# Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

## Part 18

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--Verdiana, dapprima ho pensato come voi; ma poi mi sono persuaso che questo danaro ha da appartenere al ladro; egli non può essere qui del vicinato, ma sarà sicuramente qualcheduno dei banditi che bazzicano per la campagna. Ora voi capite, che renderlo a lui sarebbe peccato, e ai derubati impossibile. Io proporrei--e questo disse con esitanza--che per noi spendessimo un cento cinquanta di ducati, ed ogni rimanente per la chiesa, e pei poverelli di Dio;--sicchè faremmo restaurare ambedue i Crocifissi--quello di chiesa, e l'altro di canonica.

Parve che la proposta garbasse a Verdiana, perchè soggiunse senza obiezione:

--E lasceremo stare la coperta di cataluffo sul letto, e compreremo le pianete di bel damasco nuovo.

--E le camicie non trasformeremo più in camici.

--E i tegoli della canonica rimarranno alla canonica, e quelli della chiesa alla chiesa.

--È giusta; a Cesare quello ch'è di Cesare, a Dio quello ch'è di Dio.

--Ma ieri non aveva ad essere così...

--Non ci pensiamo più, via. Il Signore ha perdonato, e voi volete conservare amarezza? Verdiana, sareste meno misericordiosa del Signore?

--Me ne guardi Maria Santissima! Voi avrete due tonache nuove; una per la state di cammellotto, e l'altra pel verno di panno; e ancora due para di calzoni, perchè ieri... mi parve veh! di vedere quelli che portate ridotti in pessimo arnese...

--E voi due gonnelle; una di stame, e l'altra di lana.

--E le stoviglie?

--E gli asciugamani?

--Le stoviglie sono proprio necessarie--perchè, ora che ve lo posso dire senza affliggervi, avete a sapere, che da un pezzo in qua voi mangiate sempre nel medesimo piatto; e quando andavo in cucina io lo lavava presto presto, e ve lo riponeva su la tavola per modo, che non ve ne poteste avvedere.

--E con gli asciugamani lasceremo stare in riposo il gatto.

--O Signore, come siamo poveri! Io non me n'era mai accorta come adesso, che, avendo danaro da spendere, penso a provvedere le cose che mancano.

--Così è; il danaro fa come il sole; scuopre la miseria, e la rallegra.

--Ma a noi abbiamo pensato anche troppo.

--Giannicchio avrà di una stoffa sola la prima vesta, che abbia portata nel mondo.

--E Marco la cavezza nuova.

--Anzi... gran benedetta bestia è quel Marco!--e voi, Verdiana, la benedetta cristiana, perchè ambedue mi porgete occasione di fare un'opera buona. Veronica, la povera lavandaia, ha perduto il suo asino, ed ora se ne sta maninconiosa non sapendo a qual santo votarsi. Ella non può andare a Roma pei panni, e i suoi garzoni non guadagnano più il pane con la carretta. Orsù; datemi una ventina di ducati, che io me ne andrò senza porre tempo fra mezzo a consolare la desolata, e nello stesso viaggio menerò meco i suoi figliuoli, ed il suo cane perchè ci facciano un po' di guardia stanotte. Voi capite, Verdiana, che se il ladro venne pei miei danari, molto più si proverà a tornare pei miei e pei suoi; ed è bene ch'ei sappia, che quaggiù non tira vento buono per lui.

E come disse fece il dabbene don Cirillo; nè male gl'incolse essersi armato di provvidenza, imperciocchè durante la notte successiva il cane non cessò mai di brontolare e latrare: in seguito fu pace.

Marco diventò vecchio; e il Curato e Verdiana, com'è da credersi, non ringiovanirono certo. Un giorno il curato, dopo cena, levò la mano, secondo il suo costume quando voleva annunziare qualche solenne novella. Verdiana incrociò le mani sul petto per udirlo più raccolta. Giannicchio si rimase a mezza stanza con un piatto in mano che riportava in cucina, tenendo il corpo rivolto verso la porta e il capo indietro verso il curato per non perdere le sue parole. Don Cirillo incominciò così:

--I nostri antichissimi progenitori...

--Quanti anni sono?...

--Più di millanta.... ma non m'interrompete, Giannicchio...

--Mandarono in Grecia savii ed avvisati uomini perchè prendessero notizia delle leggi con le quali si governavano costà, essendo predicate dalla fama giustissime e religiosissime, per reggere con rettitudine pari questa nostra contrada...

--Ma Grecia non è paese di Turchi?

--Verdiana non m'interrompete... In cotesti tempi non si conoscevano Turchi... non sapete che io parlo di quando Virginio ammazzò la sua figliuola _honestatis causa_? I Greci pertanto come somministrarono ai progenitori nostri notizia delle ottime leggi, così dettero a noi esempio umanissimo del modo da praticarsi verso il nostro antico compagno Marco. Gli Ateniesi, dopo avere fabbricato un magnifico tempio, chiamato _Ecatompedone_, a Minerva, ch'era, come sarebbe a dire, una santa per cotesti tempi...

--O adesso, che cosa ne hanno fatto di cotesta santa?

--Giannicchio, non m'interrompete... i Greci affrancarono da ogni fatica gli Asini e i Muli che si erano travagliati intorno a quel lavoro, e li dichiararono signori e padroni di vagare e pascere dove meglio venisse loro talento; e si legge eziandio in certo libro stampato, come uno di cotesti Asini vivesse interi ottant'anni[10].

--Quasi quanto noi...

--Che maledetto vizio! Ma Verdiana non...

--Sarà stato un miracolo di santa Minerva...

--Ma Giannicchio non m'interrompete. Minerva non poteva operare miracoli--perchè adesso ella sarebbe, come dire, un diavolo.

--Come un diavolo? O a Roma non ci è pure Santa Maria della Minerva? Possibile che, secondo voi, vi fosse adesso una Santa Maria del diavolo?

--Ma Verdiana, per l'amor di Dio, lasciatemi parlare; queste altre cose vi spiegherò a suo tempo per filo e per segno...

--Purchè facciate presto...

--_Omnia tempus habent_, cara mia; ogni frutto ha la sua stagione.

--Sì, ma ponete mente che noi abbiamo anni quanto lo Asino di Atene...

Don Cirillo, per liberarsi da cotesto fastidio delle interruzioni, male oggimai diventato incurabile in casa sua, precipitò il discorso, aggiungendo:

--Per le quali considerazioni ed esempii io propongo che si abbia a giubbilare Marco, facendogli le spese come buono e fedele servitore finchè a Dio piaccia di tenerlo fra noi.

E Verdiana di rimando:

--Sentitemi, don Cirillo, io non leggo libri stampati come leggete voi; ma la ragiono così: vecchi siamo anche noi, pure per la grazia di Dio non impediti in verun membro, o sentimento del corpo: però, finchè la Provvidenza ci mantiene destri, vuol dire, che secondo le facoltà nostre intende che qualche cosa facciamo. Tempo per riposarci, Reverendo, ce ne avanzerà anche troppo quando anderemo a dormire nel campo santo. Contro alla opinione di vostra Reverenza io dichiaro, che Marco essendo vecchio può affaticarsi nei lavori che convengono ai vecchi; non più sassi egli deve portare, nè mattoni, nè calcina; non più grano al molino, nè some di vino al mercato; non più il Dottore, ch'è più peso di tutte queste robe; ma gli basteranno molto bene le forze per portare erbe in Roma, e ritornare carico di qualche coserella che ci potesse abbisognare. Ciò lo conserverà sano, e a noi sempre gradito; perchè vedendolo ozioso a ingrassare, chi sa che non ci cadesse in disgrazia come un disutilaccio mangiatore di pane a tradimento.

--Verdiana, voi siete la erede vera della Sibilla Cumana.

Come poi successe il caso dell'Asino tornato, e del danaro cresciuto potranno sapere tutti coloro, i quali si compiaceranno leggere il veniente capitolo.

NOTE

[1] «E intorno al vestire non siate con ansietà solleciti: avvisate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano, e non filano. E pure io vi dico, che Salomone stesso con tutta la sua gloria non fu vestito al pari di uno di loro». _Evangel. di San Matteo, C. VI, nn. 28, 29_.

[2] Il profeta Elisèo sanò Naaman dalla lebbra, e rifiutò qualsivoglia mercede. Il suo servo Ghehazi gli andò dietro, e, mentendosi messaggiero del profeta, si fece dare due talenti di argento, e due mute di vestimenti. Tornato a casa, il profeta Elisèo, consapevole della colpa del servo, gli disse: «la lebbra di Naaman si attaccherà in perpetuo a te, ed alla tua progenie»; ed egli se ne uscì dalla presenza di esso tutto _lebbroso_, e _Bianco_ come la neve. _Re, lib. II. c. V. n. 27_.--Simone Mago voleva comprare da san Pietro i doni dello Spiritossanto, ossia la facoltà di operare miracoli: e non li potendo operare per virtù di Dio, s'ingegnò operarli con lo aiuto del diavolo. La leggenda narra che il Mago ne diventò tanto superbo, da sfidare san Pietro: da una parte e dall'altra si fecero parecchie prove, come successe fra Moisè e i Maghi di Faraone: finalmente san Pietro, che stava su lo avvisato di giuocare all'altro un bel tratto, di repente si levò per aria. Simone Mago lo volle imitare; e san Pietro, quando lo vide bene alto, con la sua maggior virtù operò che quegli cadesse in terra di sfascio, e si rompesse ambedue le cosce. Di qui nasce la differenza, che corre fra Simonia e Geezzia, peccati ecclesiastici: la prima è compra di cose sacre, e specialmente di ufficii di chiesa; la seconda è mercede di grazie operate. Questi peccati da molto tempo sono scomparsi dalla Chiesa; conciossiacosachè, come ognun sa, al giorno d'oggi tutto vi si faccia _gratis, et amore Dei_.

[3] Sichem figliuolo di Hemor violò Dina figliuola di Giacobbe; ma subito dopo si offerse parato a sposarla, in ammenda del fallo. I fratelli di lei gli risposero: «Noi non possiamo dare la nostra sorella ad un uomo incirconciso, però che il prepuzio ci sia cosa vituperevole: ma pur vi compiaceremo con questo, che voi siate come noi; circoncidendosi ogni maschio infra voi. Accettata la proposta, Hemor, Sichem e gli abitanti di Sichem si circoncisero; ma il terzo giorno, mentre essi erano nel dolore della operazione, Simeone e Levi fratelli di Dina gli sterminarono tutti». _Genesi, Cap. XXXIV, n. 25_. A qualcheduno è sembrato che gl'Israeliti, come popolo eletto, avrebbero potuto, e dovuto possedere qualche maggiore cognizione del giusto e dell'onesto.

[4] Milioni di uomini leggono, od intendono dire tuttogiorno dello _scacchiere_ d'Inghilterra, di ministro dello scacchiere, e pochi, io penso, sanno perchè il tesoro della Inghilterra si abbia a chiamare _scacchiere_. Quando Alessandro Il lucchese, soprannominato il Papa _lebbroso_, o Papa _accattone_, donò il regno d'Inghilterra a Guglielmo il bastardo, gl'impose per patto, che andasse a prenderselo; e quei due grandi della terra si tesero le braccia per soffocare dentro cotesto abbracciamento un popolo intero: «Dum regnum et sacerdotium in nostrum detrimentum mutuos commutarent amplexos» (_Chronic. Gervasii Cantorber_. citata dal THIERRY). I Normanni dal trattare la piccozza in fuori, non sembra che sapessero fare guari altro; molto meno poi calcolare: onde per potere strigare le faccende presto, e bene, immaginarono una cassa divisa a scompartimenti, appunto uguale alla cassa che adoperano gli stampatori per riporvi i caratteri; e quivi dentro misuravano il danaro, come il grano, con lo staio. Di qui il tesoro inglese assunse, e conserva il nome di scacchiere. (THIERRY, _Opus. cit. tom. I, p._ 400 a 418).--Dai Normanni a Pascal e a Babbage, inventori della macchina pei calcoli, è mestieri convenire che la differenza è grande.

[5] «I poveri li vedano, e se ne rallegrino».

[6] «Qui è Cristo mio Signore».

[7] «Risorse, e non è qui».--_Evang. S. Mathaei, Cap. 28_.

[8] PETRARCA, _Sonetti_.

[9] _Gli abbracciamenti, i baci, e i colpi lieti Tace la casta Musa, e vergognosa._ TASSONI, _Secchia Rapita. C. VI_.

[10] PLINIO, _Stor. Nat. lib. 16. cap. 4_.

CAPITOLO XIII

IL TRADIMENTO

Poichè si vide il traditore uscire Quel che avea prima immaginato invano, O da se torlo, o di farlo morire Nuovo argomento immaginossi, e strano.

ARIOSTO, _Orlando Furioso_.

La notte era alta, e don Francesco Cènci se ne stava ridotto nel suo studio, leggendo con molta attenzione il libro di Aristotele _intorno alla natura degli Animali_; e ad ora ad ora si soffermava meditando, e notando sopra i margini con minutissima scrittura le riflessioni, che gli si affacciavano allo spirito. Ad un tratto batterono le due dopo la mezza notte: lo squillo percosse l'aria acuto come una domanda superba. Pareva che interrogasse: «chi ardisce vegliare in questo tempo di morte?»

--Veglio io, rispose don Francesco, ma senza pro. I misteri della natura si tentano invano.--Gira, rigira; io te lo do per giunta, se riesci a ritrovare la porta donde sei entrato.--Chi inventò a distinguere il tempo, che fugge in ore, in minuti e in secondi, io per me tengo che fosse uno dei peggiori tristi che mai abbiano vissuto nel mondo. Capisco ancora io che, viaggiando per Roma o per Napoli, l'uomo possa mettere il capo fuori della carrozza onde procurarsi il piacere di leggere sopra le colonne migliarie di quanto spazio ha accorciato il termine del suo viaggio; ma quando la città a cui ci avviciniamo è _Necropoli_, il Campo-santo, oh! allora vada allo inferno chi mi dice: «siamo per arrivare; ecco l'ultimo miglio!» Queste ore battute, allorchè sono passate ci percuotono come il rumore di un frammento di vita, che ci caschi da dosso per non ritornarci mai più. Forse in giovanezza, quando un orecchio tintinna pei sonagli che vi squassa vicino la follìa, e l'altro ronza d'inviti che vi sussurra dentro la bocca lasciva, il mal suono o non giunge, o giunge fioco. Adesso poi, nella età in cui mi sono condotto, mi pare che le ore scappino più veloci, come i fantini raddoppiano le sferzate all'ultimo giro del palio: _Motus in fine velocior_. Ora pertanto bisogna attendere con ogni studio... a che attendere? Tutto è contrasto, disordine e confusione nel mondo: noi siamo in guerra contro noi stessi. Io, che dai primi anni ho abbracciato un partito, e mi vi sono confermato con la riflessione, e ostinato con le opere;.. io pure, quando meno me lo aspetto, sento dentro di me uno spirito che discorda da me, e sempre contradice, e perfidia, e con lusinghe, o per forza vorrebbe strascinarmi in parte ove io non voglio andare: se fosse un occhio, o una mano ribelle potrei strapparlo, o tagliarla; ma come arrivare a mettere le mani addosso a questo spirito di rivolta?--Se però non posso strangolarlo, posso ben vincerlo. O spirito di rivolta, perchè ti consigli trattenere il torrente della mia volontà con i tuoi dicchi di ragno? Se tu sei un angiolo, da' retta a me, torna a casa tua perchè predichi al deserto; se demonio, vattene, non m'infastidire adesso: faremo i conti tutti in una volta. Beatrice pensò atterrirmi quando minacciava, che i posteri diranno di me: «ai tempi del profeta Natan i flagelli di Dio erano tre, poi diventarono quattro: fame, peste, guerra, e il Conte Cènci»; e nessun cortigiano mai trovò blandizie più piacenti con la sua lingua dorata.--E così fosse! Ma i posteri non sapranno neppure che tu sei vissuto. Tutto è vecchio, consumato; tutto casca a pezzi quaggiù. I nostri terribili genitori ci hanno divorato tutto; essi ci hanno diseredati persino della facoltà d'infamarci.--O Tiberio, o Nerone, o Domiziano, voi ci avete tolto il diritto di poterci chiamare scellerati.--Voi tuffaste la bocca nel fiume della lussuria e della ferocia mentre a noi avanzano poche stille per saziare la sete. Eppure io mi sentirei cuore e mente da superarli; e se la fortuna mi avesse dato uno impero, o il soglio pontificio, avrei così spigolato nel vostro campo, o Imperatori augustissimi, da non invidiarvi la raccolta. L'arte può supplire, ed anche superare la forza: vi sono diamanti i quali, sebbene piccoli, vincono con la limpidità della loro acqua gemme di mole maggiore. Peccato galoppa, galoppa; poca è la via che rimane... portami nello inferno di carriera serrata...

Un bussare precipitoso alla porta segreta interruppe il corso delle sue malvage riflessioni: credendo fosse Marzio venuto per qualche subito caso, si accostò in fretta, ed aperse. Olimpio anelante, col capo bendato di una tela sanguinosa proruppe dentro la stanza, volgendo il capo indietro come uomo che sospetti essere inseguito, e si gettò a sedere asciugandosi col braccio il sudore della fronte. Don Francesco, comecchè peritissimo a dissimulare, male poteva nascondere la sorpresa e il dispetto alla vista di costui; pure fingendo alla meglio, che potè, lo andava interrogando:

--E qual diavolo ti sbalestra in questo arnese, e in questa ora quaggiù? Tu sei ferito! Quale stroppio è egli accaduto?

--Traditi, don Francesco, traditi; ma giuro a Dio e agli apostoli Pietro e Paolo, che prima di morire io vo scannare quel brutto Giuda traditore, fosse anche mio padre.

--Traditi! E come può essere? Ma tu grondi sangue!

--Non vi badate; egli è un nonnulla, come sarebbe a dire una sopraccarta di pistolettata... la palla mi ha fregato la testa, e nulla più.

--Bene; dunque, Olimpio, accomodati a tuo grande agio, e narrami distesamente quello che ti avvenne.

--Stanotte correva la impresa di sua Eccellenza il Duca di Altemps, dalla quale mi sconsigliava una voce, che sentiva mormorare qui dentro... e se non era cotesto Asino dannato io aveva deciso di provare un po' se, adoperandovi i piedi e le mani, mi fosse riuscito tornare uomo dabbene, o lì per lì; ma nel più bello la secchia è ricascata nel pozzo. L'Asino sta fra me e il paradiso...

--Olimpio, tu hai sofferto nel capo; povero uomo! vaneggi.

--Per Dio! io non isvagello, don Francesco; dico la verità. Aveva compita la impresa del falegname, ma con una apostilla che non ci avevamo messa io nè voi; fu il diavolo in persona che fece bruciare quel disgraziato falegname.

--Certo fu il diavolo, che mise di fuori alla porta una spranga inchiodata per traverso.

--Cotesto feci io; ma vi giuro da bandito di onore, che non altro volli, che impedirlo di saltare subito fuori di casa, e destare tutto il vicinato per aiutarlo a spegnere le fiamme: io non credeva che i vostri fuochi lavorati ardessero così terribili; nè poteva supporre che il maestro perdesse il cervello, da aggirarsi per tutta la casa in fiamme prima di affacciarsi alla finestra. Insomma, io non credei, oh! non credei, che avesse ad uscirne tanto dolore.--Don Francesco, avete sentito il fatto di donna Luisa vostra signora nuora? Quanto ci corre tra noi e lei! Vero sangue latino!

--Anche questo conosco. Certo ella è valorosa femmina... ho io detto valorosa? Sì, e non mi disdico: ogni creatura ha le sue virtù; e se io non fossi Francesco Cènci, non vorrei essere altri che Luisa Cènci: in casa mia le donne superano i maschi di assai. Se i miei figliuoli avessero assomigliato a Olimpia, a Beatrice, o a Luisa; se il secolo paludoso avesse dato luogo ad acquistare fama con qualche onesto studio, con qualche atto o di mano o d'ingegno... forse allora... chi sa?... mi avrebbe preso vaghezza di altra strada;... ma adesso... non ci pensiamo più...

--A me parve, che mi si franasse il cuore; sentii cascarmi giù ogni tristezza, e piansi, piansi come un fanciullo. Per la prima volta pensai a mia madre quando mi nascondeva dietro la gonnella, e prendeva per se le busse che volea darmi mio padre;--pensai alla mia povera Clelia, quando mi aspettava alla fontana;--pensai all'oste di Zagarolo, che ha il vino tanto fresco nella estate;--alla corda di mastro Alessandro, tanto innamorata del mio collo... e veruno di questi cari ricordi m'intenerì tanto, quanto la famosa donna Luisa Cènci. Deliberai mutare vita, e doveva tagliare reciso; ma io volli lasciarvi lo addentellato, e mi sconciai.--Aveva fatto tanto male nel mondo, che pure bisognava attendere a ripararvi con qualche bene; ma il male potei fare da me solo, il bene no. Pensai ad acquistare i centocinquanta scudi del curato per farne dire tante messe per l'anima del maestro e degli altri che ho morti, i quali spero in Dio che non saranno per cagione mia in peggiore luogo che nel purgatorio, ed anche per provvedere alla meglio alla povera vedova; nè levarglieli mi pareva alla fin fine peccato perchè, a vostro dire, voi glieli avevate donati per burla; e per la parte ch'egli poteva averci di suo, la è cosa vecchia che lo accessorio seguita il principale. Mi travestii da accattone, esaminai diligentemente i luoghi, e nottetempo quatto quatto penetrai in casa, e m'impadronii del danaro. Nel ritirarmi entrai dentro un armario; il curato si sveglia, mi scambia pel gatto, e mi scaglia contro una scarpa, che parve una bombarda; ma non gli successe di cogliermi. Avevo notato come il degno sacerdote possedesse un Asino giovane e forte, e disegnai torglielo a imprestito per fornire più comodamente il cammino. Andai per esso: lo sciolgo dalla mangiatoia, gli metto la bardella, ed egli quieto; lo conduco allo aperto, ed egli sempre agevole: quando però si accorse che io volevo montargli sopra, prese a sparare calci da spezzare un monte di ferro. Ah! vuoi battaglia? e battaglia avrai, io dico. Egli calci, e calci io; egli morsi, ed io bastonate da levare il pelo: alla fine egli chinò gli orecchi, e sospirando chiese capitolare. Perdono ai vinti, purchè si lascino cavalcare. Io vi salii sopra, e ce ne partimmo insieme da buoni amici, come se neppure avessimo avuto contesa fra noi. Su lo albeggiare conobbi pendere dalla bardella le bolgette; e dandomi molestia la moneta che portava addosso, vi riposi dentro gli scudi del prete e i miei, che tra argento e oro formavano un valsente di trecento ducati, e più. Cresciuto il giorno io m'inselvai, disegnando rientrare in Roma su la bruna: dell'Asino pensava ormai potermi fidare... ma sì, vatti a fidare dell'Asino!--Però lo lascio andare a suo talento, poco curando ch'ei piegasse la testa a sterpare qualche fronda, o pascere erba. Giungemmo ad un rio assai copioso di acque a cagione di una serra da mandare il molino. L'Asino vi si tuffa dentro: io ritiro le gambe per non bagnarle: ad un tratto la terra si sprofonda sotto di me, l'Asino scomparisce, ed io mi ritrovo nell'acqua fino alla cintura. Il caso improvviso, il diaccio che mi corse per la persona, e più i pensieri che tenevanmi legata la mente, mi resero incapace a prendere su quel subito un partito che mi giovasse. Stendendomi sotto i piedi la bardella vi sbalzai sopra, e quinci spiccai un salto, che mi fece toccare la sponda opposta. L'Asino tristissimo, che si era lasciato andare a posta giù per liberarsi da me appena si conobbe scarico, si levò, voltò le groppe, e via come un cervo. Ahi! Asino giuntatore, Asino ladro!--Ripassai il rio, gli corsi dietro; non ci fu verso raggiungerlo; e' pareva Baiardo che fuggisse davanti Rinaldo[1]: saltava macchie, sbarattava fratte, menava tronchi e sassi; sicchè tenni allora, ed anche adesso io credo, gli fosse entrato il diavolo in corpo. Nella ventura notte, immaginando che l'Asino fosse tornato alla sua stalla, mi provai a penetrare di nuovo in casa al Curato; ma costui la faceva guardare da cani e da villani. E ora?--pensava tra me,--invece di guadagnare ho perduto, e non mi avanza più un baiocco per farne un bene, o un male: ed ecco come io mi trovai, quasi con la mano alla gola, strascinato nella impresa del Duca. Da una parte mi determinò il pensiero, che si trattava di bazzecola... un ratto di donzella!--Signore! e' ci hanno tanto gusto ad essere rapite! E poi coteste le sono faccende che si aggiustano, e il Duca parendomi acceso molto, chi sa che non la togliesse per sua legittima donna, e un giorno ella non me ne avesse obbligo grande? Dall'altra parte, come beneficare senza danari? Dalla impresa del Duca in fuori, non mi sovveniva sul momento altro partito per procurarmene. Chi si è dannato per femmine, chi per terre, o baronìe, chi per moneta: destino di Olimpio era, ch'ei si dannasse per un Asino...

Il Conte guardava sovente fisso in volto colui, immaginando dalla giocondità del racconto che Olimpio favellasse per burla; ma egli mostrava le sembianze compunte così, che venne di leggieri nella contraria sentenza. Olimpio pertanto continuò:

