Avvenimenti faceti: Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII
Part 6
Sentite, di grazia, per conferma della mia proposizione quest'altro prodigio, e vederete se io dico il vero si ò nò, e col primo Papa del Vaticano bisognerà che rispondiate: _Non te negabo_ (l'occhio a me, _Sursum corda_). Si trovava in Ancona il padre del nostro _Ante omnia_ Patavino, per essergli stati apposti due misfatti, l'uno per non aver pagato come doveva i Regij Ministri, e l'altro d'aver ammazzato uno. Il padre _Ante omnia_ ciò sentito se n'andò dalli giudici, alli quali così favellò: _Vos saeculorum iudices, et vera mundi lumina, votis praecamur cordium, audite voces supplicum_; e non essendo quelli capaci, doppo due o tre _Pater noster_ si portò all'epitafio, o vogliam dir cenotafio del nostro ammazzato, dove era sepellito, e gli parlò dicendo: _Lazzare, veni foras, et surrexit qui erat mortuus_. Poi l'interrogò chi l'avesse ammazzato: _Responde mihi quantas habeo iniquitates_. Con fetida bocca, _quadriduanus erat_, rispose non essere stato l'uccisore mio il padre di lui; e allora tutto allegro il Santo se ne ritornò via: _Et errare facit in [in]vio, et non in via_. Era dunque di necessità, che questo mio _Ante omnia_ venisse al mondo per mantenitore della fede, e fù di necessità, perchè era condannato reo l'innocente: _Innocens ego sum a sanguine justi hujus_. Fù di necessità, perchè levò d'errore alcuni di questi, che vedevano il padre scandaloso: _Necesse est ut veniant scandala_. Fù di necessità, perchè levò via con quest'occasione gl'odij e mormorazioni de' parenti, e riparò ad altri infiniti mali: _Malos male perdet_. E mi direte che non sia vera la mia proposizione, e che non moralizzo con belli concetti?
E tacete tutti, e lasciate dire a me: Il mio glorioso _Ante omnia_ era di necessità che venisse al mondo; mà non vi fermate in questi chiribizij di poco momento, mà miratelo là qual altro Giosuè, che se quello fermò il sole, che qual cavallo spallato se ne correva alla stalla dell'occidente; quest'ancora [fermò] tanti e tanti soli di peccatori, che se ne andavano all'occidente de' peccati. Era un Moisè: che se quello con verga toccante fece scaturire l'acqua, questo toccata la pietra de' spiritati facea scaturire fuori i demonij, che come lepri fuggivano: _Dæmon lepra fugiunt_.
Mà chi veggo? non hò tempo di mostrarvelo or un angelo, or un profeta, perchè già s'avvicina l'ora di fare il gallospaccio al cielo, onde per non morire tra noi Zoccolanti (o gran torto! quasi non fossimo degni di sì santa compagnia) si fece portare in una stanza del suo confessore, vicino al monastero delle monache. E qual cosa t'indusse a far ciò, o bellissimo _Ante omnia_? Tu che eri lo stesso zelo della nostra religione: _Zelo zelatus sum_; e che t'abbiam dato il nome di Maggior Osservante, dove gl'altri l'ànno di Minore per alienare: _Si conditionem suam faciat meliorem_. E forse facesti meglio cangiar tua condizione con andare là per esser meglio governato che frà noi? Avverti che sono poverelli, nè ti potranno soccorrere conforme al tuo bisogno; ti senti forse svogliato, e la t'invij per ricrearti con un pò di cialde, ciambellette e mustaccioli? Potevi però dirlo al reverendo padre Guardiano, che l'averebbe mandato a pigliare. Nessuna di queste cose lo mosse, o Sig.ri. Volete sapere per chè cosa ciò fece? Perchè egli era stato confessore e vergine, e perciò volle morire in una stanza del confessore di quelle vergini monache, onde con raggione potrai implorare: _Regina Confessorum, Regina Virginum, ora pro nobis_.
Mà se l'hà colta il nostro _Ante omnia!_ E dove te ne voli lasciando quà giù noi, o padre? A godere, tu mi rispondi: _Gaudete in Domino, semper iterum dico gaudete_. Tu che eri tanto amator della mortificazione, non sapevi trattenerti un poco più, e non andartene così presto? Non eri quà giù qual candela che illumini tutti noi altri che caminiamo nelle tenebre delli splendori del mondo: _Erat lux vera quæ illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum_. O come ben dissi candela? Attenti al senzo tropologico e paraglifico, come dicono gl'eloquenti; avete osservato mai una candela quando è nuova, e comincia ad ardere? La tenete sovra un candeliere, o d'un altare, o nell'anticamera de' Principi: _Ut luceat omnibus, qui in domo sunt_, e doppo che è logorata più della metà, e che ne resta tre o quattro dita, vi resta per meccolo della lanterna; così era la candela del nostro _Ante omnia_, che doppo d'esser logorato ne' candilieri de' pulpiti e confessionali e di tante altre penitenze. Iddio se l'acchiappò questo meccolo per farlo ardere in cielo: _Venit cum lanternis et facibus comprehendere eum_.
Mà non sij chi si disperi per la sua partenza, poichè non è vero che c'abbji abbandonato, anzi di là sù siamo per riportare la luce delle sue grazie della celeste candela, come vediamo che chi a lui si raccomanda in cose sode e rilevanti, egli a nessuno le niega: _Facienti quantum in se est, Deus non denegat suam gratiam_. Parli chi era ridotto a vedere ballare i barrattini, come si suol dire, e in un subito gli fù restituita la sanità: _Egri surgunt_. Parli chi per la perdita d'un occhio era divenuto fiorentino, e per intercessione del nostro _Ante omnia_, avendolo ricuperato diviene italiano; parli chi a dispetto de' giudici portava la storta ed altre infermità nelle gambe, acciò quello non andasse prigione, o in galera gli furono cavate. Parli ch'avea perduto qualche cosa, e confessi subito, che gli fù restituita per sua intercessione: _Membra resque perditas petunt_. Parlino i giovani, che iti a caccia, ànno recuperato i cani smarriti: _Accipiunt iuvenes et cani_. E giacchè, gloriosissimo _Ante omnia_ pronosticato dal gran profeta Atanasio, fai ritrovare le cose perdute, giacchè qual meccolo t'accendesti nella lanterna del cielo, favorisci ancora a me, che hò perduto il filo del mio discorso, non perchè sia sazio, mà perchè vedo storcere quest'idioti di ritrovarlo, e a costoro che m'ascoltano, fagli copia di tua intercessione: _Veni sante Ante omnia, reple tuorum corda Cassanensium, mihique optatam gratia tribue_. Io di già l'ò ottenuta la grazia. Voi dunque, che già alla promessa fatta vi ò condotti alle pantanelle della gloria del nostro _Ante omnia_, fatecci a vostro piacere una trippata di divozione, che bon prò vi faccia. E siccome quando s'abbevera qualche animale per farlo saziare con più gusto gli si ciuffola, così giacchè _Animalis homo non percipit ea que Dei sunt_, il signor organista gli farà una ciuffolata d'organo nel proseguire la messa cantata, e quando ciascuno si sarà abbeverato, a bon conto faccia quello che fò io, che me ne vado di galoppo alla stalla della mia cella, per invogliarmi nello strame del mio riposo.
FINE.
NOTE.
[13] Nicosia nella provincia di Catania.
[14] Pari a L. 5 e cent. 10.
[15] «Giovanni, non ti muovere i calzoni (cioè, non toccare i calzoni), altrimenti si guasta la Passione». Evidentemente si vuole imitare il dialetto di Nicosia, il quale è del gruppo gallo-italico, ed il popolo siciliano lo ritiene francese.
[16] Naso, comune della provincia di Messina.
[17] Questa, di dar del santo al diavolo, è una delle bestemmie più grandi e più comuni in Sicilia.
[18] Bronte, nella provincia e diocesi di Catania.
[19] _Crastu_, castrone.
[20] Signore, ho fatto la cena ecc.
[21] _Lacciata_, scotta.
[22] S. Marco, comune nella prov. di Messina, e nella diocesi di Patti.
[23] «S. Filippo d'Argirò», o Aggira, comune nella provincia di Catania, e dal 1816 nella diocesi di Nicosia.
[24] Non so che comunello sia questo _Veria_.
[25] Longi, comune della provincia di Messina e nella diocesi di Patti.
[26] _Minni_, va meglio scritto _mi nni_, me ne.
[27] Capri, comune della provincia di Messina e nella diocesi di Patti.
[28] _Manganello_, dim. di _mangano_, ruota grande con cui si cava la seta dai bozzoli.
[29] Aci-Catena, comune nella provincia di Catania, allora nella diocesi di questo nome, adesso in quella di Aci-reale.
[30] Maletto, comune della provincia e diocesi di Catania.
[31] Cioè, come il vescovo non avesse sospeso _a divinis_ questo prete così ignorante e spropositato.
[32] Lo stuzzicavano, lo eccitavano.
[33] Cioè, a stuzzicarlo.
[34] Tutto il giorno trasportò tegoli.
[35] Intendi, all'ufficio divino di _prima_.
[36] Volendo parlare italiano, questo improvvisato oratore sacro mette la _d_ dove è la _r_ come suole spesso il popolo quando vuole italianizzare. Le sue parole dicono: «Vedete, figliuoli, quanto siamo miserabili! Chi dovea dire a costei che nel (_ntra du_, tra lo) meglio de' (_di di_, de li) suoi capricci dovesse restare, come le bestie, ammazzata nella campagna? Impariamo a spese d'altri ad addrizzare i fatti nostri».
[37] _Prevenghi a mio compare_, avverta mio compare. _Confessionario_ confessionale.
[38] Scrivetene la informazione, sig. Notaio: ha detto tre volte _mbè_.
[39] Cioè, deve eseguirsi una sacra rappresentazione.
[40] Era il tempo della immunità ecclesiastica, ed il reo, per iscampar la Giustizia, potea bene rifugiarsi in luogo sacro. Ecco perchè alcuni degli attori della sacra opera pensarono di «mettersi in salvo sù la chiesa». Storico è oramai il modo proverbiale: _Pigghiari la chiesa di pettu_, per significare: mettersi in salvo dopo di aver commesso un delitto, dato fondo alle proprie o altrui sostanze, rimanendo debitore, ecc. ecc.
[41] _ Lu Diavulu_, intendi: Colui che dovea rappresentare, nell'opera sacra, il diavolo ricevette il Viatico; colui che dovea far da angelo, prese la fuga; il Cristo si rifugiò nella chiesa.
[42] _Requiem aeternam dona ei Domine, et lux perpetua luceat ei._
[43] _Paternò_ ecc. padre, no. Il confessore poi risponde col proverbio: _Cu' è vistu_ (o _Cu' 'un è vistu_) _e 'un è pigghiatu, 'un pò ghiri carzaratu_ (Chi è visto e non è preso, non può andare in carcere).
[44] _Cipollazza_, sicil. _cipuddazza_, e più comunemente _cipuddazzu_, è la _scilla maritima_ di Linneo, pianta acre e fortemente irritante.
[45] Nelle processioni de' frati Cappuccini portava la Croce un terziario, e non già un chierico con cotta come presso altri Ordini religiosi. Essa era gigantesca (e perciò forse vuota di dentro) e senza pallio od ornamento alcuno.
L'autore qui nota come nella provincia monastica de' Cappuccini di Messina fosse una eccezione, cioè che nelle processioni reggesse la croce un chierico con cotta, e che dalla croce, piccola anzichè no, pendesse un pallio.
[46] Chè vi darò una buona ricreazione, un gran divertimento.
[47] La voce _gnuri_, che in Palermo si dà a' cocchieri, in alcuni comuni si usa per _signuri_, signore; e si prepone a' nomi di parentato: _Gnuri patri, gnura matri_; e si dà anche agli ecclesiastici come qui: _Gnuri patri Furtunatu_ ecc.
[48] Da scriversi: _Talè ccà_, guarda qui, furbacchiuolo! _Mulaccinnottu_, alterato da _mulacciuni_ (mulotto), e questo da _mulu_, e si dice in senso cattivo.
[49] _Nichiarisi_, v. intr., indispettirsi, corrucciarsi.
[50] Dio non voglia che ella s'infreddi; io me ne vado.
[51] _Undi mi m'arricogghiu_, dove ritirarmi, ricoverar questa notte. Notisi il _mi_ caratteristico de' dialetti siciliani del Messinese, del quale nel mio _Saggio di una Grammatica del dialetto e delle parlate siciliane_ (_Fiabe_, vol. I, p. CCX) scrissi: «Il _mi_ sta ora per _che_, congiunzione, ora per semplice ripieno, come nelle frasi: «Voli _mi_ ci trovu un cunfissuri» (Milazzo). (Vuole _che_ gli trovi un confessore). «Voli _mi_ mi pigliu la risposta (Novara). (Vuole _che_ mi pigli la risposta) ecc.»
[52] _Vattindi_ ecc., vattene, dunque, con una nave di diavoli! Oh guarda che rompiscatole! _Pesta amara, pesta di c..._, vale rompimento di scatole, seccatura, molestia insopportabile.
[53] Non vi adirate, signorino, chè me ne vado.
[54] Affacciatevi, chè c'è qui il sig. D. Paolo!
[55] Tu, figliuol mio, sei tu giovane o diavolo? Oh guarda che rompimento di capo! Che diavolo vuoi? Vuoi tu lasciarmi dormire?
[56] _Ed iu l'aju carriatu_ ecc., ed io l'ho condotto (qua) da lei per fare un atto di affronto.
[57] Signorino, dunque io fraintesi.
[58] Bricconcino, se io ci vengo, ti vo' dare la strenna (te lo vo' fare un regalo; ti vo' picchiare di santa ragione).
[59] Procuro (fo di tutto) di lasciarvi le ossa per morirvi.
[60] A questo mulo, a questo figliuol di p....
[61] Cercando Aricchiazzi, (nome di uno che dovea aver le orecchie grandi).
[62] Dalla stranezza.
[63] _Caniglia_, crusca.
[64] Allora io scossi la cesta di paglia. _Gistru e gistra_ dicono nel Messinese e nel Catanese.
[65] Il pollaio.
[66] Modo proverbiale notissimo, che vale: Il più costa più del meno.
[67] Dallo, presso.
[68] Intendi, che hanno acquistato un gran prezzo.
[69] Questo ho maneggiato (l'ho sperimentato) sopra di me.
[70] Ci perdo il ranno.
[71] Buon pro gli faccia! e bisogna far coste da balena (sopportare in pace, ingozzarla).
[72] Questa lettera nel ms. non è numerata.
[73] _Matichesa_, per _matrichesa_, madre chiesa, chiesa principale di un comune.
[74] Il frate.
[75] Finalmente gli domandò se gusterebbe.
[76] Nel Manuale per lo studio della lingua latina.
Probabilmente qui allude ad un manuale scolastico di latinità, notissimo a quei giorni.
[77] Mongiuffi o Mungiuffi, comune della prov. di Messina, nel circondario di Taormina.
[78] Raccuja nella prov. di Messina, diocesi di Patti.
[79] Dalle parole di esso _Credo_.
[80] _Raccujto_ per _raccuioto_, di Raccuja.
[81] S. Agata di Militello, nella prov. di Messina e nella diocesi di Patti.
[82] Regalbuto, nella prov. di Catania, oggi diocesi di Nicosia (allora di Catania).
[83] _Saccufiari_, tambussare, zombare.
[84] La Pia Unione di S. Matteo in Palermo detta del _Miseremini_ ha per istituto di suffragare le anime del Purgatorio.
[85] _Caparrunassu_, pegg. di _caparruni_, furfantaccio.
[86] _Ruminarsi_ qui usato per _dimenarsi_, al quale corrisponde il sic. _arriminàrisi_.
[87] Leggi _Giojosa_, e più sotto _gioiosano_. Giojosa, comune della prov. di Messina, diocesi di Patti.
[88] _Insirtàstivu_, indovinaste.
[89] Adesso, quando quell'animalaccio spetezza. _Ddarmalazzu_, va scritto: _dd'armalazzu_.
[90] Signore, se ne andò a raccogliersi i fichi.
[91] Montagna reale, comune nella prov. di Messina, nella diocesi e nel circondario di Patti.
[92] Metaforicamente significa: Volea godere di sentirla spetezzar forte (come una batteria nei fuochi artificiali).
[93] _Nàutra picca_, ancora un poco.
[94] La villa Butera in Bagheria, comune a 9 miglia da Palermo, è una delle più cospicue di quella contrada.
[95] La _Cannita_, tenuta e Casa già dei Gesuiti nel territorio tra Ficarazzi e Misilmeri. Oggi è una tenuta privata, e, abolita l'a. 1860 la Compagnia di Gesù in Sicilia, appartiene ai signori Villa, Siciliano ecc., che ne fecero acquisto.
[96] _Sustriu_ per _sustiniu_ o _sustinni_, sostenne.
[97] Andai in chiesa, e v'erano molte persone, e lì all'entrata, c'era un truogolo d'acqua (_fonte dell'acqua santa_), e di esso s'insaponavan la fronte (_si segnavan con l'acqua santa_); e io andai, e mi lavai la fronte (_mi segnai_); poi uscirono dalla sagrestia molti preti con le camicette (_cotte_) addosso; poi altri due preti, anch'essi col saltambarco (_tonacella_) rosso, e finalmente veniva il padre Arciprete col saltambarco (_pianeta_) rosso e la pastoia (_manipolo_) al braccio.
VARIANTI E RISCONTRI.
=N. 2.= Una variante di quest'aneddoto raccolse in Borgetto e pubblicò nell'_Archivio per lo studio dalle trad. pop._, vol. III, p. 572 n. XXXI, il SALOMONE-MARINO, (_Aneddoti, Proverbi e Motteggi_) col titolo: _La finzioni di la Passioni a Murriali_. S. Giovanni lancia occhiate e mezze parole alla Maddalena; il Cristo, padre di questa, lo avverte per due volte che la lasci stare: _Giuvanni, lassa stari a Maddalena_. Alla terza, svincola un piede dalla croce, e giù un gran calcio sul muso a Giovanni, che cade sullo steccato, e si rompe la testa.
La sacra rappresentazione finisce tra schiamazzi e atti scandalosi.
L'aneddoto corre in tutta l'isola e fuori.
=N. 7.= «Mentre uno pregava il Crocifisso, questo si staccò dal muro e lo colpì in testa. Guarito, il _cafone_, per prevenire un male futuro, fa tante crocettine di legno e poi le batte ogni giorno. Una volta lo vede un amico e gli chiede: — «Che fai?» — «Educo queste crocettine da piccole, perchè, grandi, non mi facciano male!» G. AMALFI, _Maldicenze paesane_, nel _Giornale Napolitano della Domenica_, anno I, n. 39. Napoli, 1882.
In Sicilia corre la seguente storiella, da me raccolta e pubblicata tra le mie _Fiabe, Novelle e Racconti popolari sicil._, v. III, p. 183:
=Lu Paraturi.=
«Un paratore di chiesa parando un giorno una chiesa, e volendo passare una fune tra le gambe di un vecchio Crocifisso, cadde e rimase tanto malconcio dal Crocifisso cadutogli addosso, che in capo a pochi mesi ne morì. Nelle ultime ore di sua vita, fu chiamato ad assisterlo a ben morire un prete, che, dopo averlo confessato e comunicato, mise fuori un piccolo Crocifisso esortando il moribondo a raccomandarsi a Lui. Il povero paratore non volle saperne, e quando il prete insistette per sapere il perchè di tanta ripugnanza, il paratore gli raccontò brevemente il fatto della caduta, ed il male che glien'era seguito per ragione del Crocifisso. — «Ma quello — gli osservò il prete — era un Crocifisso grande, mentre questo qui è molto piccolo»: ed il moribondo: «_Lu lassassi_ (lo lasci) _crisciri a ssu crucifisseddu, e vidi_ (ed ella vedrà) _si 'un addiventa cchiù piriculusu di chiddu_».
Questa storiella di Palermo è una variante di quest'altra raccolta in Ficarazzi:
=Firrazzanu e lu Cunfissuri.=
«Firrazzanu nn'avia fattu quantu Cinchedda, e 'na jurnata cadìu malatu, e la pigghiau bona. 'Nca, cci chiamàru lu cunfissuri pi cunfissàrisi e cuminicàrisi. Vinni lu Parrinu, e cci accuminzò a diri: «Firrazzanu figghiu mio, cc'è morti e vita, e lu Signuri veni pi grazia. Pensa quantu cci nni ha' fattu a Nostru Signuri!...» Si vôta bottu 'nta bottu Firrazzanu: — «Sissignura: ma una chi mi nni stà facennu a mia, 'un mi la pozzu scurdari cchiù». _Fiabe, Nov. e Racc. pop. sic._ v. III, pag. 180.
Una variante palermitana, data per istorica, è in CAMINNECI, _Brevi cenni storici, biografici-artistici delle maschere siciliane in Palermo che vissero dal 1750 in poi, e di quelli_ (sic) _esistenti sin'oggi_, p. 27. Palermo, Barravecchia 1884.
=N. 9.= L'Agatuzza Rao mi ha raccontato un aneddoto simile: «Lu zu Jàpicu Zappa 'na vota scinnìa di lu sò sulàru, e avìa (parrannu cu rispettu) lu càntaru 'n manu, e la curuna ammugghiata a lu pusu pi dirisi lu rusariu. A lu scinniri, si stava sdirrubbannu; e pi scanzari di fari rumpiri lu càntaru, si rumpìu la curuna; vôtasi arrabbiatu: _Pi quasanti stu binidittu càntaru, rumpivi la mmaliditta curuna!_»
(Questo Giacomo Zappa si chiamava Badalamenti, ed era nativo di Carini, e morì su' sessant'anni prima del 1860).
=N. 10-11.= Richiamano agli aneddoti di quel Prete di Prizzi (prov. di Palermo), che, celebrando messa e voltandosi per dire _Dominus vobiscum_, vede che la neve caduta a falde ha fatta bianca tutta la parte visibile della porta spalancata della chiesa, e dice: _Minchiuni, comu nivica!_ (Per bacco, come nevica!). — E un'altra volta, pur celebrando messa, ode che una tale litiga con la madre sua per affari domestici, e voltandosi pel _Dominus vobiscum_, dice a voce alta: _Zitta, bagascia, cà mè matri ragiuni havi!_ Vedi SALOMONE-MARINO, _Aneddoti, Prov. e Motteggi_, nn. XXXII e XXXIII. _L'Arcipreti di Prizzi:_ e _Lu Cilibranti di Prizzi_, nell'_Archivio_, vol. III, pp. 573-75.
=N. 13.= Si narra di un giovanetto, che, ammonito dal maestro di far la pausa ad ogni punto o virgola o ad altro segno disgiuntivo, nol faceva mai; però il maestro l'obbligò un giorno a ripetere con la voce, dopo letta la parola, i segni tutti d'interpunzione. Il giovanetto eseguì, ma a certo punto capitatogli un bucolino (_pirtusiddu_) di un tarlo, che avea distrutto la sillaba _pro_ della parola _profeti_, il giovanetto disse: _C'è un pirtusiddu, e feti_ = V'è un bucolino, e puzza (Trad. di Borgetto).
=N. 17.= In Palermo è tradizionale la recita del rosario che si faceva ogni sera in casa di una povera famigliuola del Borgo, (in via Gottuso) chiamata Lombardo, donde il titolo di _Rusariu di Lummardu_. Eccone qua un saggio, che è uno de' «misteri gloriosi»:
«Gesù già risuscitau, E di morti triunfau,
(_Peppi, statti cuetu: 'un scuitari a Vanni......_)
E di (_da_) re d' 'i triunfanti,
(_Peppi, a tia dicu!_)
Scarzarau li Patri Santi. O gran Vergini Maria, Mi rallegru assi cu tia.
(_Ciccu, lèvati 'a burritta!_)
Patrinnostru, chi stati 'n Celu, sia santificatu lu Vostru nnomu, vegna a nui lu Vostru Regnu (_Rosa, 'i livasti i piatta? — Sissignura, matri_) sia fatta la Vostra vuluntà comu 'n Celu accussì 'n terra. (_E cc' 'i mintisti 'nt' 'a gasena? Sissignura_). Dàtinni oggi (_chiss chiss! 'A gatta!... Càccia ssa gatta, ca si licca 'u mecciu d'a cannila!..._) lu Vostru pani cutiddianu...»
E via di questo passo.
=N. 25.= «D'un Procidano si riferisce, che, bagnatosi per la forte pioggia un agnellino, lo mise ad asciugare in un forno scottante. Il poverino strepitava e digrignava i denti, e l'infornatore sclamava: — «_Cumme ride lu beccu fijuto; nce trova refrigerio!_» E l'agnellino morì ridendo.» G. AMALFI, _Maldicenze paesane_.
Nel _Giucca_ toscano, uno sciocco inforna la mamma o la nonna per farla ridere. Vedi le mie _Novelle popolari toscane_, n. XXXI. (Firenze. Barbèra 1885).
=N. 29.= Ecco in che forma corre comunemente in Sicilia la lettera:
_«Carissimo Padre,_
_Vi dovea scrivere morto, e vi scrivo vivo. In questo paese vi è una grande epidemia, che il Signore_ (il Viatico) _va per le strade strade come un diavolo. Vi mando un poco di salsiccia fatta dalle mie mani di porco. Sono andato al mulino, ed ho trovato la giumenta orba di un occhio; e così spero sentire di Vossignoria._
_Vostro figlio»._
La soprascritta sarebbe stata questa:
Alle riverite mani di mio Padre Palermo.
Giunta questa lettera all'ufficio di destinazione, gl'impiegati postali discutevano chi potesse essere questo padre; ma uno di essi più pratico degli altri osservò che se il padre era dello stampo del figlio, la lettera la troverebbe di sicuro.
_Lupus in fabula._ Viene un tale e domanda: «Signore, ci son lettere di mio figlio?» — «Ecco qua» dice il _postiere_; e gli consegna la lettera in discussione; la quale andava proprio a lui.
Nel libretto col titolo: _Raccolta di aneddoti, barzellette, doppi sensi, frottole e facezie; aggiuntovi il pranzo immaginario di 500 cognomi_ (Firenze, Tip. di A. Salani [1870]) a p. 31 si legge:
«Un giovane di un paese di provincia fra le altre cose che chiedeva per lettera a suo padre, vi fu questa: _Mi manderete pure un poco di salciccia fatta con le vostre mani di porco_».
=N. 41.= Ecco il principio di un _Magnificat_ da me udito molte volte dalla bocca di una donnicciuola nella Chiesa di S. Francesco di Paola, in Palermo:
Magnifica arma mea Sdomino. E va satannu lu spiritu smeu, Di smeu salutari Sdeo. Cu' fici la ficu magna incrèpiti nzesti E lu santu nnomu di Jesu.
=N. 43.= Svariatissime e tutte bizzarre sono le mistificazioni popolari delle _Litanie Lauretane_. Comica di molto è quella chiaramontana del _Vestru, Scene del pop. sicil._ (Ragusa, MDCCCLXXXII) del GUASTELLA, p. 53-55.
Non meno comica è quella di Cianciana favoritami dal Comm. Gaetano Di Giovanni e raccolta dalla bocca di Angela Maria Perzia vedova Bosciglio, intesa la _Scocchilla_, ed anche _Centumilia e centu_, perchè suol far da capo nella recita del Rosario del SS. Sagramento, ov'è il ritornello;
E centu milia e centu E lodamu 'u Sagramentu:
Questa litania comincia così: