Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 19
--E' non ci fu rimedio; mi presentai al Duca per concertare la impresa. Aveva studiato l'ora, i luoghi e le abitudini di casa: andammo quattro compagni; io cinque. Il Duca aspettava in istrada con la carrozza. Entrai nel cortile, e dissi al portiere: «Compare, fammi il servizio di chiamarmi su in casa la Crezia, e dille che venga abbasso, che Gioacchino l'aspetta per farle una ambasciata da parte di sua madre... e to' questo papetto per bere». Il portiere andò difilato, e i compagni s'introdussero presto presto nel cortile, ingegnandosi di nascondersi dietro le colonne del porticato. La ragazza scese di volo, cantando come una rondinella: in meno che si dice _ave Maria_ la incamuffammo, e mettemmo in carrozza al Duca, il quale l'accolse a braccia aperte. Ordinai muovessero i cavalli, e noi scortavamo dietro: procedevamo di passo per non destare sospetto, e non incontriamo anima vivente. Ogni cosa va d'incanto, mi disse sottovoce un compagno; a me, pratico di simili negozii, pareva troppo bene, e non m'ingannava; perchè sul punto di sboccare dalla contrada eccoci venire incontro la Corte rinforzata. Sbigottirono gli altri, io--niente paura:--gira cocchiere, grido, e per questa volta corri alla disperata. Dannazione! Un nugolo di sbirri ci piove addosso anche da quest'altra parte. «Giovanotti, mastro Alessandro ha teso il paretaio e se non volete essere arrostiti bisogna rompere le reti; mano a' ferri». Detto fatto; e il Duca stesso scese di carrozza traendo bravamente la spada. Non lo stimava da tanto... O andate, via, a fidarvi delle acque quiete!--Ma gli sbirri non aspettarono che noi ci accostassimo per fare loro i nostri convenevoli, e ci pagarono uno acconto di archibugiate. Chi cadde, e chi rimase in piedi? Davvero io non poteva pensare agli altri, ed il buio era fitto. La beghina, trattasi il bavagliolo dalla bocca, si spenzolava fuori dello sportello della carrozza strillando: misericordia! come se avessimo voluto levarle la vita. La corte urlava anch'essa gridando: ammazza! ammazza! ed io zitto rasentava il muro, e menava colpi che non davano luogo neanche a un sospiro:--mi feci largo.... e via per quanto le gambe mi aiutavano. Andava premendo appena dei piedi la terra, perchè, come sapete, chi corre corre, ma chi fugge vola; e nonostante ciò due sbirri, certamente lacchè smessi, mi stavano alla vita come levrieri: l'ansare di costoro mi sollevava i capelli dietro le spalle, più volte mi strisciarono con le mani le vesti. Svolto un canto, e sempre via; ne svolto un altro, e un altro poi: incominciava a sentirmi il fiato grosso; ma essi pure erano stanchi, e uno più dell'altro, perchè non mi percuoteva uguale lo strepito delle loro pedate. Allora mi sovvenne la storia di Orazio il prode paladino; e parendo a me, che mi avessero accompagnato oltre il dovere, mi fermo, mi volto allo improvviso, e dico addio a quello che mi stava più addosso con una pistolettata in mezzo del petto. Costui girò tre o quattro volte come il cane che si corre dietro alla coda, e poi dette del naso in terra. L'altro capì subito che io intendeva prendere congedo da loro, ed a sua posta, prima di allontanarsi, mi sparò un saluto di un'oncia di piombo, la quale strisciandomi il capo mi ha toccato l'orecchio sinistro,--Non per questo cessai di correre: dopo buon tratto mi fermai speculando attorno per conoscere ove io mi fossi, e mi trovai per avventura presso alle vostre case. Tornare sopra la strada percorsa era perdermi, però che fino a questa parte mi venisse il rumore lontano del brulichìo del popolo commosso, come fanno le acque del Tevere nelle pigne di ponte Santo Angiolo. Decisi appigliarmi al partito, che la fortuna mi aveva posto avvisatamente davanti: mi arrampico su pel muro del giardino, e tentoni tentoni sono venuto fino a voi seguendo la via per la quale mi condusse Marzio... Ora, don Francesco, nascondetemi fino a domani notte perchè, con lo aiuto di Dio, conto tornarmene alla macchia.
Il Cènci, che attentissimo lo aveva ascoltato, gli domandò allora:
--E tu sei propriamente sicuro, che nessuno ti abbia veduto entrare qua dentro?
--Nessuno. Ma voi capite che la corte stando all'erta, su questi primi bollori è bene scansarla;--e poi qui in Roma io respiro un'aria di forca, che mi scortica la gola... davvero non mi si confà.
--E mi assicuri non averti conosciuto persona?
--Nessuno--nessuno. O non vedete, che io mi sono travestito da gentiluomo?
Infatti Olimpio aveva mutato abbigliamento.
--Sta' di buono animo; se la cosa va come tu dici, poco male ci è dentro.--Bisogna però provvedere con diligenza, perchè i servi non ti hanno a vedere; io non mi fido affatto di loro; sempre stanno con l'occhio aguzzo, e le orecchie tese: siamo circondati da spie: essi amano il padrone come i lupi l'agnello, per divorargli la carne.
--Come, neppure di Marzio vi fidate voi?
--Prima di rompersi egli era sano--dice il proverbio.--Così, così; ma io l'ho mandato in villa per faccende. Ti adatterai pertanto--(e vedi che io lo faccio più per te, che per me)--a starti per questo po' di tempo nascosto nei sotterranei del palazzo.
--Come sotterranei?
--Sotterranei, così per dire... Cantine, via; e tu ti troverai con onorevole, e gradita compagnia--quella delle botti;--io ti autorizzo a spillarle, e a bevere l'oblio dei mali finchè ti piaccia: a un patto solo però, che dopo bevuto tu rimetta lo zipolo al posto.
--Quando non si può avere meglio, accetto la stanza per la compagnia.
--Tu non vi starai da principe, ma neppure da bandito; troverai paglia in copia; in meno di un'ora ti porterò da mangiare, e lume, e certo mio unguento, che ti torrà dalla ferita ogni dolore. Possa io morire di mala morte, se in breve tu sentirai più nulla. Consolati, non tutte le imprese riescono a salvamento; non la fortuna, ma la costanza viene a capo di tutto. I Romani dopo la rotta di Canne venderono il terreno occupato dal campo cartaginese, e alla fine presero Cartagine.--Porgimi braccio... fa piano veh!--guarda non farti male--andiamo adagio.
E al buio lo condusse per infiniti avvolgimenti nei sotterranei del palazzo.
--Qui non mi trova neanche il demonio.
--Oh! per questo sta' securo, nessuno ti troverà!
--E poi nessuno sa, che io sto qua dentro.
--Nè mai lo saprà.
--A me basta, che la corte non lo sappia fino a domani l'altro; poi non me ne importa nulla.
--Abbassa il capo, e avverti di non urtare nella soglia... qua... da questa parte... entra..
--Entra!--disse Olimpio trattenendo il passo, mentre sentiva un'aria fresca e umida ventargli in faccia,--e don Francesco ridendo forte gli domandò:
--Sta a vedere, che tu hai paura!
--Io? No; ma penso che nei luoghi chiusi sappiamo sempre quando ci entriamo, non mai quando ne usciremo.
--Come! Domani notte,--tu lo hai detto.
--E se voi non veniste più per me?
--E qual profitto avrei dalla tua morte? Dove troverei un altro Olimpio per servirmi di coppa e di coltello?
--Ma se non veniste?
--Tu urleresti. Le cantine sono presso la strada, e i passeggieri ti udrebbero.
--Bel guadagno! Dalla cantina Cènci sarei traslocato nelle carceri di Corte Savella.
--Avverti, che io me ne andrei in castello per avere dato ricetto a un patriarca come se' tu.
--In questo, che dite, trovo qualche cosa di vero: per ogni buon riguardo lasciatemi la porta aperta.
Ed entrò; ma la porta girò sopra gli arpioni, e si chiuse a mandata.
--Don Francesco, come va che la porta si è chiusa?
--Vi ho inciampato non volendo.
--Portatemi presto il lume, e apritemi la porta.
--Ora vado per la chiave, e ritorno.
--E badate a non dimenticarvi del lume.
--Lume! Oh per lume non te ne mancherà, se non falla il detto: _et lux perpetua luceat eis_;--cantarellava il Cènci in suono di _requiem_ allontanandosi con passi frettolosi.
--Pare impossibile!--aggiungeva poi tornato nella sua camera;--e costoro si vantano di sottile ingegno! Qual volpe mai non pose industria maggiore a fuggire la tagliola, di questo bandito?--Ora aspettami, Olimpio; tu puoi aspettarmi un pezzo; perchè se non viene voglia all'Angiolo di aprirti nel giorno del giudizio, io non verrò di certo. Tu imiterai nella morte lo epicureo romano Pomponio Attico, lo elegante amico di Cicerone. Pare che nel morire di fame si nasconda una certa voluttà; imperciocchè costui, sentendosi sollevato dalla dieta, volle continuare il digiuno fino alla morte; non gli parendo bene, poichè tanto cammino aveva percorso per andarsene fuori di questo mondo, rifare i passi per tornare indietro. Se non mi cascava addosso così improvviso, io avrei messo Olimpio in parte da potere osservare gli effetti di questa morte... Pazienza! Sarà per un'altra volta, se Dio mi assiste. Ormai io mi getto in braccio alla fortuna, perchè, considerata ogni cosa, meglio vale un grano di fortuna che uno staio di senno. In guerra, in amore e in negozii, nelle arti stesse governa assoluta la fortuna. Io aveva ordito una trama con filo di senno, e la fortuna me la rompe come fa delle reti il pesce cane; poi di sua propria mano lo riconduce in potestà mia, quasi dolce rimprovero di avere diffidato di lei: e sì che doveva rammentarmi il fatto di Arona quando il capitano Rense minò le mura, le quali per virtù della fortuna andarono in aria, e poi tornarono ad assidersi sopra gli antichi fondamenti come se mai fossero state smosse[2]. Sacrifichiamo pertanto un giovenco alla Fortuna, e una pecora alla Sapienza.--Addio, Olimpio, buona notte. Il mio saluto non suona strepitoso quanto quello del birro; il mio è più placido, ma più sicuro. Dormi in pace, Olimpio; ancora io ho sonno: io ti auguro un riposo uguale a quello dell'uomo innocente--uguale al mio.--»
Dei quattro masnadieri compagni di Olimpio tre rimasero morti sul luogo; il quarto, malamente ferito, nel trasportarlo allo spedale spirò per la strada. Il Duca anch'egli rilevò una palla nel braccio diritto, ma sopravvisse. Dopo lunga procedura, dove confessò pianamente ogni particolarità del fatto, tacendo quanto concerneva il Conte Cènci, il Papa stette in dubbio se avesse a condannarlo nel capo, o alle galere. Però le raccomandazioni, che il Duca aveva in Corte potentissime, e soprattutto la moneta largamente spesa tra i famigliari del palazzo, disposero il Pontefice a considerare la gioventù del Duca, la sua vita fino a quel punto incolpevole, la causa che lo spinse a mal fare prava sì non esecranda, e il non consumato delitto; per cui ebbe commutata la pena. Quale siffatta commutazione si fosse, io trovo, non senza sorpresa, nei _Consigli_ di Prospero Farinaccio, che lo difese.--Fu inviato ad Avignone--governatore pel Papa!
Siccome le cose strane difficilmente si acquistano fede dove non vengano manifeste le cause che le rendono ordinarie, e naturali, così i ricordi dei tempi raccontano come Papa Clemente fosse condotto ad abbracciare simile partito dalla solenne avarizia che lo dominava, imperciocchè non assegnò stipendio di sorta alcuna al Duca; anzi lo aggravò di tante spese oltre a quella di sostenere la carica con la splendidezza conveniente a gentiluomo romano, che tra per queste e tra il danaro impiegato per liberarlo dalla condanna, la nobilissima casa D'Altemps ne sentì scapito tale, che indi in poi non si è più mai riavuta.
NOTE
[1] Nel secolo XVI era fra il popolo più familiare l'Ariosto che il Tasso. Montaigne nel suo Viaggio in Italia racconta avere udito, passando per le strade maestre, i contadini nei campi, che cantavano l'Orlando Furioso. Il partito clericale adoperò il Tasso contro lo Ariosto come l'acqua benedetta contro il diavolo; s'ingegnò parimente contro il Dante, e per un tempo vi giunse; nebbia che copre la montagna per un giorno, e passa. Vedi _Lettere del Bettinelli, gesuita, contro Dante_.
[2] _Mémoires de_ MARTIN DU BELLAY, _l. 2. f. 86. cit. da_ MONTAIGNE.
CAPITOLO XIV.
MONSIGNORE GUIDO GUERRA.
......... Quello amico Non chiama. Invoca un Dio, che l'abbandona E la condanna a disperarsi. È desta, E delira.
ANFOSSI, _Beatrice Cènci_.
Pallida, pallida, bianco vestita con una lampada nelle mani, Beatrice rassembra una vestale compagna di Eloisa, che muova per la notte sotto le volte del Paracleto a piangere sul sepolcro dell'amica defunta;--ella rade la terra con passi presti e fugaci come quelli della felicità nelle dimore dei figliuoli di Adamo.
Depone la lampada sul pavimento, apre guardinga una porta, si guarda sospettosa dintorno, e si slancia nel giardino.
Dove va a questa ora Beatrice Cènci, l'animosa fanciulla? Forse a vagheggiare il volume dei cieli, dove Dio ha scritto la sua gloria in caratteri di stelle?[1] Il cielo è ingombro di nuvoli neri, e l'aria mormora inquieta agitata dallo incubo della tempesta.--Fors'ella scende per non perdere alcuna delle meste note di cui l'usignòlo empie i silenzii della notte? Ma i tuoni squarciano i fianchi dello emisfero, e spaventano tutti gli animali che si stringono paurosi nelle caverne, o si appiattano sotto le fronde della foresta. La invoglia forse desìo del mormorare delle acque, che per la notte sembra un pianto arcano sopra le miserie degli uomini,--ora soltanto felici--ora perchè in balìa del sonno fratello della morte? Ma le acque flagellate dalla sferza del vento si arricciano come le vipere della testa di Medusa. Il riso della primavera, ch'è l'anima dei fiori, andò a rallegrare quella parte di mondo dove lo invita la gioventù dell'anno. L'autunno qui dona ai primi aliti gelati le sue foglie inaridite e gialle,--simile al vecchio avaro il quale sul letto di morte, tardamente liberale, spartisce il suo retaggio ai parenti accorsi all'odore del sepolcro--belve affamate, che divorano brontolando.
Ella viene, misera! in traccia di un astro, che la guidi per tenebre più buie del cielo di questa notte infernale. Ella viene a cercare un fiore caduto dai giardini celesti nell'anima umana--la speranza. Fiore troppo spesso appassito nel calice, prima che dalle aperte foglie mandi profumo:--fiore troppo spesso roso dal verme sopra lo stelo, sicchè colto appena lascia cadere tutte le sue foglie ludibrio dei venti, mostrando su la nuda corolla una goccia di rugiada infeconda,--lacrima di amarezza pianta dal disinganno. E perchè esiterò io a traccia di un fidato amatore.
E come, e quando ella sentiva amore? In qual modo l'amore potè mettere radice in cotesta anima desolata?--Sopra una roccia di granito incognita ad orma mortale, dove lo smergo si sofferma talvolta a riposare le ali, lieta e gentile io vidi ondulare la viola alla brezza del mattino. Chi portò lassù quel pugno di terra vegetale onde ricavasse nutrimento il fiore pudico? La Provvidenza;--che non volle creare deserto senza una fontana, alpe senza fiore, sventura senza conforto di consolazione.
Ed il suo amore era degno di lei. Monsignore Guido Guerra, secondo che ci vengono narrando le storie dei tempi, nato d'illustre lignaggio, fu grande e bello e di gentile aspetto; e, come Beatrice, di bionda chioma e di occhi azzurri. I costumi allora, io non saprei dire se più sciolti o meno ipocriti dei nostri, non si adontavano grandemente di prelati vaghi delle cose di arme, o di amore. Sovente i grandi dignitarii della Chiesa spogliavano l'abito clericale; le case delle amanti scalavano: cappa e spada vestivano; si trovavano nelle battaglie ad armeggiare; davano, o ricevevano di buone stoccate. I concilii non approvavano, anzi da tempo rimotissimo riprendevano acremente coteste pratiche; ma il costume vinceva i concilii. Il coadiutore dello Arcivescovo di Parigi de' Gondi, che fu poi cardinale di Retz, travestito da cavaliere si condusse notte tempo a visitare Anna di Austria reggente di Francia, e in pieno giorno comparve in corte con la daga sotto il roccetto; pel quale successo cotesta arme indi in poi acquistò il nome di _breviario_ di monsignor coadiutore[2].
Però Beatrice, purissima donzella, avrebbe rifuggito da qualunque amore il quale non fosse stato laudabile in tutto; e sappiamo come cosa certa, che sebbene monsignore Guido Guerra usasse abito prelatizio, non fosse però vincolato con la Chiesa mediante voti, ed ordini sacri; sicchè spogliando la mantellina egli poteva condurre sposa quando meglio gli fosse piaciuto: possedè copia non mediocre di beni, e rimase unico figlio di madre vedova. Le storie ce lo dicono ancora fornito di sottile intendimento; destro a qualsivoglia opera avesse tolto ad imprendere, cultore delle buone discipline, e tanto avventuroso, che non aveva mai meditato disegno, che non gli fosse riuscito di portare a felice compimento. La fortuna parve volesse riunire sopra di lui, in due tempi separati, tutto il bene e tutto il male che per lei possa farsi, e ch'ella sperpera ordinariamente sopra molti capi di uomini con infinite, e continue alternative. La signora Lucrezia Petroni, consapevole di cotesto affetto, lo aveva favorito con ogni studio per la pietà grande che sentiva verso la fanciulla, la quale desiderava salvare dalle persecuzioni oscenamente feroci del padre, e vederla felice.
Nei brevi intervalli che don Francesco si allontanava pei suoi negozii da casa o da Roma, Guido, avvertito da messi fedeli, saliva tosto in palazzo, e visitate le donne, come meglio poteva le consolava. Quantunque avesse data, con giuramento, fede di sposo a Beatrice, pure godendo la grazia del Papa, e conoscendolo d'indole severa, e desideroso ch'ei non lasciasse lo stato ecclesiastico, dove gli prometteva amplissime promozioni, andava così trattenendosi accortamente di giorno in giorno, cercando il destro di scuoprire l'animo suo al Pontefice senza inimicarselo, e riportare l'approvazione di quello. Ma don Francesco dalle sue spie, fu informato dei disegni di monsignore Guerra, o forse gli sospettò soltanto; e questo gli bastò per ammonirlo, che cessasse da visitare la sua famiglia e deponesse ogni pensiero su Beatrice, se gli era cara la vita. Il nome del Conte Cènci dissuadeva i più audaci da accattare briga con lui, e chiunque avesse avuto inimicizia con esso non si sarebbe reputato sicuro neanche nel letto; ma è da credersi che monsignore Guido avrebbe sfidato le sue minacce, se la fama della fanciulla amata, che ad ogni caldo amatore deve tornare sopra tutte cose carissima, non lo avesse trattenuto da muovere scandalo: però la vedeva rado, ed alle accese voglie davano i male arrivati amanti scarso refrigerio di lettere, che, come avverte il Pope,
_Trasportano un sospir dall'Indo al polo_[3].
Chi, di voi che leggete, non ha, almeno una volta durante la sua vita, ricevuto simili lettere? Vi ricordate come le toccaste tremanti, come le spiegaste tremanti, e come impazienti d'indugio tentaste leggerle allo incerto albore del crepuscolo, o al fievole raggio della luna crescente? Vi rammentate come vi battessero le tempie, tintinnassero le orecchie, e per gli occhi vi girassero globi di atomi infuocati? Vi rammentate come con un baleno del guardo le percorrevate tutte, e poi rileggendole a bello agio parola per parola, riscontravate in molto tempo quello che avevate compreso in un attimo solo? Baciate e ribaciate ce le riponevamo in seno, rimedio di zolfo allo ardore che ci divorava; così lo incauto fanciullo Spartano, per nascondere la volpe se la riponeva nel seno.
Era a questo termine ridotta la condizione degli amanti, quando certa sera monsignore Guerra travestito passava sotto le finestre del palazzo Cènci: egli procedeva a testa alta, cercando scuoprire nella camera di Beatrice un lume, che gli sarà desiato più del faro al nocchiero nella notte di procella. Mentre si accosta all'arco dei Cènci, donde per mezzo della cordonata si arriva alla chiesa di san Tommaso, ecco che sente investirsi di fianco da un uomo che corre. Stette per rimanerne rovesciato; ma raffermatosi su le gambe afferrò il sopraggiunto pel collo, minacciandolo con voce sdegnosa. L'altro, appena parve riconoscerlo, disse:
--Zitto, per amore di Dio. Prendete questa lettera: vi viene da parte di donna Beatrice;--e svincolandosi da lui fuggì via.
Guido, diventato incauto per soverchia passione, si guardò attorno per iscorgere un lume, che in cotesta ansietà lo sovvenisse. In fondo all'arco, al termine della cordonata, gli occorse una lampada che ardeva davanti la immagine della Madonna. Senz'altro pensare colà si avvia, apre il foglio, e appena conosce i caratteri dell'amata donzella, tanto comparivano vergati con mano tremante. Lo scritto breve supplicava: per quanto amore portava a Dio, in quella stessa notte procurasse all'un'ora penetrare nel giardino, e l'attendesse nel boschetto degli allori. Se voleva non saperla morta, non mancasse.
Guardingo ripose la lettera, e si allontanò. Recatosi a casa tolse la spada, e una scala uncinata, e quando gli parve tempo opportuno uscì solo: pervenne sotto al recinto del giardino dei Cènci, lo scavalcò, ed attese celato nel luogo del convegno.
Di tratto in tratto Guido, tese le orecchie, credeva intendere stormire le fronde del bosco; muoveva un passo fuori del nascondiglio, girava gli occhi intorno, e non vedendo comparire persona si ritirava con un sospiro. L'ora indicata passò. Oh Dio! La sciagura, accennata misteriosamente nella lettera, sarebbe ormai senza rimedio accaduta? Sentì mancarsi, e si appoggiò a un albero vacillando.
Ma una voce lo riscosse: «Guido!--Beatrice!» La donzella stringe tremante la mano del suo amatore, che tremava come foglia sbattuta del lauro a cui si appoggiava; di repente Beatrice, come percossa da cosa che le mettesse incomportabile paura, dimentica del verginale ritegno gli si avvinghia alla vita, e sì favella a modo di delirante:
--Guido, amor mio, salvami.--Guido, conducimi via--subito--senza frapporre un minuto di tempo... qui il terreno mi brucia i piedi,... l'aria che respiro è veleno... Guido... andiamo.
--Beatrice!...
--Non parole... partiamo, ti scongiuro, prima che cessi il battere di occhio della occasione.--Se non mi vuoi sposa, non importa... mi riporrai dentro un convento... qualunque... anche in quello delle Clarisse, dove si mura la porta dietro alla votata;... ma salvami, ti comando, da questo luogo maledetto...
--Oh Dio, diletta mia, che cosa è mai questo furore?--Le carni ti scottano come per febbre.
--Qui... qui dentro ho la morte. Toglimi alla disperazione... alla dannazione eterna... Che cosa ho io? Immagina delitti, che fanno impallidire uomini di sangue... delitti, che drizzano i capelli sopra la fronte ai parricidi... che stringono le ossa di ghiaccio,--che fanno battere i denti come pel ribrezzo della quartana,--che impediscono il varco alla voce, e impietrano le lacrime:--immagina tutti i delitti, che la favola racconta della famiglia degli Atridi... che fanno balzare l'Eterno sopra il suo trono immortale, e stendere le mani al fulmine... che avvampano di vergogna le gote dello stesso demonio... immagina... immagina ancora... tu non troverai le infamie, che si tramano e si compiono in Roma--qui--dentro il palazzo dei Conti Cènci.
--Tu mi empi di terrore... ma parla... ma dimmi...
--E potrei dirle io, e tu ascoltarle? Se io le palesassi, tu vedresti il mio rossore rompere il buio della notte che ne circonda... io morirei di vergogna ai tuoi piedi. Ti basti saperne questo, che io vergine e gentil donzella romana... io dai cui labbri non uscì parola che vereconda non fosse,--io che non concepii pensiero il quale non potesse confidarsi all'Angiolo Custode... torrei vivere piuttosto la vita infame della cortigiana, che rimanere più oltre un'ora, un minuto dentro queste soglie, traboccanti della ira di Dio.--Misteri di orrore che non devono rivelarsi, nè possono.--
--Ma dove potrai venire meco così? Come farai a salire, ingombra dalle vesti? Aspetta a domani...
--Domani! Ahi sciagurato! forse è già tardi adesso.--Io non ti lascio... a te mi attacco come tanaglia infuocata... Via... via... corri, chè io ti tengo dietro.
--Sia dunque come vuoi; andiamo con lo aiuto di Dio...