Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI
Part 13
--Voi altre buone femmine, comprese interamente da un solo amore, presto ponete giù l'ira che v'infiamma contro l'oggetto delle vostre legittime affezioni:--voi siete vele, che vi sgonfiate ad ogni lieve calare del vento... Oh! so bene io quanta virtù abbiano due lagrimette e un bacio a placare le più fiere procelle matrimoniali. Giacomo già parmi vederlo assoluto, e a mille doppii più amato da voi amantissima sposa: allora voi gli confiderete il danaro, e il modo col quale lo avete ottenuto da me; ed egli (lasciate fare a lui!) troverà bene la via di carpirvi la moneta;--ed io, invece che serva ad alimentare i miei nepoti, vedrò con dolore averla data ad alimentare i suoi laidi costumi. D'altronde io presagisco, che anche da questo atto trarrà argomento di calunnia contro di me: ed io non vorrei che un benefizio mi fruttasse nuove amarezze. Non paionvi sufficienti quelle che patisco? Sono indiscreto forse, se io procuro non crescerne il carico? Ora io desidero, che per cosa al mondo voi non gli riveliate possedere moneta; e molto meno poi la parte dalla quale vi viene. Sembravi questa condizione tale, che possa rifiutarsi da voi?
--No certo; voi mi consigliate perbene, ed anche senza condizione io mi sarei comportata nel modo che vi piacque indicarmi.
--Tanto meglio. Ecco qua una santa reliquia.--Così dicendo il Conte si trasse dal seno una crocellina di oro, e, presentatala alla nuora, aggiunse:--giurate per questa croce benedetta sul sepolcro del nostro Signore, per la salute dell'anima vostra, per la vita dei vostri figliuoli, che voi osserverete la promessa...
--Non fa mestiero di riti tanto solenni, rispose Luisa sorridendo a fiore di labbri:--ecco, io ve lo giuro...
--Sta bene: adesso togliete quanto vi aggrada; e sì dicendo aperse uno scrigno pieno di monete d'oro di varia ragione;--e siccome la gentildonna vergognando si peritava, il Conte insisteva:--ma prendete--prendete... sarebbe strana davvero, che tra padre e figlia si facessero tanti rispetti. Orsù, via, farò da me;--e riempita una borsa gliela consegnò. La gentildonna diventata vermiglia, lo ringraziava con un cenno affettuosissimo del capo.
--Prima però che prendiate commiato, mia cara signora nuora, udite un'altra parola...--perchè voi comprendete ottimamente come malgrado le ingiurie atroci con le quali Giacomo mi ha offeso--e continuerà pur troppo ad offendermi--egli sia sempre mio sangue.--Non vi stancate di tentare ogni mezzo per ricondurre cotesto traviato al mio seno... chiudete l'occhio alle sue infedeltà... soffrite gl'insulti... obliate ch'egli ha procreato altri figli, che non sono vostri;... che mentre ai legittimissimi vostri fa mancare le cose al vivere necessarie, prodiga ai figli naturali altrui--anzi adulterini--moneta, onde compaiano vestiti di broccatello di argento, e di oro... Perdonatelo, convertitelo, riconducetemelo insomma; le mie braccia stanno sempre aperte per lui.... il mio cuore sempre pronto a dimenticare ogni cosa in un amplesso sincero:--affaticandovi a ridonarmi un figlio voi ricupererete in un punto il padre ai figli vostri, lo sposo a voi. Oh se questo potesse accadere prima che i miei occhi si chiudessero!... Certo la mia vita non è stata altro che affanno, e già sta presso a cessare.... ma qualche volta accade che i giorni procellosi si rasserenino verso sera, e un raggio di sole languido, ma benedetto,--tardo, ma desiderato,--venga a salutare con uno addio di amico colui che sta per partire....
--Don Francesco, voi mi avete riempito così di maraviglia, di tenerezza e di gratitudine, che io non so in qual modo significarvelo con parole. Valga in difetto questo bacio, che io imprimo con tenerezza di figlia sopra la vostra mano paterna. Ma quantunque io senta che dei tanti benefizii, di cui mi avete colma, non sarò per potermene sdebitare giammai, pure vi supplico a degnarvi d'aggiungerne un altro--ed è: di compiacervi a raffermare quel famiglio, che voi avete licenziato per colpa mia...
--Egregia donna!--Non io, Luisa, ma voi gli rimettete il fallo; avvegnachè io lo avessi congedato a cagione della mancanza di rispetto con la quale mi aveva favellato di voi.
Qui agitava il campanello, e apparve uno staffiere di sala.
--Ciriaco.
Ciriaco veniva, umiliando il capo fino a terra.
--Ringraziate donna Luisa dei Cènci mia clarissima nuora, che vi permette rimanere graziandovi il fallo commesso. D'ora innanzi emendatevi, e siate più riverente co' vostri superiori.
--Mia buona padrona e signora, disse Ciriaco gittandosele giù di rifascio in ginocchioni davanti, Dio le ne renda merito per me e per la mia povera famiglia, che senza la sua carità si sarebbe ridotta ad accattare.... e non avrebbe pane...
Luisa gli sorrise. Don Francesco accompagnò lei, invano supplicante a rimanersi seduto, con onesta cortesia fino alla porta; e quindi tornando addietro con presti passi, pose una mano su la spalla di Ciriaco; e squadratolo con biechi sguardi gli favellò così:
--Non solo adesso tu te ne andrai di casa mia;--ma di Roma altresì,--ma da tutti gli stati Pontificii ancora,--e subito;--se domani io ti sapessi qui, penserò da me stesso al tuo viaggio. Va senza guardare indietro: io non ho la potenza di convertirti in istatua di sale; possiedo semplicemente quella di convertirti in morto. Mettiti un sigillo su la bocca, la paura di me nell'anima; se i piedi ti venissero meno, continua il tuo cammino con le ginocchia carponi. Tu, che hai avuto la pericolosa curiosità di esaminare i costumi del tuo padrone, avrai notato com'egli non manchi mai a quello che promette. Esci, e ricorda che Dio non si osserva, ma si adora; ed ogni padrone, pei suoi servi o sudditi, ha da essere un Dio.
Coteste minacce e cotesto piglio gettarono tanto avvilimento nel cuore al servo, che si partì ratto da Roma insalutata la propria famiglia. Ad ogni muovere di foglia gli pareva avere alle costole qualche bravo del Conte Cènci; nè si quietò il suo affanno finchè ei non fu di molte miglia lontano da Roma.
--Ai comandi di vostra Eccellenza, disse il Notaro (con la familiarità servile consueta alla gente di toga) entrando nella stanza...
Il Conte, con superbia magnatizia rispose:
--Vi ho chiamato, Sere, per consegnarvi il mio testamento olografo: stendete l'atto di recezione, intanto che mando per testimoni idonei: fate bene, e spedito.
I testimoni vennero, e s'inchinarono; l'atto fu celebrato, e i testimoni partirono, e s'inchinarono senza parole; impassibili, piuttostochè ad uomini somiglievoli ad ombre. Il tabellione mentre ripiegava i suoi scartafacci si sentiva proprio morire non isciogliendo il freno alla garrulità, vizio che aveva comune a tutti i suoi confratelli in protocollo.
--Per bacco!, proruppe il Notaro, io so che vostra Eccellenza non ama osservazioni, epperò mi sono affrettato a servirla di coppa e di coltello: _tutta volta però_ mi pareva, che vostra Eccellenza non fosse in _termini dirimpetto_ alla età per _devenire_ a questo atto, _et voluntas hominis ambulatoria est usque ad mortem_; sicchè _in tanto si raggiunge meglio lo scopo della testamentifazione, in quanto_ più si aspetta a farlo. Simili disposizioni patiscono della natura dei meloni, che stando molto colti senza mangiarli infracidano.
--L'uomo è egli padrone del domani? E gli uomini alla età mia si assomigliano agli ebrei nel giorno di Pasqua, col bastone in mano e i calzari in piedi pronti a partire. A me pareva non avere mai pace, finchè non avessi assicurato in modo fermo il destino dei miei figli e nepoti.
Il tabellione, che aveva un muso appuntato a modo di volpe, e il cervello eziandio, gli ficcò addosso due occhini lustri che parevano fatti col succhiello; e stringendo le labbra rise un tal sorriso di sorba acerba, che voleva dire: che con lui coteste lustre non valevano un lupino, e che quando al diavolo del Conte legavano il bellico, il suo andava ritto da se senza bisogno di ciuffolo.
--In quanto a questo poi, Eccellenza, osservò l'astuto notaro, non faceva mestiero che il suo cuore paterno si mettesse in ambasce, imperciocchè la legge provvidissima ripari a tutto. Sa ella, signor Conte, come noi altri, che ce ne intendiamo, si costuma definire il testamento? Atto illegittimo, col quale il padre di famiglia leva la roba a chi va.
Il Conte gli lanciò un'occhiata da tagliargli la faccia; ma il Notaro aveva mutato sembiante: adesso compariva semplice, come se egli avesse mosso coteste osservazioni più per dabbenaggine, che per malizia. Don Francesco non trovò a fare meglio, che imitarlo; sicchè con volto beato rispose:
--O guardate!... che mi troverò ad avere fatto un atto inutile? Ma _utile per inutile non vitiatur_, come mi pare che insegnate voi altri curiali; e poi, quando non avesse servito ad altro, avrà procurato a me il piacere di essermi trattenuto con voi, a voi il piacere di avere guadagnato qualche ducato...
E largheggiando, come suoleva, nella mercede, don Francesco si levò prontamente dintorno cotesto importuno scrutatore delle cose sue, che si allontanò strisciando come una serpe, e ripetendo col pugno pieno di moneta:
--Troppo generoso! sempre magnifico! Dio la mantenga sano, e verde.
Rimasto solo, il Conte così andava mulinando da se:
--Ora i Cènci non godranno più della mia eredità libera: ho diseredato tutti i miei figli, nel caso che qualcheduno sopravviva[3];--peraltro io farò in guisa, per quanto sta in me, che questo non avvenga. La causa della diseredazione è la principale delle quattordici indicate da Giustiniano. Le mie volontà saranno rispettate. Per dio! Se i miei nepoti non si conducessero a divorarsi le mani per fame, io risusciterei per istrozzare i giudici che sentenziassero a loro vantaggio... E poi ho istituito eredi luoghi pii, corporazioni religiose, e simili mani morte. Mani morte!--_Chiedea mattoni, e gli portavan rena_... che torre di Babele è mai questa? Ormai bisogna riformare la lingua. Mani morte! Ne furono mai vedute in questo mondo più vive a prendere, e più dure a ritenere? Avanzano i fidecommessi! Immenso tesoro! Ora come adopererò io per svincolarli, e disperderli? Bisognerà che io me la intenda col Cardinale Aldobrandino: costui prenderebbe anche lo inferno per raccattarvi cenere. Quale avarizia feroce! Trama di prete romano, e orditura di mercante fiorentino! Io credo fermamente, ch'egli abbia provato a trarre sangue dai sassi del Colosseo. Ma per levare ai lupi mi è d'uopo gettare alle jene... fiere contro fiere... dura necessità! ma sia;--purchè rimangano ignudi i miei figliuoli, venga anche il diavolo, e si vesta del mio mantello.--La onorevole figura che farebbe il diavolo, _col mio mantello scarlatto trinato di oro_! Nessuno presuma accusarmi di non aver lasciato sostanza ai miei figliuoli e nepoti, chè avrebbe torto. Come Timone lasciava agli Ateniesi il fico del suo campo onde vi si potessero impiccare a loro bell'agio, io lascio in retaggio ai miei discendenti il Tevere perchè vi si affoghino dentro[4].
NOTE
[1] Il Cardinale Dubois, ministro di Filippo d'Orleans durante la minorità di Luigi XV, vero tipo di dissolutezza e di furberia, aveva preso ai suoi stipendii certo cocchiere, il quale una volta si vantò, che quando il suo padrone usciva da qualche palazzo, egli, fissandolo in volto, dalla fisonomia di lui era capace indovinare se il Cardinale avesse causa di tenersi malcontento, o soddisfatto; e giuocava di più, di cogliere nell'argomento di cui egli avesse potuto tenere colloquio. Il padrone, saputo il vanto del cocchiere, lo mise alla prova; ed avendo trovato che più spesso che ei non avrebbe voluto costui dava nel segno, chiamatolo a se molto lo commendò della perspicacia sua; ma donatagli buona somma di danari, gli ordinò che uscisse più presto che di passo fuori di casa sua.--Racconta questo fatto, con altri curiosissimi, il sig. GIOIA nel suo _Galateo_.
[2] Quantunque la morte di Filippo II si prevedesse imminente, tuttavolta visse più di Francesco Cènci; conciosiachè questi venisse ammazzato nella notte dell'11 al 12 settembre 1598, e quegli morisse il 13 dei medesimi mese ed anno alle cinque di sera. Orribili furono i patimenti dello scelleratissimo re; egli di per se stesso, scrivendo al suo figliuolo Filippo III, li racconta: importerebbe assai che li conoscesse la gente; ma superando il documento lo spazio discreto d'una nota, è mestiero riservarlo a qualche altra opportunità.
[3] La diseredazione di Giacomo, ordinata dal padre suo Francesco Cènci, è cosa fuori di dubbio; avvegnadio si ricavi dal chirografo spedito da Clemente VIII a Monsignor Taverna, rammentato nelle note precedenti: «Francisci testamentum in quo Jacobum...... exeredavit, sive ejus successione privavit».
[4] PLUTARCO narra diversamente il caso di Timone il _Misantropo_. «Un giorno, egli dice, Timone si presentò alla bigoncia. Il popolo trasse ad ascoltarlo, ed egli favellò così: «Ateniesi, io possiedo un campo; adesso sto per fabbricarvi sopra una casa; in mezzo a quello sorge un fico bellissimo, dove parecchi dei miei concittadini presero la lodevole usanza di andarsi ad impiccare: ond'io (non volendo così repentinamente privarvi di un tanto benefizio) vi avviso, che se qualcheduno avesse voglia di fare questa faccenda si affretti perchè, da quanto avete sentito, non ha tempo da perdere».
CAPITOLO X.
IL CONVITO.
_Cènci_. «Benvenuti, amici e gentiluomini; benvenuti, principi e cardinali, colonne della Chiesa, che onorate il nostro festino con la vostra presenza ... quando avremo ricambiato insieme un brindisio due, voi vorrete reputarmi carne e sangue come siete voi, peccatore invero; da Adamo in poi siamo tutti così; ma compassionevole, mansueto e pietoso».
SHELLEY, _Beatrica Cènci._
È bello vedere il tremolio azzurro e di oro delle acque marine, però che esse abbiano senso d'amore, e voce fatidica.--Al raggio della luna, che di loro s'innamora, palpitano di piacere.--Parlano, quando si succedono come lacrime lungo le sponde, una lingua di pianto, composta dei gridi dei naufraghi raccolti per tutta l'ampiezza della sua superficie: pei liti del mare Egèo ripetono un lene lamento di lira, poichè Saffo immergendosi in coteste acque vi lasciasse la sua vita ed il suo amore.
È bello vedere il Sole prorompere nella magnificenza dei suoi raggi dai patrii colli, e accendere con uno sguardo la vita per la terra e pel cielo; ed è pur bello, affacciati da una balza, mirarlo quando tramonta, e lascia dietro a se una nebbia dorata, come un monile che donava alla donna dei suoi pensieri il cavaliere in procinto di partire per terre lontane; o nuvole tinte in porpora, quasi mantello reale consegnato alle ore sue ancelle prima di andare a giacere, per ripigliarlo al suo svegliarsi domani. Allora gli uccelli traversano rapidi i cieli chiamando la famiglia a raccolta, e raddoppiano il canto o per amore della luce che si spenge, o per paura delle tenebre che nascono: pei campi il tintinno dei campanelli raduna gli armenti alle stalle: dall'alto dei campanili la squilla con tocchi dolenti annunzia essere giunta l'ora delle gioie domestiche e delle memorie. Invano! Non tutti gli uomini amano il focolare di famiglia, e la preghiera pei morti; molti, all'opposto, spiano dallo spiraglio della finestra quando il giorno cessa, e respirano più liberi al calare della notte, però che i pensieri e le opere loro sieno di tenebre. Ed io, che pure non amo le tenebre, non rispondo alla chiamata. Qual è la stanza che mi attende? La cella del prigione solitaria, nuda, gelida, dove non odo altro che il gemito di qualche infermo, o l'agonia di un morente perchè fa parte d'un ospedale di condannati[1].
Sopra lo spalto dell'antica fortezza di Volterra contemplo i colli lontani di azzurri e lieti farsi neri e minacciosi, simili ad amici che ti abbiano tradito, o di beneficati che, giusta il costume, ti paghino il debito in moneta d'ingratitudine. Le nuvole, poco fa sfavillanti dei colori della madre perla, diventano fosche come i ricordi della passata felicità; si affacciano oscuri al travagliato dalla presente sciagura. Alcune vele bianche passano, e si perdono per la caligine del mare Tirreno a modo dei pensieri, che si sprofondano nel buio della meditazione. Il fiume antico della Cecina avvolgendosi con infinite curve per la campagna, par che fugga di perdersi nel mare, come la vita tenta ogni sforzo per sottrarsi alla morte irreparabile. Scorri, o fiume, più rapido dove ti spinge necessità di natura, e non trattenere con inani conati le tue acque,--perchè tutto incalza un fato supremo. Come rami di albero, o manipoli di paglia, sopra la tua corrente reami e popoli galleggiano sul fiume del tempo per traboccare nella Eternità.
Poichè tutto muore, deh! possa sovvenire a noi miseri il conforto di poter volgere nella fossa alla cenere, che ci sta accanto, queste parole: «Tu sei formata di ossa felici, non innocenti; godesti assai--fatti in là--e non usurparmi le lacrime di cui mi consolano i superstiti come me miseri--e come me pietosi. A Dio piaccia, almeno nei sepolcri, separare le ossa innocenti dalle ossa malvagie!»
Molte sono le cose che appaiono belle nel creato: o perchè veramente tali sieno per se stesse, o pei pensieri che suscitano; ma nessuna riesce più stupenda all'occhio del padre quanto la faccia dei suoi figliuoli. Gli occhi dell'uomo furono inebbriati, quando prima contemplarono le care sembianze della donna che adesso è madre dei suoi figli, e se ne rallegrano ancora; ma o lo splendore della bellezza si offuscò, o la virtù degli occhi decrebbe, avvegnadio egli possa di presente guardarla senza che l'anima dentro gli tremi;--ma la gioia, che nasce dalla vista dei figli, non viene mai meno. Come la sostanza odorosa che si ricava dal muschio per emanare di effluvii non diminuisce di volume o di peso, così lo affetto paterno non menoma la sua intensità. I figli sono la corona della vita dei padri; essi ci sopravvivono a modo del profumo che avanza dallo incenso consumato dal fuoco; essi vanno ai posteri messaggeri e testimonianza dello ingegno e delle virtù degli avi.--Amati, se non leggiadri (perchè la luce dell'anima rende gioconda qualsivoglia sembianza);--doppiamente amati se belli;--dilettissimi sempre se la Sapienza toccò con le ali infiammate le loro teste, o se ebbero, nascendo, meno benigno il raggio delle stelle, purchè virtuosi di cuore, e d'anima intemerata;--imperciocchè _il grande intelletto sia grazia di Dio; ma la rettitudine è retaggio, che ogni creatura può, e deve comporre con le forze dell'anima propria_».
Don Francesco Cènci aveva imbandito un sontuoso banchetto un festino reale in verità. Dentro vastissima sala, di cui la volta appariva dipinta stupendamente dai migliori maestri di cotesta età non ancora interamente corrotta, stavano dirizzate le mense. Intorno alla sala ricorreva un cornicione bianco e dorato, sostenuto a uguali intervalli da pilastri parimente bianchi frastagliati d'arabeschi di oro. Gli spazii da un pilastro all'altro erano coperti di specchi alti meglio che otto braccia; ma perchè l'arte, che allora fioriva a Venezia, non sapeva anche fabbricarli di un pezzo solo, erano connessi insieme in più frammenti; e per cuoprire le giunture con leggiadro trovato vi avevano dipinto amorini, e fronde, e frutti, e fiori, e uccellini di varia ragione, oltre ogni credere vaghissimi: otto porte andavano guarnite di portiere di broccato, di cui il fondo bianco di raso, gli orli in rilievo a fiorami di oro, in mezzo lo scudo gentilizio co' suoi colori bianco e vermiglio.
Tutto, insomma, appariva magnifico; stoffe, specchi e dipinti; se non che la pittura, di scuola bolognese, ostentava dovizia, non potendo oggimai più comparire bella nella sua semplicità.
La Pittura, toccato ch'ebbe con Raffaello il grado supremo della perfezione, decadde secondo il fato naturale di tutte le cose quaggiù. Però in talune la decadenza avviene inevitabilmente, imperciocchè abbiano perfettibilità definitiva; in tali altre, all'opposto, la decadenza è accidentale, essendo di perfettibilità indefinita. La poesia deve annoverarsi fra le seconde, la pittura fra le prime. La ragione poi della differenza parmi questa, che scopo della pittura essendo riprodurre in immagine gli oggetti, tanto più apparisce pregievole quanto meglio esattamente gli ritrae:
_Morti gli morti, i vivi parean vivi; Non vide me' di me chi vide il vero _[2].
Ma la poesia si feconda non solo dalla percezione fisica degli obietti, sibbene ancora da argomenti del pensiero, e dagl'impeti della passione. Irradiando gli occhi, il cuore e lo intelletto con iride perpetuamente screziata di moltiplici colori, fa sì che sempre varii e sempre inesausti si diffondano i suoni della lira immortale. Raffaello sta come Signore della Pittura, nè per ora alcuno seppe superarlo, e forse nol supererà giammai, essendo singolare la via che conduce a cotesta eccellenza. Molti poi scintillano astri maggiori del canto, però che i pellegrini intelletti nello sterminato firmamento della poesia possano percorrere il volo che il genio loro consiglia, e le ali sopportano.
Io non mi tratterrò a descrivere lo incanto, che nasceva dal profumo dei fiori e dallo sfolgorare dei torchi di cera bianca fitti su candelabri di argento ripercosso le miriadi di volte per gli specchi, pei vassoi, bacili, boccali, urne, vasi, statuette, grotteschi, e argenterie d'infinite ragioni ammirande per dovizia, e per lavoro stupende. I tempi di questo racconto non distano tanto da noi, che di simili masserizie chiunque ne avesse vaghezza non possa farne esame nei pubblici musei. Nelle case dei nostri patrizii adesso non se ne vedono più, o rare; però che le abbiano vendute allo straniero. Che cosa non venderebbero essi, i nostri patrizii, se trovassero il compratore? Presso a questo turpe mercato, benedetto... io sto per dire... sì, benedetto il saccheggio dello aborrito nemico! Il soldato ladro non ti porta via la speranza di ricuperare il mal tolto, nè il desiderio di adoperartivi con tutti i nervi; ma lo straniero che ti compra a patto le reliquie paterne ti compra a un punto un brano del tuo cuore, e tu gli vendi un pezzo di patria! La rapina dispone gli animi a libertà ed a vendetta; la vendita volontaria a servitù. Così gli Spartani punivano meno la violenza fatta alla vergine, che la seduzione[3]; e rettamente: imperciocchè con la violenza si contamini il corpo, con la seduzione il corpo a un punto e l'anima. Oggi nelle leggi è alla rovescia; _prova fra mille, che la materia ha vinto lo spirito, e da per tutto se ne vedono segni manifesti_.--
Ma io torno allo argomento; chè la mia tragedia desidera discorso non di suppellettili, sibbene di anime e di passioni.
Don Francesco, con la gentilezza che si addiceva al suo nobile lignaggio, e con la grazia che gli veniva dal suo spirito, accolse i convitati. Eranvi diversi di casa Colonna; eranvi i due Santa Croce, Onofrio principe Dell'Oriolo, e don Paolo di cui fu parlato sul principio di questa storia; eravi monsignore Tesoriere; e poco dopo vennero i cardinali Sforza e Barberini amici, o consorti di casa Cènci, con parecchie altre persone che non rammenta la storia; finalmente, dietro l'ordine del Conte, assisterono donna Lucrezia, Bernardino e Beatrice.
Beatrice vestiva a scorruccio. S'ella non avesse indossato cotesto abito a modo di protesta contra la gioia paurosa del convito paterno, sariasi sospettato che lo avesse fatto con accorgimento donnesco; tanto egli giovava a dare risalto al candore maraviglioso della sua pelle. Per tutto ornamento ella portava intrecciata nelle chiome bionde una rosa appassita, simbolo pur troppo degl'imminenti suoi fati.