Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 20
--Insalutato il padrone di casa?--Questa non è cortesia... gridò una voce beffarda, e al tempo stesso un gran colpo di scure venne abbrivato contro la persona di Guido. Per buona ventura lui non colse, chè lo avrebbe fesso pel mezzo; ma dette in pieno nel tronco dello alloro presso il quale si trattenevano gli amanti, e lo recise non altrimenti che un giunco si fosse; rovinò il legno, e cadendo percosse, e disgiunse le mani per cui Guido e Beatrice stavano uniti.--Infausto auspicio di amore sventurato!
Guido fieramente commosso, non atterrito, errava tentoni per l'aere nero in traccia della mano di Beatrice, quando un fiero urto lo sospinse per molti passi lontano, e ad un punto un uomo gli fu sopra dicendogli con voce sommessa:
--Sconsigliato! fuggite, o siete morto. Io v'inseguirò per salvarvi--e poi a voce alta--Ah! traditore, non iscamperai... a te... to' quest'altra botta...
Per tutto il giardino confusi al fragore del vento si udivano gridi di contumelia, e terribili minacce. La voce stridula del Conte Cènci, come l'uccello di sinistro augurio, strillava continua:
--Carne!... carne!... scannatelo come un cane...
Guido correva stordito dal fiero caso: però, vergognando a un tratto di avere lasciato sola Beatrice esposta alla rabbia del terribile genitore, sebbene improvvido del come poterla aiutare, si ferma, volta di repente la faccia, e mette mano alla spada; ma prima che l'avesse potuta cavare lo raggiunge il persecutore, e gli dice:
--A che state? Per dio, perchè non fuggite?
--E la donzella?...
--Vi è chi veglia sopra di lei. Via--presto--voi non potete salvare lei, e perdete voi.--E lo spinse contro la scala, che gli tenne ferma onde fosse più destro a salire; poi menò un colpo così violento di daga nel muro, che la lama si ruppe in minutissime schegge mandando faville; aggiungendo urli, e sacramenti da far tremare le volte del cielo.
Ranchettando smanioso sopraggiunge don Francesco, e domanda:
--Dov'è l'ammazzato? Lumi, qua, lumi--che io possa vedergli le ferite;--lume, che io possa strappargli il cuore dal petto e sbatterglielo nel viso: dov'è l'ammazzato?
--Egli è fuggito--rispose dolente Marzio.
--Come fuggito! Non è vero; egli ha da essere qui... egli deve essere scannato. Fuggito! Ah! cani traditori... voi lo avete lasciato fuggire. Di chi mai fidarci? La mano destra fa da Giuda alla sinistra... e di te, Marzio,... di te da gran tempo sospetto... badati... chè i miei sospetti si traducono in punte di ferro...--Appena questa parola era volata, il Conte conobbe quanto incautamente l'avesse profferita; si morse le labbra per castigarle di averla lasciata fuggire, e ingegnandosi subito di ripararne gli effetti, con voce più mite soggiunse:--Marzio, tu da un pezzo in qua mi riesci meno diligente a servirmi: io non ti tengo:--quantunque se tu mi venissi a mancare mi parrebbe far senza una mano, pure amo meglio perderti, che provarti servo poco attento e poco fedele.
Parola detta, e sasso lanciato non tornano mai indietro. I rabeschi sul fodero e le cisellature sopra la impugnatura non rendono meno tagliente il filo del pugnale. La parola del Cènci si era immersa nel cuore di Marzio come pietra nell'acqua; ma la superficie turbata appena, ritornò piana, ed egli rispose in suono di lamento:
--Dite piuttosto, Eccellenza, che vi ha preso fastidio di me. Questa è la sorte comune dei servi. Non vi è inchiostro che valga a scrivere durevolmente nel cuore dei padroni la lunga, e fedele servitù. Per una volta che la fortuna ti tradisca, ecco là la ingratitudine che con la spugna cancella ogni cosa: pazienza!... domani mi torrò la vostra livrea.
Corre un proverbio trito che dice, che in pellicceria non vi sono altro che pelli di volpe, e dice bene; imperciocchè gli uomini presuntuosi confidino troppo nello ingegno, nella forza, o nella fortuna loro; onde avviene che spesso, quando meno e da cui meno se lo aspettano, si lascino avviluppare. Cesare non dubitò di Bruto, e fu spento. Enrico di Guisa credeva che Enrico Valesio non avrebbe ardito, nonchè ammazzarlo, guardarlo, e lo ammazzò. Il Cènci ebbe fede avere ingannato Marzio, e Marzio, come vedremo, ingannò lui.
--Marzio... che cosa sono le parole pronunziate nella ira? Vento che passa. Io ti tengo pel più leale servitore che io mi abbia, e adesso intendo provartelo.
Il Conte, accompagnato dai famigli che portavano torcie di bitume, si dava a cercare Beatrice, e in breve, gli venne ritrovata; dacchè percossa dall'accaduto si era rimasta immobile. Appena ei la vide riarse in lui il bestiale furore; onde abbrancatala forte nelle braccia, e squassandola rabbiosissimamente, incominciò a dirle con amaro sarcasmo:
--E tu se' la pudica, cui le parole di amore e di voluttà suonano incomprensibili come voci di lingua ignorata? E tu la casta, che custodisci il giglio che deve accrescere le glorie del paradiso? Svergognata!... ribalda!... tu accoglitrice di segreti amanti... provocatrice tu d'infami piaceri... non cercata ricerchi.--Dimmi, chi era costui col quale ti mescevi poco anzi in osceni abbracciamenti?
Beatrice lo guardava e taceva. Il vecchio, inviperito da cotesta calma, ed era stupidità, replicava urlando:
--Dimmelo, se non vuoi che io ti scanni;--ma persistendo Beatrice nel silenzio, colui preso da rabbia le caccia le mani entro i bei capelli, e glieli straccia a ciocca a ciocca; nè qui restando, imperversava a dirle vituperio quale mai non fu detto a rea femmina, e con isconce percosse pestarla pel seno, pel collo e per la faccia. Oh! per pietà volgiamo altrove lo sguardo; imperciocchè chi, senza fremito, potrebbe vedere la fronte dilicata e le guance solcate da profonde graffiature, e gli occhi divini gonfi di nere ecchimosi, e dal naso ammaccato scendere su i cari labbri un rivo di sangue, e miste col sangue insinuarlesi in bocca le lacrime? La rovesciò sul terreno, la strascinò per le chiome, e di tratto in tratto si riposava da quello strazio per cominciarne un altro--per conculcarla, ed essa sempre tacque; solo una volta le uscì dal profondo del petto una parola, e fu questa:
--È fatale!
--Sgombrate tutti di qua--ordinava il Conte ai famigli;--tu, Marzio, rimanti... Senti! aveva divisato darti in custodia costei, in prova della fede che in te ripongo... ma sarà meglio la guardi io stesso, onde ella non ti affascini... Tu va su nel mio studio; nel banco, nella prima cantera a mano destra, troverai un mazzo di chiavi; prendile, e portamele... Affrettati... va... e non se' tornato ancora?
Marzio, costretto a rimanere spettatore dolente dello iniquo caso, andò, e tornò in un baleno con le chiavi: egli rialza la donzella, e, interponendosi fra lei e il padre, finge spingerla aspramente davanti a se dentro i sotterranei.
Aveva Marzio lasciato di alcuno spazio lontano Francesco Cènci, quando un doloroso guaìto gli giunse agli orecchi, che lamentava:
--Morire così... senza pane, e senza sacramenti. Ah Conte traditore!...
Marzio conobbe come altri misteri di delitto rinchiudessero cotesti sotterranei oltre quelli che contemplava, e drizzò il volto dalla parte donde veniva la voce; ma Francesco Cènci sopraggiunge ansante in quel momento, e lancia contro il servo temuto uno sguardo pieno di bile e di sangue;--sprillo di veleno uguale a quello che getta il rospo inacerbito.
--Hai tu inteso un lamento?--interrogò il Conte.
--Lamento!
--Sì, come di anima in pena...
--Mi è parso... cigolìo di vento, che fa molinello in questi sotterranei...
--No... no... sono lamenti... perchè qui dentro tenne prigione il mio avo un suo nemico, e ve lo fece morire di fame. Indi in poi è voce, che nei sotterranei si veggano spettri; ed io ci credo...
--Domine aiutami! Io per me non entrerei qua dentro nè anche con l'_Agnus Dei_ in tasca.
--E tu faresti bene. Apri quell'uscio, là... a destra... il terzo... cotesto... va bene.
--Marzio lo aperse, e il Conte vi cacciò dentro Beatrice con una impetuosissima spinta.
--Va' maledetta, tu proverai adesso di che sappia il pane della penitenza, e l'acqua del dolore.
Beatrice spinta dall'urto precipitò sul pavimento; nè tanto potè la misera aiutarsi con le braccia, che non desse con la bocca sopra un sasso sporgente, facendosi nuova ferita su le labbra: vinta dallo spasimo, svenne. Quando l'anima della desolata tornò agli uffici consueti della vita si alzò da terra; si trovò sola, in mezzo alle tenebre; onde sostenendo il corpo alla parete, meditò:
--Fatale! fatale! Dio mi ha abbandonata. Vivente alcuno non ardisce, o può aitarmi;--alcuno. Il destino mi rovina addosso come la volta di San Pietro. Oh! troppo vento adunato per rompere una canna; e poichè tuoi sono, o Signore, i furori della tempesta, non mi condannerai se al suo impeto io mi sono prostrata.--Guido... ahimè! anch'egli adesso sarà morto di certo... adesso ragionerà di me con Virgilio... ed entrambi mi aspettano. Deh! Guido, non m'incolpare della tua morte... ora, che senza vergogna io posso parlarti,--io ti chiarirò quanto immenso, quanto infinito fosse l'amore mio per te. Ma perchè, Dio ti perdoni, Guido, hai voluto unire il tuo destino al mio? Non ti aveva detto che i miei giorni scorrevano come acque di desolazione, le quali ovunque si spandano portano la morte? Non te lo aveva detto?... puoi negarlo? Oh! perchè io sono viva? E non posso morire? Dicono che noi non ci possiamo distruggere! No? L'anima deve sentire, soffrire, e non volere. Le generazioni umane hanno da essere onde, spinte dalla mano del destino a cuoprire e a scuoprire le rive del mondo senza volerlo, senza nè anche saperlo. Ed io sopporterei queste sorti, se non mi conoscessi seme di sventura nato a crescere in messe di pianto a tutti coloro che mi amano... Ecco, i miei anni si dilatano come i rami dell'albero maligno, che uccide lo sciagurato il quale si riposa alla sua ombra[4]. È carità sradicarmi pianta maledetta da questa terra, spegnermi torcia accesa nello inferno, che si consuma consumando... di cui ogni goccia infuocata suscita uno incendio? Ma l'anima!--E che? Dio vorrà tenerla a bersaglio del suo furore in questa vita e nell'altra? Dio, di misericordia per tutti, si ostinerà soltanto ad essermi persecutore finchè dura la eternità? E quando dovessi soffrire i tormenti dei dannati... supereranno forse quelli che io patisco in questa vita? Nello inferno almeno non sarò avvilita... dannata, non farò dannare altrui. Signore, io non ti accuso. Tu ponesti sopra le spalle del tuo figliuolo una croce di legno, ed egli vi cadde sotto tre volte; sopra le mie tu l'aggravasti di piombo... io non ho forza per sopportarla, e la getto per terra.--Abbia chi vuole quest'anima desolata... il patto della mia vita è troppo duro, ed io lo rompo.--
Così favellando, un desiderio inenarrabile di distruggersi le invase la mente; deliberata, con la morte dipinta sopra la faccia, l'anima traboccante di fredda disperazione si slancia di piena corsa contro il muro, e vi percuote la testa... Ahimè!--vacilla, apre le braccia, e cade irrigidita a piè della muraglia.
NOTE
[1] _Il mondo è libro dove il senno eterno Scrisse i proprii concetti_.... Fra TOMMASO CAMPANELLA.
Poesie scritte da lui durante la ventisettenne sua prigionia.
[2] È cosa universalmente nota, come i chierici nei tempi feudali fossero guerrieri. Carlo Magno avendo osservato che un vescovo, novellamente eletto da lui, invece di farsi accostare il destriero al muricciòlo, vi saltò sopra di un lancio così abbrivato, che per poco non cadde dall'altra parte, lo ritenne per suo compagno di arme. Le orazioni dei vescovi per ordinario finivano così: «_fu buon chierico, e prode uomo di arme_». In Allemagna furono deposti parecchi vescovi perchè _poco valorosi_. Il Vescovo di Ratisbona, combattendo per lo imperatore Ludovico il Bavaro contro gli Ungheresi, n'ebbe mozzo uno orecchio. Alla battaglia di Hastings, dalla parte dei Normanni, il Vescovo di Bayeux, fratellastro di Guglielmo il bastardo, dopo avere celebrato la messa allo esercito montò sopra un gran corsiero di guerra, e si mise alla testa della sua banda: dalla parte dei Sassoni combatterono l'Abbate d'Hida con dodici monaci, e vi rimasero tutti morti. Riccardo Cuor-di-leone guerreggiando contro Filippo re di Francia fece prigioniero il Vescovo di Beauvais della casa di Dreux. Il Papa avendolo reclamato come suo _figliuolo_, ricevè un giorno per parte di Riccardo la corazza del vescovo intrisa di sangue, con le parole dei figli di Giacobbe al padre: «guarda se questa è la vesta del tuo figliuolo». Non si finirebbe più con simili esempii. Nei tempi prossimi alla nostra storia il terribile Cardinale di Richelieu, vestito da cavaliere, andava a visitare la cortigiana Marion Delorme, e conduceva in persona l'assedio della Roccella contro gli Ugonotti. Il suo successore Cardinale Mazzarino, travestito parimente da cavaliere, recavasi notte tempo nelle stanze di Anna di Austria madre del re. Del Cardinale di Retz non importa parlare, dacchè ci rimangono le sue memorie per informarci dei suoi detti, e gesti. In Italia, circa a questi tempi, ebbe qualche celebrità Napoleone Orsini abate di Farfa, condottiero di ventura, che, dopo avere militato pei Fiorentini contro il Papa, tornato in grazia di questo, fu contro Firenze per sottoporla al giogo dei Medici.
[3] POPE, _Lettera di Eloisa ad Abelardo_--Il verso citato è tolto dalla versione italiana, fatta con assai bel garbo in terza rima dallo abate Conti.
[4] L'_Upas_ di Giava, pianta che cresce nelle solitudini, e rara. I giavanesi n'estraggono il famoso _upas tiente_, col quale avvelenano di mortalissimo tossico le loro frecce. Le altre qualità attribuite a questo albero, come quella di far morire chi si addormenta alla sua ombra, alcuni naturalisti ritengono per favolose. Avvi un altro albero, che i francesi chiamano _Mancinelliero_, e noi _Mancinella_, a cui si attribuiscono le medesime qualità dell'_Upas_, credute dei pari esagerate. Eppure anche fra i nostri alberi se ne annoverano alcuni dei quali l'ombra è certamente funesta, come, per esempio, il noce.--DARWIN, _Amori delle Piante_.
CAPITOLO XV.
L'AMMAZZATA DI VITTANA.
«Vendetta ampia ed intera, che, simile al fuoco, distrugga tutto come in quel giorno in cui il mare morto agghiacciò le ceneri di due città».
BYRON, _Marino Faliero_.
Sarebbe pure stata pietà accogliere cotesta anima dolente, la quale, dopo il breve pellegrinaggio di sedici anni sopra la terra, non trovava altro asilo fuorchè nella ombra della morte! A Dio piacque altrimenti. Il volume delle chiome copiosissime ammortendo il colpo, impedì che riuscisse mortale. Quante ore nel miserrìmo stato ella durasse, male sapremmo dire: quando risensò si pose a stento a sedere là dove era caduta appoggiando le spalle al muro, immemore del luogo e del come vi fosse stata condotta. Con le mani si comprimeva dolcemente il capo e la bocca che le dolevano forte, e non sapeva il perchè. Ode profferire il suo nome; tende ansiosa le orecchie, e la chiamata si rinnuova: allora ricordò il racconto di Virgilio, quando gli parve che lo chiamasse sua madre; e la voce, che adesso ascoltava, aveva in se un suono misto di quella del fratello, e della materna. Tenne che per intercessione loro la misericordia divina l'avesse fatta salva dalla eterna dannazione, e consolata in questa idea si levò in piedi esultante; e, battendo palma a palma, con sentimento ineffabile di gioia esclamò:
--Gran mercè, Madre mia; gran mercè, Virgilio, amor mio: comparitemi davanti, via!... che io vi vegga!... Apritemi le braccia... io vi terrò stretti con amplesso eterno. Guido mio perchè non è con voi? Com'è morto giovane! Ma se viene qui con voi... con me, che sono sua sposa, non gli dorrà essere morto; ed io adesso potrò baciarlo. È vero, Madre, potrò baciarlo, anche al cospetto vostro, perchè è mio sposo?
Ma la voce facendosi sempre più prossima insisteva:
--Signora Beatrice... su, scuotetevi... non vi perdete di animo... O Signora Beatrice, coraggio, sono io... è Marzio che vi chiama.
--Marzio! Questo nel mondo di là era il nome di certo fante, che mi voleva bene... egli fu, che voleva rompere il capo al Conte Cènci il giorno del convito... era delitto... ma la pietà di me lo aveva vinto:--preghiamo tutti Dio che lo perdoni; metta piuttosto il peccato sul conto mio, e lo faccia scontare a me nel purgatorio.
--Oh fanciulla mia! io temo, sì, che Dio mi castighi, ma per non averlo levato dal mondo.
--E adesso Marzio che fa? È morto egli pure? La fatalità, che usciva da me, provò ancora egli come fosse contagiosa? Ha imparato, misero, come ferisse mortale la jettatura dei miei occhi?
--Signora Beatrice non vaneggiate, per amore di Dio... tornate in voi stessa... aiutatevi... venite qua... udite... lo scellerato vecchio... il Conte Cènci, adesso dorme... volete voi che non si svegli più?
--Che parlate, Marzio? Io non ho compreso bene... qui nel capo ho come una nebbia...
--Colui, che vi generò per tormentarvi--quegli, che si dice vostro padre... quegli, che vivendo vi farà morire... volete voi che muoia... stanotte... fra cinque minuti?--La sua vita sta nel taglio del mio coltello.
--No, no--proruppe Beatrice, recuperando di subito la pienezza del suo intelletto--Marzio... guardatevene, per lo amore di Dio... io vi odierei... io vi accuserei. Viva, e si penta... egli si pentirà un giorno--forse.
--Pentirsi! Si sono mai veduti lupi a confessione? Io ve l'ho detto; egli vivrà, e voi morrete.
--Che importa? Non aveva forse io tentato morire? Quanto è grande dolore tornare a vivere! Marzio... mio fedele,--io non ho più lena... io vorrei dissetarmi nella morte. Hai tu mai sentito raccontare dei nostri antichi, i quali si tenevano attorno qualche amico o servo sviscerato, onde se la necessità imponesse uscire da questo mondo, con pietosa ferita gli uccidessero? Marzio,--io non chiedo tanto da te... portami solo un sugo di erba che abbia virtù di chiudere gli occhi ad una pace, che non ho mai goduto in vita.
--No, per l'anima santa di Anna Riparella; se io basto, vivrete. Sciagurata fanciulla! non vi lasciate cogliere dalla disperazione. In breve tornerò da voi; adesso mi è forza andare dal vostro orribile genitore... s'egli si svegliasse e noi sorprendesse, non vi sarebbe più luogo a scampo.--E si allontanava piangente, tanta pietà lo vinse vedendo il misero stato in cui si trovava ridotta Beatrice.--Tutto assorto in cotesto pensiero stava per uscire dai sotterranei, quando gli risovvenne del lamento udito nella notte decorsa; rifece prestamente i passi, ma non udì più nulla: allora prese a percuotere lieve lieve gli usci che gli si paravano davanti, ed ecco ad un tratto ricominciare il pianto più doloroso che mai.
--Ahimè! Muoio di fame--muoio di sete; così non aveva da essere... impiccato a suo tempo, andava bene; io ci aveva fatto il mio assegnamento sopra... ma confessato, e comunicato;--col cappuccino accanto... ogni cosa secondo le regole...
--Chi sei? Rispondi, e fa' presto...
--Eccellenza, oh! non lo sapete chi sono io? Apritemi, per carità, che io mi sento voglia di mangiarmi le mani...
--Rispondi breve, ti dico, o che io ti lascio.
--Sono un uomo che ha conto aperto con la giustizia; ma in verità per bazzecole... nel rimanente bandito onorato, e soprattutto fedele: mi chiamo Olimpio. Qui mi ha chiuso il Conte Cènci; da due giorni, credo, perchè qui non vedo quando sorge, nè quando tramonta il sole; promise tornare, e lo aspetto ancora. Deh! se tu sei cristiano battezzato dammi un po' d'acqua... un po' di pane... un po' di lume... in carità.
--Orribile! Far morire un cristiano di fame, e senza sacramenti! L'anima di cotesto scellerato è come l'inferno, di cui non si trova mai il fondo. Olimpio, per ora non posso aiutarti: abbi pazienza, presto tornerò per te; adesso mi manca la chiave.
--E voi chi siete?
--Sono Marzio.
--Tu sei venuto a godere della mia agonìa?
--Io non ho mai tradito nessuno; sta' di buon animo... addio.
--Una volta fra noi non ci tradivamo. Aspetterò... spererò... soffrirò in silenzio; ma deh! Marzio, torna presto se vuoi trovarmi vivo... ho fame... ho freddo... la sete mi consuma.
Il sangue acceso dalla ira, e il moto violento avevano gonfiato al Conte Cènci la gamba offesa per modo, che non poteva muoversi da giacere. Aveva chiuso gli occhi a torbido sonno; quando si svegliò si provava ad alzarsi, ma la doglia acerbissima non glielo concesse. Digrignava i denti per rabbia, e fra le bestemmie esclamava: e' mi bisognerà fidarmi di cotesto traditore! Allora chiamò Marzio, e questi accorse pronto e taciturno.
--Marzio, vedi se di te mi fido; prendi la chiave del carcere di Beatrice, e portale pane e acqua....
--Altro?
--No... Marzio; mettiti addosso qualche santa medaglia per cacciare via gli spiriti, se mai ti apparissero. Dove qualche voce ti giungesse all'orecchio, non la badare; coteste sono illusioni del demonio: soprattutto scansa i sotterranei a mano manca ... lì moriva di fame il nemico di mio nonno....
--Eccellenza, perchè non andiamo insieme?
--Non vedi, morte di Dio! che non posso muovermi?
--Se vostra figlia fosse ferita l'ho da medicare?
--No. Ma la credi ferita?
--Mi sembra, e la sua bellezza potrebbe rimanerne guasta.
--Io no voglio, per ora, che perda la sua bellezza; più tardi. Costà nell'armario vi è balsamo e terra sigillata[1]; se farà bisogno la medicherai.
Marzio s'impadronì destramente delle altre chiavi, chè quella del carcere di Beatrice aveva sottratto mentre il Conte dormiva, e ritornò nel sotterraneo.
--Signora Beatrice, tostochè la vide Marzio disse amaramente, ecco i doni che vi manda vostro padre; e levata la lanterna contemplò quella angelica sembianza insanguinata. Compresse un ruggito di sdegno, e quanto seppe meglio amorevole soggiunse:--venite qua--permettete che vi lavi il volto ... vi faccio male?--Intanto le andava astergendo le ferite, le medicava con la terra sigillata, e gliele fasciava. Ahi! Dio, di tratto in tratto ripeteva, vedi tu queste empietà? E se le vedi, come puoi patirle?
Compita l'opera, Marzio riprese a dire:
--Fanciulla mia, eccovi i doni che vi manda colui, che chiamate vostro padre--pane ed acqua; io, contro il suo espresso divieto, vi ho aggiunto altri cibi; ma io davvero non so confortarvi a prolungare una vita, che supera ogni più crudele supplizio;--e quello che maggiormente mi trapassa il cuore è, che da ora in poi io non potrò giovarvi più in nulla, perchè--e qui la voce gli diventava fioca--oggi ho deliberato lasciare casa vostra.
--Beatrice declinò il capo come persona tanto sazia di affanno, che ormai, se sente, non sa più lagnarsi dello strale di nuovi dolori.
--Guido è morto, e tu mi abbandoni?
--E chi vi ha detto, che monsignor Guido sia morto?
--Vivrebbe forse?
--Vive, e sano e salvo.
Beatrice piegò la faccia sopra la spalla di Marzio; ve la tenne lungamente, poi sommessa gli disse:
--Guido vive, e tu mi abbandoni?
--Ma siete voi che abbandonate voi stessa. Sentite; io voglio confessarvi cosa, che non paleserei a mio padre se tornasse di là dai morti. Io sono entrato in casa Cènci per adempire un voto; e sapete voi qual voto? Quello di ammazzare il Conte Cènci. Le scelleraggini quotidiane di cotesto maledetto mi hanno sempre più confermato nel mio proponimento; perchè levandolo dal mondo, oltre a satisfare la mia vendetta, mi parrà acquistarne merito presso gli uomini e presso Dio. Ma poichè questo caso vi addolora, io nol commetterò sotto i vostri occhi: di più non posso fare per voi... non vi affaticate a parlare... nessuno potrebbe dissuadermi--nessuno; ciò che deve compirsi si compirà: di ferro ha ucciso, di ferro ha da morire... sono parole di Cristo.
--E come potè recarvi offesa il Conte? Quando veniste ad accomodarvi in casa, sua, io penso che voi gli eravate sconosciuto del tutto.