Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI

Part 1

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BEATRICE CÈNCI

STORIA DEL SECOLO XVI

DI

F. D. GUERRAZZI

PISA A SPESE DELL'EDITORE

1854.

Questa Edizione è posta sotto la tutela delle leggi relative.--Per cui si avranno per contraffatti quegli Esemplari non muniti della firma dell'Editore.

_Tip. Vannucchi._

A

MASSIMO CORDERO

MARCHESE DI MONTEZEMOLO, SENATORE DEL REGNO

_Non potendo in altro modo sdebitarmi dell'amicizia, che malgrado l'asprezza della fortuna e la malignità degli uomini, tu, nobile veracemente, mi conservasti, questo mio libro intitolo al tuo nome, e desidero tu lo abbi caro.--Sta sano.

Bastia, 20 novembre 1853

A TORINO.

_Aff.mo Amico_

F.D. GUERRAZZI

INTRODUZIONE

Amoroso ti versa a raccontare Questa storia di pianto, o pianto mio. ANFOSSI.

Io quando vidi la immagine della Beatrice Cènci, che la pietosa tradizione racconta effigiata dai pennelli di Guido Reni, considerando l'arco della fronte purissimo, gli occhi soavi e la pacata tranquillità del sembiante divino, meco stesso pensai: ora, come cotesta forma di angiolo avrebbe potuto contenere anima di demonio? Se il Creatore manifesta i suoi concetti con la bellezza delle cose create, accompagnando tanto decoro di volto con tanta nequizia d'intelligenza non avrebb'egli mentito a se stesso? Dio è forse uomo, per abbassarsi fino alla menzogna? I Magi di Oriente e i Sofi della Grecia insegnarono, che Dio favella in lingua di bellezza. La età ghiacciata tiene coteste dottrine in conto di sogni, piovuti dal cielo in compagnia delle rose dell'aurora: lo so. Serbi la età ghiacciata i suoi calcoli, a noi lasci le nostre immagini; serbi il suo argomentare, che distrugge; a me talenta il palpito che crea. I pellegrini intelletti illuminano di un tratto di luce i tempi avvenire; per essi i fati non tengono i pugni chiusi; su l'oceano dello infinito appuntando gli occhi della mente, scorgono i secoli lontani come l'alacre pilota segnala il naviglio laggiù in fondo, dove il mare si smarrisce col firmamento. A questi sogni divini, che cosa avete sostituito voi, uomini dal cuore arido? La verità, voi dite. Sia; ma la dottrina di cui ci dissetate è tutta la verità? È ella eterna, necessaria, invincibile, o piuttosto transeunte e mutabile? No; le verità che deturpano la creatura non formano la sua sostanza, del pari che le nuvole non fanno parte del cielo.--O giovani generazioni, a cui io mi volgo; o care frondi di un albero percosso dal fulmine, ma non incenerito, Dio vi conceda di credere sempre il bello ed il buono pensieri nati gemelli dalla sua mente immortale;--due scintille sfavillate ad un medesimo punto dalla sua bontà infinita--due vibrazioni uscite dalla stessa corda della lira eterna, che armonizza il creato.

Così pensando io mi dava a ricercare pei tempi trascorsi: lèssi le accuse e le difese; confrontai racconti, scritti e memorie; porsi le orecchie alla tradizione lontana. La tradizione, che quando i Potenti scrivono la storia della innocenza tradita col sangue, che le trassero dalle vene, conserva la verità con le lacrime del popolo, e s'insinua nel cuore dei più tardi nepoti a modo di lamento. Scoperchiai le antiche sepolture, e interrogai le ceneri. Purchè sappiansi interrogare, anche le ceneri parlano. Invano mi si presentarono agli occhi uomini vestiti di porpora: io distinsi dal colore del mollusco marino quello del sangue, che da Abele in poi grida vendetta al cospetto di Dio;--ahi! troppo spesso indarno. Conobbi la ragione della offesa: e ciò, che persuase il delitto al volgare degli uomini, usi a supporlo colà dove colpisce la scure, me convinse di sacrificio unico al mondo. Allora Beatrice mi apparve bella di sventura; e volgendomi alla sua larva sconsolata, la supplicai con parole amorose:

«Sorgi, infelice, dal tuo sepolcro d'infamia, e svelati, quale tu fosti, angiolo di martirio. Lunga riposa l'abominazione delle genti sopra il tuo capo incolpevole; e non pertanto reciso. Poichè seppi comprenderti, impetrami virtù che basti a narrare degnamente i tuoi casi a queste care itale fanciulle che ti amano come sorella poco anzi dipartita dai dolci colloquii, quantunque l'ombra di due secoli e mezzo si distenda sopra il tuo sepolcro.»

Certo, questa è storia di truci delitti; ma le donzelle della mia terra la leggeranno:--trapasserà le anime gentili a guisa di spada, ma la leggeranno. Quando si accosterà loro il giovane che amano, si affretteranno, arrossendo, a nasconderla; ma la leggeranno, e ti offriranno il premio che unico può darsi ai traditi--il pianto.

Ed invero, perchè non la dovrebbero leggere? Forse perchè racconta di misfatti e di sventure? La trama del mondo si compone di fila di ferro. La virtù nel tempo pare fiaccola accesa gettata nelle tenebrose latebre dello abisso. Fate lieta fronte alla sventura; per molto tempo ancora siederà non invitata alle vostre mense, e temprerà il vostro vino col pianto. Quando cesserete di piangere voi sarete felici. E giovino adesso le lacrime e il sangue sparsi; imperciocchè il fiore della libertà non si nudrisca che di siffatte rugiade. La virtù, disse Socrate, in contesa con lo infortunio è spettacolo degno degli Dei. Bisogna pure che sia così, dacchè troppo spesso se lo pongano dinanzi ai loro occhi immortali.

Pensoso più di te, che di me stesso, io piango e scrivo. Educato alla scuola dei mali, mi sono sacri i miseri. I fati mi avvolsero fino dalla nascita la sventura intorno alla vita come le fasce della infanzia:--la sventura mi porse con le mammelle rigide un latte acerbo, ma la sventura ancora mi ha ricinto i fianchi con la zona della costanza; per cui dentro il carcere senza fine amaro incominciai questo racconto, e dentro il carcere adesso io lo compisco.

Sopra la terra si levarono e si levano soli, nei quali la stirpe dei ribaldi, per celare il pallore del rimorso o della paura, s'imbrattano la faccia col sangue dei magnanimi, come gl'istrioni della tragedia di Tespi se la tingevano di mosto.--Lo ricordino bene le genti: quando l'amore di patria è registrato nel codice come delitto capitale--la tirannide allaga a modo di secondo diluvio.

Ma la storia non si seppellisce co' cadaveri dei traditi: essa imbraccia le sue tavole di bronzo quasi scudo, che salva dall'oblio i traditi e i traditori.

Nella sala grande di Palazzovecchio in Firenze, nella estremità della parete volta a tramontana havvi un quadro, dove scorgi un nano precursore del duca Cosimo dentro Siena, con un fanale acceso nella destra. Cotesta immagine è simbolo, o verità? Cotesto nano non è morto senza posteri: sceso da serie lunghissima di antenati, ha dovuto lasciare una discendenza che per ora non sappiamo quando sarà per cessare.

Al tramonto del sole alcuni uomini hanno guardato la propria ombra; e, vedutala lunga, si sono creduti grandi. Beati loro se fossero morti a mezza notte! Però non senza intendimento la fortuna gli ha conservati in vita: essi hanno insegnato che mille uomini mediocri, uno aggiuntato all'altro, non formeranno mai un grande uomo;--e molto meno un uomo di cuore.

Apolli di gesso vuoti, ma tristi; abietti, ma iniqui;--menzogna di divinità. Quando atterrarono in Alessandria la statua del Sole, trovarono la sua testa ricettacolo di ragnateli: quello che troveremmo nella vostra non so; quel che conosco di certo si è, che il vostro cuore racchiude un nido di vipere.

Le mani sono di Esaù, la voce è di Giacobbe, diceva Isacco; in voi, voce mani e anima tutto è di Augustulo; imperciocchè la debolezza si accoppii ottimamente con la crudeltà. Giuda senza rimorso, Claudii senza impero--uscite dalla mia mente per sempre.

Però mi contrista un pensiero, ed è: che dal mal seme presto o tardi nasce un frutto pessimo. O Creatore, tu che hai insegnato come il bene non sorga dai sepolcri,--disperdi, io ti scongiuro, il giorno delle vendette.

Verrà un dì, e verrà sento, in cui i miei conterranei daranno sepoltura onorata a questo corpo stanco accanto alle ossa paterne. Colà in quel monte, a capo della Terra ov'ebbi nascimento, la mia tomba vi appaia quasi una mano distesa per benedirvi. A me giovi la pietà vostra dopo la mia morte; io vi ho amato dal giorno che apersi gli occhi alla vita;--e quando condurrete i vostri figli al Santuario della Vergine, mostrando la mia lapide dite loro:

«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall'ora che gli versarono sul capo l'acqua del battesimo; tutta la sua vita fu una lunga lotta con lei: ma le lotte con la fortuna assomigliano a quella di Giacobbe con l'Angiolo. Superato, non vinto, amò, soffrì e si travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici popoli, nè principi;---lo saettarono tutti. Dall'alto e dal basso gli lanciarono strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri, parte l'esilio. Prigioniero meditò e scrisse; libero si affaticò per la salvezza comune, e principalmente per quella de' suoi nemici od emuli. Invano la ingratitudine tentò riempirgli l'anima d'odio. Le acque dello affanno lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore. Offeso gli piacque la potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che tenne la vendetta passione di menti plebee; nè perdonava soltanto, ma (più ardua cosa assai) egli obliò.[1] La spada della legge, confidata nelle sue mani, non convertì in pugnale di assassino. Quando altro non potè fare, col proprio seno tutelò la vita di uomini che sapeva essergli stati, e che avrebbero durato ad essergli nemici. Il popolo un giorno lo ruppe come un giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono alle moltitudini insanite come uno schiavo nel circo delle fiere. Consumato nelle viscere, egli cadde sopra un mucchio di rovine e di speranze; e non pertanto, morendo, lasciava alle genti il desiderio di costumi migliori, e di tempi meno infelici. Le sue dita, con ultimo moto, segnarono per testamento sopra questa terra desolata le parole: _virtù, libertà_.»

NOTA

[1] «My curse shall be forgiveness». Byron, _Child Harold, C. IV._

CAPITOLO I.

FRANCESCO CÈNCI

Per tutti i cerchi dello Inferno oscuri Spirto non vidi in Dio tanto superbo. DANTE

Non so se più soave, ma certamente simile alla Madonna della Seggiola di Raffaello avrebbe dipinto un quadro colui, che avesse tolto a imitare per via di colori il gruppo, che stava aspettando Francesco Cènci nella sala del suo palazzo. Una sposa di forse venti anni, seduta sopra i gradini di un finestrone, teneva al petto il suo pargolo; e dietro alla sposa un giovane di egregie sembianze, col volto basso, contemplava cotesto spettacolo di amore: egli solleva le mani giunte e alquanto piegate verso la spalla sinistra, per ringraziare Dio di tanta prosperità che gli manda. La sembianza e lo atteggiamento dimostrano come in quel punto lo commuovano tre affetti, che fanno l'uomo divino. Le mani erano a Dio, lo sguardo al figlio, il sorriso alla sposa.--Però la donna non vedeva cotesto sorriso, chè lei assorbivano intera i doveri e la dignità di madre. Il fanciullo sembrava un angiolo, il quale avesse smarrita la via per tornarsene in cielo.

Ma dall'altra parie della sala stava disteso sopra un pancone un uomo, che sembrava avesse fornito a Michelangiolo il modello di taluno de' suoi famosi crepuscoli. Appena mostrava il volto, celato sotto il cappello di larghe falde e conico di forma. La barba avea lunga, rabbuffata e grigia; la pelle, simile a quella che Geremia deplora nei figliuoli di Sion, tinta di cenere come il pavimento del forno[1]. Si avviluppava dentro un ampio tabarro: le gambe e i piedi, l'uno soprammesso all'altro, aveva calzati di sandali, giusta il costume degli uomini del contado di Roma. Forse egli era armato, ma teneva le armi nascoste; però che la Corte Romana, dopo papa Sisto V, procedesse molto rigidamente in simile faccenda.

Chiunque, in mezzo della sala, avesse posto mente prima al gruppo dell'amorosa famiglia e poi a quell'uomo, avrebbe ricordato il detto della Scrittura: _divise le tenebre dalla luce_[2].

Due giovani gentiluomini passeggiavano per la sala, taluni con veloci e talora con tardi passi, ricambiando parole a voce alta, o sommessa. Il primo aveva la pelle chiazzata di vermiglio come macchie di erpete; dalle pupille nere, luccicanti traverso i cigli infiammati, traluceva la ferocia, mescolata ad un certo smarrimento mentale: rari ed irti i capelli: sozzi i denti: il naso camuso e le guance flosce lo arieggiavano col cane da presa. Le vesti, comecchè nobilissime, erano scomposte: la parola usciva impetuosa e roca dai labbri riarsi: accenti impuri, cui forse natura per rendere più laidi volle accompagnati con fetido fiato: rotti e continui i moti delle spalle, dei bracci e del capo. Il delitto stava là dentro come un vulcano prossimo a prorompere.

L'altro poi era pallido, e di aspetto gentile: copiosa e ben composta la chioma bionda, tardo e mesto a guardare e a parlare: sovente distratto: qualche volta sospiroso: si fermava, trasaliva, la commozione interna svelava col tremito del labbro superiore, e coll'agitarsi degli estremi peli dei baffi. Le vesti, i nastri, le trine del colletto e delle maniche elegantissime. Chiunque lo avesse veduto avrebbe esclamato a prima giunta: _costui sospira_.

In tonacella senza ferraiolo, simile ad una gazza che inquieta ed obliqua saltella per casa, ecco un prete guizzare qua e là, dandosi la maggior pena del mondo per trarre a se l'attenzione degli astanti, o almeno di taluno fra loro. Egli favellava della state e del verno, del caldo e del freddo, della sementa e della raccolta, ma nessuno gli attendeva: talora domandava se in quel giorno avrebbe potuto avere la degnazione di parlare con sua Eccellenza il clarissimo signor Conte; tal altra a quale ora egli soleva levarsi, e a quale asciolvere; se costumava spendere molto tempo attorno alle mondizie della persona, e se tutti i giorni desse udienza;--era fiato gettato: nessuno gli rispondeva, però che gli sposi rimanessero estatici nella loro letizia; il villano paresse una statua di bronzo; il gentiluomo dal volto vermiglio lo avesse squadrato così di traverso, da mettergli i brividi addosso; il gentiluomo dal volto pallido lo fissasse come uomo piovuto dalle nuvole. Il povero prete stava per dare del capo nei muri: proprio per disperazione, di tanto in tanto apriva il breviario e leggeva; ma col sembiante di chi trangugia medicine amare: gli occhi gli sdrucciolavano giù per le pagine: avresti detto che avesse recato seco cotesto libro, come colui che va ad annegarsi si porta il sasso per legarselo al collo.

Il volto dello sciagurato prete, per ordinario tinto del giallo pallido dei mozziconi di cera avanzati al servizio dell'altare, quasi per impazienza si era fatto acceso: non poteva darsi pace che nessuno gli porgesse ascolto; e sì ch'ei meritava essere avvertito, non fosse altro per indovinare se avesse più logora la tonacella veste del suo corpo, o il corpo veste della sua anima: logori entrambi, amici vecchi fra loro, e, con rammarico grande del loro padrone, testimoni che nulla ha da durare eterno nel mondo.--

Il curato (dacchè il prete fosse proprio un curato) dopo aver fatto esperimento come non si verifichi sempre la sentenza della Scrittura «_picchiate, e vi sarà aperto_,» si era indirizzato per la terza o quarta volta a certo staffiere di sala, il quale sembrava finalmente disposto a dargli retta, quando il gentiluomo dalla trista figura chiamò con voce arrogante:

--Cammillo!

La natura dei servi è, che quando non hanno motivo peggiore per incurvarsi, obbediscono a cui comanda più superbo; e Cammillo staffiere, comecchè tra la famiglia ampissima dei servi non fosse dei più tristi davvero, tuttavolta, girando quasi per iscatto di molla su i talloni, mutò la faccia per le spalle davanti al prete; e, fatto arco della persona verso il gentiluomo, con voce ossequiosissima rispose:

--Eccellenza!

--Avrebbe il nobil Conte per avventura mal dormito stanotte?

--Non lo so--ma non credo. Gli furono portate parecchie lettere sul fare del giorno, massime di Spagna e del Regno:--potrebbe darsi, ma non lo so, che adesso stesse attorno a riscontrarle.

In questo punto un latrato infernale intronò le orecchie degli astanti: poco dopo si aprono con impeto furiosissimo le imposte della stanza del Conte, e ne prorompe fuori un mastino di enorme grandezza tra spaventato e inferocito.

Il villano, giacente accanto la porta, in meno che si dice _amen_ è balzato su ritto; e, sviluppatosi dal tabarro, dà di mano a un pugnale largo, e lungo bene due palmi, atteggiandosi a difesa. La giovane madre si strinse il figlio al seno, cuoprendolo con ambe le braccia. Il padre si parò dinanzi al figlio e alla sposa schermendoli col proprio corpo. I gentiluomini si scansarono con fretta decente, come chi non vuole a un punto incontrare il pericolo, e non mostrar paura. Il curato poi si mise a fuggire.

Il cane, seguendo suo istinto, si avventa contro il fuggitivo, lo azzanna per gli svolazzi della tonaca, e gliene strappa un lembo; e gli faceva peggio, se due staffieri correndo non lo avessero trattenuto a gran pena afferrandolo pel collare. Il breviario era rotolato per terra. Il povero prete traeva dolorosi guai; e, stretto dalla medesima smania che spingeva lo ebreo Sylock a gridare «_la mia figlia! i miei danari!_», esclamava:

--La mia tonaca! il mio breviario!--

Il cane infellonito abbaiava più forte che mai.

Sopra la soglia apparve un vecchio. Questo vecchio era Francesco Cènci.

Francesco Cènci, sangue latino dell'antichissima famiglia Cincia, annoverava fra i suoi antenati il pontefice Giovanni X, quel sì famoso drudo della bella Teodora, la quale per virtù di amore lo condusse vescovo prima a Bologna, poi a Ravenna, e finalmente lo fece papa. E come nel tempo, così era cotesta famiglia nel delitto vetusta; imperocchè, se la storia porge il vero, Marozia sorella a Teodora, intendendo torre a lei e al Papa amante il dominio di Roma, occupa proditoriamente la mole Adriana: invaso con molta torma di ribaldi il Laterano, uccide di ferro Piero fratello di Giovanni, e Giovanni stesso chiude in carcere; dove, o per veleno o altramente, rimase morto. Corre fama eziandio, che lo rinvenissero cadavere nel letto di Teodora; e la superstizione immaginò lo avesse strangolato il diavolo, in pena dei suoi delitti. Morte obbrobriosa a vita di vituperio!

Francesco Cènci possedè copiosissimi beni di fortuna, chè la sua entrata si stimò meglio di centomila scudi; la quale per quei tempi era infinito, ed anche ai nostri sarebbe non ordinario tesoro. Glielo lasciava il padre, che, tenendo il camarlingato della Chiesa sotto Pio V, mentre questi vigilava a rinettare il mondo dalle eresie, il vecchio Cènci attendeva a rinettargli dagli scudi l'erario: egregi entrambi nel diverso mestiere. Intorno al conte Francesco, male sapevasi che cosa si avesse a pensare: forse sopra alcun uomo mai corse così diverso il grido come sopra di lui. Chi lo predicava pio, liberale, mansueto e cortese: altri, all'opposto, lo dicevano avaro, villano e crudele. Fatto sta, che in conferma così dell'una come dell'altra fama potevansi addurre riscontri. Aveva sostenuto parecchi processi, ma n'era uscito sempre assoluto _ex capite innocentiæ_: molti però non si acquietavano punto a siffatti giudicati, e andavano sussurrando dintorno, che fino allora non avevano veduto mai la Ruota Romana condannare uomini ricchi per centomila scudi di rendita. Ma se la vita sua compariva al pubblico misteriosa, troppo palesemente ebbe a provarla senza fine spietata la sua misera famiglia, la quale per pudore, e molto più per paura, non ardiva profferire parola. La sua famiglia troppo bene sapeva com'egli si compiacesse immaginare trovati terribili, e quanto più paurosi, ed alla opinione dello universale contrarii, tanto a lui maggiormente graditi; e appena immaginati dovevano mandarsi ad esecuzione, e ad ogni costo; avesse a spendersi un tesoro, o commettere incendio, od omicidii. Il suo volere, era il lampo; il fare, tuono. Costumava (a tanto egli giunse di audacia!) tenere conto esattissimo dello speso in delitti; ed in certo suo libro di _Ricordi_ si trovarono registrate le seguenti partite:--_Per le avventure, e peripezie di Toscanella 3500 zecchini, e non fu caro. Per la impresa dei sicarii di Terni zecchini 2000, e furono rubati_.--Viaggiava a cavallo e solo: quando sentiva il cavallo stanco scendeva, e comperavane un altro: se ricusavano venderglielo ei se lo toglieva, dando qualche pugnalata per giunta. Paura di banditi nol tratteneva da passare soletto le foreste di san Germano e della Faiola; e spesso ancora, senza punto posare, fu visto condursi a cavallo da Roma a Napoli. Quando appariva in un luogo, egli era certo che o ratto, o incendio, o assassinamento, od altro funestissimo caso stava per succedere. Forte fu della persona, e destro in ogni maniera di esercizii maneschi, così che provocava sovente i suoi nemici con soprusi e dileggi: ma di questi, palesi ne aveva pochi; chè lo temevano assai, e a cimentarsi con lui ci pensavano due volte. Conduceva in ogni tempo al suo soldo una masnada di bravi; il cortile del suo palazzo offriva infame asilo ad ogni maniera di banditi. Tra i feroci baroni romani ferocissimo.

Sisto V, che fu pontefice (ed avrebbe potuto anche essere carnefice) di Roma, certa volta invitati al Vaticano gli Orsini, i Colonna, i Savelli, i Conti Cènci, ed altri fra i più potenti dei nobili romani, dopo averli trattenuti alquanto in piacevoli ragionamenti si accostava agli aperti balconi, donde, volgendo gli occhi alla sottoposta città, disse ai circostanti: «O la mia vista, siccome suole per vecchiezza, è diventata fosca, o di qualche strano apparecchio vanno ornati stamattina i merli dei palazzi delle Signorie vostre eccellentissime: andate a riscontrare, e in cortesia fatemi assapere quello ch'è.»

Erano i cadaveri penzoloni dei banditi, che nei palazzi di cotesti signori riparavano. Il Papa aveva ordinato si prendessero, e tutti, senza misericordia, ai merli del palazzo s'impiccassero.

Francesco Cènci, per questo e per altri successi avendo ottimamente conosciuta la natura del Papa, reputò opportuno di tirarsi al largo; e finchè ei visse stette a Rocca Petrella, chiamata ancora Rocca Ribalda. Il serpe aveva trovato a mordere la lima.

Di persona, aiutante era molto; e, comunque in là con gli anni, pure bene di salute disposto; se non che, offeso nella diritta gamba, zoppicava. Copioso d'idee e facondo di eloquio, avrebbe acquistato fama di oratore egregio se glielo avessero conceduto i tempi e la lingua, che, ad ogni più leggiera alterazione inciampandogli fra i denti, lasciava adito alla voce come acqua rotta fra i sassi. Di laide sembianze non poteva estimarsi per certo; e non pertanto sinistre così, che giammai seppero ispirare amore, talvolta reverenza, troppo spesso paura. Se togli il colore dei capelli e dei peli, di neri mutati in bianchi; se alcuna ruga di più; se una magrezza maggiore, e una tinta più gialla e biliosa, il suo volto presentava la medesima aria della sua giovanezza. La fronte, mentr'ei posava, appariva segnata appena di una ruga non profonda quale o il rimorso o la cura sogliono imprimere; ma sì sfumata, leggiera, come l'amore descrive, esitando, con la punta estrema dell'ale sopra la fronte della bellezza che declina. Gli occhi, mesti per ordinario, colore del piombo simili a quelli del pesce morto, privi affatto di splendore, contornati da cerchi cenerini, e reticolati di vene violette e sanguigne--pareano cadaveri dentro casse di piombo. La bocca sottile perdevasi fra le rughe delle guance. Cotesto volto sarebbesi adattato ugualmente bene a un santo e ad un bandito: cupo, inesplicabile come quello della sfinge, o come la fama dello stesso Conte Cènci.