Baby

Chapter 3

Chapter 33,774 wordsPublic domain

La chiamavano _contessina_, sebbene da quasi due anni fosse maritata, per la graziosa piccolezza della persona; e gl'intimi suoi, a quel titolo in vezzeggiativo, aggiungevano ancora il nomignolo di _Baby_, appunto come l'avevano sempre chiamata fino da bambina. Eleonora era un nome troppo sonante e, specialmente, troppo lungo per lei; e la Baby, ch'era stata una bimba carina e capricciosa, s'era fatta una piccola bellezza capricciosa e carina ma restando sempre un _baby_. Le lacrime, che schiudono la vita della donna, come la rugiada quella dei fiori, non le aveva ancora conosciute. Dal giorno che era nata, tutti avevano sempre fatto a modo suo; e la cosa pareva tanto naturale, che non se ne lagnava nessuno, e la Baby non se ne accorgeva.

Quando s'era maritata, non aveva più che la mamma: e anche questa le morì poco dopo. Allora fu di moda a Verona, che le signore più elette si dessero l'aria di consigliarla, di guidarla, insomma di tenerla di conto, come fosse un po' il Baby di tutte quante. La contessina rideva e le lasciava dire, ma, in fine, erano sempre loro che la seguivano e la obbedivano in ogni capriccio.

Il matrimonio della Castelguelfo (essa aveva sposato un cugino, quasi della sua stessa età) era stato affrettato dalla previdenza della madre sua, che sentendosi malandata assai di salute, voleva vedere la figliuola collocata, prima di chiudere gli occhi. Ma la Baby era ancora un po' giovane per il matrimonio; e un po' giovane e inesperto il marito. Questi, incantato del nuovo e piacevole giocattolo che gli avevano dato, voleva goderselo troppo e però la Baby ne rimase urtata e seccata; i suoi nervi si ribellavano, e il povero marito dovette rassegnarsi, e andare a Vienna per qualche tempo a fare l'addetto a quell'ambasciata.

E come prima avevano fatto le signore, quando era morta la mamma, adesso, partito il marito, cominciarono i campioni giovani e vecchi della galanteria veronese a montar la guardia attorno alla Castelguelfo. E di giorno, e di sera, essa non era mai sola; il suo salottino, il palco, la villa, erano sempre pieni di gente. Tutta gente che le faceva una corte assidua e chiassosa: tutta gente che si era innamorata di lei, perchè l'innamorarsene era di _buon genere_, e perchè i «nervi che si ribellavano» promettevano il quieto vivere e l'uguaglianza.

E la Baby, scintillante di giovinezza, colta, intelligente e destra assai, governava quel piccolo popolo di somarelli impomatati coll'allegria del riso giocondo che le usciva dalle labbra come un invito e una carezza, e le traspariva insieme dagli occhi vivi, penetranti, come una malizietta piacevole. Essa suscitava, a tempo debito, gelosie miti, dispettucci innocenti, lacrimucce appena tepide, e ciò per un mazzolino di fiori, o per un invito a pranzo, o per i posti che assegnava nella sua carrozza. Ma non aveva mai da temere una rivolta e tanto meno una defezione; i suoi innamorati, che si tenevano d'occhio a vicenda, a vicenda si confortavano; e amavano insieme, soffrivano insieme... e insieme non isperavano punto.

Aveva distribuito gradi e attribuzioni con savia prudenza. I giovanotti le proponevano gite, feste, partite di piacere; ma gli uomini posati, i tondeggianti nella pinguedine senile, dovevano approvarle e combinarle. Gli assidui l'aspettavano al teatro, sul corso, al caffè _Vittorio Emanuele_; ma erano sempre i più attempati che godevano l'ambito onore di accompagnarla, e in tal modo erano tutti contenti; gli uni nell'orgoglio di apparire pericolosi, gli altri nella piena soddisfazione della loro autorità.

«_Accendo, ma non ardo_» poteva essere il motto della Baby; e, infatti, anche nell'opinione della gente, essa usciva dalle fiamme che la circondavano candida e intatta come l'amianto. I suoi corteggiatori quando, dopo aver passata la sera da lei, ritornavano al _club_, erano chiamati scherzosamente _gli Svizzeri di casa Castelguelfo_, oppure, _le guardie del corpo_. Ed essi non se ne avevano a male; e se arrossivano un poco era soltanto di piacere; però stavano a crocchio fra loro soli, e se ne andavano uniti, come uniti erano venuti. Pareva vedere una nidiata di pulcini allevati dalla medesima chioccia.

La marchesa d'Arcole, madama Kraupen e la generalessa Brocca di Broglio erano poi le confidenti di quelle innocue passioncelle, e sostenevano le parti degli spasimanti contro le fantasie bizzarre della Baby.

--Come hai trattato male, ieri sera, quel povero Titta!--le diceva un giorno la marchesa.--È venuto da me che faceva pietà!

--Avrà tossito?--domandava la contessina ridendo.

Titta Damonte era un biondino tisicuzzo, che voleva conquistare la Baby toccandole la corda della pietà: i suoi affanni, le sue gelosie, egli li esprimeva tossendo.

--E come tossiva, poveretto!--continuava l'altra.--Ma tu, alle volte, sembri proprio senza cuore!

--Dio!... ma è un gran seccatore, sai, quel tisico falso!--esclamava la Baby, attenuando con un sorriso la durezza delle parole.

--Non dire di queste enormità, carina!--e l'amica, intanto, rideva anche lei.--Egli ha per te una stima così grande, un'affezione così sincera. E poi è una di quelle persone, che si vedono volentieri vicino alle signore giovani: serio, ammodo e niente affatto compromettente!

--Sì, sì, sì, è un buon amico, un eccellente amico, la perla degli amici, ed io gli voglio bene, bene assai; ma oh Dio, è pesante con tutte le sue gelosie: pesante, pesante, pesante, da non averne idea! Ieri sera, figurati, mi ha tenuto il muso perchè ho invitato Scipio Spinola a colazione!

--E a Titta non gliel'avevi detto?

--A lui no; ma ci vorrebbe altro, se quando lo dico a uno, dovessi dirlo a tutti!... E poi non ha il suo giorno fisso da venire a pranzo?... il mercoledì?... Dunque basta e non mi secchi!... Sapessi quanto ridere ho fatto con Scipio Spinola! Stamattina, pensa, l'aveva con madama Kraupen, e m'ha contato che il suo primo marito era il carnefice di Mosca!... Ma pensa, quant'è buffo!... Il carnefice di Mosca!... E poi, dopo, ha rifatto Andrea quando predica ai selvaggi!

Il conte di Santasillia era cugino dei Castelguelfo; ma la Baby, ancora troppo giovane quand'era partito la prima volta da Verona, quasi non lo ricordava nemmeno. Fu appunto uno de' suoi amici più attempatucci che al ritorno di Andrea si affrettò a darle tutte le informazioni necessarie.

La Contessina, che aveva ascoltato distrattamente il racconto del duello e dell'amore infelice del Santasillia, soltanto verso la fine si fece attentissima, domandando poi, con un risolino furbetto:

--E il voto... lo ha mantenuto?

--Dicono di sì!--rispose Marco Baldi, un omicciattolo calvo, con pochi capelli bianchi sulla nuca tagliati corti corti, e un paio di baffoni nerissimi, ritinti.--Dicono di sì!...

--E... da quanto dura?...

--Dovrebbero essere... dieci anni!

--Ma... e prima?

--Prima... lo chiamavano l'abatino!

--Ma ci sono certi abatini...

--No, no; il Santasillia ha sempre rispettato... i decretali.

--Ma dunque?--continuava la Baby, insistendo più cogli occhi birichini, che non colle parole.

--Dunque sicuro... Si trova ancora... si trova ancora, _pardon_... allo stato primitivo...

--È una rarità!

--Poco invidiabile, contessina Baby!... Ah, se potessi averli io, que' dieci anni sprecati!...

--Che cosa ne farebbe?...

La Baby prevedeva già la risposta, ma si godeva quando il vecchiotto si dava l'aria da conquistatore...

--Che cosa ne farei?... Eh eh! allora non canterebbe vittoria, contessina!

E il galante stagionato presa, così dicendo, nelle sue manacce villose la manina morbida della Baby, la strinse con forza e l'avvicinò alle labbra; ma lì si fermò, senza dare il bacio, sapeva che i baffi lasciavano il nero.

--Ah _si zeunesse zavait_!--esclamò allora la Castelguelfo, canzonandolo amabilmente. Marco Baldi pronunciava malissimo il francese, ma pure aveva il ticchio di metterne sempre qualche parola ne' suoi discorsi. E un'altra presunzione sua era quella di essere stato da giovane «un gran diavolo colle donne», e in proposito aveva sempre da insegnare metodi infallibili, e da citare aforismi.

--Colle donne bisogna andare a vapore: _à la grande vitez!_--Ci voleva altro che farle piangere come Titta Damonte o farle ridere come Scipio Spinola!... Bisogna stordirle, soggiogarle, maltrattarle!...--Io, vedete...--e così dicendo soffiava, guardava bieco, e non potendo arricciarsi i baffi, ne toccava leggermente colle dita la punta impeciata; io, le donne, le ho sempre maltrattate!

E fu proprio lui, Marco Baldi, che condusse la prima volta il Santasillia dalla contessa di Castelguelfo.

Andrea e la Baby erano parenti, dunque fra loro non c'era bisogno di presentazioni; ma pure il Santasillia aveva tardato assai a conoscere la Contessa personalmente, e fu proprio per caso che s'incontrarono.

Andrea viveva ritiratissimo; non facea visite, non riceveva amici. Anche i suoi cavalli non uscivano mai da _Porta Nuova_, dove, alle volte, v'era un po' di gente, ma erano condotti a passeggiare ne' luoghi più deserti.

Egli passava gran parte del giorno e della notte chiuso solo nel suo studio, tutto dedito, con indefessa alacrità, al compimento di un'opera che dovea essere eminentemente umanitaria. Voleva rivolgere la mente dei legislatori e il cuore dei filantropi su tanti popoli diseredati dai benefizi della civiltà, e fra i quali, nei suoi viaggi, egli aveva vissuto intimamente per meglio conoscerne i dolori e i bisogni. Lo spirito di carità non aveva limite in lui, e però sperava arrivare col concorso del suo lavoro e del suo ingegno là dove non poteva giungere col generoso impiego delle proprie ricchezze.

Il libro dunque del Santasillia non era quello del letterato, ma il libro dello statista e del filosofo. Lo zio cardinale era morto, e Andrea non mandava più soldi all'_obolo_: credente, voleva diffondere la fede, non come seme di discordia e di lotte, ma come apportatrice feconda di ogni bene. Egli sentiva di essere incorso nella collera divina; ricordava sempre di avere ucciso un uomo e voleva espiare, e a questa espiazione consacrava tutto sè stesso, con un entusiasmo caldo, appassionato. Però egli viveva lontano dal mondo, sempre col cuore e colla mente in alto. Il suo mondo era al di là; _al di là_, dove c'era un uomo dal quale aspettava il perdono, una vergine di cui lo attendeva la fede.

Poeta, e sempre idealmente innamorato, l'ascetismo di Andrea di Santasillia non era cupo e freddo come quello del prete cattolico; ma gli entusiasmi del cuore, l'onda calda del sangue giovane e casto gli facevano vedere quasi tinte di rosa le promesse del premio avvenire, in cui riuniva, con una suprema e alta armonia, l'amore santo di Dio e l'amore umano dell'Adele.

E tutto ciò, il suo tragico passato, le avventure nei suoi viaggi, la splendida filantropia e la vita solitaria tenevano desta e vigilante intorno al Santasillia la curiosità dei Veronesi. Ogni passo ch'egli faceva era spiato, riportato e commentato. Si sapeva quando usciva di casa, quando vi rientrava e quante ore rimaneva chiuso nello studio a lavorare. Avevano scoperto che ogni sera andava a fare una visita al cimitero; che la sua camera da letto avea le finestre verso l'Adige e che il suo camiciaio era parigino. Molti lo riputavano un grande uomo perchè aveva viaggiato; molti altri un illuso o un matto, perchè scriveva libri; altri ancora lo credevano un cretino, perchè andava a messa e mangiava di magro nei giorni di precetto. Ma invece le donne si sentivano attratte verso quel misantropo elegantissimo, dal viso pallido e dagli occhi neri di fuoco, la cui vita passata pareva una leggenda e la vita presente era un mistero. In sulle prime gli avevano notato anche le donne quel difettuccio di andare a messa ogni giorno ai _Santi Apostoli_; chè, si sa bene, in generale, siano esse devote o peccatrici, ridono sempre degli uomini bigotti. Ma poi vennero a sapere che appunto era stato nella chiesa dei _Santi Apostoli_ dove il conte di Santasillia si era incontrato coll'Adele Parabiano, e allora anche la messa fu trovata una cosa romantica.

Intanto la Brocca di Broglio, la Kraupen, la marchesa d'Arcole che, per quanto avessero cercato, non erano ancora riuscite ad acchiapparlo, parevano diventate matte. Figurarsi: poter avere il Santasillia che non andava in nessun posto! Che trionfo sarebbe stato!... E ognuna delle tre, smaniando di ottenerlo un tale trionfo sulle altre due, stuzzicava la Castelguelfo sperando di adoperarla presso il cugino, come un eccellente richiamo. Ma invece la Baby, che ci si divertiva assai a quell'inutile armeggio delle sue _dame della consulta_, com'essa le chiamava, non voleva darsi la più piccola pena per accontentarle. E appena si accorse che il Santasillia non le usava nessuna preferenza, e si mostrava ritroso con lei, come colle altre, fe' un risolino sprezzante ogni volta che le capitò di nominarlo, gl'inflisse il titolo di _Monsignore_ e non ci pensò più.

Perchè si trovassero e diventassero amici, bisognò proprio che il diavolo ci mettesse la coda.

VI.

Qualche tempo dopo il ritorno del Santasillia avevano preparato a Verona, nelle sale del palazzo della _Gran Guardia Vecchia_, una splendida fiera di beneficenza, presieduta e diretta da un comitato di signore. Andrea aveva mandato in dono oggetti artistici e di grandissimo valore; poi, appena le sale furono aperte alla pubblica vendita, egli, senza sapere proprio di che si trattava e pensando solamente che ci sarebbe stata l'occasione di far del bene, ci volle andar subito, avendo cura di prendere con sè una forte somma di danaro. Quando si trovò sotto la loggia e nel salire la grande scala del vecchio palazzo, adornata di fiori e di bandiere, capì che stava per essere preso come un uccelletto al paretaio: guardò se poteva ancora svignarsela e tornare indietro; ma oramai non era più in tempo. Una fanciullina gli era corsa incontro offrendogli una rosa, e un signore, dai modi assai cortesi, e tutto vestito di nero, gli fe' prendere una dozzina di biglietti d'ingresso e lo accompagnò fino alle sale.

Andrea non sapeva che fare. Non aveva dato nulla per la rosa; avea pagato cento lire per i biglietti e sorrideva ringraziando, ma rimproverandosi in cor suo, per il cattivo pensiero che gli era venuto di andare alla fiera. E appena fu dentro, nella prima sala, rimase come sbalordito in mezzo ad un brusìo di gente, che andava e veniva chiacchierando, cinguettando, ridendo, ma pure osservandolo e ammiccandoselo l'un l'altro. Andrea non si sentiva il coraggio d'inoltrarsi; e si guardava attorno in quella baraonda come intontito; quando, ad accrescere la sua confusione, molte signore uscirono dalle bottegucce che, sotto forma di artistiche pagode o di ricchi padiglioncini erano disposte all'ingiro della vastissima sala, e lo circondarono premurosamente, complimentandolo, offrendogli i loro ninnoli, e disputandoselo, per attirarlo ognuna al proprio banco. Erano giubilanti, perchè da quella visita si ripromettevano la soddisfazione di un lauto incasso, ma più ancora perchè tenevano finalmente in loro balìa quel personaggio misterioso. E alle signore si univano i giovanotti, i _segretari_ della fiera, e anch'essi facevano il chiasso e offrivano roba al Santasillia, il quale, col cappello in mano, non faceva altro che salutare e ringraziare a destra e a sinistra e si sentiva sempre più impacciato.

La Castelguelfo era in un salottino a parte, addetta colle sue amiche alla vendita dei fiori, ma appena fu avvertita dalla marchesa d'Arcole dell'arrivo del cugino gli mosse subito incontro, salutandolo con amabile famigliarità, come se già da un pezzo fossero stati amici e offrendosi per accompagnarlo a fare il giro dei banchi. Andrea ringraziò, meglio che a parole, coll'effusione del cuore, e la vezzosa cuginetta gli sembrò inviata dalla Provvidenza.

La Baby lo guardò sorridendo, passò la sua manina bianca sotto il braccio di lui, e lo portò via da quella gente che lo importunava. Lo condusse prima a comperare una statuina di bronzo ch'era stata donata dal re, e fu lei che ne fissò il prezzo; poi a comperare un ricco tappeto, poi un quadro, un orologio, un _album_ e via via, senza più lasciarlo, finchè non ebbe fatto la visita di tutte le sale, seguiti da Marco Baldi che notava, sopra un taccuino, le compere fatte e il prezzo convenuto.

La Contessina si teneva sempre appoggiata al braccio di Andrea, stringendosi a lui più forte quando erano urtati dalla folla; a volte trascinandolo un poco per cercar di passare in mezzo alla gente, e a volte fermandolo all'improvviso, per fargli ammirare una mostra. E Andrea sentiva le scosse e i sussulti, e sorrideva ai vivaci atteggiamenti della vaga donnina, che aveva una parola per tutti, per tutti uno scherzo, sempre a proposito e sempre ammodo. Ma per altro, con que' suoi occhi grandi e miti da bambina buona, con quella grazietta affettuosa, e mentre pareva tutta compresa da una festività composta e temperata, la Baby si godeva pure le sue piccole cattiverie. La marchesa, la generalessa e madama Kraupen capitavano ogni momento, con una scusa o coll'altra, a cercarla, a chiamarla, a parlarle, aspettando sempre che la Baby presentasse loro il Santasillia; ma la Contessina, invece, le lasciava dire, rispondeva tranquillamente ciò che avea da rispondere, sorrideva e continuava il suo giro, fingendo di non accorgersi di quegli artigli: poi, quando se ne andavano indispettite, lanciava un'occhiatina a Marco Baldi, che avea capito il giuoco e ne rideva.

E un altro divertimento volle prenderselo alle spalle di Titta Damonte e di Scipio Spinola. Titta Damonte cominciava a essere geloso di quel gran girare al braccio di Santasillia, e quando la Contessina condusse il cugino presso il banco dove il giovanotto era segretario, questi non la salutò nemmeno, fingendo di non vederla, occupatissimo a discorrere con un'altra signora. E la Baby a ridere, a scherzare con Andrea e con Marco Baldi e ad ordinare, proprio al Damonte, di farle vedere un gran piatto di porcellana, esposto in modo che, per toglierlo dalla mostra, bisognava buttare tutto all'aria. Il Damonte schiattava di rabbia, ma dovette cedere, e quando infine riuscì a levare il piatto e lo presentò, sempre con un palmo di muso, ad Andrea, la Baby non volle più che il Conte lo comperasse, perchè il disegno le sembrava troppo volgare.

--Stasera pillole di catrame!--mormorò Marco Baldi all'orecchio della Contessina.

Invece Scipio Spinola voleva fare lo spiritoso; ma diventava rosso rosso, sembrava nervoso e non diceva altro che sciocchezze. Insomma tutti e due erano turbati assai per la presenza del Santasillia, e non vedevano l'ora e il minuto che se ne andasse pe' fatti suoi.

Il Damonte a mano a mano si rendeva sempre più intrattabile, brontolava su tutto, e faceva musacce persino alle signore; Scipio Spinola continuava a bere cognac e ripeteva le sentenze che aveva letto nei romanzi, contro le donne. Ma non ostante ciò, appena intesero che Andrea avea abbandonato la fiera, non seppero resistere, e corsero insieme dalla Baby per farle vedere che tenevano il broncio, e cercare un po' di mettere in ridicolo il _Monsignore_.

--Ed ora, conte Andrea, tornerà a nascondersi?... a rintanarsi?... Non la rivedremo proprio più?--aveva detto la Castelguelfo al Santasillia, mentre questi prendeva commiato.

--Oh no, Contessa... anzi verrò presto... a ringraziarla.

--Ricorderà che siamo cugini?

--Non l'ho mai dimenticato, Contessa.

--Uhm... sarà... Ma finora si direbbe che ci ha pensato soltanto per renderci orgogliosi di lei... il che non è molto, altro che per il nostro amor proprio!

--Contessa...--e Andrea non trovò più le parole. A questo punto egli cominciava a sentirsi timido anche colla Baby.

--Ma sa che cosa faremo?--continuò la Contessina, sempre graziosamente;--s'ella non verrà presto a trovarci, manderò Marco Baldi a ricordarle la sua promessa.

Andrea ringraziò, assicurando che non ce ne sarebbe stato bisogno; ma appena uscito dal palazzo della _Gran Guardia Vecchia_ si volle persuadere di essersi molto annoiato, e giurò a sè stesso che non avrebbe più messo il piede in una fiera di beneficenza.

«Seccar la gente in quel modo? Essere in quel modo importuni e sfacciati, colla scusa dei poveri e della carità!... Fortuna che si era incontrato colla Castelguelfo, altrimenti si sarebbe trovato davvero in un grande impiccio».

E anche fuori, all'aperto, sentiva sempre l'odore dei capelli della piccola cugina...--Che odore, che profumo strano!...--A lui la Castelguelfo aveva fatto l'effetto di una bimba!... Rideva, scherzava, proprio come una bimba!... Pure, in quel suo visetto capriccioso c'era della ingenuità e della bontà!... Buona, sì... Buona assai doveva essere!... Era bionda... bionda come l'Adele... E, guarda combinazione! aveva pure un abito bianco e un nastro azzurro fra i capelli!...

Aveva attraversata la _Piazza Brà_ e affrettò il passo. Era già trascorsa l'ora solita della sua visita all'Adele.--Vuol dire, pensò, che anderò a pranzo più tardi... In ogni modo non fo aspettare nessuno!...--E sospirava, sospirava... Si sentiva così solo al mondo!

Intanto aveva attraversato anche il _Ponte delle Navi_ e scendeva giù nel lung'Adige per avviarsi al cimitero.

Com'era bello l'Adige, e maestoso!... E dire che non lo aveva mai osservato!

Allora, prima di entrare nel Camposanto, volle fare qualche passo lungo il fiume, e senza quasi avvedersene, andò innanzi fino all'altro ponte lontano, quello grande della ferrovia.

Cominciava il tramonto ed era di aprile. L'Adige rigonfio, bigio, passava mugghiando: le rive apparivano scialbe, fra una luce pallida, malinconica come quell'ora trista del giorno; ma in alto verdeggiavano superbe le colline, e il forte di _San Pietro_ splendeva rosseggiante sotto l'azzurro del cielo, irradiato fantasticamente dall'ultimo sprazzo di sole.

Andrea rimase sul ponte a guardare, fermo, immobile per qualche minuto. Poi chinò il capo e discese.

--Ma perchè la chiamano Baby?--pensava:--Eleonora è così un bel nome!

Quando ripassò dal _Ponte delle Navi_ per tornarsene a casa, s'incontrò in una carrozza a due cavalli che saliva al trotto. C'era dentro una signora, dell'altra gente, e tutti avevano in mano mazzi e canestri di fiori. Certo ritornavano dalla fiera. Ma la signora riconobbe il Santasillia e lo salutò chinandosi e voltandosi in atto molto amichevole. Era la Baby con Marco Baldi, Damonte e Scipio Spinola.

Andrea, colto all'improvviso, rispose in fretta al saluto, e subito arrossì, provando un senso di dispetto.

--Come mai quel balordo di mio cugino la lascia sempre sola?--E scosse il capo con aria di malumore.

--Certo, certo... io non ci metterò i piedi in casa Castelguelfo! Con tanta gente che ha sempre d'attorno?... Cheh! Nemmeno per idea!

Ma in quel punto la carrozza colla Baby gli passò dinanzi agli occhi come l'avea raffigurata fra la luce pallida, crepuscolare, e sentì ancora ripercuotere il trotto serrato dei cavalli.

VII.

La mattina dopo Andrea prese due biglietti di visita e li mandò alla contessa di Castelguelfo.

--In tal modo me ne sono liberato--mormorò a bassa voce--e non avrò altre seccature!

Continuò la vita di prima, tranquilla e studiosa. Solamente adesso egli sentiva maggiore il desiderio e il bisogno di frequenti e lunghe passeggiate all'aperto, dalle quali ritornava a casa stanco, spossato, colla testa intronata dal sole primaverile. Di sua cugina non ne volea più sapere; ma ci pensava sempre, se non altro per ripetere a sè stesso che non sarebbe mai andato a farle visita.--Oibò, oibò; non ho tempo da perdere!

Pure, dopo alcuni giorni, si maravigliò che Marco Baldi non venisse a trovarlo, e ogni volta che Andrea passava dinanzi allo stanzino del portiere, gittava un'occhiata sul tavolo per vedere se ci fosse un biglietto di visita.