo; è morto! è morto! Allo improvviso si svegliò esterrefatto; girò attorno torbidi gli sguardi, e, vistasi la moglie al fianco, l'abbracciò stretto stretto come soverchiato da interna passione, esclamando non senza lacrime:
--Quanto era meglio che io avessi cessato di vivere!
--Ti penti forse essere tornato nel seno della tua famiglia che ti adora?--gli rispondeva la moglie affettuosissima.
--No, Luisa, no; Dio me ne guardi; e ciò nonostante, credimi, sarebbe stato meglio che io fossi morto... e lo vedrai.
--Luisa da femmina discreta tacque, attribuendo cotesto fastidio angoscioso alle commozioni passate; e confidò nel tempo, nelle sue cure, e nelle carezze dei figli per ricondurre la pace nello spirito agitato di lui.