Avvenimenti faceti: Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII

Part 2

Chapter 23,761 wordsPublic domain

D. Isidoro Lo Proto della Terra di Maletto[30], già morto in Bronte, ove solea abitare nel 1727 in circa. Quest'uomo fù un uomo da bene; mà tanto effeminato, che filava, tesseva, e s'impiegava nelle faccende proprie delle donne, qual'erano lo allievar galline, aver cura di pulcini, trattandoli delle maniere proprie donnesche; ed anche la voce sua s'assomigliava a quella delle donne; era ancora d'intendimento corto come le donne. Gli venne in testa di farsi ministro ne' sagri altari, e già n'andò in Messina per il Suddiaconato; mà essendo egli molto scarso di lettere, fù subito riprovato: non perciò disanimossi, mà tornando all'altra ordinazione in Messina con un carico di presciutti per regalarlo a chi potea promoverlo, ottenne l'intento di entrare negl'ordini sagri. Tornato al paese, e addimandato se fosse stato ordinato, rispose che se avesse portato più presciutti, avrebbe fatto ordinare il somaro che l'avea portato in Messina. Morì un giorno la sua madre; egli, mentre il cadavere della defonta era attorniato di donne, che, secondo il costume antico, tenevano il lutto con lamentazioni e con lagrime; situossi in mezzo ad esse con una tovaglia negra sul capo, dando in gridi e gemiti più dell'altre femine. Costume questo che osservollo nell'altre morti di altre sue congionti. Or questi arrivato già al sacerdozio, coll'uso del dir la Messa erano tante le smozzicature e li salti che non arrivava alla decima parte quella Messa che diceva. Soleva servirlo a Messa il chierico D. Mario Schillerò, che s'era tant'imprattichito della Messa del Proto, che anche dormendo ve la recitava. Io in sentirla lo pregai che me la scrivesse, e quello mi compiacque, ed è tale quale quì la trascrivo.

_In nomi Patr artara Dei._ _Judica me do scarsa gente uno doloso me_ _Emitte luce sme asserunt in monternacula tua._ _Confitebor tu sturba sme._ _Gloria Patri, e Spiritu Santu._ _Introibo in nomine Domini._

_Confiteor potenti B. M. sempri Micheli Arcangelu, beatu Battista, santis frates piccati niuri certionorbo, opere me culpa. Iddiu pregu beati onnes Santi Patri a D.nu nostru Misereatur vestri pervostra misera eterna. Indulgenza assolvi piccaturu onni corsu D.nu._

_Deus tu misericordia tua._

_Dominu estra oratiom mea._

_Dominus obiscu. Oremus. Offeru nostru santu; Santoru reliqua sunt peccata mea_. Leggeva poi strapazzatamente l'Introito, _Kirieleison etc., Gloria in eccersi Domini meu, lamustè, andamustè, licistè in potera Patri ammè_.

Collette e Lezioni.

_Munda ori meu, mandasti, miseri evangeriu mutasti._

_Jube Dos corde me._

_Credo in de Onnipotenti Jesu Cristu, ed è spatrunatu saluti, et homo fattus est, crucifissu secundu scrittura in Ecclesia rationi vinti seculi ammè._

_Per omnia sicura, securorum etc._

_Vere dignu me justu mest nos tibi sempri supprici confessioni dicenti Santu, Santu, Santu. Hæc dona, hæc munira nlibata Papa nostru: Mementu Domini famularu, undè emors Dominu. Ostiampura, ostian santa, ostia maculata._

Con questo tenore arrivava alla consegrazione e proseguiva dopo d'essa sino al _Pater noster_.

_Per onnia, securemus dicere. Pater_.

Comunicatosi e detto il versetto del _post comunio_, _Domine Sobiscu. Oremus._ Quando diceva Messa de defonti, cominciava l'orazione doppo la communione; _Animalibus quesumus Domine etc., Benedica vui meniput in Deu Patri e Spiritu Santu. Secundu Giuvanni. In principio era verbo, do, das, do, das, era verbu, e verbu ncaru factum est gratia e viritati_.

Stimai io questa maniera di Messa una caricatura del chierico Schillerò, che me la scrisse, mà in sentirmela confirmare da migliori sacerdoti e gentil'uomini del paese, restai stupito, perchè non l'avessero sospeso[31].

16. Miscellanea.

Il sacerdote D. Mario Spitaleri in Bronte era un uomo di poca entità, mà zelante; prendea però le misure questo suo zelo dal suo naturale poco riflessivo. Quindi li Brontesi spesso lo stizzavano[32], per prendersi gioco delle sue proposizioni e delle sue impazienze. In un giorno il Tesoriere della Cappella del SS.o Sagramento, unito ad uno de' Deputati della medema Cappella, cominciarono a toccarlo[33], e specialmente sopra la sua cappellania. Era il D. Mario Cappellano della Chiesa di S. Marco, situata in campagna, sopra un pogetto esposto ai venti, che col loro impeto spesso faceano saltare le tegole di quel tetto; montato egli non saprei se in zelo o in collera cominciò a riprenderli che mandassero a male i frutti delle rendite pingui della Cappella, e poi soggiunse: _Vui autri incappastivu cu l'altari di lu SS. Sagramentu, e vi lu mangiati vivu e mortu, ed illu [è] chiusu in mezzu a quattru tavuli e non parra; ma ju ncappai cu chill'armali di S. Marcu, chi tuttu lu jornu carriu canali[34] in collu._

Tanto a me il sig.r Barone D. Filadelfo Papotto.

17.

Trovavasi in un'altro giorno il sudetto D. Mario Spitaleri su d'un pogetto, volgarmente detto da' Brontesi il Pojo della Colla, in campagna, ove cominciò a recitarsi l'_Offizio Divino_; ed era arrivato a prima[35], quando capitò ivi l'Arciprete suo nipote D.r D. Mario Franzone, _e chi c'è sigr Ziu_? gli disse l'Arciprete; il D. Mario avea cominciato: _Deus in adjutorium_ etc., [e] rispose subito: _Lassatimi stari, jam lucis orto sidere: gran diavulu: Deum præcemur supplices, ut in diurnis actibus, nos servet a nocentibus: grandi diavulu di scecca._ L'Arciprete tornò a dimandargli: _Ch'aviti, chi ci fù?_ Ed egli, il D. Mario: _E chi voghiu aviri! Sta santa scecca non m'à lassatu diri stu diavulu d'offiziu: Linguam refrenans temperet_ etc. L'azzioni del sudetto sacerdote sono celebri in Bronte.

18. Atto di Fede Teologica d'un Fratello congregato nella Novara li 17 Aprile 1739.

Fu giorno che toccava farsi la solita congregazione secreta per profitto de' Fratelli congregati, i quali per esercitarsi negl'atti delle 3 Virtù Teologali, esce in mezzo or l'uno, or l'altro a fare uno di questi atti. Toccò ad uno d'essi far l'atto di Fede, e genuflesso in mezzo alla Congregazione proruppe in quest'accenti: _SS. Patri, iu cci cridu chi stati in Celu, ed ancora lu vostru SS. Fighiu, comu motrici di tutti li cosi; iu cridu, mà non cridu beni, pirchì senza la Fidi non pozzu iri in Paradisu, ne ad autra banda; la Fidi è fimmina, chi pozzu diri? lu Vicerrè manda un ordini, e non è obbedutu; dunca non è_. Qui due o tre Fratelli cominciarono a ridere, ed il Padre della Congregazione fù necessitato che finisse. Uno d'essi era sacerdote; lo scrisse e lo consegnò a me, e colle medesime parole qui l'ò trascritto.

19. Benedizione data col braccio svelto dal corpo d'una femina uccisa.

Il sig.r Ignazio Lo Presti sentendo che fuori la terra di S. Marco nella campagna s'era ritrovato il cadavere d'una femina assassinata, accorse cogl'altri a vedere l'assassinio, e appunto trovarono quella sgraziata tutta ferite, una della quale era stata sì grave tra la spalla e braccio che stavan questi due membra congionte per un pezzetto di pelle rimasta sana. Allora il sig.r Ignazio va per maneggiare quel braccio e appena toccatolo si svelse subito dalla spalla, perchè eran tre giorni che quell'infelice era stata ammazzata, e perciò incominciando ad infracidirsi, quella pelle distaccossi dal suo busto; in avere già libero nelle sue mani il sig.r Ignazio quel braccio, alzatolo in aria cominciò a dire ai circostanti: _Viditi, fighioli, quantu semu misedahidi! Cui c'avia a didi a chista chi ntra du meghiu di di sò capddicci avia a distadi comu li bestij ammazzata ndra la campagna? Mpadamu a spisi d'autrudu ad addrizzari li fatti nostridi_[36]. Avrebbe voluto più proseguire a perorare; mà perchè non _habebat usum_ a raggionare di Dio, gli finì la polvere a poter colpire i cuori, e ritornandosi quel braccio di quella uccisa peccatrice nelle mani, alzò come se fosse una reliquia di S. Agata o di S. Agnese, e poi dicendo: _Benedicat vos Omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus_. Fatt'il segno della Croce con quel avanzo opprobrioso di quell'infame cadavere, gittato addosso a quel corpo assassinato, e partissene movendo a risa quei circostanti, i quali tanto più si diedero a cacchinare, quanto più il sig.r Ignazio pareva loro compunto, tanto ridicolosa era la specie che n'aveano.

Tanto a me i conoscenti del detto lo Presti.

20. Un Notaro divenuto Confessore.

Facea la Missione in una piccola terra il celeberrimo padre Andrea Genovese della Compagnia di Gesù, e in quei giorni santi arrivò all'arciprete un'editto del suo prelato, in cui gl'ordinava che pubblicasse a beneficio della sua pieve il Giubileo conceduto dal Papa con tutte quelle grazie solite concedersi in cotai giubilei, tra le quali si communicava la facoltà d'assolvere da peccati etc. _regularibus et secularibus_. L'arciprete restò sorpreso a queste parole, perchè religiosi nella sua terra non v'e n'erano; dunque interpretò la mente del Vescovo, che intendeva parlare nel _regularibus_ di quei pochi preti, che l'ajutavano a pascolare il gregge a sè commesso; nel _secularibus_ che si dasse podestà ad altri laici ch'in quella congiuntura divenissero coadjutori de' preti; «ma qui in questo piccolo paese non ve n'è che un solo intelligente, a cui possa io commetter la cura d'ascoltare le confessioni; tutti gl'altri sono contadini di esercizio, ed ignoranti per professione; dunque bisogna che io prevenghi a mio compare il notajo, affinchè a buon ora per di mattina si trovi in chiesa e nel confessionario[37], per aggevolarmi in quest'importantissimo impiego». Escie di casa ancorchè l'ora della notte si fosse avanzata, si porta alla casa del notajo, bussa la porta, si fà a sentire ch'avea a conferire con lui un'affare di somma importanza; impallidì il notajo quando a quell'ora vide in casa sua l'arciprete, che con tanta premura voleva parlargli, nè sapea dove andasse a parare una parlata così segreta; si ritirarono in un angolo della casa, si piglia lume, e poi consulta il caso _pro regularibus et secularibus_; gli spiega la sua sopradetta interpretazione, e quegli rasserenato rispose che non potea esser più savio il sentimento da quello ch'era uscito dalla sua bocca. «Dunque, ripigliò l'arciprete, sig.r compare, voi conoscete meglio di me questi terrazzani; nessuno tra tanti si ritrova che possa adempire meglio di voi il confessore; abbiate dunque la bontà di portarvi a buon'ora in chiesa; sceglietevi quel confessionario che più vi piaccia; e voi ed io confesseremo le donne, quei due sacerdoti come giovani farò che confessassero gl'uomini». Il sig.r notajo vedendosi promosso ad esser confessore senza esser ancor sacerdote, poco potè dormire in quella notte allo riflettere a tant'onore. Sicchè prima che si fosse aperta la chiesa, ei aspettava dietro le porte, poi sedendo _pro Tribunali_ divenne di lancio Confessore e Pontefice, assolvendo tutti quei casi quantunque spinosi con tale franchezza che non l'avrebbe fatto il Papa: nel meglio delle sue fatighe comparve in chiesa il padre Andrea Genovese per celebrarvi la santa Messa, e scopre nel confessionario ad uno col collare della casacca amitato alla spagnuola, e stimandola una illusione degl'occhi, attua maggiormente lo sguardo, e gli scuopre la lunga zazzara rovesciata sull'orecchie per non essergli d'impedimento all'udito, e compartendo dall'uno e dall'altro lato assoluzioni a quelle femine accostate intorno al sig. notajo, che anelavano i suoi santi documenti, che l'avesse creduto un Penitenziere di S. Pietro o di S. Giovanni Laterano. Sbalordì il padre Genovese ad una tal vista, e senza dir nulla entrò in sagrestia, si fece chiamar l'arciprete, e ritiratolo in disparte, lo fece inteso della temerità del notajo. Quel dottissimo Parroco senza esitare rispose non esser quella temerità del notajo, mentre viene abilitato ad una tal carica e dal Vescovo e dal Papa, e subito escie dalla saccoccia l'editto, e si facea forte su quelle parole, _pro regularibus et secularibus_. Bisognò spiegarcele il padre Genovese, e non gli costò poco il persuaderlo a far uscir da quel tribunale di penitenza il compar notajo, avvertendolo ch'era tenuto all'inviolabil segreto di tutto ciò ch'avea udito da quel luogo, e avvisando tutte quelle femine che si riconfessassero, essendo nulle le loro confessioni fatte con uno, in cui non v'era ne la podestà dell'ordine, e molto meno quella della giurisdizione. Sarebbe meno deplorabile un'ignoranza sì crassa, se si fosse trovata in quella sola terricciuola. Troppo ella è palpabile in tante altre terre e città, non solo del nostro Regno, ma di tanti altri, de' quali si contano successi assai più luttuosi di questo.

21. Città di Randazzo in iscena.

Nell'insigne città di Randazzo fu rubbata una mandra di crastati; il padrone interessato fece rivelo al Capitano; quel signore avendo fatte molte indagini per aver notizia alcuna degl'autori del furto; mà riuscirono vane; premuroso il Capitano, e dall'istanze della parte e del proprio onore, per non esser proseguito dalla regia Gran Corte s'appigliò ad un mezzo termine; ordinò che fosse portato alla sua corte uno degli rimasti crastati; arrivato, sede egli col suo maestro notajo _pro tribunali_, e dimandò al crastato chi fosse stato il ladrone ch'avesse rubbata quella mandra? Il povero animale nulla rispondea perchè nulla sapea; ordinò che se gli dasse la corda per sapersi, a via di tormenti, chi fosse stato il ladrone; quella bestia appesa belò per tre volte. Allora il Capitano rivolto al Notajo gli disse: _Scrivitinni l'informazioni, sù Notaru: à dittu tri voti mbè_[38].

22. Scena Seconda.

Si doveva fare nella detta città un'opera sagra[39], ed avevano avvisato le vicine terre e città se volessero intervenirvi, e furono loro prefissi i giorni ne' quali dovesse rappresentarsi. In quei medesimi giorni capitò in Randazzo un delegato, non saprei se dalla Gran Corte, o del Tribunale del Patrimonio; e comechè alcuni dei recitanti si trovavano imbarazzati in quei conti reggij, giudicarono altri fugirsene da Randazzo, altri mettersi in salvo sù la chiesa[40], uno ancor de' personaggi gravemente ammalossi. Alla vista di tanti sinistri accidenti, si videro in debito i sig.ri Randazzesi di riavvisare i convicini paesi a farsi quell'opera sagra, e per render più sonoro un cotal avviso mandarono un tamburo, il quale doppo aver battuto la cassa in ogni capo di strada gridasse in questa forma: _Oh chi a Randazzu l'opera non si fà! Lu Diavulu si cumunicau, l'Angilu si ni fuiu, lu Cristu pighiau la cresia_[41]; batteva di nuovo la cassa, ed andava a cantare in un'altra strada la medesima canzona, che meritò d'esser cantata per tutti i secoli.

23. Atto di dolore fatto da un moribondo.

Il sig.r D. Giuseppe Gallotto fù chiamato in S. Marco per ajutare a ben morire un vecchiarello villano per cognome Sgurbio, e trovando il moribondo cogli sentimenti espediti ebbe campo d'insinuargli alcuni documenti spirituali; e quel buon'uomo a modo suo corrispondeva alli buoni impressioni. _Orsù_, gli disse il padre Gallotto, _ziu Sgurbiu, facemu un attu di contrizioni, e dimandamu a Diu perdunu di li nostri piccati_; e lo Sgurbio: _Si sig.ri ora vegnu_: era egli rivoltato dall'altro fianco. Cominciò a muoversi pian piano per rivoltarsi verso il Gallotto, ed in ogni piccolo moto si lagnava, e racchietato prorompe in questa finissima contrizione: _Iecu lasmaterna duna sdomini e lu sperpetua luci a sdeu_[42].

Tanto a me lo stesso D. Giuseppe Gallotto.

24. Confessore in Marsala.

Un religioso in un convento della città di Marsala, già avanzato in età, era la rovina dell'anima di quei giovanastri libertini. Sapevano essi che assolveva dalla parte sua di pena e di colpa qualunque grave eccesso senza applicar loro nessuno spirituale rimedio; sicchè quelli impunemente correano come pulledri indomiti per tutte le praterie de' loro capricci. Veniva il tempo del precetto, o di qualche festa sollenne; l'andavano a trovare a buon'ora anche nel letto, bussavan la porta; egli rispondeva: _Cu è ddocu? — Iu, lu N. N., — Trasi, chi cosa voi? — Mi voghiu cunfissari. — Ginocchiati. — Confiteor Deo et tibi, mea culpa, mea culpa. — Chi cosa ai fattu? — Aju bastuniatu ad unu_. Il confessore: _Chi diaulu facisti? passa avanti — Aju itu a la tali casa; aju avutu una fimmina schetta_. Il confessore: _Ora chistu è n'autru diaulu, passa avanti. — Aju rubbatu tali e tali cosa_. Il confessore: _Ti vitti nuddu? — Paternò. — Nè vistu, nè pighiatu non pò andari carsaratu; passa avanti_[43]; ed uditi tant'altri eccessi, alzava la mano con l'assoluzione, non per proscioglierli, mà per maggiormente incatenarli ne' loro peccati.

Tanto a me il padre Lorenzo Spezzapane ed il padre Marino marsalese.

25. Morto che ride in Nicosia.

Un villano della medesima città di Nicosia, venendo dalla campagna, nell'inverno più crudo, fù assalito per istrada da una tempesta di tuoni, lampi, grandini e venti così freddi, che miracolo fu che non rimanesse morto in mezzo della via; arrivò alla sua casetta in atto che la moglie stava per infornare il pane, mà arrivò così sparuto ed interizzito, che non potea spiccare una parola, tanto gli s'erano serrati i denti, nè potea più scioglier un passo. La semplice moglie credendo di far un buon complimento al marito, per farlo rinvenire lo collocò dentro al forno, e serrò la bocca per farlo così ristorare, ed ella impiegossi ad accomodargli il letto, e fare altre masserie nella sua casa. Di là a qualche tempo mandò la figlia a vedere come se la passasse il suo padre; accorre, aprì il forno, e vide il padre colli denti di fuori; subito andò dalla madre a dirle che il padre non parlava, mà rideva. — «Sì, figlia, si consolò perchè ti vide.» Così contenta la madre e la figlia, di là ad altro poco di tempo tornarono, e trovatolo che seguitava a ridere lo richiesero se si sentiva ristorato; quegli non rispondeva, mà rideva; finalmente dal vederlo senza moto lo riscossero, e comparve senza senzo; lo sfornarono, e lo trovarono senza vita. Quest'è lo giudizio che han le femine: nell'istesso amare uccidono, e nel voler far bene cagionano l'ultimo di tutti i mali, verificandosi il detto dello Spirito Santo: _Melior est iniquitas viri, quam mulier benefaciens._

26. Cappuccini di Nicosia in processione.

Riuscì molto cruda un invernata, non mi ricordo appunto in qual anno, e molto più in Nicosia, città situata nell'alto, e però più esposta all'inclemenza dei tempi. Passato il mezzo aprile, cominciò ivi ad addolcirsi la stagione, ed in una giornata che si fece vedere sgombro di nebia il sole, D.n Vincenzo Modica unito con un'altro sacerdote suo pari, per godere più agiatamente d'una solicchiata, se n'andarono nella selva de Cappuccini. Appena s'erano posti a sedere sù quelle tenere erbette, vedono ed odono le grida d'un padre cappuccino, che da una fenestra del convento caricava di mill'improperij quei due sacerdoti, trattandoli per lo meno da ladri; sbalorditi quelli al turbine di tant'ingiurie, risposero con mansuetudine esser ivi venuti, non per dar molestia ai padri, mà per ricrearsi dell'amenità di quel luogo; ed egli soprapigliandoli trattolli da indiscreti, sapendo che i padri Cappuccini vivono di limosina, contentandosi di poco pane accattato di porta in porta ed agli, vengono ad assassinar loro quei poco ortaggi, che sono la delizia di quei padri. «Padre, noi non siam venuti quà per rubar caoli ed insalata, che con un bajocco che spendiamo nella nostra piazza possiamo riempirne il ventre di due cavalcature. Ch'avete, che fate così.» — «Andate via, ne state a torci quello che non ci date.» Bisognarono cedere alle malcreanze que' civili sacerdoti, [e] ben carichi di mill'altre ingiurie, se ne andarono via. Il Modica però si stabilì di farli costare troppo cara una tale bravata, e andava penzando alla maniera, e al quando dovea disimpegnarsi; mà non passò molto che gli si offerì opportuna la congiuntura. Cadde nel seguente maggio la festa del _Corpus Domini_, che da per tutto si sollennizza colla più pomposa processione; i padri Cappuccini sogliono in quella sera cenare molto a buon'ora, indi per non succedere loro nella lunga processione qualche necessità corporale, tutti vanno ai luoghi communi, o ne abbiano o nò il bisogno, e si provedono questo frà loro; è un uso inveterato. Provisti che sono, tutti escono colla loro Croce in processione, e vanno alla Chiesa madre per collocarsi in quel luogo che lor tocca. Sapendo tutto ciò il Modica, buscò una o due cipollazze[44], il di cui sugo, se tocca l'umana carne, è così acrimonioso che fà gonfiarla, e le stuzzica un prorito spaventoso che necessita l'uomo a stropicciar la parte già tocca, mà non con altro profitto, se non con accrescer magiormente il prurito. Mentre dunque i Cappuccini tutti erano nel refettorio che cenavano, ebbe modo egli di segretamente salir sopra, stropicciò quelle cipollazze nell'orlo de buchi de luoghi impregnandoli bene del sugo consaputo, e parte via senza che nessuno di lui si fosse accorto; poi avvisò il suo amico, e si misero al posto fuori la Chiesa madre, come se vedessero passare la processione; mà propriamente per vedere passare i Cappuccini; ed ecco che compariscono ben composti, e tutti modestia secondo il suo solito. Passarono le compagnie e le confraternità; tocco il primo luogo tra tutti i conventi ai Cappuccini; entrarono nella chiesa già riscaldata col fiato di tanti, e molto più colla copia de' lumi, essi riscaldati col moto del convento fino alla chiesa, dentro d'essa finirono d'accendersi, e però cominciò con più di veemenza ad operare quel diabolico sugo, mettendo un prorito infernale nelle gonfie posteriora. In chiesa alla presenza di tant'ecclesiastici e di tante donne non misero mano all'opera i buoni padri, mà in uscir di chiesa perderono a poco a poco la pazienza; da prima brevemente dava or l'uno or l'altro colla mano una stropicciata, e tutto era lo stesso che attizzare magiormente il prurito con quella grossa lana, sicchè si vedeano de' Cappuccini chi teneva dietro la mano destra, chi la sinistra, in somma tutti passavano da una mano all'altra la candela accesa che tenevano, e l'altra mano libera impiegavano a dare ajuto, o, per dir meglio, ad irritare quell'inaspettato ed insolito prurito. I padri ed i fratelli davano questo tormentoso refrigerio al lor male, mà il chierico che portava la Croce, da cui pendea il palio (quest'è l'uso de' padri Cappuccini nella provincia di Messina, ch'il chierico con cotta, mà non il terziario, porti la Croce[45], non grande come quì, ma somigliante a quella degl'altri conventi col palio pendente, benchè lavorato di filo bianco, e non di seta) non avea questo commodo d'adoperare le mani impiegate tutte due a sostener la Croce, e però in ogni due passi dava due calci e caminava; non potendo finalmente più soffrire, nella prima manzione che si fece nella processione, appoggiò le posteriora al muro, e quello che non potevan fare le mani sostituì quella parete, in cui s'incontrò a fare la sua parte. La gente che vedeva i padri Cappuccini in quella forma, ne sapeva il perchè? non sapeva che penzare; altri attribuivan ciò ad effetto di rogna, altri dicevan: Mà Dio buono, tutta la communità è così mal'infetta! Altri: Che maraviglia se quest'è un'infermità contagiosa! — Mà tutti, ripigliava qualche altro, anno quest'infermità nella medema parte? Il Modica, però, ch'era l'autore di questo morbo, era crepato di ridere, e senza confidarsi in alcuno; godeva d'una tal vista, e specialmente di quel padre indiscreto che fù a lui tanto ingiurioso. Dopo alcuni anni raccontò a me quanto di sopra stà scritto; quale cosa se sia stato di lode o di biasimo, io nol decido; solo l'ò raccontato, perchè la cosa e veramente ridicola e potrà servire ad ogn'uno d'avvertimento e non aggravare ad alcuno de' nostri prossimi, potendo da essi riportare pregiudizij maggiori.

27. Il Padre Fortunato di S. Marco uccellato da D.n Giuseppe Gallotto.