Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 24
Non disse parola, non salutò; si assise alla estremità d'una tavola di contro alla moglie, coprendosi la faccia con ambe le mani. Noi già lo vedemmo squallido, e male in arnese; e non pertanto adesso, oh come mutato da quello! Barba e chioma scompigliate; lordo di fango il cappello; i panni sordidi, e gli occhi infiammati nelle palpebre, e cenerini allo intorno. Luisa si sentì a un punto spaventata, e commossa. Siccome vediamo ordinariamente accadere che l'attenzione nostra, sopraffatta dalla piena del dolore, si fissi sopra un oggetto particolare, e si affligga per questo più che per motivi generali, così ella, considerando le mani sordide e i manichetti sozzi, sentì gonfiarlesi il cuore di un sospiro angoscioso.
Tolse pertanto il fantolino e se lo pose al petto, con la intenzione medesima con la quale il messaggero, là dove non arriva il suono delle parole, mostra da lontano l'olivo, o sventola un panno bianco in segno di pace. Tutto questo non valse a richiamare l'attenzione di Giacomo; il quale reputandosi tradito, piangeva, assorto cupamente, le speranze, la felicità e la benevolenza perdute. Levandosi a un tratto, squassandosi con le mani i capelli, esclamò con voce roca:
--A che sono venuto? Davvero, io non lo so.--Se si potessero gittare via dal cuore gli affetti come il carico dalla nave per iscampare dal naufragio!... ma se non se ne può far getto, bene è concesso sradicare dal seno affetti, e cuore. Tutto può tacere in un punto, e taccia.--Qui mosse per andare.
Luisa, con voce nè carezzevole, nè severa, disse:
--Il padre vorrà allontanarsi dai suoi figliuoli senza averli baciati?
--Dove sono, e chi sono i miei figliuoli? Quale di questi fanciulli farà testimonianza ch'egli nasce da me? Tutto si fonda sopra la fede: vetro fragilissimo! Ora come mi affiderei alla lingua della donna fraudolenta, di cui le parole sono lacci tesi per condurre al vituperio, e alla morte?
Luisa non sapeva che cosa avesse a capire in cotesto discorso, e se ne stava come trasecolata. Giacomo con ghigno amaro soggiungeva:
--Comprendo bene che un uomo, quale mi sono io, incapace di provvedere alla sussistenza della propria famiglia, ceppo sterile, e roso dagl'insetti; che suda da tutti i pori la maledizione di Dio... inutile, insomma, o funesto, deva ispirare disprezzo... e comprendo ancora, e provo come il disprezzo uccida lo amore, e generi l'odio. Ma perchè onestare con l'audacia il misfatto? Perchè convenire la propria colpa in sasso, e lapidarne lo innocente? Bastava, io credo, avermi preso a vile, cuoprirmi di vergogna, senza spingermi perfidamente contra un turbine di male parole, che a modo di polvere accecandomi gli occhi, m'impedisse vedere il vostro delitto.
--Giacomo, a cui favellate voi?
--State tranquilla, io non sono venuto qua per maledirvi; ma solo per dichiararvi che voi avete potuto gettare la disperazione nell'anima mia, non già ingannarmi. Adesso le parole bastano...--adesso, che si spandono come fumo di fiamma spenta... tutto è detto fra noi...--e di nuovo faceva atto di andare.
--Giacomo non partite; per la fede di gentiluomo onorato, non partite. Quando le parole, come la nuvola che contiene il fulmine, portano nella loro oscurità la distruzione della fama d'una creatura di Dio... oh! allora è obbligo chiarirle. Credete che sia vostro il segreto, quando mi avete fatto comprendere ch'egli cela il mio vituperio?
--Mi pare che a voi non ispetti dire questo, perchè le mie parole possono suonare oscure a tutti altri fuori che a voi. Volete il commento al mio testo? Ebbene; eccovelo pronto. Donde vi vennero queste masserizie? Chi provvide questa copia di robe al vivere non che necessaria, superflua?--In questa casa, è vero, io vi lasciai la miseria, e vi trovo l'abbondanza; ma io vi lasciai ancora un'altra cosa, che vi ricerco invano, ed è il mio onore.--Ora non hanno a procedere dal padre la povertà, e la larghezza dei suoi?--Chi sono i castaldi che hanno mietuto per voi? Dov'è il forziere donde prendeste la moneta? Certo non erano del vostro marito. Come si chiama colui che provvede ai bisogni vostri, e di queste creature? Dove si nasconde il cortese, che prende cura di voi più che io stesso? Perchè l'amico della mia famiglia teme di svelare la sua faccia a me?
--Giacomo, per onor vostro, pensate che voi oltraggiate una madre alla presenza dei suoi figliuoli...
--Ma essi che cosa sono mai se non che testimoni, i quali v'incolpano peggio delle mie parole?
--Un parente vostro... e mio... mi sovvenne; io non posso palesarvene il nome perchè mi sono vincolata a tacere. Io mi sento donna da vedere i miei figliuoli piuttosto morti di fame, che pasciuti di vergogna. Questi sospetti di viltà non mi toccano, e vuo' che sappiate, o Giacomo, che io mi sento pura quanto la madre vostra, che adesso è in paradiso.
--Ma e voi, contro la fede del vostro consorte che cosa potevate allegare, ditemi, tranne la perfida calunnia di una persona che nasconde il suo nome, e nonostante questo ricusaste credenza ai miei giuramenti, e alle mie lacrime? Ora come volete, che io chini la faccia alle nude affermazioni vostre? Anche a me furono porti avvisi segreti, e non pochi, ma a questi io non dava ascolto; sto ai fatti, che voi non negate, nè potreste negare. Ora io non dirò con quale giustizia, ma senno pretendete voi, che mentre ricusaste il giuramento del vostro signore e marito a smentire parole calunniose, io deva accogliere il giuramento vostro per giustificare fatti confessati ed evidenti?
--Giacomo... di quanto io vi rimproverava ho prove manifeste in mano; prove delle quali dubitare è impossibile... i vostri sospetti sono infamie... andate...
--Sta bene. Io non ho cuore, nè lena per garrire con voi.--Dopo ciò, senza minaccia, ma orribilmente tranquillo, le si accostò domandandole a voce sommessa: «Potrei io sapere, come _in articulo mortis_, se fra questi vi è alcuno che sia mio figlio?»
--Giacomo, voi avete parlato una stolta parola. Tutti sono figli vostri...
--Sì, certo, così va detto. _Pater est quem justae nuptiae demonstrant_; tale almeno dichiara lo jus civile, che fu fabbricato proprio qui in Roma; e il pretore mi condannerebbe a far loro le spese. Padre sono, ma per presunzione di diritto:--padre sono, ma buono per darsi alle bestie. Gran danno che non costumino più gli spettacoli dello anfiteatro Flavio! Non importa; in ogni luogo occorrono travi, alberi, e pozzi, e fiumi.--La sua voce si animava, e al pallore mortale sopra le sue guance subentrava un vermiglio febbrile, e proseguiva:
--Potrei vendicarmi! Ma quando la vendetta ebbe mai virtù di ridonare la perduta felicità? Misero, potrei rendervi misera:--ecco tutto! Il mio cibo nella vita è stato bastantemente amaro per farmi aborrire di tuffarlo per di più nel sangue. No... no... io non voglio vendicarmi... anzi dal cammino della vostra vita io mi torrò come un tronco, impedimento a cui passa... e voi proseguirete dove il cuore vi chiama. Non vi prego a rammentarmi perchè non me ne importa, e voi nol fareste; neppure v'invito ad obliarmi perchè me ne importa anche meno, e questo farete molto bene da voi. Doglia di morto dura finchè non si asciugano le lacrime, e queste si asciugano presto;--e pei mariti di rado si piange. Ma io ho amato queste creature, le ho credute parte di me, e doverle staccare adesso dalla mia affezione mi pesa... ve le raccomando, donna Luisa... se non posso considerarle nate da me, ricordatevi che sono nate da voi.--Certo in questa ora suprema mi sarebbe tornato di conforto grande accostare le labbra sopra una fronte, che fosse sangue mio. Le mie lacrime ormai non saranno piante più per nessuno; torneranno indietro a piangermi sul cuore... amare... gravi... ma brevi. Addio; vi desidero che gli anni vi passino senza rimorsi, e un nuovo marito degno della vostra fedeltà...
Luisa non aveva osato inacerbire la esaltazione di Giacomo con parole di contrasto, e di rampogna. Ora vedendo come gli s'infiochisse la voce, e quasi gli diventasse piangente,
--O figli... abbracciatelo... fategli sentire s'egli è vostro padre, disse affannosa accennando ai fanciulli...
I fanciulli, obbedienti alla parola materna, si mossero ad un tratto; e quale attaccandosi ai lembi della veste faceva prova di attirarlo verso la madre, quale gli stringeva le ginocchia, e quale s'ingegnava salire sopra una seggiola per poterlo abbracciare al collo. Giacomo, ridivenuto tranquillo, si sciolse da loro esclamando:
--Riparate al seno di vostra madre. Infelici! Non sapete che i Cènci avvelenano col fiato?... Addio... e addio per sempre.
E sparì. Il suono dei suoi passi s'intese precipitoso giù per le scale. Luisa si slanciò al balcone, e con la sua voce più lamentosa esclamò:
--Giacomo! Giacomo!
E lo ripetè più volte; ma Giacomo fugge in balìa della feroce passione che lo trasporta. Allora nella egregia donna l'amore vinse ogni risentimento, e, gittatasi addosso una mantiglia, proruppe fuori di casa in traccia del suo consorte. Ella aveva percorso diverse strade, quando tra per la fatica, tra per lo affanno sentendosi venire manco la lena, le fu forza sostare, e assidersi sopra il muricciòlo di un palazzo. Guardandosi poi attentamente dintorno conosce cotesta essere la dimora di monsignore Guido Guerra: levò gli occhi in su, e vide lume. Sapendo cotesto prelato familiare di casa Cènci, e di Giacomo intrinsecissimo, parve a lei che la Provvidenza l'avesse quasi per mano condotta colà; onde fattasi coraggio salì le scale, e, tenuto dietro allo staffiere, senza aspettare che l'annunziasse, penetrò nella stanza, e rinvenne Monsignore in compagnia di due uomini, uno dei quali le giunse noto, comecchè in quel subito non ricordasse in qual parte lo avesse incontrato: esitò un momento; ma poi, sospinta da smaniosa angoscia:
--O Monsignore, disse, voi che per bontà vostra portate amicizia a Giacomo mio marito, deh! per amore di Cristo, mandate gente a cercarlo per Roma, però ch'egli siasi partito da casa tutto infellonito, ed ahimè! dubito con sinistre intenzioni.
--Contro cui, donna Luisa?
--Contro se stesso; e temo forte, ch'egli abbia preso la volta del Tevere.
--Misericordia! Su, Marzio, andiamo; voi, con parte dei miei staffieri, a manca; io, con l'altra parte, a destra del fiume. Olimpio, voi accompagnate donna Luisa.
Omesso ogni saluto, Guido, Marzio e gli staffieri si precipitano fuori di casa in traccia di Giacomo. Donna Luisa, andando a braccio con Olimpio, così prese a favellare:
--Il vostro volto non mi comparisce nuovo: ma, Santa Vergine! così ho sconturbato il cervello, che la memoria non mi regge... Ah! sì... me ne risovviene adesso... voi vi trovaste allo incendio della casa del falegname di Ripetta.
--Io?
--Sì, ed eravate di quelli che si affaticavano a sovvenire i desolati.
--Io non feci nulla, altro che male. A voi, egregia donna, tutto il merito... Voi siete una santa: viva la vostra faccia. Se la mia domanda non fosse indiscreta, ci sarebbe da sapere perchè vi mostraste travestita da uomo in quella maledetta notte? Perchè vi metteste a quel disperato cimento?
--Ve lo dirò mentre andiamo. La donna, che salvai, mi ha trafitto il cuore; ella ha ricoperto di lutto la mia famiglia, certo non lieta nemmeno prima, ma neppure desolata: che dove regna amore non si allontana mai la speranza. Quello, che Dio ha ordinato all'uomo di non separare, la sua mano ha diviso per sempre: insomma, ella mi ha rapito lo sposo... ed in cotesta notte mi aggirava per là, con la intenzione del lupo intorno alle stalle... voleva bevere il suo sangue, e mi pareva che questo solo potesse bastare a spegnere la mia rabbia. Mi percossero gridi disperati... comparve la donna col figliuolo al balcone;--non vidi più la esosa rivale, vidi la madre... pensai ai miei figliuoli, e mi precipitai per salvarla, però che Cristo mi favellasse dentro al cuore, e mi dicesse: perdona!
Olimpio udendo parlare donna Luisa ardeva, e agghiacciava. Si fruga con la mente dentro nell'anima per vedere se ci fosse luogo da deporvi una speranza di misericordia, e gli parve di no. Allora gemè dal profondo del cuore: così ricadono sul prigioniero le catene con romore disperato dopo i supremi sforzi per romperle. Nondimeno, siccome accanto alla fiamma della carità non vi ha cuore, comunque di selce, che non si riscaldi, Olimpio suo malgrado si sentiva commosso.
--Se io, incominciò a dire, se io potessi sperare che l'assoluzione mi salvasse, a nessuno io vorrei confessare i miei peccati tranne a voi, venerata Signora, e tra Dio, e me non desidererei mettere migliore mediatore di voi. Ma il libro della mia vita ho così empito di delitti, che l'Angiolo Custode non vi troverebbe più tanto di bianco da scrivervi sopra la parola _misericordia_ con la più fina delle penne delle sue ali. Pazienza! E nonostante questo io mi confesserò, perchè se la mia confessione non può giovare a me gioverà a voi, e quindi io ve la faccio. Sapete voi chi incendiò cotesta casa? Io...
--Voi!
--Sapete chi portò al nobile vostro consorte la lettera perfidamente calunniosa, che forse lo ha tratto in furore? Io.--Sapete chi tutto questo ha immaginato perchè voi, e vostro marito vi odiaste?--Il conte Francesco Cènci. Egli si fregava tutto allegro le mani, e disse: è più facile che una rupe spaccata dal fulmine si riunisca, che la mia nuora torni ad amare Giacomo. Ho seminato l'odio, raccoglieranno la desolazione.
Donna Luisa si scioglie impetuosa dal braccio di Olimpio, e corre veloce così, che avrebbe vinto nella fuga il cervo: giunge a casa, irrompe nella stanza ove giaceva sempre inferma la povera Angiolina, e approssimatasi al suo letto palpitante e affannosa, la interroga:
--Donna, per quanto amore porti al tuo Dio, guarda di non mentire. Conosci tu il Conte Cènci?
Angiolina, spaventata dalla costei vista, e non la ravvisando per gli abiti mutati, come quella che sempre l'era comparsa davanti in veste maschile, risponde:
--Chi siete voi? Che cosa volete da me?
--Io non rispondo, interrogo, soggiunse imperiosamente donna Luisa--dimmi se tu conosci il Conte Cènci?
--Ma voi... sareste forse sorella del mio benefattore?
--Che t'importa cotesto?--esclama donna Luisa, percuotendo impaziente di un piede la terra;--o uomo, o donna, o demonio, non cercare da cui ti venga la vita. Rispondi... rispondi;--e ripercuoteva co' piedi il pavimento.
Angiolina, come sotto la pressione di un sogno tormentoso, diceva:
--Sì, lo conosco...
Lo conosci, eh! sciagurata, e questo è il figliuolo dei vostri amori? E sì discorrendo caccia le mani nei capelli del fanciullino, che sentendosi far male si mette a guaire...
--Lasciatemelo stare... in che cosa cotesta povera creatura vi ha offeso?
E, come a proteggerlo, ella si spendolava fuori del letto.
--Questo è figlio del peccato, e tu lo hai avuto dal Cènci...
--Dal Cènci? Signora, prosegue Angiolina prorompendo in pianto; conviene egli alle gentildonne straziare così la fama di una povera inferma? Io, sì, conosco un vecchio barone, che ha nome conte don Francesco Cènci; fu egli che beneficò il mio defunto marito, e questi mi condusse certa volta a ringraziarlo; egli volle donarmi danari, che io a male in cuore accettai, perchè, malgrado i suoi capelli bianchi e le parole benigne, qualche cosa gli traluceva negli occhi, che metteva spavento: da una volta in su io non l'ho più visto.
--Non di lui... non di lui ti domando, ma del suo figlio don Giacomo.
--Mi parve udire, che don Francesco avesse figliuoli; ma io non li vidi mai, nè so come si chiamino;--e questa risposta ella dette con tale una ingenua tranquillità, che le avrebbe creduto lo stesso apostolo del dubbio, San Tommaso.
--Non lo vedesti mai? Ne ignori il nome? Giuralo pel tuo Dio; giuralo per la tua anima, e coscienza... giuralo per questo Gesù redentore, che, dove tu spergiurassi, sappi che sconficcherebbe le mani di croce per maledirti in eterno.
E staccato un Crocifisso dal capo del letto, glielo poneva dinanzi agli occhi. Angiolina lo prese, lo baciò devotamente, poi glielo rese con atto pieno di dolcezza, chiedendole:
--Siete voi madre, Signora?
--E se non fossi madre avrei avuto cuore di avventarmi nelle fiamme per salvare te, e il tuo figliuolo?
--Voi? E vi chiamate?
--Donna Luisa...
--Moglie?
--Di Giacomo Cènci.
--Ah! Signora; comunque io sia femmina di scarso intelletto, pure comprendo che lingue malvage hanno ad avere messo scandalo di me. Ora uditemi. Santo è il nome di Dio, santo è quello del Redentore, sacre cose sono la coscienza e l'anima; ma io non giurerò per queste.--E messa la mano sul petto del caro pargolo, che le giaceva in culla accanto al letto, proseguiva così:--se io vi ho favellato parole di menzogna possa... in questo momento cessare di palpitare sotto la mia mano questo cuore del mio cuore...
Luisa, come donna tratta fuori di se,
--Ti credo... oh! ti credo, esclamava; e piegandosi sopra Angiolina, le prese con ambe le mani la testa, la baciò pei capelli, per la faccia, pel seno, senza avvertire punto come coteste scosse lei, non bene risanata, addolorassero. Angiolina, per istinto di virtù gentile, frenava appena i lamenti di angoscia che le cagionavano coteste procellose carezze.
Anche del cervello si conosce la carta topografica. Gall e Spurzheim vi hanno tracciato sopra le strade maestre, le provinciali, e quelle di sbiado; anzi perfino i viottoli, onde non si smarrisca chiunque abbia vaghezza di viaggiarlo per lungo e per largo. Venite qua, lettore; considerate questo cranio segnato: gittate l'occhio sopra l'ordine delle _facoltà affettive_, genere primo; alla lettera B troverete lo _amore della vita_, cioè subito dopo la lettera A che distingue _la cupidità del cibo_. Da questo esame ne scendono due conseguenze, la prima delle quali ha che fare col mio racconto, la seconda no. E la prima è, che l'uomo possiede le facoltà principali perfettamente pari a quelle dello avvoltoio; _divora per vivere_: alcuni hanno sostenuto ch'egli vive _per divorare_, ma non è del tutto vero. L'altra poi, che ci vuole più coraggio a non mangiare che a morire, è maggiore violenza alla natura. Giacomo da più giorni non gustava alcuno alimento, e lo istinto della vita così taceva in lui, che lo aveva preso irresistibile il desiderio della morte.
Quando ciò avviene, occhio di donna non guardò mai così dolce come il foro del teschio, nè labbra di ranuncolo sorrisero così voluttuose come le scarne mascelle. Quelli, nei quali dura lo istinto della vita, reputano acerbo il fato di coloro che si dettero la morte; mentre se questi potessero continuare ad appassionarsi per cosa terrena, sentirebbero immensa pietà per coloro che sono vivi. Rovesciato l'appetito delle cose, tutto quanto piace a cui vive rincresce ai consacrati alla morte: tutti i motivi che i primi trovano per restare, i secondi li trovano per partire: niente è mutato nell'ordine delle funzioni organiche; soltanto l'ago della bussola ha mutato polo: il sentimento si affaccenda a mandar fuori della esistenza desiderii ed affetti, come chi muta casa sgombra le sue masserizie; e quando il letto è in casa nuova, e il riposo delle lunghe tribolazioni nella fossa, noi ci andiamo con voluttuoso conforto a dormire.
Giacomo Cènci, quietato il primo impeto che gli fece abbandonare con tanta passione la famiglia, prese a camminare lento perchè egli fosse venuto nel proponimento di distruggersi non mica per impeto, sibbene per discorso d'intelletto, e quasi sommando le ragioni del vivere e del morire. Importa conoscere come Giacomo pervenisse alla medesima conseguenza per una via diversa da quella di Beatrice.
--Quantunque, ei discorreva fra se, io abbia fatto mille volte questo conto, pure, adesso che mi avvicino al momento di saldarlo, ripassiamolo per vedere se torna. L'uomo ha da considerarsi in tre maniere: riguardo al suo Creatore, riguardo alla città, e riguardo alla famiglia. Incomincio dalla famiglia, e in questa parte la ricerca ha da farsi così--per la famiglia propria, e per la famiglia dei parenti. In quanto a me la famiglia dei congiunti si riduce alla paterna, imperciocchè in quanto agli altri poco curano me, ed io niente loro. Ora è chiaro che mio padre mi odia con tutti i sentimenti dell'anima e del corpo, ed io per necessità mi trovo condotto a dargli frutto corrispondente al seme. Posto che le cose rimanessero a questo punto... oh quanto è incomportabile affanno dovere odiare il proprio genitore! Ma qui non si fermano: egli mi perseguita, m'infama, e mi travolge nella disperazione della miseria. Se la mia anima si accomodasse a questo carico, un giorno mi avverrebbe di contrastare ai cani le immondezze che gettano per le strade, o morire di fame sotto il portico di una chiesa. Se, all'opposto, l'anima deliberasse sferzare il destino, ecco mi trovo attraverso la strada la vita di mio padre, io la calpesto, e passo; che cosa mi aspetta dall'altra parte? Forse il patibolo, certo il rimorso, e la eterna dannazione. Luisa ha inchiodato il mio nome su la gogna, e vivere e soffrire sarebbe un prestare la marca del mio casato ai figliuoli che non nascono da me. Bel mestiere, per dio! I fanciulli m'inseguirebbero con gl'improperii per le vie; gli adulti mi tentennerebbero il capo dietro come a miserabile ribaldo. Potrei vendicarmi;--sì, alzare la mia vergogna come un gonfalone perchè possano vederla anche i più lontani. I tempi non somministrano campo ad atti generosi, nè a studii onesti. La Inquisizione aborre gente che sappia; ella vuole gente che creda: or via, da bravo; consuma qualche rubbio di grano; divora qualche quarto di bove; per uno che sei popola il mondo di quattro, o cinque, od otto infelici; accendi parecchi moccoli ai santi, recita alcune dozzine di rosarii, e muori. Ma no... ti si apre il cammino per farti degno di fama; con che? Con le armi forse? Ingiuria partorisce ingiuria; la maladizione scrive, e la vendetta legge. Con gli studii? Oh! questa è una via, che dalla ignoranza conduce diritto allo errore. Se ti mantieni ignorante, e tu cammini pel buio; se ti erudisci, l'anima si circonda col cilizio del dubbio. E poi, che cosa avvertirà i posteri del tuo sentiero nella vita? La lapide finchè le grappe la terranno su per la parete, o finchè i piedi non l'avranno logorata sul pavimento della chiesa. E ai posteri che cosa importerà di te? Importa a te dei tuoi avi? Non li conosci. Pei tempi che corrono, però, tu puoi scegliere tra la stupidità e la ferocia:--e se io non volessi essere stupido, nè feroce? Se io gitterò via questa vita, che mi tribola, Dio mi condannerà? Perchè?... Egli mi aveva concessa una tazza colma di esistenza, e grazie gli sieno; parte ne ho bevuta, e parte io rovescio a terra--facendone libazione agli Dei. La vittima quanto più cara, tanto più riesce gradita nell'alto; ora, che cosa a noi può essere più caro di noi stessi?--Così fantasticando egli giunse alle sponde del Tevere.