Avvenimenti faceti: Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII

Part 1

Chapter 13,615 wordsPublic domain

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Nota del Trascrittore

[V] = versicle (versetto)

[R] = response (risposta)

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CURIOSITÀ POPOLARI TRADIZIONALI PUBBLICATE PER CURA DI GIUSEPPE PITRÈ VOL. II.

AVVENIMENTI FACETI

RACCOLTI DA UN ANONIMO SICILIANO

PALERMO LUIGI PEDONE LAURIEL, Editore 1885.

AVVENIMENTI FACETI

RACCOLTI DA UN ANONIMO SICILIANO NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XVIII

E PUBBLICATI PER CURA DI

GIUSEPPE PITRÈ

PALERMO LUIGI PEDONE LAURIEL, Editore MDCCCLXXXV.

_Edizione di soli 200 esemplari ordinatamente numerati_

N. 114.

Tip. del _Giornale di Sicilia_.

A TOMMASO CANNIZZARO

IN MESSINA

_Questa Raccoltina di aneddoti, fatta da un messinese, va di ragione offerta a Voi, che della provincia di Messina siete il più dotto ed intelligente raccoglitore di novelle e canzoni popolari._

_Nè che poco io vi dia da imputar sono,_ _Che quanto posso dar, tutto vi dono._

_Vostro aff.mo_ GIUSEPPE PITRÈ.

AVVERTENZA

Il manoscritto di questi _Avvenimenti faceti_ è nella Biblioteca Nazionale di Palermo (segnato XI. A. 20), e mi fu dato a vedere da quel gentile Bibliotecario Capo che è il comm. Filippo Evola, tanto benemerito degli studi bibliografici in Sicilia.

È in-16o piccolo, rilegato in pelle di montone, di cinquantasette carte (escluse tre bianche), pagine centotredici; e porta per titolo: _Avvenimenti | Faceti | Per mantenere in ame-|nità innocente le one- | ste recreazioni, | Raccolte | In diverse città e | Terre di questo | Regno_. La scrittura ne è nitida e chiara senza un pentimento: il che induce a ritenerla copia di un originale smarrito o distrutto.

Chi ne sia l'autore, non so; ma dalla natura dei fatti che egli ama di raccontare, tutti o quasi tutti di argomento ecclesiastico, con personaggi di chiesa e con particolari della vita di sacerdoti secolari e regolari, può ritenersi un prete o un frate predicatore della provincia di Messina, e probabilmente della Terra di S. Marco. Non altri che un ecclesiastico poteva occuparsi esclusivamente di persone di chiesa, discorrerne con piena conoscenza di abitudini, di occupazioni ordinarie, di offici divini e di altre cose siffatte; non altri che un predicatore, forse uno de' così detti quaresimalisti, poteva, nel passato secolo, recarsi da un _vallo_ all'altro[1], girar mezza Sicilia, e trovarsi in grado di udire, dalla bocca di amici e di conoscenti, piacevolezze e storielle di Longi (prov. di Messina) e di Bagheria (prov. di Palermo), di Regalbuto (prov. di Catania) e di Marsala (prov. di Trapani), per non dire di Naso, Patti, Montalbano, Novara, Mongiuffi, Nicosia, Aggira, Bronte, Randazzo, Termini. Come appare da vari luoghi egli viaggiava e scriveva nella prima metà, e propriamente nel quarto decennio del sec. XVIII[2]; anzi nel n. 40 è ricordato, senz'altro, «quest'anno 1738[3]»; e chi non ignora le condizioni civili e morali della Sicilia in quel tempo, e le difficoltà di recarsi da un punto all'altro di essa, giudicherà se, guardato al genere dei racconti, altri, che non un frate o un prete, potesse fare quel che fece il nostro.

[1] La Sicilia era allora divisa amministrativamente in tre valli; e le gravi difficoltà di locomozione fecero nascere la frase proverbiale, non registrata in nessun vocabolario: _Jiri d'un vallu all'àutru_, andare da un luogo all'altro lontanissimi tra loro.

[2] A pag. 63 si legge: «Varie preci divote solite recitarsi da S.ro N. N. moniale vechhia di molta semplicità nel monastero di S. Giovanni in Regalbuto attualmente vivente _in questo anno 1738_».

[3] Gli _Avvenimenti_ coi nn. 5 e 15 si riferiscono all'anno 1722, ma il n. 33 al 1735, il n. 57 al 1736, il n. 18 al 1739, il n. 36 _bis_ al 1741. Solo il n. 29 è del 1747.

Che poi egli fosse, come oggi si direbbe, della provincia di Messina, non c'è ombra di dubbio, non tanto per il numero di fatti che egli racconta di quella provincia, e particolarmente di S. Marco, dove egli potè fermarsi di più[4], quanto per il dialetto in che egli scrisse, e che è del gruppo messinese. Laonde, senza dire del _vermu di la sita_ (per _vermi di la sita_, baco da seta) che il Caglià ebbe cura di notare[5], del _mi_ nella frase _undi mi m'arricogghiu_ e di altre voci simili, giova rilevare la forma caratteristica di quel gruppo, cioè la _d_ indocile di assimilazione quando preceda la _n_, forma unica e sola in tutti i dialetti dell'isola, ne' quali non esistono nè si sono mai sentite voci messinesi come le seguenti, che io raccolgo da tutto il libro: _essendu, dicendu, mittendu, vardandu, undi, manda, andari, vindiri, mi ndi vaju, banda, vattindi, quandu_ ed altre.

[4] Vedi i nn. 4, 11, 12, 19, 23, 27, 32.

[5] _Nomenclatura familiare siculo-italiana_, p. 35. Messina, 1846.

La materia del libro è per più d'un terzo tradizionale, non pure in Sicilia, ma anche nel continente italiano, in Francia, Spagna, Germania, Inghilterra ed in altre contrade: aneddoti, cioè, novellette, facezie, burle, motti di spirito più o meno festevoli, più o meno vivaci, che ognuno di noi, tra una brigata di amici, ha molte volte udito a raccontare ed ha raccontato egli stesso come seguiti nel tale o tal altro luogo, in persona del tal de' tali.

In vero, questi fatti poterono bene avvenire qua e là, e ripetersi con circostanze simili o analoghe, o non avvennero mai, e furono spiritose invenzioni di begliumori quando per mettere in burla gli abitanti d'un paese in voce di sciocchi e grossi di cervello, quando per deridere una classe di gente, quando per depreziare il prodotto d'un suolo. Veri o inventati, unici o no, propri o d'altrui, questi fatti piacquero, si raccontarono, e passando di bocca in bocca, di paese in paese, per la innata tendenza del popolo a personificare, a localizzar tutto, si individualizzarono sempre più, acquistando colori e circostanze locali. Così leggendo per avventura le storielle che hanno richiami nella rubrica delle _Varianti e Riscontri_[6], si vede chiaro che molti di questi _Avvenimenti_, tradizionali assai prima che il raccoglitore li scrivesse, erano stati raccolti e scritti da altri in Italia; e che qualcuno ci venne, nientemeno, dall'Oriente, culla d'una gran parte de' racconti che corrono presso i volghi di Europa.

[6] Cfr. specialmente i numeri 7, 25, 50, 60.

Senza esagerare il valore, per altro abbastanza limitato, del presente libretto, vo' rilevare i nn. 1-3, 5 e 22, riferentisi a sacre rappresentazioni in Naso, Bronte, Aggira, Randazzo e, più che altrove, in Nicosia, celebre per la sua _Casazza_, rimasta insuperata finora tra noi[7]; ed il numero 15, che è un nuovo documento da aggiungere alla storia delle prefiche in Sicilia[8]. Parecchi racconti ricordano deplorevoli gare municipali[9], tutt'altro che cessate a' dì nostri[10]; e più d'uno, pei colori locali e per i caratteri personali che offre, conferma l'ignoranza e gli abusi di certi ecclesiastici dell'isola, contro i quali per parecchi secoli gridarono i sinodi e le costituzioni diocesane di Messina, di Patti, di Siracusa, di Catania[11], oltrechè di Cefalù, Girgenti, Mazzara, Monreale e Palermo.

[7] Vedi nel mio volume di _Spettacoli e Feste popolari siciliane_ (Palermo, 1881), lo studio _Delle Sacre Rappresentazioni in Sicilia_, c. III, e D'ANCONA, _Origini del Teatro in Italia. Studii sulle Sacre Rappresentazioni, seguiti da un'appendice sulle Rappresentazioni nel contado toscano_ (Firenze, Successori Le Monnier, 1877), vol. II, p. 296 e seg.

[8] Giova riportare le parole del nostro anonimo: «Morì un giorno la sua madre: egli (_il sacerdote Isidoro Lo Proto della Terra di Maletto_), mentre il cadavere della defonta era attorniato di donne, che, secondo il costume antico, tenevano il lutto con lamentazioni e con lagrime, situossi in mezzo ad esse con una tovaglia negra sul capo, dando in gridi e gemiti più dell'altre femine. Costume questo che osservollo nell'altre morti di altre sue congionti (p. 28)».

Sulle prefiche siciliane vedi SALOMONE-MARINO, _Le Reputatrici in Sicilia_; nelle _Nuove Effemeridi siciliane_, serie II, vol. I, 1874, e D'ANGELO E CIPRIANO, _Intorno alle Prefiche e ad alcune costumanze praticate dagli antichi siciliani alla loro morte_; nella _Nuova Raccolta di opuscoli di autori siciliani_, t. VIII.

[9] Vedi per Veria il n. 6, per Nicosia i nn. 1, 25, 26, 49, e poi i nn. 34, 50, 59, 61.

[10] Cfr. GUASTELLA, _Canti popolari del circondario di Modica_, p. LXXXVI e seguenti (Modica, 1876) e _Di Tommaso Campailla e dei suoi tempi_, cap. II, (Ragusa, 1880) i miei _Usi natalizi, nuziali e funebri_, p. 58 (Palermo, MDCCCLXXIX); _L'Amico del popolo_ di Palermo, an. XVIII, n. 113; il _Giornale di Sicilia_, anno XVI, n. 228, e più che altro, varie delle _Fiabe, Novelle e Racconti pop. sic._, serie II (Palermo 1875).

[11] Particolarmente i sinodi del 1588, 1621, 1648, 1663, 1681, 1691 in Messina; del 1567, 1584, 1687 in Patti; del 1623 e 1668 in Catania.

L'edizione è fedelmente condotta sull'originale, e ne conserva la grafia tutta fino alle strane abbreviature ed agli accenti. Forse trattandosi di un ms. d'un secolo non lontano avrei potuto essere meno scrupoloso; ma confesso che non ho saputo farlo[12], considerando che gli scritti altrui vanno pubblicati come sono, e che la forma materiale d'una scrittura rivela, non meno che la sostanza di essa, la mente dell'autore. Nel caso nostro l'autore è uno de' tanti mediocrissimi scrittori siciliani del secolo scorso, il quale nel suo dettato conserva più o meno fedelmente le forme del dialetto, senza preoccuparsi di stile e di lingua; ma, in compenso, ha un po' di quella schiettezza ed ingenuità che spesso manca agli scrittori d'arte.

[12] Quello che mi son permesso è la punteggiatura, difettosissima nell'originale.

Avrei anche potuto lasciar da parte le pagine contenenti il _Magnificat_, la _Sequenza dei morti_, le _Litanie_ e gli altri inni e preci latine solite recitarsi in chiesa; ma il latino in bocca al popolo è documento di demopsicologia, ed è un notevole contributo allo studio delle etimologie popolari, che oramai si avvantaggiano degli importanti lavori di Gustavo Andresen per la Germania, di Nyrop per la Danimarca, di Karlowicz per la Russia, di Palmer per l'Inghilterra.

Di note illustrative ho voluto esser parco; e la rubrica delle _Varianti e Riscontri_ ho limitata, com'è mio costume, a sole cose italiane edite. Ma siccome ora l'una ed ora l'altra di queste capestrerie si raccontano alla giornata, così qualcuna di esse, come variante inedita, mi è piaciuto di riportare a documento della loro popolarità, ed a svago onesto di chi legge. Nell'indice ho creduto di apporre di mio i titoli ai racconti che nell'originale non ne hanno.

_Palermo, 1 Gennaio 1885._

G. PITRÈ.

Avvenimenti Faceti Per mantenere in ame- nità innocente le one- ste recreazioni

Raccolte In diverse Città, e Terre di questo Regno.

1. Verbo, Settimana Santa, Passione e Crocifisso.

In Nicosia[13], rappresentavano con personaggi vivi la Passione di Nostro Signore; per la Crocifissione pigliarono un uomo dozzinale, il quale quando fu l'ora di salire sù la Croce si tolse i calzoni, e li ripose al pie della Croce. Chi rappresentava S. Giovanni, s'era accorto, che nelli calzoni v'erano tarì dodeci[14], e destramente col piede procurava di allontanare dalla Croce i calzoni, per poi far quella preda. Il Crocifisso, che non guardava altro dal suo patibolo che quei calzoni; in accorgersi dell'astuzia di Giovanni, in cambio di proferire qualcheduna di quelle sette celebri parole, gridò ad alta voce, e disse: _Giov.e, non ti riminè cù li causun, cha si nò si guasta la Passiun_[15].

2.

In Naso[16] similmente facevano una rappresentazione della Passione di nostro Sig.e; quello che rappresentava il Crocifisso era un uomo dozzinale; a piedi della Croce v'era Giov.e e la Maddalena, ch'era figlia di quello che rappresentava il Crocifisso. Or la Maddalena, come ch'era giovina di mediocre aspetto, tirò e i sguardi, e gli amori di quello, che rappresentava il Giov.e, il quale con gesti e con altri segni sollecitava la Maddalena a corrispondergli; quando se ne accorse il Crocifisso, parlò a Giovanne, e gli disse: _Giovanni, lassala stari a Maddalena._ Vedutosi scoverto, Giovanne si rasciugava, fingendosi addolorato per il grande spettacolo; mà appena s'accorgeva che il Crocifisso rivoltava altronde lo sguardo, tornava Giov.e ad intendersi d'amare colla Maddalena; mà che? Ecco il Crocifisso ripigliò: _Santu Dià![17] Giuvanni, lassala stari a Maddalena._ Finalmente al 3.o assalto dato dal Giov.e alla Maddalena, scese da Croce il Signore, ed impugnando uno di quei gran chiodi d'essa, pretendea scaricarlo contro Giovanne, il quale per mettersi in salvo lasciò il Calvario e corse nel piano; ed il Crocifisso d'appresso perseguitando a Giovanne; e quella tragedia di dolore mutossi in comedia di riso.

3.

In Bronti[18] quell'Arciprete fece al solito la Cena nel Giovedì Santo. Un uomo semplice e mandraio di professione, intenerito per quella funzione, se ne andò al gregge del suo padrone, e scelse dodeci crasti[19]; indi per fare a quelli la lavanda de' piedi, ad uno ad uno li prese, e li mise nella caldaja dell'acqua bollente; d'un subito saltarono a quelli l'unghie; si resero incapaci di stare più in gamba. Intenerito poi quel semplice di quella funzione che avea fatto, tutto compunto con le lagrime agli occhi, comparve innanzi al padrone, e dimandato della cagione del suo lagrimare, rispose: _Sig.ri, aju fattu la Zena[20] comu lu Patri Arcipreti_: non intendendo quegli il mistero che Zena, ripigliò: _Sig.ri_, diceva il mandraio, _lu Patri Arcipreti lavau li pedi a l'Apostuli, ed iu ficcai li pedi di dudici crasti ntra la lacciata[21] essendu iddi li mei Apostuli_. S'infuriò il padrone, e se non era veloce a fuggire, quel pover uomo che avea fatto il Cristo, già averebbe ricevuto la condanna di quel Pilato, di morire anch'egli crocifisso.

4.

In S. Marco[22] v'era un gentil'uomo per nome il sig.r Ignazio Lo Presti; quest'era mezzo bleso, mutando nel parlare la _r_ in un misto d'_r_ e _d_ e la _l_ in _d_. Or trovandosi un giorno della Settimana Santa nella Chiesa del monistero del Salvadore, si faceva ivi una funzione, che si conduceva in un lenzuolo un simulacro di Cristo morto; mentre si cantavano le solite preci, era genuflesso il sig.r Ignazio, e si percuoteva il petto, dicendo: _Perdunu, miu Diu, misericordia_. Intanto passarono avanti a lui i preti; egli in vedere l'imagine di Cristo morto, investitosi d'una gran pietà, alzò la destra, e benedicendo quella sagra figura disse: _Redequiem etednam dona ei Domine; et lux pedpetua luceat ei_, commovendo con ciò tutti a risa; e mutando quella scena di pianto in trastullo di gioco.

5.

Nella città di S. Filippo[23] nel 1727 in circa fecero la rappresentazione della Passione. Prima che salisse in Croce quell'uomo che doveva rappresentare il Cristo, per non patir di sete volle da bere, e appunto gli diedero un barrile; non s'accorsero quelli che doveano scoprire la scena che quell'uomo non era ancor satullato in Croce; sicchè calarono la tela, e li spettatori che aspettavano quella funesta veduta, s'accorsero ch'il Cristo con un barrile in bocca dissetavasi. Vergognandosi intanto d'una tale apparenza, gittò il barrile sù la Maria, la quale compassionante delle pene altrui, ebbe ad essere compassionata per il gran dolore del colpo ricevuto in testa.

6.

In Veria[24] v'è una gran gara tra due chiese e confraternità sotto il titolo dell'Annunziata, e perchè una stà fabbricata nell'alto della terra, e l'altra nel basso, per distinguerle le chiamano la _Susa_, e la _Jusa_. Più volte i sudetti fratelli vennero alle mani. Or in un giorno ripigliandosi tra di loro, uno di quelli villani che portava il Crocifisso non potea rimenar le mani a suo modo contro i competitori, ed eruttò: _Santu Dià! si non avia ddu diavulazzu di ddu Crucifissu, cci vulia fari a vidiri ecc._

7.

In Veria medesima restò mortalmente ferito un fratello da un colpo ricevuto in testa da quello che portava il Crocifisso dell'emola confraternità. Già arrivò all'ultima agonia. Il prete procurava ch'il moribondo facesse quegl'atti dovuti da un cristiano vicino a morte, e portato un piccolo Crocifisso; il moribondo in vederlo si voltò dall'altro lato; si maravigliavano i circostanti per un tale atto, e maggiormente il persuadeano di stringersi col Crocifisso; allora il moribondo disse: _Livatimillu d'avanti, chi chistu picciriddu, quandu crisci divintirà chiù diavulu di sò patri._ Alludendo al Crocifisso della confraternità, che sbattutogli in testa era la caggione della sua morte.

8.

In Longi[25] il sac.te D. Rosario Panghi avea in cura la cappella del Crocifisso. Or il Marchese padrone di quella terra, non saprei che cosa c'avea da dire attinente al Crocifisso. Apprese il sac.te ch'il Marchese avesse voluto disporre di quel simulacro: _Sig.re_, ripigliò il sacerdote: _Lu Crucifissu vecchiu arditivillu, abruciativillu: non minni[26] curu; lu novu, Sig.ri, non voghiu chi mi lu tuccati_.

Ciò lo sapevo per bocca dello stesso Marchese.

9. Verbo Messa.

Il sopradetto D. Rosario Panghi in Longi andò ad una caccia selvaggia in una selva vicina, e per l'ardor della caccia dimorò ben tardi fino doppo mezzo giorno; ed uccisa una piccola troja selvaggia, lieto se ne ritornava, e passando per le ville del sig.r Marchese, padrone di Longi, l'interrogò dove andasse; li rispose: _Signuri, lassatimi stari, chi pri sta beneditta purcedda, aju lassatu la mmaliditta Missa._ Tanto m'à raccontato lo stesso sig.r Marchese.

10.

In Capri[27] v'era un sacerdote assai attaccato all'interessi, ed ogn'anno al fin del nutricato del verme della seta, grano ecc., tante erano le sue sofesticherie con li maestri, ch'uscivano dalle bacce la seta; molti non potendo soffrire le sofistiche pretenzioni del prete, o se n'avevano da fuggire, o restavano in prigione ad istanze del prete, sicchè niun de' maestri voleva servirlo. Or in un giorno di festa radunati alla Chiesa tutte le genti della vicina campagnia, v'era un giovane forastiero, ed interrogato dal prete chi fosse; gli rispose esser un maestro di seta. Il prete l'indusse ad affittarsi con lui e doppo la Messa se ne sarebbono andati al manganello[28]. Ciò concertato andò a celebrare il sac.te, e mentre si vestiva a Messa alcune persone descrissero al giovane le pessime qualità e sofisticherie del sac.te; ciò udito il giovane aspettò finchè arrivasse il sac.te sino all'Offertorio, e quieto quieto partissene. Quando arrivò il sacerdote all'_Orate fratres_ s'accorge ch'il giovane era alquanto distante dalla Chiesa, che se ne andava altrove. Scende dall'altare così vestito alla sacerdotale, escie dalla Chiesa, cominciò a chiamare il giovane; quello si mise in fuga, ed ecco il sacerdote alzandosi le vesti, cominciò a gran passi ad inseguirlo, e durò questo corso per un miglio continuo per quelle campagne, fintantoche arrivati nella Piana di Pietra di Roma tutta fangosa per risate; allora il sac.te disse: _La senti b. f. mi l'ai fattu, mi la paghirai_; e tornossene in Chiesa a proseguir la Messa. Il caso non si seppe se non doppo morte, tenendolo occulto quei sac.ti di Capri per proprio decoro, e facendo ivi che quei laici, che furono spettatori di quella comedia, o più tosto tragedia, tacessero anch'essi.

11.

In San Marco un sacerdote chiamato Muglia diceva Messa in una Chiesa della campagna in tempo di nutricato; in quel tempo due femine in cambio di stare attente a quel tremendo Sagrificio discorrevano tra di loro del nutricato, e facevano le loro querele, che il verme non mostrava fruttare. Egli, doppochè intese molti lamenti, si voltò dall'altare doppoche erano cominciate l'Orazioni segrete, e disse loro: _Non vi maravigliati nò: ancora lu miu vermu ristan cu la spoghia a lu culu._

12.

Lo stesso Muglia si trovava un giorno vestito a Messa nella sagrestia ch'aspettava ch'entrasse un altro Sac.te che diceva Messa per poter uscire a dir la sua. Fratanto due sac.ti conoscendo l'ignoranza e la semplicità del Muglia, si raccapricciarono a far celebrare la Messa, e farle recitare nella Messa di Requiem al sudetto Muglia il Gloria e Credo. Pertanto finse uno di domandare all'altro se v'era Gloria e Credo in quella mattina nella Messa. «Non Signore, rispondeva l'altro, perchè nella Messa di Requie non v'è Gloria e Credo.» Sì, ripigliava l'altro, che nella Messa de' Santi dottori entrava la Gloria e Credo. Or il defonto per cui si celebrava, era stato dottor di Legge; gli toccava questo privileggio. Stava il Muglia a questo gran dubbio coll'orecchio attentissimo, e mostrava di sciogliere il gran dubbio. Quello ch'avea detto, che non toccava a dirsi la Gloria e Credo, mostrò di lasciarsi convincere, e rispose: _Aviti ragiuni: non avia fattu riflessioni, chi lu mortu era Dutturi: ci tocca certa lu Credu e la Gloria._ Intanto venne l'ora d'uscire il Muglia in Chiesa, per dir la sua Messa. Doppo il Khirie dice intrepidamente la Gloria, e doppo l'Evangelio il Credo, e quelli due furono truffatori nell'ingannarlo, spettatori nell'udirlo, e poi derisori nel beffeggiarlo.

13.

Non saprei in qual città o terra della Sicilia, cantandosi la Messa votiva _de Passione Domini_, il Suddiacono sprovisto di quello che doveva cantare, non s'era accorto, che il titolo della sua lezione era guasto, per un buco che v'era nella carta del Missale. Sicchè si leggeva bene: _Lectio Hieremiæ Prophetæ_, mancando della parola _Prophetæ_ la prima sillaba _Pro_. Incominciò dunque la lezione con voce utentica, e disse così: _Lectio Hieremiæ, c'è un pirtusu, e fete._ Quali risa si sollevassero in tall'occasione, meglio è supporle che descriverle.

14.

In Aci Catena[29] v'era mansionario di quella colleggiata il sac.te D. Ignazio Quattr'occhi, al quale toccò una mattina dire l'ultima Messa. La sua madre avea posto in ordine per il pranzo del figlio un bel piccione; mà, non sapendo come lo volesse apparecchiato, spedì un suo nipotino alla Chiesa per domandare allo zio in qual maniera gustasse il piccione. Arrivato alla Chiesa trova in sull'altare lo zio giunto al _Domine non sum dignus_ della sua Messa; e senza abbadare il ragazzino al tremendo misterio, accostasi tutto premura all'altare dicendo: _Ziu, ziu, la nonna voli sapiri comu vuliti lu picciuni: si bughiutu, o arrustutu?_ Il Sac.te stava dicendo la seconda o la terza volta: _Domine non sum dignus_, [e] rispose: _Arrustutu_, prosequendo: _ut intres sub tectum meum._ Fu tanto celebre questo successo, che quando fui la seconda volta in Aci Catena, non solo me lo raccontarono i migliori gentil'uomini di quel paese; ma lo stesso D. Ignazio mel confirmò.

15.