Part 6
— Diciamo dunque le tue idee prestabilite; — riprese il Gonzaga. — Tu devi lasciarle un momento in disparte, per considerare con me la giovinezza di Arrigo. Quel povero ragazzo si è trovato solo, nel mondo, a combattere; più che imparare a custodirsi da certe intemperanze dell'età, è stato costretto dal bisogno a moderarsi, ad osservare, a scegliere la sua via. Ti è mai occorso di vedere dei saltatori, che per aver calcolata troppo lunga una distanza, o anche per assicurarsi contro i pericoli di una caduta nel vuoto, prendessero una rincorsa maggiore del bisogno, e, nell'impeto, nello slancio del salto, varcassero il segno? Così e non altrimenti il mio povero Arrigo; ha fatto maggior provvista di forze che non bisognasse al caso suo. Doveva esser più giovane, egli, che non aveva tempo da perdere nei giuochi e nelle follie dell'età? meno accorto, egli, che dubitava d'inciampare ai primi passi? Ha diffidato, ha temuto; ma era onesta la sua diffidenza, rispettabile il suo timore. Quasi si potrebbe esclamare: _o felix culpa!_ poichè questa esagerazione di sforzo lo ha condotto alla ricchezza: ma questo ragionamento utilitario sarebbe indegno di me, che ti parlo, di te, che mi ascolti, e finalmente di lui, che ha lavorato con coscienza, avendo solamente il torto, lui giovane, di non aspettare la visita e i sorrisi di madonna Fortuna. Egli le è andato incontro, l'ha circuita, vinta e incatenata, sempre per eccesso di precauzioni, per esagerazione di sforzo. Poveraccio! Ma egli è più giovane che tu non creda; ha una retta coscienza ed un cuore ardente, sotto quell'apparenza di freddezza e di calcolo. Ti basti questo: che egli mi ha confessato stamane di essere fieramente innamorato di tua figlia.
— Fieramente! Dici da senno?
— Non ne dubitare, ti prego. Egli lo ha confessato a modo suo, senza abbondanza di parole, con una di quelle frasi concise e risolute, con uno di quegli scatti, di quei lampi, che ti fan leggere nei più riposti segreti di un cuore. Riconosci, mio caro Andrea, che ti eri ingannato sul conto suo. E non potresti anche ammettere che Arrigo avesse lavorato con tanta accortezza a formarsi uno stato, per potersi presentare più sicuramente a te, con più fondata speranza di essere accettato per genero? Ah, vedi? Ti carico alla baionetta. Ma che vuoi? Amo quel ragazzo, che somiglia tanto a sua madre, alla mia povera sorella... e vorrei vederlo felice. Or dunque, amico, la tua risposta! Senatore, il tuo voto!
— Sarà un voto condizionale, — rispose il Manfredi, che non potè trattenersi dal ridere. — In questo caso io non vorrei far nulla, senza avere udito il pensiero di mia figlia.
— È giusto. Ma se tu mi permettessi di parlarne frattanto a lei, con garbo, si capisce, e con la debita prudenza....
— Sei padrone di farlo. Non subito, per altro; non alla baionetta, come hai fatto con me.
— Oh, non aver timore; troverò il momento opportuno. E poi, si tratta di un negozio delicatissimo; non ne parleremo una volta soltanto. Se il mio Arrigo ha dei difetti, dovrà anche lavorare di buona voglia a levarseli. Gabriella è una creatura divina: non si conquista come la fortuna; bisognerà meritarla.
— Tu, ora, guasti il babbo, Cesare mio! — disse il Manfredi, afferrando la mano del Gonzaga e stringendola fortemente tra le sue. — Non guastare anche la figlia, con le tue lodi soverchie.
— Che lodi! Che soverchi... e che coperchi! Io l'adoro, — replicò il Gonzaga, — e voglio, vedi che bella pretesa! voglio che mi ami, come ama te.
— Mi pare che sia una cosa già fatta; — rispose il Manfredi. — Vedila qua, che ritorna. —
Gabriella appariva in quel punto, classica figura biancheggiante tra il verde delle felci e delle latanie borboniche, con le sue belle guance imporporate dagli ardori della danza. Il ballerino (dobbiamo rendere questo omaggio alla verità) possedeva la sua arte, corrispondeva perfettamente a tutti gli obblighi dell'ufficio. Si poteva non trovar nulla da rispondere ai suoi sciocchi discorsi, ma si doveva aver confidenza in lui, quando incominciava a muover le gambe; bisognava abbandonarsi al vortice, descrivere le curve più violente e più rapide, trattenuti e lanciati ad un tempo da un polso d'acciaio, girando come un eccentrico sopra un asse ideale di rotazione, e fuori del centro di figura. Ricordi matematici, andate via! Il ballerino condusse la signorina Manfredi dov'ella voleva, allargò il braccio, fece un inchino, e via anche lui, mentre la fanciulla, resogli il saluto con un cenno del capo, riprendeva il braccio di Cesare Gonzaga.
— L'avete veramente conquistata! — notò la contessa di Castelbianco, che passava allora, al braccio del conte Guidi.
— Come vedete, contessa; — rispose il Gonzaga, accogliendo con un sorriso la celia garbata. — E son venuto di lontano assai, come tutti i grandi conquistatori. —
Cinque minuti dopo, una grande notizia si spandeva per tutto quel piccolo mondo di dame frivole e di cavalierini leggieri. Il ballerino ne aveva buttato là il germe, il nocciolo, l'embrione, senza dare importanza alla cosa, più per vezzo di chiacchiera che per isfogo di malumore, e tutti ci avevano lavorato intorno, aggiungendo, sottraendo, lisciando, adattando. S'era formata come i diacciuoli, sospesi alle gronde dei tetti, quando una goccia d'acqua si rappiglia, un'altra la segue, e via via di goccia in goccia si forma il candelotto; poi l'aria ci si trastulla dattorno, accarezzando, operando di ricamo, di filettatura, di traforo, di cesello e di sbalzo, questo ottenendo coi caldi e quello coi freddi, secondo i capricci e i bisogni, come farebbe un orefice.
Or dunque, ecco qua: il ballerino aveva dovuto conquistare la sua dama, seguendola pazientemente qua e là per le sale, e finalmente strapparla reluttante dal braccio dell'indiano; dopo averla conquistata, non era riescito a farla parlare che in grazia di una lode accortamente data all'indiano, da lei subito battezzato, con insolita energia d'accento, il cavalier senza macchia e senza paura. Ma il valzer era finito, e la dama, che aveva data la posta al suo Baiardo dai baffi grigi, era corsa a cercarlo, a riprendere il suo braccio. Baiardo non era poi vecchio, e ad onta di quei baffi grigi poteva sostenere il paragone con molti giovani, forte, fiorente e maestoso come appariva agli occhi di tutti. Aggiungete che ritornava dal Bengala, dove si era arricchito (insinuava destramente il Ceprani) facendo la guerra agli Indù; che doveva aver posseduto il cuore di qualche improvvida Rani, ottenendone i diamanti e cedendone il principato agli Inglesi; ragione per cui aveva potuto ritornarsene parecchie volte milionario in Europa. Il riccone, il _nabab_, appena giunto in Roma, conquistava tutti i cuori, faceva girare tutte le teste; oramai non aveva da far altro che gittare il fazzoletto, poichè tutte le dame si erano invaghite di lui, incominciando da quella stupenda ragazza, il cui babbo, uomo serio e di salda riputazione, era addirittura incantato, e copriva coi ricordi di un'antica amicizia il desiderio smanioso d'imparentarsi con lui. Ed anche era facile intendere la preferenza dell'indiano. Questi vecchi gagliardi, per solito, s'innamorano delle fanciulle, e non apprezzano la bellezza se non è fresca, come la rosa, delle sue prime rugiade. La fanciulla, dal canto suo, aveva sentito il fàscino e gradito l'omaggio del principe indiano; egli aveva gittato il fazzoletto, ed essa aveva lasciato cadere il tulipano, indizio e promessa di un amore violento. E poc'anzi, dopo il valzer ballato di mala voglia, non aveva essa rifiutato di ballare una polca con un altro fra i più brillanti cavalieri della festa, adducendo a sua scusa che si sentiva un po' stanca? Stanca una fanciulla ai primi balli, eh via! I _lanciers_, almeno, non l'avrebbero affaticata: ma i _lanciers_ (vedete che caso!) li aveva già impegnati con Cesare Gonzaga. Immaginate i commenti! Si sarebbe veduto il sultano eseguire le riverenze, l'avanti e indietro, le diagonali e tutti gli altri passi a contrattempo, che fanno dei _lanciers_ la confusione più amena e la cosa più buffa del mondo.
Immaginate altresì lo stupore, dapprima, e poi la stizza del conte Guidi. Era un tipo curioso, quel conte senza contea. Egli regolarmente andava in tutte le conversazioni, in tutte le feste, dove il suo titolo e la sua eleganza potevano renderlo accetto, e amava ogni stagione un paio di ragazze, con preferenza spiccata per le più ricche borghesi, e, tra queste, per le figlie uniche. Il bel giovane serio, gran cavaliere, parlatore discreto ed efficace a quattr'occhi, non amante delle arguzie, nè dei discorsi chiassosi, solamente disposto a sorrider breve quando sentiva le arguzie e i motti festosi degli altri, faceva allora il suo giuoco doppio. O vinceva la partita, e collocava la sua corona di nove perle sopra un sacco di napoleoni; o la perdeva, e restava con l'aureola di amante sfortunato, ma rispettabile e degno di consolazioni. Qual donna non doveva essergli riconoscente, sapendo di essere stata la sua prima e infelicissima fiamma? Ci sono tanti tesori di pietà, nel cuore di una donna, e si spargono così facilmente, quando la donna è inesperta! Perchè non crederebbe ella, infine, alla sincerità di un affetto che si manifestò nelle forme più nobili quando ella era libera, e che non ebbe esito felice per colpa di circostanze malaugurate, non imputabili a lui?
E Arrigo, frattanto? Arrigo non sentiva nulla, non si accorgeva, non si dava pensiero di nulla. Era andato nella sala di lettura a fumare una spagnoletta e a leggere gli ultimi telegrammi e il listino della Borsa, pronta cagione di parecchie operazioni aritmetiche mentali. Era fastidio delle piccole vanità della festa, o sicurezza del fatto suo? Ci è permesso di accogliere quest'ultima supposizione, senza rinunziare intieramente alla prima. Arrigo si era avvicinato una volta sola, nel corso della serata, alla gentil Gabriella, e aveva anche ottenuta la ricompensa di un sorriso, forse il primo sorriso aperto e sincero, del quale egli poteva chiamarsi debitore alla notizia, saputa quella medesima sera da Gabriella, ch'egli era il nipote di suo zio. Ma egli era un nipote così amato, e così pienamente consapevole di essere aiutato, che potè rispondere con una cert'aria trionfale a quel sorriso amorevole, ritenendosi dal chieder l'onore del solito giro di valzer, di polca, o d'altra figura e tempo di ballo. Già, egli aveva sempre ballato poco, e quell'anno, poi, non ballava più affatto. Un cavaliere, figuratevi! Inoltre, quella sera, mentre un forte guerriero teneva il campo per lui, egli doveva stare più che mai riguardoso. Era fresca la scena in cui una povera donna confusa, amante ancora e pentita, più bisognosa forse di essere consolata che esaudita, era rimasta colpita dalla sua insigne freddezza, e, senza avere ottenuto da lui il conforto di una parola calda, di una lagrima generosa, aveva dovuto riprendere la sua via, in mezzo alle solite ansietà, ai soliti pericoli, sdegnata con lui, ma più ancora con sè medesima!
Dopo i famosi _lanciers_, in cui Cesare Gonzaga non si era mostrato niente più impacciato di tanti altri personaggi eminenti, che qualche volta debbono pure mescolarsi in queste difficili imprese della frivolezza elegante, la povera contessa entrò nella sala di lettura, e trovò modo, passando, di gittare alcune parole all'orecchio di Arrigo, mentre negli atti e nel sorriso mostrava di dirgli una frase gentile, come è l'uso e l'obbligo delle padrone di casa.
— Egli sospetta, badate. Sono stata veduta per via, e devo solamente al caso....
— Lo so; — rispose Arrigo, imitando la sua mimica prudente. — Non vi esponete, vi prego. —
E fatto un inchino, riprese a leggere il giornale che aveva tra le mani.
Ferita al cuore da quel freddo “lo so„ la contessa era andata più oltre, nel vano di una finestra, dove un altro de' suoi convitati, uomo maturo e stracco, tirava le ultime boccate di fumo da un autentico e profumato Manilla. A tempo, fortunatamente, poichè, a farlo apposta, il conte Pompeo entrava allora, insieme col Gonzaga, nella sala di lettura.
— Ah, bene; benissimo! — esclamò il conte Pompeo. — Ecco qui il nostro cavaliere, che legge il listino della Borsa. Quando lo dico, io, che non ci sono più giovani! Abbiamo dovuto ballar noi. Due bei lancieri per altro! —
Arrigo sorrise, approvando, e rimase a discorrere con lo zio, mentre il conte Pompeo, cutrettola eterna, saltellava verso sua moglie, che aveva preso il braccio del fumatore solitario, e lo trascinava con sè, molto maravigliato, anzi a dirittura rintontito, dai suoi graziosi discorsi.
— Perchè ti nascondi, Arrigo? — disse il Gonzaga al nipote. — Io ho fatto finora tutto quanto ho potuto, passeggiando, tenendo a braccetto, perfino ballando, per essere fedele alla consegna. Ma ogni bel giuoco, lo sai, dura poco, ed io ho dovuto lasciare, per un quarto d'ora almeno, la divina Gabriella.
— Ah! ti piace?
— Moltissimo; e perciò, vincendo un certo rimorso che mi aveva preso per una povera donna, approvo pienamente la tua scelta. Vi voglio alle Carpinete per questa primavera.
— Come corri! — esclamò il giovane. — Tu ti fai già in tasca il contratto.
— In tasca, no; — rispose lo zio, rabbruscato; — in tasca io ci ho solamente le cose che mi dispiacciono. Bada, Arrigo, mentre tu stai qui a ragionare con tanta povertà di linguaggio, un altro si è fatto avanti. E pareva non aspettasse altro che di vedermi muovere, il bellimbusto! Un elegante, un tenebroso, tutto languori con le dame, e occhiate spavalde coi cavalieri! A me, anzi, ne ha date parecchie, che volevano passarmi fuor fuori.
— Ah, capisco, il conte Guidi.
— Sarà lui. Stamane, infatti, mi hai detto che quello che ti dava noia era un conte.
— Noia, sì e no. Il fatto è questo, che io non lo temo. È uno di quei vanerelli, tutti infatuati di sè, che sgallettano intorno a tutte le ragazze ben dotate, e non possono sperar nulla, perchè non hanno la croce d'un quattrino.
— Temili, ragazzo mio, questi cavalieri disperati. Chi li distingue ora dai ricchi? Essi rimediano alla mancanza del milioncino con le belle maniere, col sentimento, con la poesia, imparaticcia se vuoi, ma egualmente pericolosa. Questi rivali bisogna batterli nel loro campo.
— Fammi Gonzaga, e trionfo senza combattere.
— Farti Gonzaga! Eh, vedo la coda del tuo ragionamento. Un'adozione?
— Non sono io il tuo unico parente? — disse Arrigo, incalzando. — Non mi ami tu come un figlio? E i Gonzaga di Luzzara hanno da spegnersi anche nel nome?
— Senti! mi ci fai pensare; — rispose lo zio. — Ma questo è anche un curioso momento, per dirmelo!
— Si dice una cosa quando viene in taglio; — rispose Arrigo, niente sconcertato dalla osservazione dello zio. — Quanto al Guidi, io dormo tra due guanciali. Le ragazze, al dì d'oggi, vogliono ben altro che sospiri e grullerie da medio evo!
— Lo vedi? Io ne ho una opinione diversa; almeno di Gabriella; — replicò gravemente il Gonzaga.
— Ebbene, ecco che lei, per intanto, ti dà una graziosa mentita; — disse Arrigo, ridendo. — Gabriella non è stata a sentire i madrigali del conte Guidi.
— Come lo sai, stando qua?
— Stando qua, vedo il temuto rivale che s'avanza, dietro a te, in compagnia di due altri sciocchi suoi pari.
— Tanto meglio; — disse il Gonzaga. — Allora fammi una giravolta sui tacchi, da bravo soldatino, e va in sentinella un po' tu. Finalmente, si tratta della tua felicità.
— Non è conveniente, ora; — rispose Arrigo. — Se quell'altra mi vede!...
— Quell'altra, ahimè! — disse il Gonzaga in cuor suo. — Così le chiamiamo, quando tutto è finito. —
E sospirò, il povero filosofo, che dei suoi nobili insegnamenti non vedeva alcun frutto.
VIII.
Come mai il conte Guidi era venuto via da un colloquio, così lungamente sospirato? La cosa, che parrà strana ai lettori, dev'esser chiarita da noi.
Il conte Guidi si era avvicinato a Gabriella Manfredi, approfittando dell'obbligo di cortesia in cui aveva posto il Gonzaga l'avvicinarsi della baronessa di Gleisenthal, pur dianzi sua vicina di sinistra nei famosi lanciers. Anche il Guidi, come altri parecchi, aveva chiesto a Gabriella il solito onore del solito giro di non so qual ballo che doveva seguire, ed anche a lui quell'altissimo onore era stato negato. Gabriella, per quella sera, non ballava più. La signorina Manfredi era in una insolita e bizzarra condizione di spirito, nella quale un osservatore della “scuola ereditaria„ avrebbe trovato una eccellente occasione per dimostrare che in lei operava il sangue di sua madre. Noi, più timidi in materia di asserzioni, vi diremo semplicemente che Gabriella Manfredi era commossa, turbata, soggiogata da quel fiero e nobile uomo, il quale da tanti anni era tipico in casa sua, e quasi leggendario per lei.
Nelle famiglie qualche volta ci sono, questi numi tutelari e viventi, immagini rispettate e care di amici lontani nello spazio e nel tempo, a cui si ricorre col pensiero nei momenti solenni, di cui si citano i detti memorabili e le azioni virtuose, come se già si trattasse di uomini che la morte ha consacrati e la storia circondati di una aureola luminosa. “Questo egli disse, questo egli fece; conformatevi all'esempio di valor singolare, di onestà incomparabile, di sacrificio sublime„; ecco l'ammonimento dei vecchi, che nel ricordo dell'amico venerato si sentono riviver essi medesimi con la loro fiorente giovinezza, e si dànno con lui in gradito spettacolo alla ammirazione dei figli.
Di Cesare Gonzaga, nelle sue prime relazioni coi Manfredi, noi sappiamo ancora troppo poco. Gabriella non ne sapeva quasi nulla; ma lo aveva sentito citar sempre come un eroe, e quell'eroe, che ella vedeva finalmente, corrispondeva nell'aspetto e nei modi al tipo ch'ella, fin da bambina, se ne era foggiata nell'anima. Egli era anche bello di una forte bellezza, e perfino quei capegli grigi tagliati corti, tirati indietro alla soldatesca, non riescivano a farlo parer vecchio, poichè il bronzeo color della pelle, prendendo risalto da essi, mostrava la pienezza e la maestà della forza. Gli occhi di Cesare Gonzaga, azzurri nella pupilla, biancheggiavano vivaci nel globo, con riflessi e luccicori di madreperla. A guardarli, ci si vedeva la dolcezza e la serenità di un bambino; ma quando li girava intorno, luminosi, iridescenti sul fosco della carnagione, parevano metter faville, ed erano gli occhi di un forte. Gabriella Manfredi ne fu soggiogata. La bontà nella forza è sempre piaciuta in singolar modo alle donne; e Gabriella amava già in quell'uomo forte e buono il primo amico di suo padre, il tipo di cavaliere perfetto ricordato da sua madre.
Il conte Guidi, come vedete, capitava in mal punto anche lui. Alla contessa Giovanna, la signorina Manfredi aveva confessato di studiare quel giovanotto, che le era parso un po' diverso dagli altri; ma in verità aveva confessato più del vero. Per allora non lo studiava più. Si studia volentieri quando si ha libero lo spirito, e questo lo sanno benissimo tutti coloro che non hanno perduta quella onesta consuetudine. E non solo ella aveva smesso di studiare il conte Guidi; ma egli le era diventato di punto in bianco.... Come s'ha a dire? Via, diciamo schiettamente noioso. Nella sua mente, incapace di due contemplazioni, il pensare ancora ad uno studio così vano come quello del carattere di un giovanotto già troppo a lungo veduto e non mai cresciuto nella sua estimazione per grandi fatti, o accenni di magnanime idee, le parve un'offesa, sì, proprio così, un'offesa a quel nobile uomo, che aveva la doppia aureola del soldato di Roma e del cavaliere mondiale. Cesare Gonzaga le arrideva infatti come una luminosa figura d'altri tempi, di quei tempi che hanno sempre l'obbligo di parere e spesso anche la fortuna di essere migliori dei nostri. Anche gli antichi Romani erano fatti così: alle falde del Campidoglio per respingere i Galli e rovesciare le superbe bilance di Brenno; tra i Persi e i Medi, nel lontano Oriente, con le aquile infaticabili e coi prodigi del valore latino.
Il conte Guidi, per altro, non si poteva mandarlo via come il primo venuto. Quel malinconico cavaliere le aveva dette tante cose leggiadre, ed ella le aveva già tanto ascoltate, anche senza commuoversi troppo, che la consuetudine e la cortesia dovevano associarsi a consigliarle un riguardo particolare di benevola attenzione per lui. Lo ascoltò dunque ancora, mentre Cesare Gonzaga si allontanava, discorrendo con altri. Ma il conte Guidi non fu troppo felice, quella volta; anzi, non lo fu niente affatto. Figuratevi che ebbe il torto d'incominciare così:
— Signorina, ahimè, noi non ci siamo più, questa sera.
— O come? — diss'ella, guardandolo con aria di stupore. — Sarebbe forse... altrove?
— Eh? — ripigliò il giovanotto. — Un triste presentimento mi dice che potrei esser cacciato molto lontano.
— Perchè?
— Perchè, — rispose egli, sospirando, — io non sono, come vorrei, un principe orientale, un personaggio delle _Mille e una notte_, un Sindbad, un Aladino, un Arun el Rascid.
— Non so chi siano tutti questi signori, perchè non ho letto il libro; — replicò freddamente Gabriella, che aveva capita l'allusione, — ma mi pare che ella voglia essere troppe persone ad un tempo. —
Il conte Guidi si accorse di essere andato troppo oltre, e ripigliò tutto confuso:
— Perdoni, signorina; in questo momento non so più quel che dico. —
Era ancora un bel modo di escire dal ronco; ma per quella volta non gli valse. Gabriella Manfredi, non avvezza a tanta confidenza di discorso, si chiuse nella sua severità di dea scorrucciata, e l'imprudente assalitore levò tosto l'assedio.
Due amici lo presero subito in mezzo, per chiedergli notizie di una quistione d'onore nella quale egli era mescolato come arbitro. Dovete sapere che il conte era una specie di Possevino, versatissimo in materia cavalleresca, padrino nato di tutti i duelli fatti e da farsi. Irritato com'era in quel punto, avrebbe volentieri parlato di affettar mezzo mondo e d'infilzare l'altra metà; ma la quistione di quel giorno era invece finita con un verbale ed una stretta di mano, e perciò il conte Guidi dovette restringersi a spiegare quel lieto fine, da lui stesso consigliato, poichè si trattava di due figli di famiglia e a lui non piaceva d'incorrere nello sdegno delle mamme. Così discorrendo, era giunto all'ingresso della sala di lettura, dove il conte di Castelbianco gli si avvicinò e prese parte alla conversazione cavalleresca. Prendeva parte a tutte le cose dei giovani, il giovane conte Pompeo!