Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 16
--Ah, gridò, come è bella!--e vacillò su la scala.
Era giunta vicina a terra tre scalini, quando con orribile fracasso sprofondò giù il pavimento; le fiamme scomparvero, globi di fumo mescolati a miriadi di faville avvolsero la casa, la scala e le donne. Un urlo spaventoso echeggiò fino all'altra sponda del Tevere, chè reputarono coteste creature spente dal fuoco e dalla rovina.
Indi a breve ecco lo incendio, come l'orgoglio un momento umiliato, divampare più terribile di prima, e di mezzo alle fiamme uscire Luisa incolume con la donna nelle braccia.
Gridi di giubbilo, acclamazioni frenetiche ferirono il cielo:--chi è l'animoso giovane?--Non lo so.--Ricordati averlo visto mai?--Mai.--E sì che non ha barba in viso, e per uomo da tali fatti è piuttosto scarso di vita, che no. Viva il valente giovane, vero sangue latino.--E più alti sorgevano lo entusiasmo e gli applausi.
Il Signore ebbe misericordia della moglie del falegname, la quale tratta fuori di se non conobbe il fato lacrimevole del marito. Luisa sempre più infervorandosi nella sua generosità, siccome avviene ai buoni, non patì che la donna salvata fosse tratta all'ospedale; e risovvenendole di certa vedova sua casigliana, che le aveva raccomandato, capitando, di appigionarle due stanze, fece conto di accomodarla là dentro: molto più, che essendosi messa a risico di spendere per cotesta famiglia fino a trecento ducati, e trovandosi adesso ad averli risparmiati, pensava, che quando anche per condurre a fine la opera buona avesse dovuto impegnarcene attorno un centocinquanta, le ne avanzava l'altra metà pei fatti suoi.
E per mandare subito ad effetto la presa determinazione ordinò che stendessero la donna sopra un lenzuolo tratto fortemente dai lati da quattro uomini robusti, i quali si prestarono volonterosi a cotesto ufficio. Ella si recò in collo il bambino sorreggendolo col braccio destro, e chiese di alcuno che caritatevolmente sostenesse anche lei; però che le girasse il capo, e le paresse che di sotto i piedi le venisse meno la terra. Dalla folla stipata intorno a lei uscì un uomo membruto, ed aiutante della persona, coperto il capo, il collo e il viso di copia grande di capelli e di barba, vestito a mo' dei _ciociari_ dei contorni di Roma.
--Prendete su!--egli disse profferendole il braccio con voce assai più commossa, che non lasciassero sperare le sue sembianze dure, e bronzate.--Appoggiatevi pur sopra, che reggerebbe la colonna trajana. Se non vi da fastidio, mi basta l'animo di portare voi e il putto ad un tempo.
--Lo credo. Dio ve ne renda merito. Basta così. Ora voi altri avviatevi pian piano in via san Lorenzo Panisperna a casa Cènci.
--Casa Cènci!--dando di un passo indietro esclamava il ciociaro.
--In che trovate motivo di maravigliarvi? Forse credete voi tanto straniera da casa mia la carità, da levarne stupore?--Che cosa vi dà, in grazia, diritto di pensare così, villano?
E siccome il ciociaro tentennava il capo e non rispondeva, donna Luisa, come punta sul vivo, aggiunse:
--E se volete sapere chi fu che ardì salire la scala, mentre voi uomini rimanevate tutti immobili dalla paura,--io vi dirò che fu una donna; però che in me vediate la moglie di don Giacomo Cènci, e nuora del Conte don Francesco.
Il ciociaro adesso traballò visibilmente: con la manca si Strinse forte la fronte tenendovela per un pezzo, quasi volesse costringere le sensazioni e i pensieri a non prorompere fuori della testa.
Io non vi farò mistero dello essere di questo ciociaro. Voi, lettori miei, avete potuto chiarirvi a prova come io non ami la maniera sospensiva del raccontare; però, continuando a procedere per la via piana vi dirò a un tratto che il ciociaro era Olimpio, e i quattro pietosi reggitori i lembi del lenzuolo erano suoi compagni, e complici dell'orribile incendio. E non crediate già che sentimento alcuno d'ipocrisia gli sospingesse a cotesti atti, o astutezza per celarsi meglio; conciosiachè avessero commesso il delitto con tale accorgimento, da non lasciare luogo a sospetto che fosse avvenuto piuttosto per malizia, che per fortuna; ma proprio sinceri essi erano, ed esaltati dallo esempio magnanimo di Luisa. L'uomo, per quanto tristo egli sia, contiene sempre qualche parte di buono; e fra persone da arti lodevoli, o triste non assuefatte a contenersi, o a fingere, il trapasso dal male al bene, e ai modi di significarli avviene inopinato ed improvviso. Io non so se l'uomo nasca con _anima prava_. Questo si trova nelle Sacre carte, e santi Dottori della Chiesa lo hanno approvato; ma io ne dubito, e affermarlo decisamente non potrei. Solo parmi che dentro noi di queste due cose succeda l'una: o la bontà ricama sopra un velo di scelleraggine, o la scelleraggine ricama sopra un velo di bontà. Chi meno ha pratica di fare i conti con la sua anima, e si lascia più trasportare dai subiti moti del sangue forse sarebbe il migliore, se o la ignoranza troppa, o le abitudini inique, o gli stimoli altrui non gli chiudessero la via a ben fare, o in quella del male nol sospingessero.
Veramente, per sostenere questa sentenza, in me fa mestieri fede di bronzo; perchè uomo al mondo, io penso che non fosse mai scorticato vivo come me dal Popolo, il quale appunto argomenta poco, e sente molto.
Il Popolo, dopo avermi salutato amico e padre, ad un tratto mi disse vituperio; mi caricò di catene, e mi chiamò a morte! Con questi miei orecchi udii i figli del Popolo, che io mi studiai sempre, come potei meglio, onorare e avvantaggiare, allagando il Palazzo della Signoria spartirsi poca moneta al lume dei lampioni, e dire l'uno all'altro: «_A te si perviene_ _meno, perchè sei piccolo; nè ti è bastato il fiato a urlare quanto me_ MORTE! MORTE!»
Giuoco Roma contro uno scudo, che cotesta moneta e coteste istruzioni vennero da tali, che saranno stati a un punto fratelli della misericordia, guardie civiche, membri di mutuo insegnamento, e degli asili infantili... Oh come si allarga l'albero della ipocrisia sopra la terra, e l'aduggia tutta con l'ombra maledetta!
Avete ammazzato il cane--sussurroni!--Godetevi i lupi.
Povero Popolo! Tu hai perseguitato ben altri uomini, che non sono io. Dove giacciono le ossa di Giano della Bella e di Benedetto Alberti? Io non lo so: quelle dei Medici hanno sepolcro reale in san Lorenzo.--Dove riposeranno le mie? Chi può saperlo? Pure non ti chiamerò _ingrato_, nè _maligno_, come Dante; sebbene tu abbia perpetuata la voce, che correva ai suoi tempi:
_Vecchia fama nel mondo ti chiama orbo_,
Sarebbe carità percuotere il fratello perchè giace infermo? Questo argomento venne adoperato un giorno, e con ottimo successo; ma da un Russo, e con Russi[2]: ed io, per la grazia di Dio, nacqui italiano. Malattia d'ignoranza è più grave di malattia di corpo; e i popoli si hanno da sanare, non già maledire e percuotere.
Chiunque si apparecchia a travagliarsi pei suoi simili sappia che non riceverà altra mercede, che d'affanni. Prima assai di Prometeo lo avvoltoio divorava il cuore degli amici della umanità. Il destino dei mortali progredisce lento rotando come una macina immensa, e nel passare frange intelligenze e vite, lasciando dietro a se una traccia di polvere d'uomini. Cemento tremendo composto di particelle di cuore, di sangue e di lacrime, che vince in durezza lo stesso granito.
E se la morte fisica arriva precoce per gli anni, anche troppo tarda sopraggiunge per le cure rodenti, per le passioni che limano, e per gli occhi diventati ciechi nel contemplare una luce che consuma. Quando poi l'uomo sopravvive a se stesso, che cosa attende dal suo cervello e dal suo cuore? Ahimè! Una congestione, od uno aneurisma.
Noi siamo morti; ma dentro al nido composto d'odio, di vendetta e di vergogna mette l'ale adesso una generazione di aquile, destinate forse alla vittoria.
Invero la parola ha seminato abbastanza; ora tocca mietere, alla forza. Il pensiero può dare l'albero della scienza, ma l'albero della vita è per le mani gagliarde; e la libertà è la vita. Cessi una volta la generazione dei sofisti, e sorga la generazione dei guerrieri. I retori non hanno mai combattuto una battaglia. Maledetta la civiltà, che insegna a portare le catene come i monili da eunuchi. Bolzari, Odisseo, Colocotroni, ed altri molti eroi, che strapparono un lembo di terra dalle mani sanguinose del Turco, erano _klefti_.--Io ritorno alla storia.
La sconsolata vedova era tratta molto soavemente a casa di donna Luisa Cènci, la quale aveala preceduta insieme ad Olimpio; e con la sagace sollecitudine di cui le donne sole possiedono il tesoro, aveva già fatto apparecchiare il letto, e cera, e olio, e cotone sodo, e altri tali rimedii, che a quei tempi, e forse anche ai nostri, si reputano meglio efficaci per le scottature: mandò eziandio pel cerusico, e per una balia. Questa, per buona ventura, fu rinvenuta nella contrada, e venne subito. Udito il caso, e interrogata se si sentisse capace ad allattare la creaturina finchè la madre fosse risanata, la buona popolana rispose «magari!»; e senza altro invito prese il pargolo nelle braccia, e trattasi in disparte se lo recò alle mammelle.
La madre delirò tutta la notte ora piangendo sommessa, ora gridando disperatamente, secondochè alla sconvolta fantasia si affacciavano immagini pietose, o terribili. Il giorno appresso non istette meglio; il sopravvegnente ricuperò alquanto delle sue facoltà mentali, e subito cercò il figlio. Risposerle che le dormiva al fianco; volle muoversi, ma non potè, e con voce languida favellò di nuovo:
--Per amore della gran Madre di Dio non m'ingannate!
L'assicurarono con giuramento. Allora pianse: poi domandò del marito, e le dissero, con pietosa menzogna, giacersi malconcio assai della persona nell'ospedale, ma non senza speranza di guarigione.
Luisa, che travestita da uomo la vegliava del continuo, la confortò a tacersi, e a starsi di buono animo; avvegnadio da cotesto smaniarsi non gliene potesse venire se non che aumento di male, e ritardo del giorno desiderato di stringersi al collo il figliuoletto; ed ella allora non flato più.
Luisa aveva posto maraviglioso affetto alla desolata vedova, la qual cosa non ha da parere strana; chè siccome la offesa pei petti mortali somministra ragione per offendere, così il benefizio antico persuade il nuovo; e noi amiamo altrui meno pel bene che ci fa, che per le cure che ci costa. Se poi questo muova da costanza o da presunzione, o da altre buone o cattive qualità, io non saprei affermare: bene io so, che quantunque riesca arduo, più che altri non pensa, rinvenire la origine vera delle nostre azioni, il motivo non è quasi mai solo, ma complesso e attorto di fili forniti in parte dagli Angioli, e in parte dai demonii. Quale poi fosse la proporzione di questi fili nell'animo di donna Luisa non è dato giudicare; giova credere fossero angelici tutti; a me basti accertare, che ella amava cordialmente la vedova.
Se forte pungesse la donna il desiderio di conoscere i particolari del commercio, ch'ella supponeva avesse mantenuto seco lei il suo marito, non è da dire; ma la trattenevano dall'appagarlo molte considerazioni. E prima di tutto non le pareva onesto prevalersi dello stato di cotesta misera per istrapparle il segreto: poco cristiano, e meno che consentaneo alla generosità fin lì dimostrata da lei, tribolare, forse non senza danno della sua guarigione, la inferma per farla parlare; e finalmente avendo accolto un dubbio, comunque debolissimo, intorno alla verità dei suoi sospetti, amò piuttosto oscillare in cotesta incertezza, che disperarsi nella odiata realtà.
Ma non vi è misura che tanto presto si colmi, quanto quella della impazienza. Certo giorno ella sedeva accanto al letto della vedova. Angiolina, che tale parmi aver detto si chiamasse la vedova, contemplava il volto di Luisa con l'adorazione dei devoti verso le immagini miracolose, e mormorava per lei benedizioni e preghiere. Luisa la guardò fisso a sua volta; vide che le tornavano i floridi colori della salute per la faccia, le scottature non lasciavano segno veruno, e la donna ridiveniva bella più che mai fosse stata. Il cuore palpitò alla gelosa impetuosamente nel seno, e sorridendo un cotal suo riso amaro la interrogò:
--Ma sono io l'unico vostro protettore davvero?
--E chi volete che si prenda cura di una povera femmina come sono io, se non voi per vostra carità?
--E sì.... e sì che la memoria, io credo, non vi aiuta a rammentar bene le cose.... in questo momento.
--Ah! voi dite la verità, esclamò Angiolina, facendosi vermiglia come per vergogna di fallo commesso. Signore! O come possiamo, senza volerlo, diventare ingrati?
--Dunque.... tu hai un altro protettore?
--Un altro protettore, come voi dite, il quale ci ha beneficato assai....
--Sì, eh! E come si chiama egli?
--Egli?--Il Conte Cènci.
--Cènci? Cènci hai tu detto? Cènci?--gridò Luisa come se l'aspide l'avesse morsa nel cuore, e si tacque. Ma l'altra, secondo che la consiglia affetto, e il desiderio di ammendare il fallo involontario, aggiungeva appassionata:
--Cavaliere sopra quanti altri conobbi, eccetto voi, compitissimo e gentile. Per lui ci venne restaurata la casa, che, guasta prima dall'acqua, adesso ha distrutto il fuoco:--egli volle che io mi comprassi vesti sfoggiate,--orgoglio di una ora;--ed ebbi a toccare da lui solenne rimprovero perchè non lo scelsi compare del mio figliuolo.
Luisa si morse le labbra in modo che spicciarono sangue, e la interruppe con aspra voce dicendo:
--Basta!
E mentre per non tradirsi si allontanava a precipizio, combattuta da passioni diverse mormorava:
--Sfacciata! E nemmeno si rattiene da palesare la propria vergogna. Signore! Ma tu veramente comandi di allevare le serpi che ci mordono il cuore?
NOTE
[1] Questi sintomi angosciosi dell'asfissia io descrivo non già per sentito dire, bensì per averli provati. Ciò avvenne quando il signor marchese Cosimo Ridolfi, iniziatore in Toscana del reggimento costituzionale, investito di pieni poteri per sedare in Livorno una cospirazione, che non era mai stata, ordinò mi traessero a Portoferrajo con le mani incatenate nella notte dell'8 al 9 gennaio 1818, e quivi mi gittassero entro un sotterraneo del forte Falcone. Il sotterraneo era umido e freddo: io poi infermo gravemente di male d'intestini, ed estenuato di forze; sicchè mi lasciai andare semivivo sopra un lurido letto da soldato, che rinvenni in cotesta lurida buca. Il carceriere, o di proprio moto o per commissione altrui, mi portò un focone di brace accesa, ed uscì chiudendo la porta del sotterraneo, e la finestra munita di due inferriate, due graticole ed una impannata. Appena chiusi gli occhi incominciarono a travagliarmi i sintomi descritti nel testo: allora con ineffabili sforzi scesi dal letto, e strascinandomi carpone giunsi alla finestra, apersi la impannata, e sporsi la bocca tra i ferri per bere un sorso di aria pura... cioè quale poteva aversi traverso due inferriate e due graticole e piovuta dentro una chiostruccia che mi stava davanti. E poichè i posteri sappiano chente si fossero i Conti, i Baroni, e i Marchesi promotori delle libertà politiche in Toscana, e giudichino, dirò (cosa incredibile, e non pertanto vera): quattordici dei miei compagni d'infortunio furono gli uni sopra gli altri accatastati dentro un altro sotterraneo sterrato, che prendeva aria da un pertugio nel soffitto; un altro certa notte gridava dal sotterraneo, dov'era stato posto solo, lo salvassero perchè in procinto di affogare a cagione dei torrenti di pioggia che colà rovesciavansi; nè quinci venne remosso se prima il suo corpo non gli si gonfiò mostruosamente. Tale provai il signor Marchese Ridolfi: qual egli provasse me quando il popolo, contro lui infellonito, lo vituperava con ogni maniera di oltraggi, tentava appiccargli fuoco alla casa, e lo minacciava di peggio, ne porgono testimonianza i documenti ricavati dagli archivii dello Stato, e che appartengono al mio ministero. Io li ho pubblicati, e chi ne avesse talento può consultarli: a me basti dirne questo, che seppi e volli, assumendo il maestrato, attaccare qualunque passione privata al cappellinaio, e procedere con tutti imparziale; anzi se taluna parzialità mostrai, fu nel difendere coloro che più mi avevano offeso in generale, e il signor Marchese Ridolfi in particolare. Se io mi sia stato degnamente corrisposto, i discreti decidano. Piacemi unicamente avvertire, come allorquando i Signori del Municipio fiorentino, e la Commissione aggiunta si posero a capo della reazione, che confidarono governare, il mentovato signor Marchese scriveva lettere dalla Spezia, che intercettate furono rese pubbliche a Livorno, con le quali egli reputava onesto aizzarli contro di me; e quivi notai, tra le altre, queste espressioni: «non crediate «a b... f... galantuomini!» Concetto, e modo, ch'io ricisamente sostengo non degni di lui: di lui, che si diceva innamorato così della civiltà del Popolo toscano da anteporla alla virtù militare, per la quale avrebbe potuto rivendicarsi dal servaggio, e sostenere la sua libertà.
[2] Il CANTU, nella _Storia di cento anni_, narra di Souwarow il quale di tanto in tanto visitava gl'infermi soldati, e li curava così: se gli parea che fingessero, ordinava li bastonassero; se li reputava ammalati davvero, faceva amministrare loro sale, aceto, e non ricordo quale altra sostanza. In questa guisa i suoi ospedali militari stavano sempre vuoti.
CAPITOLO XII.
DELLO ASINO.
Sol l'Asino gentil, l'Asino fino Lodar si debbe, e mi par che sia quello Da scriverne in volgar, greco, e latino. GAB. SIMEONI, _Cap. dell'Asino_.
E Verdiana si era fatta venti volte alla finestra; altrettante si era posta ad annoverare i passi, che secondo i suoi calcoli la canonica distava da Roma. Scese sul prato; e comecchè tremolante su le gambe, si stese boccone, ed accostò le orecchie a terra per udire qualche lontano rumore, che le annunziasse il ritorno del Curato;--niente. Sorse, cantò le litanie, lo _stabat Mater_ recitò dieci volte il rosario, e poi si spazientì.
--Oh! vedete, borbottava, quanto mai tarda quel benedetto uomo stamani.... ma che stamani? Ormai è passato vespro, e qui la minestra diventa tutta una pania. Io per me non so chi mi trattiene da desinare sola; e se poi giunge, e non potrà mangiare, suo danno. Ma forse sarà trattenuto da qualche faccenda.... o forse qualche malanno sarà capitato addosso a Marco (Marco era l'asino che cavalcava il curato)... od anche al povero reverendo. Ahimè! meschina, che cosa io vado immaginando? E perchè non potrebbe essere questo? Se male può incogliere a Marco, non ci è ragione perchè non possa succedere anche al curato. Santissima Vergine! pur troppo in fatto di disgrazie non corre differenza alcuna fra Marco e il Curato, e per tutti, o vogli uomini o vogli bestie, elleno stanno sempre apparecchiate come le tavole degli osti.
Qui tolse i suoi ferri dai quali pendeva una calza mezza fatta, e si mise a proseguirla con molta prestezza; ma chi l'avesse osservata poteva accorgersi di leggieri, che nella sua mente si formava un pensiero dolente come nei suoi occhi adagio adagio andavano crescendo due lacrime, e le lacrime e il pensiero proruppero in un medesimo punto; però che gittando smaniosa da parte e ferri e calza, esclamò:
--Sicuro eh! se qualche disgrazia fosse avvenuta a cotesto povero uomo, non avrebbe altrimenti bisogno di calze nè di solette.... E perchè non ne avrebbe più bisogno? o che forse tutte le disgrazie rendono inutili le calze?
E qui stesa la mano riprendeva i ferri, cacciandone uno dentro al bacchetto.
--E poi, proseguiva, o morto o vivo, le calze a qualcheduno saranno sempre buone...
Intanto riponeva in tasca il gomitolo del refe.
--Buone per qualche poverello di Dio,... ed anche per me...
Diciamolo a gloria del vero. Verdiana aveva pensato a se dopo il curato e la sua cavalcatura, dopo il prossimo, dopo di tutti; la sua carità si era estesa fin dove poteva estendersi, e dalla periferia ritornava al centro. Per altra parte col medesimo amore d'imparzialità dobbiamo aggiungere, che le sue mani non si erano mostrate mai tanto sollecite come quando ebbe avvertita la probabilità che le calze potessero rimanere per se.
Allo improvviso l'aria dintorno rintronò dei ragli di Marco. Verdiana corse alla finestra, e di là dalla siepe le comparvero entrambi i cari capi del Curato e dello Asino: non già che volesse mettere l'uno a fronte dell'altro; Dio ne liberi! Ma alla fine se al curato non potevano negarsi meriti grandi, anche l'asino aveva i suoi; e per di più il curato, come Marco, non aveva bevuto la luna.
Bevuto la luna? Così almeno crederono un tempo in casa del curato, e fuori; poi per le persuasioni di lui Verdiana incominciò a concepirne qualche dubbio; ma in quanto a Giannicchio non ci fu verso a farlo ricredere, e lo avrebbe giurato anche sotto la corda.
Giannicchio era un garzone più povero di Lazzaro; portava vesti di cui metà era mota, e l'altra toppe di ogni maniera, colore, e misura; una soprammessa all'altra come la calca degli accattoni si affolla su la punta dei piedi a sporgere la pentola alla porta del convento dove il cappuccino dispensa la minestra. Giannicchio era uno di quei poveri figliuoli, i quali dalla madre natura non hanno ricevuto altra benedizione, tranne uno schiaffo. Quanto si poneva a fare, tanto gli riusciva a traverso: se prendeva una stoviglia la rompeva; se correva per soccorrere, o urtava col capo nel muro, o andava a dare di cozzo nel naso della persona che intendeva sovvenire; a chiedergli acqua avrebbe portato fuoco. Il Curato affermò più volte, ch'egli doveva essersi trovato alla torre di Babele a fare da manovale. Nonostante ciò Giannicchio _malanno_, chè tale gli avevano appiccato nomignolo, era di così buona pasta, tanto serviziato e amoroso, che sempre stava per casa al curato, e da campare alla meglio ogni giorno rimediava.
Ora è da sapersi come fuori della canonica si trovasse un pozzo, e accanto al pozzo la pila da abbeverare le bestie, e lavare i panni. Certa sera Marco tornò tardi a casa perchè il Curato lo aveva imprestato al Dottore, al quale in quel giorno la cavalla erasi azzoppita dalla terza gamba; e fu deciso che ormai nessuno potesse salirvi sopra, senza la quasi sicurezza di fiaccarsi il nodo del collo. Nè Marco tornò solamente a casa tardi, ma vi tornò trafelato. _Trivia rideva nel plenilunio sereno_, come dice Dante, e vagheggiava il tondo disco nella poca acqua avanzata nel fondo della pila come una ricca dama si contempla, in difetto di meglio, dentro uno specchio da quattro soldi. Giannicchio menò Marco alla pila, e volgendo gli occhi in giù vide la luna. L'Asino assetato bevve avidamente fino all'ultima stilla l'acqua raccolta nella pila, e la luna scomparve. Allora Giannicchio, preso da maraviglia e da spavento, si dette a gridare che Marco aveva bevuto la luna. Tale era Giannicchio.
--O cari! o desiderati!--esclamava la buona Verdiana, e si affrettava affannosa verso l'Asino e il Curato. Abbracciò Marco pel collo nè più nè meno con lo affetto di Sancio Panza; baciò la mano al Curato, e lo aiutò a smontare. Siccome nella povera gente il dolore della perdita si fa sentire più acuto assai che la speranza del guadagno, io non saprei ridire quali, e quante suonassero le lamentazioni della Verdiana vedendo la tonaca lacerata, e le altre cose più riposte sotto in pessimo arnese, fatte manifeste in virtù dello strappo della tonaca: molto più che dal volto nuvoloso del curato le pareva potere argomentare, che il viaggio fosse riuscito indarno.