Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 23

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--Ma!... tanto è, non la vogliono capire.--Orsù, mettiamo da banda queste freddure. Danari non importa che tu prenda teco; il castaldo deve avere riscosso a questa ora i canoni dei fittaiòli;--solo per amore mio porterai questo mantello, che ti dono; egli ti riparerà dalla guazza, dalla quale importa riguardarci bene.

--Eccellenza, un tabarro scarlatto trinato di oro, ma vi pare che sia abito conveniente per un povero vassallo come sono io?--E' mi parrebbe di fare la figura di uno dei re maghi.

--Chi dona considera la sua larghezza, non la umiltà di cui riceve; e poi anche di cotesta pasta si fabbricano baroni. Che cosa ti pensi che ci voglia, ai giorni nostri di decadenza, per mutare un contadino in conte? Un mantello rosso, e qualche migliaia di scudi. I titoli sono diventati le indulgenze dei Principi, e col miscuglio della piccola gente essi guastano la vera ed antica nobiltà; un giorno se ne avvedranno, e se ne pentiranno. A me non importa nulla. Intanto, Marzio, prendi il tabarro, e pei danari pensa che il Conte Cènci possiede tanto che basta per mutare quindici mendichi in principi romani; e rammenta ancora, che a patto che la mia roba non vada agli odiatissimi figli, io mi contento che si spartisca fra i miei servitori. Dunque o stanotte, o domani sellerai lo storno, che tra i miei cavalli è il più poderoso, e mettiti in cammino; io ti terrò dietro fra cinque giorni, o sei. Intanto rendimi le chiavi del sotterraneo: alla ribelle figliuola provvederò da me stesso.

Marzio gliele dette senza esitare, ma nel porgergliele pensò: Ribaldo vecchio! e non sai, che quando il tuo diavolo nacque il mio andava ritto alla panca?--E questo avvertiva perchè. come quello che industriosissimo uomo era, non aveva messo tempo fra mezzo, e con suoi arnesi saputo in breve ora ridurre altre chiavi, e adattarle alle serrature dei sotterranei.

Tolto commiato, fingendo apparecchiarsi al viaggio, si pose in guardia nella stanza terrena, dove metteva capo il corridore che riusciva alla porta dei sotterranei: quivi prese la valigia da trasportarsi sopra le groppe del cavallo; riguardò la briglia, le cinghie, la sella e le armi; e come se avesse rinvenute queste irrugginite pel non uso, con olio e smeriglio si tratteneva a polirle, stando sempre con l'occhio avvertito.

Al Cènci, quando parve tempo, persuaso sorprendere Beatrice con qualche foglio scritto da lei, o ricevuto di fuori mercè il soccorso di Marzio, cauto, ed obliquo a modo del gatto, strascinandosi a stento per via della sua infermità, s'ingegnava penetrare inosservato nella prigione di Beatrice. Marzio, appena con la coda dell'occhio lo vide comparire alla lontana, scattò la pistola, la quale sparando levava immenso rimbombo in cotesti luoghi chiusi. Lo astuto Conte penetra di un baleno la trama; freme in cuore, ma in volto non muta colore, non istringe sopracciglio: oggimai per cotesto segnale Beatrice era stata avvertita, e la sorpresa riusciva invano. Si appressava pacato a Marzio, e con ipocrita ingenuità gli diceva:

--Ma badaci, figliuol mio, un'altra volta; chè ti potresti guastare una mano.

--Figuratevi! gli è stato proprio casaccio. Restare inabile per tutto il tempo della vita preme ancora a me.--Lasciate però che io mi rallegri con voi, vedendovi così presto guarito della gamba da potere uscire da letto.

--Veramente cotesti buoni Religiosi, che tu hai veduto, mi avevano portato una reliquia capace di operare questo, ed altri miracoli; ma io non ho consentito che per me disturbassero Dio nello eterno suo soglio: mi attengo modestamente allo empiastro di malva. Io mi sento tutto altro che sanato; il bisogno di prendere un poco d'aria pura, il fastidio insopportabile di tenermi giacente in camera mi ha spinto a perigliarmi fino qua. Marzio porgimi il braccio, tanto che io possa un po' riconfortarmi qui allo aperto.

Marzio gli diè braccio; sicchè a vederli parevano i più amorevoli padrone, e servo, che da un pezzo in qua avessero rallegrato il mondo.

Io non so davvero qual pazzia sia questa dei poeti, di ricorrere alle bestie per paragone delle umane passioni. Vogliono dare ad intendere una immanità inaudita, ed eccoti in ballo la tigre, e, per di più, ircana: qualche grossissima ira fra due uomini arrabbiati, e, o Ariosto, o Tasso, o Tassoni, o Poliziano, o gli altri infiniti (imperciocchè questa similitudine io credo che pel molto uso caschi in pezzi) ti cantano

_E si vanno a incontrar, non altrimenti Che due cani_ (o due tauri) _furiosi, e d'ira ardenti._

Se due persone, che si aborrano fra loro, si dice: stanno d'accordo come cane, e gatto. Sicuramente che cane e gatto, se non fossero aizzati l'uno contro l'altro, starebbero d'accordo; ed io ho veduto una cagna allattare due gattini orfani: cosa da intenerire i sassi, e le Signore patrone degli Asili infantili. A che giova importunare le bestie che non possono renderci la pariglia, non componendo poemi, e non possedendo stamperie? Vi hanno forse rabbia, o ira, o ipocrisia bestiali che superino quelle dell'uomo? Questa creatura è pari a se stessa, a nessuna seconda; a molti facilmente prima. Se volete proprio dare idea di persone che si odiino con tutte le potenze dell'anima, dite piuttosto che si accordano come padrone e servo, e parlerete più dritto. Certo io non nego, che se i servi possedessero metà delle virtù che i padroni pretendono da loro, non vi sarebbe servitore che non meritasse avere al suo servizio una mezza dozzina di padroni; almeno tale era il parere di Figaro: ma per altra parte troppo spesso i servi così si mostrano o cupidi, o ingrati, che sarebbe risparmio grande di afflizione fare da se. Marzio e il Conte procedevano braccio a braccio, e si scambiavano parole di benevolenza.

--Vivono i tuoi genitori, Marzio?

--Sono orfano; parenti ho da averne di certo; però da gran tempo non udiva notizia di loro.

--E forse i luoghi ritengono qualche vestigio di fiamma antica?

--Fiamma!... Io la ebbi, ma me la spense il vento.

--Davvero! O narrami un po' questo caso.

--È breve; un potente barone se ne invaghì; costei fu temeraria tanto, da rifiutare l'onore che il barone volea farle; il barone la uccise, e la pagò secondo i meriti.

--Motivo forse di sospiri per quindici giorni. Il tempo rimargina presto le ferite.

--Non tutte; dentro alcuna si tronca il coltello, la carne vi cresce sopra, ma la ferita sanguina sempre.

--Marzio, la commedia della vita non si compone di un atto. Hai tu veduto ghirlande di un fiore solo? Sta' lieto; tu sei giovane, tu sei bello; un'altra volta, e due, e dieci tu potrai menare allegri balli con giovani leggiadre intorno ai fuochi di maggio. Io non pretendo che la sorveglianza dei lavori alla ròcca di tanto ti occupi, che tu non possa dare una corsa fino alla tua patria, che se bene mi rammento ha da essere Tagliacozzo, per ritrovare qualche sorriso di vita che dissipi ogni nebbia di sospiri di morte.

--Così farò, don Francesco, poichè me ne date licenza: vo' provare, se mi riesce, a scacciare un diavolo con un altro.

Dio eterno! Mentre si ricambiavano siffatte cortesie, i costoro colli, come sotto ad un medesimo giogo, andavano gravati dal pensiero dello scambievole omicidio: ed anche questo è un pregio, del quale gli uomini possono vantarsi superiori alle bestie. Il Conte dopo breve cammino tornando a dolersi del piede offeso, mostrò voglia di ricondursi in camera; e Marzio lo accompagnò, e lo sovvenne con amorosa assistenza.

Scesa la notte, quando a Marzio parve che tutti dormissero nel palazzo, con veloci passi s'incamminava al giardino: quivi assicurò al muro del recinto una scala; poi, aperte con le doppie chiavi le porte del sotterraneo, liberò Olimpio. Questi col cibo e col riposo aveva recuperato le forze, e con le forze lo acuto desiderio della vendetta, per cui era venuto nel proponimento di appiccare il fuoco al palazzo dei Cènci prima di abbandonarlo; nè Marzio ebbe a durare piccola fatica per contenerlo, e gli andava dicendo: si quietasse per ora; lui premere smisuratamente più atroce la necessità della vendetta; fra giorni egli ne trarrebbe del Conte una memorabile, e sicura; essere iniquo offendere tanti innocenti per colpa di un reo.

Poi si condusse al carcere di Beatrice; l'animò a fuggirsi seco lui, ma la rinvenne ferma nel suo proposito di sopportare quello che alla Provvidenza fosse piaciuto disporre di lei. Venutogli meno ogni argomento, prese il memoriale; la confortò come seppe, provò allontanarsi, tornò indietro: sentiva, nello abbandonarla, scoppiarsi il cuore come per morte. Finalmente a lei, che non cessava scongiurarlo deporre per lo amore di Dio ogni disegno di vendetta contro il padre suo, baciò, e ribaciò affettuoso le mani, e poi si allontanò con passi concitati esclamando: «Fatale! fatale!»

Olimpio si salvò per la scala del giardino; Marzio uscì dal palazzo montato sul cavallo storno, portando su le groppe di quello avvoltolato il mantello scarlatto trinato di oro.

CAPITOLO XVII.

IL TEVERE.

Acque del Tebro, a voi sola è rimasta La grandezza di Roma. ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.

Fu di Romolo la gente Che il tridente Di Nettuno in man gli porse. Ebbe allor del mar lo impero, Ed altero Trionfando il mondo corse. GUIDI, _Il Tevere_.

Ecco il Tevere! Le sue acque scorrono adesso come quando Roma vi si contemplava incoronata di tutte le sue torri. Questi flutti hanno trasportato sul dorso regni, repubbliche, imperii, e Popoli, e, più stupendo a dirsi! una generazione intera di Numi, mescolata con le foglie inaridite che il vento di autunno sparpaglia lungo le sue sponde. Ceneri di eroi, e ceneri di banditi; ceneri di papi, e ceneri di eretici furono sparse per la sua superficie, nè egli corrugò la fronte per le une più commosso che per le altre. Dentro ai suoi gorghi le statue di Giove e di Mercurio riposano in pace sopra il medesimo fango, a canto a quelle dei santi Pietro e Paolo. Tutto intorno a te rovina, tutto è mutato; tu rimani lo stesso, e teco il sole italico, che scherza con le fulve tue onde come con la criniera di un vecchio leone.

Leva la fronte, o Tevere. Ah! forse non tutti i numi abbandonarono ancora il cielo di Ausonia. Si danno fati, e quelli dei Popoli sono fra questi, che rinnuovano il caso di Anteo, il figlio della terra. Se un lauro un giorno, secondo che porge la fama, crebbe spontaneo sopra l'ara di Augusto astutissimo fra i tiranni[1], e perchè non potrebbe tornare a rinverdire sopra le tue sponde, che un dì gli furono come terra sua propria? Nudrito di lacrime, innaffiato di sangue, il sacro alloro spiegherà di nuovo i rami trionfali per l'aria purificata senza temere tempesta di cielo. La rabbia dei venti non cesserà di combatterlo; ma le fronde sbattute tale manderanno un rumore pel mondo, che i Popoli, atterriti, tremeranno che incominci l'agonìa del creato!

Oh! cresca l'albero divino, e possano i suoi rami circondare le tempie dell'uomo, che vinca così gli amici come i nemici in virtù; cresca, ma le sue fronde non s'intreccino più mai intorno alla spada del conquistatore per cuoprirne la punta mortale alla libertà dell'uomo.

Di rado gli occhi di Dio si voltano alla terra, contristati per la nostra viltà; tuttavolta quando ei ve li piega essi avvampano la creta, e ne fanno scintillare le anime di Cammillo e di Scipione. O Signore! declina i tuoi occhi, e vedi se vi ha vituperio uguale al vituperio nostro: suscita qui fra noi un'anima grande, che senta vera gloria essere quella di considerarsi particola della grande anima del mondo; un'anima buona, che sappia lo ingegno essere splendore della eterna tua faccia, riflesso nello intelletto umano per illuminare i giacenti nell'ombra della morte; un'annima feroce, che insegni ai violenti forza essere grazia dei cieli che solleva i caduti, e protegge i deboli. Una sola guerra è santa; e voi, fronde imperiture dello alloro divino, la vedrete: i destini vi serbano pel guerriero che combatterà queste battaglie, e pel poeta che le vestirà con la luce del canto. Noi, anime stanche, rose dalle cure ed estenuate dal dolore, che cosa ormai possiamo dare alla Patria? Augurii, e benedizioni:--gli ultimi fiori che cascano dalla sponda del letto dei moribondi!--Pure non li sdegnate... la benedizione di quelli che si soffermano su la porta dello infinito per riguardare con amore i superstiti è cosa santa, e porta buona ventura a cui la riceve devoto.

O Tevere! Tu vedesti un Popolo uscire dal fianco dell'aspro figliuolo dello amore, allattato dalle mammelle di una lupa, drizzarsi sul Campidoglio, e quinci, guardata intorno intorno la terra, stenderci sopra la mano, e dire: «è mia!» La Bolla imperatoria non fu simbolo di vanità per l'Aquila Romana; ella strinse veramente nei suoi artigli di ferro l'universo mondo.

Ma triste glorie furono coteste, e noi le abbiamo scontate. Vera gloria era quella quando una generazione di scheletri prorompendo fuori dalle antiche sepolture abbrancò con le nude ossa pugni di terra romana, e se ne faceva un cuore; drappellava il sudario di morte convertendolo in gonfalone di vita; chiamava un'aquila messaggera dei nuovi messaggi, e San Giovanni le inviava la sua, impaziente di percorrere di nuovo la terra con lo evangelo dei Popoli; supplicava da Dio una spada, e Cristo le poneva nelle mani la sua, che ha lama portentosa di luce. Oggimai sembrava che la nuova fortuna di Roma avesse indirizzato il volo a sicuro viaggio, perchè le sue parole suonavano: «libertà--amore».

Ahimè! Il sole sul nascere si chiuse dentro ecclissi infernale: da quel buio uscì un rumore, ed era della caduta di Roma nel suo vetusto sepolcro;--uscì eziandio una voce, che disse in suono di singulto: «anche tu, mia sorella?»

E quando il sole tornò a illuminare la terra di una luce squallida, fu vista tutta una generazione di redenti avviluppata nella sua bandiera come Cesare nella sua toga, quando, percosso dal proprio figliuolo, spirava l'anima sotto la statua di Pompeo. Il vessillo della fede, cadendo, si era tinto nel sangue dei martiri; la speranza, come colomba ferita, batteva le ale verso il paradiso.

Invero portenti sono eglino questi contro l'ordine naturale delle cose: chè Popoli rivendicati in libertà sieno scesi a immolare un Popolo libero... a maledire l'eco della propria voce; no, dopo il tradimento di Cristo redentore, la terra non rimase spaventata da parricidio più truce.

E sia che la fiammella della fiaccola ardesse minacciosa e stridente, doveva la Francia rovesciarla a terra, ed estinguerla? Chi avrebbe mai creduto che l'atteggiamento della Francia in Italia fosse quello, che gli scultori attribuiscono al Genio dei sepolcri? Vedetela; ella ha precipitato nella sepoltura un Popolo intero, l'ha chiuso con la lapide, e vi si è posta a sedere sopra ridendo un riso da folle.

E quando l'aria prese a rombare dintorno d'uno stridore di penne percosse, e torme di avvoltoi comparvero da occidente e da oriente, la Francia levò le ciglia un poco in su, e disse loro: «Uccelli di rapina dal becco acuto e dagli artigli taglienti, io ho ferito questo Popolo di ferita fraterna: non bastava togliergli il sangue, io l'ho privato della speranza: l'ho ricinto di due catene, e l'ho ricacciato nella tomba: quando lo lascerò ne suggellerò il coperchio co' sette sigilli della Repubblica, come il libro dell'Apocalisse[2]. Così confondendo cose, affetti, e sembianza di cose, il dubbio uccide l'anima, e l'uomo perde non solo la potenza, ma perfino il desiderio di vivere: andate, voi siete mal destri soffocatori di Popoli».

Allora gli uccelli di rapina, ripiegando le ale verso le contrade native, schiamazzavano per via:

«Gloria alla Francia soffocatrice sapientissima della libertà dei Popoli!»

Bene stia. Intanto tu, o Francia, come la Scilla sicula, ti vai fabbricando intorno alla vita una cintura di cani[3].--Quando essi rivolgeranno contro i tuoi fianchi i loro denti, tu urlerai con immenso guaio: «aita! aita!»

Il mondo udrà cotesto grido, e si turerà le orecchie esclamando:

«Non le badiamo; però che le parole di Francia sieno vortici, dentro i quali scompariscono marinari e naviglio!»

In quel giorno un altro diluvio allagherà la terra, e l'antico patto dell'alleanza sarà distrutto.

O Tevere! I sogni della gloria sono passati per me: il cuore è sazio di passioni ardenti; egli non può più desiderare, ed imprecare nemmeno: adesso egli si compiace a fissare in faccia la morte. Quanti misteri di delitto stanno nascosti entro i tuoi gorghi, o Tevere! A me fu concesso penetrare là dentro, e interrogare le ombre che li traversano incorporee, e non pertanto visibili, come lo spettro di Cleonice la trafitta appariva a Pausania quando si affacciava su le acque[4]. Io li guardo, e vedo attraversarli un'ombra grande, e sento dietro gridarle:

«Gracco! Gracco!»

Quali passioni mossero lo infelice tribuno? Cupidità di potenza, o vaghezza di fama, o impeto d'ira, o vendetta di oltraggio patito? Tutto questo può darsi: ma la sua stirpe, e il censo, e lo ingegno, che pronto gli aveva dato natura, lui ponevano dalla parte degli oppressori, ed ei poteva, seduto al convito della forza, bevere la desolazione del Popolo. I Patrizii gli avevano detto:

«Scegli essere oppressore, o vittima».

Egli scelse la virtù, e lasciò loro il delitto[5]. Volontario si pose fra gli oppressi, e li difese con le parole e col sangue, finchè giacque col cranio spezzato dagl'implacabili Patrizii. Mani patrizie lo strascinarono per le vie latine: Patrizii quelli, che, col pretesto di _porlo in parte dove non potesse più nuocere_, lo gittarono trucidato fra i tuoi gorghi, o Tevere.

Usurpare, e mantenere con la violenza e con la frode una potenza che sono indegni di esercitare, e una sostanza che dovrebbe essere a molti comune, formano il polo verso il quale si appuntano perpetuamente i conati dei Patrizii.--Giano bifronte per essi cessò di essere favola: se il pericolo dei privilegi mosse dal Despota, ed eglino gli mostrarono faccia di Popolo; se dal Popolo, ed eglino gli mostrarono faccia di Despota. Nè furono contro i re Agide e Cleomene meno spietati ribelli, di quello che contro Caio e Tiberio Gracchi fossero spietati tiranni.

Che cosa importa affaticarci ad indagare adesso se con violenza, o con frode vincessero? Essi vinsero. Che cosa importa travagliarci a scuoprire se vincessero con la propria virtù, o con l'altrui? Essi vinsero, essi vinsero; e, temprato prima lo stile nel fiele del proprio cuore, scrissero col sangue della vittima una lunga calunnia, e la chiamarono storia, quasi consecrazione di un capo scellerato agli Dei infernali.

Le fiere, quantunque incatenate, si lacerano; gli schiavi, in difetto di spada, si percuotono con le catene che portano intorno alle braccia: il padrone allo spettacolo di cotesti osceni strazii sbadiglia, o ride; vivano o muoiano, oppressori ed oppressi, traditori e traditi, gl'imprigionati dentro una casa e gl'imprigionati dentro una città sono pari argomento di ludibrio per lui. Perchè, quando strisciavano nella polvere come serpi, a cui si rassomigliano per la insidiosa viltà, non furono calpestati? Fu creduto, che l'aspide avesse posto in oblìo il maligno talento di offendere alla sprovvista il calcagno dell'uomo, e fu errore.

Piacquero la fama gentile, e i modi magnanimi; e la fama venne conseguita, e i modi furono laudati, comecchè tardi. Si volle provare se cortesia vincesse tristezza, e la prova fu fatta; e sebbene costi cara, sarebbe fanciullesca cosa lamentarne adesso la spesa. I Patrizii si mantennero quali gl'incise sul bronzo della storia uno di loro, che se ne intendeva: «nella prospera fortuna superbi, nell'avversa abiettissimi, infami sempre»[6].

O sacro Tevere! Prima ch'io cessi di favellare con te, dimmi, chi mai vedesti errare sopra le tue sponde in traccia del cadavere di Tiberio Gracco?--Forse il Popolo, pel quale egli era morto? La madre Cornelia venne sola a chiedere che tu le rendessi il suo figliuolo.

Popolo! Popolo! Anima di sabbia dove un perpetuo amore scrive senza posa, e dove la eterna ingratitudine del continuo cancella, dov'eri allora che Cornelia errava muta lungo le tue rive in cerca del trucidato figliuolo? sussurrante nelle taverne della vile Suburra, fra le anfore di vino e i ceci fritti[7].

O cieco! e non ti sei accorto per mille prove come la farfalla della Occasione non sia della famiglia di quelle, che si ostinano a bruciarsi le ale dintorno ad un perfido fuoco? Ella passa, e va via; ma tu, o Popolo, non pure lasci passar via la occasione, ma strappi la fiaccola di mano all'uomo mandato da Dio per illuminarti, e tu stesso gliene accendi il rogo dove l'odio, che non perdona, lo condanna a morire. Il pentimento sopraggiunge a passo zoppo, grinzoso in vista, con gli occhi ciechi dal piangere dirotto come le preghiere di Omero[8]; però giunge sempre infallibile... e quando arriva, a che giova? Le tue tarde lacrime, o Popolo, hanno spento talvolta lo ultime faville della cenere del martire; ma esso non possiedono la virtù di riaccendere la fiamma nel corpo abbandonato dallo spirito.

E tu potesti un giorno, e forse ancora potresti, o Popolo, raccogliere la polvere, che Gracco morendo gittò contro il cielo, e crearne Mario[9], l'uomo di ferro trucidatore dei Patrizii; ma a Caio Mario subentra Caio Silla, l'uomo di acciaio trucidatore del Popolo, e la Patria muore con le vene aperte dalla empietà di tutti i suoi figli. Io pertanto levo gli occhi al cielo, e domando: _dunque?_

Ahi! Esperienza, sapientissima stolta, perchè sopra la siepe arida del passato vai tu cogliendo spine che ti pungono le dita? Chi sostiene vivere per inebriarsi di vendetta, viva; i suoi occhi vedranno quel giorno di sangue: chi poi dura, anima ingannata, a soffrire la rea temperie, e la empia compagnia per salutare l'alba della umana felicità, stringa la zona, e parta: i cuori delle presenti generazioni non sono che possano ospitarla.

Da molti giorni le domestiche mura aspettano invano Giacomo Cènci. Luisa, quantunque si sentisse sempre l'animo acceso dalla passione, pure lo impeto della ira principiava a declinare in lei: così cessato il vento continuano grossi marosi a percuotere il lido minaccevoli in vista, ma senza pericolo dei naviganti. La fierezza governava la gentildonna romana; però, non ostante cotesta passione, male si adoperava a imporre silenzio allo immenso affetto che sentiva pel suo marito. Le parole perfidamente generose di Francesco Cènci, che la buona moglie hassi con ogni supremo sforzo ad ingegnare per ricondurre sul diritto tramite il forviato consorte, contro l'aspettativa di lui le ritornavano alla mente come regole di dovere, e come rimprovero; e poi ella considerava che di queste due cose aveva ad essere per necessità accaduta l'una: o Giacomo aveva deposto giù dal cuore ogni affetto per lei e pei comuni figliuoli, o a Giacomo era incolto qualche grave infortunio; nè una spina pungeva la donna meno dolorosa dell'altra; e comecchè ambedue i successi non potessero stare insieme, pure ambidue la trafiggevano, così lacerando la maligna virtù della incertezza.--Per divertire, come poteva, il suo dolore ella prendeva cura straordinaria dei figli; poco si allontanava da loro; lo infante recavasi del continuo al seno, e lo cuopriva con tale impeto di baci, che quegli se ne spaventava e piangeva: ma troppo spesso le carezze dei più adulti, i sorrisi, ed anche il pianto del pargolo la trovavano col pensiero rivolto altrove, e talora eziandio, senza volerlo, le lacrime le bagnavano le gote. Quantunque persistesse a credere Angiolina prima radice del male che la travagliava, tuttavia, così persuadendole la sua natura generosissima, non rimetteva punto della sua carità verso di lei. Mentre così di pensiero in pensiero si tribolava, certa sera girò chetamente sopra gli arpioni la porta di casa, e allo improvviso comparve Giacomo.