# Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

## Part 14

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--Benvenuti nobili parenti, ed amici: benvenuti eminentissimi Cardinali, colonne di santa madre chiesa, e splendore _urbis et orbis_. Se il cielo mi desse cento lingue di bronzo e cento petti di ferro, come invocava Omero, non li crederei bastanti a rendervi grazie per l'onore, che vi degnate compartire con la vostra presenza alla mia famiglia.

--Conte Cènci, la vostra inclita casa si trova così in alto locata, che davvero non abbisogna di altri raggi per isplendere lucidissima stella in questo cielo romano--rispondeva, giusta il costume dei tempi, concettosamente il signor Curzio Colonna.

--Voi, nel tesoro della vostra benevolenza, mi procedete parziale oltre il dovere, onorandissimo don Curzio: comunque sia, gran mercè dello amor vostro. Io, Signori miei, vi era quasi diventato straniero: temeva che il mio apparirvi dinanzi vi spaventasse, come di uomo tornato dall'antro di Trofonio; ma che volete? Me rodeva una immensa tristezza... l'iniquo male! Ed io, che provo com'egli trapani le viscere, l'ho portato sempre studiosamente chiuso nel petto, per tema che mi avvenisse come a Pandora quando aperse incautamente il vaso, e versò, senza volerlo, sul mondo la famiglia infinita dei malanni. La tristezza è la polvere sottile che solleva il vento di levante; da per tutto s'insinua, a tutto si attacca, e opprime di sgomento anime e corpi. Il malinconico, per causa più forte del lebbroso, ha da cacciarsi fuori dei tabernacoli d'Israele, e dai festini degli eredi di Anacreonte--io parlo per voi, chierici, a cui mi piace professare venerazione e rispetto: in quanto a voi altri laici, forse avrei proceduto senza cerimonie... ma no... ho pensato che se io aveva causa sufficiente a gittarmi via, alberi e fiumi per appendermi, od affogarmi mercè di Dio non ne mancavano; e non doveva pormi indiscretamente tra il sole e voi per abbuiarvi la vita.--Io poi non mi sono impiccato perchè, bene considerata la cosa, la morte è un brutto quarto di ora--e di più, su le cose che si fanno una volta sola, ho inteso sempre dire ch'è savio pensarci sopra due;--ma neppure volli contristarvi con la mia presenza. Adesso, che un filo di luce viene a rischiarare obliquamente il buio della mia anima, scoto la chioma da questa cenere; colgo anche una fiata--forse l'ultima--una rosa, e ve la intreccio dentro.--Certo durante il verno non si vorrebbe nudrire vaghezza di rose, nè il gentil fiore si educa in mezzo alla neve... pure in questa alma Italia, e ve ne fa prova Beatrice mia, in ogni stagione crescono le rose; e se non ne trovi nel tuo giardino, va in quello altrui, e coglile o strappale. Sì, strappale a forza; perchè, qual legge condannerà il vecchio che prima di morire ha involato una rosa in ricordo della gioventù spenta, e in conforto della vita che si spegne? Tanto varrebbe, che Sua Santità scomunicasse un moribondo perchè manda lo sguardo estremo alla luce che fugge. E tu, Beatrice, quale strana fantasia ti prese di mettere una rosa appassita nei tuoi capelli? Temi per avventura il paragone delle tue guance con le foglie della rosa fresca?--Cessa dalla paura, donzella;--tu puoi provocare siffatto genere di confronti, perchè sei nata a vincerli tutti.--

La fanciulla gli dardeggiò uno sguardo a guisa di saetta; egli lo ricevè stringendo gli occhi, e facendo sfavillare le pupille. Don Onofrio Santa Croce rispose:

--Noi siamo venuti, Conte, come parenti ed amici a prendere parte delle contentezze vostre; e bene mi auguro, che le abbiano ad essere grandissime; imperciocchè io non vi conobbi mai di umore sì gaio, da pretendere di emulare il buon vecchio di Teo.--

--Ed io ebbi torto a non procurarmi cotesto umore, Principe; e quello ch'è peggio, io me ne sono accorto tardi. La Parca,--voi lo sapete--o piuttosto non lo sapete--perchè voi altri eminentissimi Cardinali tenete queste storie in conto di eresie. Eminentissimi, rispettate i vinti; gli esuli ritornano, e la fortuna non ha inchiodato l'asse della ruota: anche Giove fu Dio, e conosce la via che conduce in paradiso. In trono o fuori, Dii e Principi sono cosa sacra; e non appartiene a Dii e a Principi insegnarne il disprezzo alle moltitudini. Assai queste lo imparano da se! E poi non v'incollerite mai contro chi crede troppo... prendetevela con chi crede poco;--perseguitate chi crede punto:--anzi io non arrivo a capire come mai vi siate legate le mani, restringendo a tre le persone delle quali va composto il vostro Dio--e mio;--dovevate instituire un palio fra chi credeva di più, e premio un milione di anni d'indulgenze per colui che giungeva primo.--

--Ma dove era io rimasto?--Attendete... alla Parca. Ora dunque la Parca ci fila giorni di lana nera, mescolati con altri pochi di colore di oro; il senno umano sta nel separarli: piangiamo nei tristi, esultiamo nei lieti, altrimenti convertiremo la vita in uno eterno ufficio da morti. _Omnia tempus habent_... e sebbene io non ammetta, col sapientissimo re Salomone, che possa esservi anche il tempo di uccidere, mi unisco al suo avviso quando dichiara tutte cose _vanitas vanitatum_, se togliete forse un bicchiere d'acqua pura quando siete assetati... a patto però che non sia della _tofana_, che fabbricano a Perugia, o dell'altra di cui sapeva il segreto il sommo pontefice Alessandro VI di santissima memoria.

Monsignor Tesoriere osservò maligno:

--Questa vostra giocondità--forse soverchia--è solita a manifestarsi così intemperantemente dalle persone che ella visita di rado: essa ritiene del febbrile; e in ciò tanto più mi confermo quando penso, che la morte contristava non ha guari la vostra casa.

--Ah! Monsignore, che cosa mi rammentate voi? Noi non ci possiamo lasciar cadere qualche memoria per terra, senza che un amico, importunamente pietoso, ve la raccolga e ve la restituisca dicendo: «Badate, v'è caduta un'amara rimembranza dal cuore; rimettetela al suo posto». E poi a veruno è lecito maravigliarsi di ciò, meno che a Monsignore, il quale nelle cose divine è quella cima di uomo che noi tutti sappiamo. Infatti non ho io imitato re David? Voi vedete, che io tolgo i miei esempi da buona famiglia; come lui, morto il figliuolo, ho esclamato «Digiunai, e piansi finchè visse» pensando: forse chi sa non me lo renda il Signore! Ora poichè è morto, perchè digiunerei io? Forse potrò revocarlo indietro? Io andrò sempre più verso di lui; ma egli non verrà più verso di me....[4]

La pelle di Beatrice a cotesta tremenda ipocrisia fremè di un brivido doloroso.

--Ma dunque, via, gridarono a coro tutti i convitati: toglieteci dall'ansietà. Ci tarda entrare a parte della vostra allegrezza con conoscenza intera.

--Nobili amici! Se voi aveste detto ci tarda soddisfare questa nostra curiosità, che ci arrovella, voi avreste favellato certamente più credibile, forse più sincero.--Comunque sia, voi vi affaticate invano; chè io non intendo guastare la mia buona notizia sopra corpi digiuni. Mai no; Iddio manda le rugiade a mattino e a sera sopra i calici dei fiori disposti a raccoglierle, non già a mezzogiorno sopra pietre riarse. Preparatevi prima co' doni di Cerere e di Bacco, come direbbe un poeta laureato, e poi udirete il mio annunzio, _l'evangelo secundum Comitem Franciscum Cincium_. A mensa, dunque; nobili amici, a mensa.

--Signora Lucrezia, sussurrò Beatrice nell'orecchio alla matrigna,--oh qualche terribile infortunio ci pende sopra la testa!--I suoi sguardi non ischizzarono mai tanta malignità quanto oggi. Egli rideva come la faina, quando ha cacciato i denti nella gola del coniglio per succhiargli il sangue.

--Dio mi perdoni; non so neppure io da che cosa provenga, ma le gambe tremano anche a me.

--Chi vi ha detto, signora madre, che mi tremino le gambe? A me le gambe non tremano, nè l'anima.--

E sedettero a mensa: il Conte Cènci a capo della tavola, secondo il costume, che allora correva, di dare al padrone di casa il posto più onorevole; a canto, distribuita a destra e a mancina, teneva la propria famiglia; succedevano poi i convitati come il maggiordomo li distribuiva, osservato il grado di dignità d'ognuno di loro. Squisite e moltiplici furono le vivande, tutte apprestate sotto fogge diverse; imperciocchè taluna presentasse l'aspetto del Colosseo, tale altra una galera: qua vedevi uno scoglio di carne di vitello combattuto da flutti di gelatina: una fortezza di marzapane tagliata aperse il varco a uccelli vivi, che spandendosi per la sala la riempirono di giulivi gorgheggi: da un pasticcio enorme uscì fuori il nano di casa vestito da papa, che dette gravemente ai convitati la benedizione apostolica, e fuggì via. Strani concetti insomma, o empii, secondo suggeriva al Conte la sua schernitrice natura: e ond'io non mi dilunghi soverchiamente, terminerò (per somministrare saggio di quanto osasse costui) narrando come non aborrisse rappresentare davanti Cardinali della Chiesa il simbolo della Eucarestia mercè una grossissima anatra lessa che teneva disposti intorno a se certi pavoncelli arrostiti, in modo da figurare il mistico Pellicano, che si apre il petto per alimentare i suoi figli col proprio sangue[5].

I bicchieri andarono in volta spessi, e veloci come la spola in mano del tessitore: bebbero di più maniere vini così nostrali come stranieri, cipro, greco, e soprattutto keres, alicante, ed altri vini di Spagna; perocchè i nostri padri, bene o male facessero, i vini spagnuoli educati sotto gli ardenti soli anteponevano ai francesi e ai renani, nati piuttosto dai sospiri, che dagli sguardi del pianeta della vita.

Poichè--per adoperare una espressione classica, la quale come sempre vale a dimostrare acconciamente il soggetto--ebbero sazio il naturale talento di cibo e di bevanda, i convitati, punti dalla curiosità, ad una voce esclamarono:

--Parvi egli tempo adesso di far cessare la nostra ansietà? Su, via, Conte Francesco, manifestateci il motivo della vostra allegrezza!

--Venne il tempo--disse il Conte con voce solenne; poi, composto il volto ad austero atteggiamento, proseguì:--Però, miei nobili amici, vi supplico a rispondere innanzi a questa mia domanda:--Se Dio, scongiurato tutte le sere prima di adagiare le mie membra sopra le piume, e tutte le mattine aperti appena gli occhi alla luce--ardentemente,--lungamente per un voto, che sul capezzale lasciava, e sul capezzale io rinveniva:--se Dio, che udiva la mia preghiera raccomandata dai Sacerdoti in mezzo al santo sagrifizio della messa, dai canti delle vergini sacrate, dalle orazioni dei suoi poverelli:--se Dio, dopo avermi disperato di concedermi ascolto, allo improvviso, per un tratto della sua misericordia infinita, i miei desiderii oltre la speranza adempisse, non avrei, dite, ragione di esultarne io?--Se così fosse, com'è certamente, esultate, rallegratevi meco--perchè io sono uomo in tutta la pienezza della parola--felice!...

--Beatrice--figlia mia--sorreggetemi... ho paura....

--Aiutatevi, rispose Beatrice a Lucrezia, come potete... perchè io non posso... la testa mi va in giro, e tutti i convitati mi pare che nuotino nel sangue!

--O Dio! o Dio!, soggiunse la Lucrezia, mi prende il freddo nelle ossa come al venire della febbre quartana.--

--Immagino, nobili amici e parenti, che voi tutti sappiate, e se taluno lo ignora lo apprenda, prosegue il Conte,--nella chiesa di san Tommaso essersi fatti da me costruire sette sepolcri nuovi di marmo prezioso, per lavoro pregiati,--e poi pregai il Signore, che prima di morire mi concedesse la grazia di seppellirvi dentro tutti i miei sette figliuoli; e finalmente votai, che avrei abbruciato palazzo, chiesa, masserizie e arredi sacri come un fuoco di gioia.--Se fossi Nerone, avrei giurato incendiare Roma una seconda volta.

I convitati guardavano l'un l'altro piuttosto attoniti, che atterriti; poi miravano il Conte, vergognando per lui che si fosse lasciato prendere dal bere soverchio.--Beatrice teneva declinato su la spalla destra il volto, pallido come la rosa appassita che le pendea dai capelli. Il Conte infernale con maggior lena gridava:

--Uno già ve ne ho sepolto: due altri a un tratto, la Dio mercè, mi è dato seppellirveli adesso: due stanno in mia mano, ch'è quasi giacere nel sepolcro: ci avviciniamo al termine. Dio, che mi compartisce segni così manifesti del suo favore, vorrà certo, prima che io muoia, adempire al mio voto.

--O Conte! avreste bene dovuto scegliere argomento di scherzo meno lugubre di questo.

--Egli è pure il tristo vezzo ridere mettendo spavento!

--Rido io? Leggete....

E cavatesi dal seno alcune lettere, le gittò sopra la mensa.

--Leggetele.... esaminatele a bello agio;--chiaritevi di tutto; io ve le ho date apposta. Voi apprenderete come due altri dei detestati figli sieno morti a Salamanca[6]. Come sono eglino morti?--Questo a me non importa niente;--quello che mi preme moltissimo si è, che sieno morti, chiusi, e confitti dentro due casse di quercia come ho ordinato di fare.--Adesso pochi più scudi mi avanza a spendere per essi,--e questi spendo volentieri.... due ceri.... due messe.... se fossero carrette di calce viva, e le anime loro potessero restarne scottate.... io ne farei gettare sopra la fossa loro anche due mila. O Papa Clemente, che mi condannasti a pagare loro quattromila ducati di pensione annua, mi costringerai a pagargliela tuttavia? I vermini non ti porgeranno memoriale, no;--a suo tempo divoreranno anche te.--O pietoso Aldobrandino, vuoi tu farti vincere dal nepotismo anche pei vermi?--Onnipotente Dio! ricevi la espressione della mia profonda riconoscenza; tu esaltasti la mia anima non secondo i miei meriti, ma secondo i tesori della tua misericordia infinita.--

Monsignore Tesoriere, tremante di emozione, favellò:

--Deh! nobili Signori, non gli badate perchè la sua ragione si è sommersa nel vino, o maggiore sventura lo ha colto. Segno manifesto che egli mentisce, voi uomini cristiani abbiatevi in questo, che Dio non sopporterebbe ricevere simili ringraziamenti contro natura; e se fosse vero quello che trabocca fuori dai labbri di questo forsennato, Dio avrebbe fatto crollargli le volte sopra la testa.

--Ei non lo ha fatto per amore della pittura, che andrebbe perduta; e poi perchè ci siete voi, eminentissimi Cardinali, colonne di Santa Chiesa, che per sopportare cose gravi disgradereste Milone crotoniate. Sapete che Dio non sempre tira diritto; e talora mandando giù fulmini alla impazzata uccise il prete che celebrava messa, e risparmiò il ladro che rubava. Tesoriere, tesoriere! tu hai da esser lieto, che Dio guardi tanto alle mie parole quanto alle tue mani. Borsaiolo di santa Madre Chiesa, se per me giova ch'ei sia sordo, a te importa che sia cieco.... Ma quando ancora egli mi udisse, io l'ho avvezzato ad ascoltarne bene altre!

I convitati guardando il Conte pareva avessero provato gli effetti della vista di Medusa. L'odioso ospite, compiacendosi del terrore che inspirava, continuò esultante in faccia:

--A me importa soltanto, che i miei figliuoli sieno morti; forse a voi potrebbe premere eziandio conoscere il modo col quale furono morti. _Favete aures_. Felice, ch'era giovane religioso, stava certa sera a recitare molto devotamente il rosario nella chiesa della Madonna del Pilastro. La _Mater misericordiae_, per fargli capire che le sue preghiere erano esaudite da lei, gli lasciò cascare sopra la testa il trave maestro del soffitto, e gli troncò dolcemente il nodo del collo. Nella medesima sera, anzi pure, secondo che me ne scrivono, nella medesima ora, Cristofano fu ammazzato di coltello da certo marito geloso il quale lo tolse in cambio dello adultero, che in quel punto si teneva a sollazzo nelle braccia sua moglie. Per le quali cose, considerando il tempo, l'ora e il modo della morte uguali, io dichiaro eretico insanabile, e incorso nella scomunica maggiore chiunque fra voi presumesse temerariamente negare, che ciò sia avvenuto senza espresso consiglio della Provvidenza....

Beatrice, come se tutta l'anima avesse trasfusa negli occhi, con le pupille dilatate orribilmente lo guardava fisso: e il Cènci di tratto in tratto gittava uno sguardo obliquo sopra di lei, e cotesti raggi s'incontravano, si percuotevano, e corruscavano come ferri nemici cozzanti tra loro. Bernardino come assonnato nascondeva il capo nel grembo a donna Lucrezia, la quale con le gote lacrimose e le braccia aperte presentava la sembianza della Madonna _dei sette dolori_. Dei convitati alcuno, teso il pugno chiuso sopra la tavola, minacciava con fiero cipiglio; altri sporgeva il braccio e il dito accusatori contro il Conte: chi si mostrava incredulo; chi si turava gli orecchi; chi guardava pauroso verso il cielo, sospettando che qualche fulmine non iscendesse. Insomma nè tanti, nè tanto varii sono gli atteggiamenti effigiati da Leonardo da Vinci nella stupenda composizione del Cenacolo, quando il Signore profetizza: _Amen dico vobis, quia unum vestri me traditurum est_[7].

Primi furono i Cardinali e il Tesoriere, che si levarono, e dissero:

--Andiamcene! andiamcene! Salvatevi tutti, perchè l'ira di Dio non può tardare a rovesciarsi sopra questa casa di empietà.

Un sussurro inquieto--crescente come di vento foriero della tempesta,--un fremito mal represso ingombrarono dapprima la sala;--poi ad un tratto scoppiarono gridi d'obbrobrio e di rampogna, gemiti e pianti: finalmente, sopraffatti tutti da una medesima passione, gittavano da lungi con le mani contro lo iniquo Conte le maladizioni come si lanciano sassi per lapidare i sacrileghi.

--Fermatevi,--grida trucemente beffardo Francesco Cènci.--Che fate voi? Qui non vi ha scena, qui non vi sono spettatori; sicchè se pretendete recitare la tragedia, voi vi affaticate invano. Sta a voi, eminentissimi Cardinali, ostentare ribrezzo pel sangue? E perchè dunque, ditemi, voi vestite di rosso? Non forse perchè la macchia del sangue umano non si distingua sopra la vostra porpora? Via cerretani, che vendete Cristo come orvietano in fiera. Via Farisei, che se Cristo tornasse al mondo lo costringereste rifuggire per orrore nella Mecca a farsi turco. E voi, Principe Colonna, non vi affannate: io vi consiglio a calmarvi, perchè mi sono trattenuto quanto basta alla Rocca Petrella per conoscere i vostri detti e gesti; e se voi non lo sapete, io vi dirò che conosco più che non desiderereste di negromanzia, per avere potenza di far parlare certe sepolture e certi morti.... Voi m'intendete, Principe; e quel che mi hanno appreso sul conto vostro, ve lo bisbiglierò dentro l'orecchio.--Ora mi rivolto a voi, egregio amico monsignore Tesoriere:... io vi conforto a non dimenticarvi giammai, che io sono figlio di mio padre; e che mio padre, Dio lo abbia in pace, fu tesoriere; e in fatto di conti mi basta l'animo di tener fronte al primo computista della Camera apostolica. Avventuroso voi, Tesoriere, se altre faccende mi tengono distratto--non importa quali! Avventuroso voi se non mi avanza tempo, o mi prende vaghezza di condurre il nostro comune amico Cardinale Aldobrandino col filo di Arianna in mezzo al laberinto del tesoro. Tesoriere rammentati la donnola di Esopo, e trema di dover ripassare dal buco.--Coprite per altri il padule di erbe insidiose ond'egli, incauto, vi ponga il piede sopra, e sparisca quietamente.--ecclesiasticamente.--Io sono il cavallone fragoroso e spumante: bene posso spezzarmi dentro gli scogli della sponda; ma prima travolgo, e annego tutto quanto mi si para dinanzi. Rispettate il vostro signore; cadetemi ai piedi, e adoratemi.

I convitati con segni espressi di disgusto si avvicinano alle porte per abbandonare cotesta casa scellerata; ma il Conte Cènci gridava di nuovo:

--Nobili parenti ed amici, senza che io vi accomiati di casa mia non potete uscire. Deh! siatemi anche un momento cortesi della vostra compagnia.

Qui presa una tazza faccettata di tersissimo cristallo la empì fino al colmo di vino di cipro; e alzandola dicontro alla vivida fiammella delle torcie, sicchè parve l'avesse riempita di fuoco, in questa maniera favellò ad alta voce:

--O sangue della vite, che cresciuto ai raggi del sole scintilli e gorgogli alle fiammelle della luce come l'anima mia scintillò--esultò alla nuova della morte dei miei figli--oh! fossi tu il sangue loro maturato al fuoco della mia maledizione, e sparso in olocausto alla mia vendetta, io vorrei bevervi devotamente quanto il vino della Eucarestia; e propinando a Satana, dirgli: «Angiolo del male, prorompi fuori dello inferno; avventati dietro le anime di Felice e di Cristofano miei figliuoli prima che si avvicinino alle porte del paradiso, e rovinale giù nel pianto eterno, e tormentale con i tormenti più atroci, che mai abbia saputo inventare la tua diabolica immaginazione. Che se tu non sapessi trovarne di più, consultami: io confido suggerirti nuovi supplizii, ai quali la tua fantasia non arriva.--O Satana! alla tua salute m'inebrio in questo abisso di gioia. Nel mio trionfo trionfa!--Adesso, nobili amici e parenti, non ho più bisogno della vostra compagnia; se volete torre commiato da me, siavi concesso; e lascio in potestà vostra andare o restare, senza però donarvi _resta, nè pallafreno_[8].

--Costui, pei santi Apostoli, diventò pazzo furioso.

--Ah! che io lo reputai sempre perverso da far piangere gli Angioli....

--Dite piuttosto da far digrignare i denti ai demonii...

--Ad ogni modo è una belva feroce, e bisognerebbe legarlo....

--Sì, bene.... legarlo.... leghiamolo....

Francesco Cènci, compita ch'ebbe la sua diabolica invocazione, si era posto a sedere placidamente, e con mollette di argento si recava alla bocca alcuni pezzi di treggèa masticandoli a suo grandissimo agio. Quando alcuni dei convitati con gesti minaccevoli gli si strinsero attorno, egli, senza neanche sollevare il capo, chiamò:

--Olimpio!

A quella chiamata uscì fuori il masnadiero, che lo astuto vecchio per ogni buon riguardo aveva tenuto celato, e seco lui apparvero bene altri venti compagni di sinistra sembianza, vestiti ed armati da bravi. Questi circondarono i convitati coi pugnali ignudi, aspettando il cenno del fiero Conte per far sangue.

Il Cènci si rimase alquanto continuando a mangiare treggèa, e compiacendosi a vedere la paura, che impallidiva tutti cotesti volti: poi si alzò da mensa, e recatosi in mezzo ai gentiluomini con lenti passi, si pose a guardarli stringendo gli occhi malignamente, e non senza riso favellando:

--Voi altri, che siete dotti, dovreste rammentarvi del festino apprestato da Domiziano ai Senatori[9]. Però, non dubitate, io vi prometto di non ordinare: _fuori le frutta_[10]. Incauti! E non sapete voi, che se il Cènci non è più come in sua gioventù ferro rosso, pure si mantiene rovente quanto basta da bruciare?--anzi più spesso l'uomo si scotta al ferro mezzo arroventato, che al ferro rosso:--notatelo bene. La mia vendetta si assomiglia alla lettera suggellata dei re. Una morte essa contiene di certo; quando, dove, e su cui scoppierà s'ignora. Lasciatemi in pace, e passato che abbiate cotesto limitare obliate tutto. Siavi l'accaduto come un sogno, che l'uomo aborre ricordarsi desto. Avvertite, la parola è alata: simile al corvo dell'Arca, non torna più addietro; ma si trattiene fuori spesso a pascersi di cadaveri, e qualche volta ne fa. Se poi vi dilettaste di sentirvi la gola mutata in canna da flauto--allora parlerete.--

I convitati a viso basso, quale fatto stupido per orrore, quale con la rabbia nell'anima, ma spaventati tutti, si dipartivano. Beatrice scossa la testa, e, come costumava, dalla fronte rigettatesi con impeto dietro le spalle le chiome, gli rampognava gridando:

