Avvenimenti faceti: Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII

Part 7

Chapter 72,167 wordsPublic domain

_Crijeleisò._ — _Cristeleisò._ — _Chistu e saudi nostru_ (bis). — _Matri der celu e deusu._ — _Matri del mundu e deusu._ — _Santa Tirnitati unu e deusu._ — _Santa Maria (ora pro nobbi)._ — _Santa Deju gènetri._ — _Santa Virco Virginu_ ecc.

A proposito del _Matri der celu e deusu (Pater de Coelis Deus)_, il Di Giovanni mi fa notare l'ostinazione della Scocchilla nel dire _Matri_ invece di _Patri_ = Pater, malgrado le ripetute correzioni dell'Arciprete di Cianciana; «_Pirchì_ (oppone la Scocchilla), _chi c'entra stu patri e figli nni la litania di Maria SS.?_»

E dire che questa donna, coi suoi 75 anni, fa da maestra nell'insegnamento della dottrina cristiana a ragazzi ed alle spose!

Un'altra litania manoscritta è un'amenità per se stessa, e la devo al Di Giovanni medesimo, che l'ebbe dal sac. Pietro Capraro Beneficiale e Cerimoniere del Capitolo della Cattedrale di Girgenti. Pare una spiritosa invenzione: eppure fu raccolta in Prizzi da una vecchierella, che contava per pia e santa donna.

Sul latino in bocca al popolo siciliano, vedi i miei _Canti popolari sicil._, v. II, p. 363.

=N. 47.= In Palermo il motteggio s'attribuisce a un P. Arceri, proverbiale per le sue prediche al popolo, e per la sua attività nel cercar di correggere i vizi e i difetti de' popolani. Ecco qua, con l'aneddoto, il tratto della sua predica, nel quale è il motteggio:

«Una volta P. Arceri andò a predicare in una chiesetta di campagna, e portò con sè un corbello di melarance bell'e _sanzeri_ (= sane, intatte, senza nessun guasto o macchia), ma con una melarancia nel mezzo, guasta e marcita; e cominciò così la sua predica alle donne:

«Picciotti mei, li viditi st'aranci? Comu vi pàrinu? Su' tutti belli sanzèri, senza nudda màcula. Arriminàtili, picciotti, e viditi chi cc'è 'nta lu menzu. Cc'è n'aranciu muffutu. Lu sapiti!? st'aranciu muffutu fa ammuffiri tutti l'àutri, ca sunnu belli sanzeri. Accussì siti vuàtri: una tinta fa addivintari tinti all'àutri, pirchì 'na pècura virminusa 'nfetta 'na jinía.

«Ma vuàtri cci pinsati all'arma? cci pinsati a lu Signuri? cci pinsati a lu Paraddisu?

«Lu vostru pinseri è a li cosi di stu munnu.

«E a chi pinsati? La za Cicca pensa a li gaddini ca su' senza lu gaddu; la za Peppa pensa a lu sceccu, ch'avi a manciari; la za Vanna pensa a lu porcu, ca cci (_al quale_) havi a 'mpastari; la za Sara pensa a lu mulu.... Ora livativillu di 'n testa, figghi mei; e canciati vita; cà (_perchè_) lu primu gaddu è Ddiu, lu primu sceccu è Ddiu, lu primu porcu è Ddiu, lu primu mulu è Ddiu!...

«E accussì vi nni jiti drittu tiratu 'n Paraddisu.

«Ah! lu Paraddisu! la gran cosa ch'è lu Paraddisu! La sapiti la minestra di risu cu li porri? Vi piaci ah! Lu viju, marioli, ca vi piaci!... Ora accussì è lu Santu Paraddisu: è comu lu risu cu li porri!....»

Ogni comune la racconta a modo suo mettendo in bocca a un prete d'un comune vicino la predica. SALOMONE-MARINO, _Aneddoti, Prov. e Motteggi_, n. XXXIV: _La Predica a lu Maciddaru_ (_Archivio_, vol. III, p. 576) ne reca una variante di Borgetto, dove il predicatore sarebbe stato di Camporeale (_Maciddaru_).

=N. 50.= Una variante siciliana di Salaparuta col titolo: _Lu partannisi_ è nelle mie _Fiabe_, n. CL, ove si vuol mettere in burla la grossolanità de' contadini di Partanna nella provincia di Trapani.

Un'altra di Partinico, _Lu zu' Giacumazzu_, la pubblicò tra' suoi _Aneddoti, Prov. e Motteggi_ il SALOMONE-MARINO nell'_Archivio_. vol. II, p. 550, n. III; quella variante si avvicina molto a questa del _Mirchio di Patti_, anzi è quasi la medesima cosa. Altra variante toscana è nelle mie _Novelle pop. toscane_, n. XXXI: _Giucca_.

Nelle _Cene_ di A. FRANC. GRAZZINI _detto_ IL LASCA, c. II, n. II, «Mariotto, tessitore camaldolese, detto Falananna, avendo grandissima voglia di morire, è servito dalla moglie e dal Berna amante di lei, e credendosi veramente esser morto, ne va alla fossa: intanto sentendosi dire villania, si rizza: e quelli che lo portano, impauriti, lasciano andar la bara in terra; onde egli, fuggendosi, per nuovo e strano accidente, casca in Arno e arde; e la moglie piglia il Berna per marito».

Di questa interessante piacevolezza vedi le varianti e i riscontri di R. Köhler nell'_Orient und Occident_, I, 434 e ne' _Göttingische gel. Anzeigen_, an. 1868. p. 1368.

=N. 51.= In una serie di avventure attribuite a Giucca in Toscana, ve n'è una inedita, che si racconta così:

«Senti, Giucca: va' a far da legna, che un c'è da accendere il foco». Questo Giucca piglia la su' miccina e va' far le legna, e sale su una querce. Va per tagliare il ramo, e stava dalla parte che doveva cascare in terra. Passa un frate: — «Oh Giucca!» — «Oh!» — «Tu caschi, sai! se tu fai a codesta maniera a tagliare le legna.» — «Mi dica, padrino, quando morirò io?» — «Alle tre corregge d'il tu' asino». Giucca finì di tagliare il ramo; casca il ramo e lui gli va dreto. Giucca, quando fu in terra: — «Oh! me l'aveva detto quel frate che cascava; se mi dovessi rifare, 'un vorrei cascare più; ma ancora non muoio sino che il mi' asino 'un ha fatto tre corregge».

La storiella continua, su per giù come la nostra.

=N. 59.= La tradizione è viva, ed ecco come corre in Vittoria e Comiso, secondo una versione raccoltami in italiano dal Guastella:

=Ciaramuntanu cciù!...=

«Era tempo di vendemmia, e c'era un chiaro di luna che rallegrava. Un villano di Chiaramonte, ma di quelli che hanno le orecchie lunghe, se ne tornava al paese, a cavalcioni dell'asinello, in mezzo a due corbe di uva fresca, spiccata allora allora dalla sua vigna.

«Vito (in Chiaramonte si chiamano tutti _Vito_) era allegro e cantava, ed ecco che un gufo accovacciato sopra un cipresso cominciò a cantare in modo sì pietoso che parea gli si spiccasse l'anima. Il povero Vito avea, egli è vero, le orecchie lunghe, ma avea un cuore di papa: e si rattristò del lamento del gufo, e pensò che piangeva forse per fame. Sicchè, vinto dalla tenerezza, gli gridò: «Gufo mio, vuoi un grappolo di uva?» Il Gufo seguitò a cantare: _Cciù._ — «Come! Non ti basta un grappolo? Ne vuoi forse due?» — «_Cciù!_» — «Oh che gran fame che hai! Ne vuoi un paniero?» — _Cciù!_ — «Ma, santa morte! tu sei incontentabile; ne vorresti forse una corba?» — _Cciù!_ — «Va al diavolo! io ho moglie e figliuole, e non posso darla tutta a te».

Notisi che nella parlata di Chiaramonte _più_, in siciliano _cchiù_, si pronunzia _cciù_.

Con qualche differenza corre in Borgetto, secondo una versione del SALOMONE-MARINO, _Aneddoti_ ecc. nell'_Archivio_, v. III, n. XXIX: _Lu Murrialisi e lu Chiò_.

=N. 60.= «Molti anni fa, a Panza, si ruppe la fune della campana, e lo scaccino pensò di metterci un sarmento (_vetecaglia_). Un asino affamato, passando di notte, al chiaro della luna, andò a rosicchiarlo, e fe' sonar la campana. A questo _tin! ton!_ tutti si svegliarono; ed, immaginando incendi, ladri e simili diavolerie, accorsero coi coltelli, coi bastoni, e coi fucili spianati; ma mentre si precipitano addosso alla sventurata vittima, s'ode una voce: «Lasciate stare: si tratta del ciuco di frà Tommaso!» G. AMALFI, _Maldicenze paesane_.

Nella novella LII del _Novellino_ (secondo il testo Gualteruzzi), la quale esce col titolo: _D'una campana che si ordinò al tempo del Ginorea vni_, «il re Giovanni di Atri ordina che sia messa una campana, la quale potesse esser suonata da chi gli chiedesse ragione di torti ricevuti; la fune dopo qualche tempo si logora, ed è sostituita da una vitalba. Un vecchio cavallo è cacciato dall'ingrato padrone, che non vuol più mantenerlo. Avendo fame e giungendo alla campana, mangia la vitalba e la campana suona. Si aduna il consiglio del re, e pensando che il vecchio destriero chieda ragione contro l'avaro signore, si condanna costui a pascerlo, in rimerito de' servigi resigli da giovane».

Il D'ANCONA, che fa questo riassunto della novella nel suo lavoro: _Del Novellino e delle sue fonti_, accenna alle lievissime varianti ed a' maggiori svolgimenti che questa stessa novella ha in altri testi, pur notando le analogie di essa con racconti letterarî e popolari fuori d'Italia. Vedi i suoi _Studj di Critica e Storia letteraria_, p. 320. Bologna, 1880.

=N. 61.= Anche questa piacevolezza è comunissima ai giorni nostri, e mi piace di riferirla, meno spiritosa certamente ma legata ad altre capestrerie, quale me l'ha favorita il sig. G. Crimi Lo Giudice, che la raccolse in Naso sua patria:

«In Ficarra, paese a poche miglia da Naso, si doveva celebrare la festa dell'Annunziata, che è la protettrice; e il procuratore di quella festa, non avendo potuto trovar cera nei paesi vicini, era andato per comprarla in Palermo. Fatta la compra, se ne ritornava sopra una barca a vela; ma, prima di toccar la riva di Brolo, un'ondata di mare, gli bagnò intieramente la cera, ed egli, ritenendo che le candele bagnate non fossero più buone ad illuminare la Chiesa, era così dolente, che per poco non gli scappavan le lagrime. Un Nasitano, che si trovava sulla stessa barca, forse per ischerzo, gli disse, che non valeva la pena d'impensierirsi tanto per cose da nulla, dappoiche il medesimo fatto era accaduto a' Nasitani più volte, ed essi ci avevano rimediato mettendo le candele al forno.

«Giunto in Ficarra, quel povero diavolo fece come gli aveva suggerito il Nasitano, ma le candele nel forno squagliarono, e la festa non potè più celebrarsi.

«Da ciò, dicono i vecchi, nacque il sopranome di _'Nfurnacannili_ dato ai Ficarresi, i quali, com'è naturale, se la legarono al dito.

«Difatti, passato un po' di tempo, un Ficarrese di molto spirito, trovandosi nella Chiesa Maggiore di Naso, mentre il Quaresimalista faceva la predica del _Giudizio_ e gridava a squarciagola: _Nasu, Nasu, unni ti ficcu, Nasu?_ rispose ad alta voce: _'Ntra stu st.... di c....!_ e scappò di corsa per la più breve, senza che i Nasitani potessero raggiungerlo. La stessa notte però, alcuni di essi, frementi di rabbia, andarono in Ficarra, e non potendo far altro, chiusero con altrettanti pezzi di legno, detti _cavigghiuna_, tutte le porte che avevano i cancheri. Si racconta che un certo _Masotto_, il quale aveva una figlia che abitava una casa con due porte, tutte due chiuse da' Nasitani a quel modo, la mattina andava ripetendo: _A mè figghia Anciurina 'a 'ncavigghiunaru davanti e darreri!_

«Tant'è che i _Ficarresi_ vengono motteggiati ancora co' nomi di _'Nfurnacannili_ e _Cavigghiunara_».

Vedi in proposito i miei _Proverbi siciliani_, vol. III. p. 145.

=N. 62.= Ed anche questa spiritosa predica ho udita più volte a pezzi e a bocconi in Sicilia, specialmente da persone di chiesa.

INDICE

Avvertenza di G. Pitrè Pag. 5 1. Verbo, Settimana Santa, Passione e Crocifisso 19 2. La Rappresentazione della Passione di G. C. in Naso 20 3. La Cena del Giovedì Santo ivi 4. Un balbuziente in S. Marco 21 5. La Rappresentazione della Passione di G. C. in S. Filippo 22 6. Bestemmia di uno di Veria ivi 7. Uno di Veria ferito da un colpo di crocifisso ivi 8. Risposta d'un prete di Longi 23 9. Verbo, messa ivi 10. Un prete vestito a messa che insegue un giovane 24 11. Un prete che a messa ricorda i suoi bachi da seta 25 12. Ignoranza canonica d'un prete ivi 13. La lettera d'un suddiacono 26 14. Bollito o arrostito? ivi 15. Effeminatezza ed ignoranza di un prete di Maletto 27 16. Miscellanea 30 17. Una recita dell'Officio divino 31 18. Atto di Fede teologica d'un fratello congregato nella Novara ivi 19. Benedizione data col braccio svelto dal corpo di una femina uccisa 32 20. Un notaro divenuto confessore 33 21. Città di Randazzo in iscena 36 22. Scena seconda ivi 23. Atto di dolore fatto da un moribondo 37 24. Confessore in Marsala 38 25. Morto che ride in Nicosia 39 26. Cappuccini di Nicosia in processione 40 27. Il P. Fortunato di S. Marco uccellato da D. Giuseppe Gallotto 43 28. Copia di una lettera 50 29. Copia d'una lettera 53 30. Copia di una lettera 54 31. Copia d'un biglietto 55 31 _bis_. Altra lettera ivi 32. In Frazzano, terra della Contea di S. Marco 56 33. Motto d'uno di Regalbuto 57 34. La manna del Monte di Trapani ivi 35. Seguenzia della gente di Mongiuffi 59 36. Salve Regina 61 37. Credo ivi 38. Veni Creator Spiritus 62 39. Confiteor 63 40. Varie preci divote ivi 41. Magnificat 65 42. Fragmenti di varie coselle dall'istesso 66 43. Litania ivi 44. De Profundis 68 45. Recitandosi l'ufficio dei morti 69 46. Miserere delli Romiti di Iudica 70 47. Sacerdote in Piazza che ricorda un moribondo 71 48. Le gare di Nicosia ivi 49. Ubbriaco in Regalbuto che dorme nel cataletto 72 50. Il Mirchio di Patti 74 51. Il morto della Giojosa 76 52. Il porco di S. Antonio nella Giojosa 77 53. Donna inflatata 78 54. Motivo di pazienza insegnato da un padre cappuccino 79 55. Vangelo d'un villano di Militello 80 56. Ragazzo che fa testimonianza alla madre d'essere stato alla messa 81 57. Misterij del Rosario nella Chiesa di S. Nicolò di Nicosia 82 58. Esempio 84 59. Barbaggianne in Trapani 85 60. Campana stimata sonare da se sola 86 61. Naso in giudizio condannato da un ficarrese 87 62. Panegirico di S. Antonio di Padova 88 NOTE 99 VARIANTI E RISCONTRI 107

* * * * *

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (avia/avìa, qua/quà, fu/fù e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.