Part 5
— E mi accadrà, contessa, — rispose il nuovo venuto, — di non corrispondere a tanta gentile aspettazione. Così è, signora; — proseguì, prendendo il posto che la contessa gli aveva cortesemente indicato al suo fianco; — io sono oramai diventato un barbaro. Non avvezzo da tant'anni ad altri ricevimenti che i _durbar_ dei principi indiani, mi troverò molto impacciato nella società elegante di Roma.
— Che dice ella mai? Ci porterà almeno una freschezza di sentimenti, che è divenuta troppo rara tra noi; — replicò la contessa.
Cesare Gonzaga ammirò quella bellissima testa da imperatrice, come avrebbe potuto fare qualunque barbaro civilizzato, o qualunque europeo imbarbarito. E mentre rispondeva alle cortesie della contessa, andava dicendo tra sè:
— Che donna stupenda! E sarò io che dovrò darle il colpo di grazia, per compiacere quel fortunato briccone di mio nipote? A proposito, dove va egli? —
Arrigo Valenti, fatto alla padrona di casa un saluto molto cerimonioso e freddo altrettanto, l'aveva lasciata con lo zio Gonzaga, per andar oltre, verso una bella fanciulla dai classici contorni, vestita di bianco a liste di nero, o di nero a liste di bianco, che veramente non saprei dirvi con precisione, e che del resto importava poco allo zio Gonzaga di rilevare, tanto lo avevano colpito i lineamenti di quel viso verginale.
— La figlia di Lorenza! — mormorò egli dentro di sè, provando un gran rimescolo nel sangue. — Per una volta tanto, ha torto la legge di natura, e quella fanciulla è il ritratto parlante di sua madre. Ah, mio povero cuore, i nostri venticinque anni son lungi, e noi siamo sempre quelli d'allora! —
Gabriella Manfredi, dal momento che quel signore alto dai baffi grigi era entrato nel salotto, annunziato col nome di Cesare Gonzaga, non aveva più dato retta ai discorsi del conte Guidi. Il povero Schiller era tradito, dimenticato là, come è pur troppo dimenticato o tradito sulle scene. Il conte Guidi notò l'aria distratta di Gabriella, e a tutta prima non ne indovinò la cagione. Infatti, non poteva essere che la signorina Manfredi fosse rimasta incantata per la venuta di Arrigo Valenti, cioè di un giovanotto che le faceva la corte anche lui, ma che non pareva egualmente gradito. Ora, che altro poteva essere, perchè la fanciulla guardasse tanto nel crocchio della contessa Giovanna? Anche lui, giovane dai capegli neri e lucenti, dai baffi lunghi, sottili e nerissimi, che spiccavano sul pallore fresco delle guance, contemplò quel signore, alto e forte, dai baffi grigi, e dagli occhi scintillanti, cui dava anche un risalto più vivo la sua carnagione abbronzata dai soli indiani. Vestito in falda nera, col grande sparato bianco sul torace, Cesare Gonzaga aveva ripigliata l'aria del gran signore, ma di un gran signore che avesse fatto lungamente il soldato. Bell'aria marziale, che col crescere degli anni acquista in serenità tutto quello che perde in baldanza, e vi dà, florido ancora entro i confini della maturità, quel nobile tipo soldatesco, il cui solo aspetto dice un mondo di cose, la dignità della vita, la gagliardia virile dei propositi, le aspre fatiche e i rischi memorandi! Ha grigi i capegli, ma li ha salutati il cannone e incoronati la vittoria; ha gli occhi stanchi, ma in quelle bianche pupille venate di rosso si sono specchiati i colli seminati di strage, e il lampo delle batterie fulminatrici, e l'ondeggiar delle brigate al sole delle battaglie, e l'impeto divino delle cariche e il mobile luccichio delle cuspidi dorate sulle bandiere dei reggimenti, su quei poveri brandelli dai colori sperduti, che nessuna pittura può rendere più vivi allo sguardo, nessuna pompa cittadina sventolare più gloriosi al pensiero, più efficaci sul sentimento delle moltitudini. Allora, anche un viso brutto par bello; e il bello non conosce rivali. Vecchio guerriero, che una forte virilità illumina e scalda de' suoi ultimi raggi, il trionfo non è più cosa dei nostri giorni; non si passa più sulla bianca quadriga attraverso la via Sacra; non si ascende più in Campidoglio, e per molte ragioni, tristissime tutte! Ma c'è ancora un lampo generoso negli occhi, ancora un sorriso amorevole sul labbro di una donna; e quel lampo, quel sorriso della età nuova all'antica, è il trionfo della dignità, del valore, della grandezza a cui l'uomo può giungere, combattendo per l'onore della patria, o per la vittoria d'ogni nobile idea. Effimero, sì, come tutti i trionfi! Eppure, per la gloria di un giorno viviamo e combattiamo tante aspre battaglie; qualche volta per la gioia di un'ora, per la ebbrezza di un attimo; e raccolti nella soave memoria di quel giorno, di quell'ora, di quell'attimo celeste, ci spegniamo in silenzio, povere stelle cadenti, ci sprofondiamo nella immensità dello spazio sconosciuto.
Arrigo era venuto coi suoi complimenti, freddamente accolti, a distogliere la signorina Manfredi dalla contemplazione del vecchio. Con lui si era avvicinato anche il Ceprani, che il conte Guidi tirò presto in disparte, per chiedergli:
— Chi è quel vecchio signore con cui siete entrati voi altri?
— Quello là? È Cesare Gonzaga, lo zio del Valenti; — rispose Orazio Ceprani; — un marchese che non vuol essere chiamato marchese, e che ha passato trent'anni della sua vita nel Bengala, facendo la guerra agli Indiani e guadagnando molti _laks_ di rupìe.
— Non mi piace niente affatto; — sentenziò il giovinotto.
— Ah, bravo! Ecco un presentimento; — replicò Orazio Ceprani.
— Un presentimento! perchè?
— Vieni in qua, e te lo spiegherò. Bada che è un segreto, colto al volo da me.
— Tu cogli tutto al volo!
— Dio buono! È l'arte di vivere in società. Guardare, udire, raffrontare, trarre la conseguenza e regolarsi; tutto ciò è diritto e facile come un sillogismo. Sappi dunque che Arrigo Valenti è innamorato di Gabriella Manfredi.
— Che scoperta! — esclamò il conte Guidi, aggrottando le sopracciglia e torcendosi i baffi.
— Non lo sarà; — rispose il Ceprani; — e forse non sarà neanche vero che egli sia innamorato. Certo è che vorrebbe sposarla. È ricco, capisci, è ricco, e può benissimo aspirare a questo matrimonio, che avrebbe per lui il vantaggio inestimabile di collocarlo tra i pezzi grossi, tra i Burgravi del ceto bancario.
— La sposi; — disse il Guidi, seguitando a tormentare i suoi baffi. — Se Gabriella si contenta.... Ma questo mi par più difficile. Qualche volta le ricchezze non bastano, a strappare quel benedetto sì.
— Eccoci dunque al nodo dell'azione; — rispose il Ceprani. — Il marchese Gonzaga è stato un grande amico di gioventù del senatore Manfredi. Capisci ora perchè è venuto a Roma, lasciando il suo castello sul Reggiano, dove stava godendosi i frutti dei suoi _laks_ di rupìe? Lo zio Pilade parla in nome dell'antica amicizia ad Oreste; oppure, se ti piace meglio un altro paragone, viene, vede e vince, da quel Cesare ch'egli è. Questo ho scovato io, osservando, raffrontando, e traendo la conseguenza. Ma bada, io non ti ho detto nulla.
— Non dubitare; — rispose il Guidi. — Ma che ne penserà la contessa? —
Orazio Ceprani si strinse nelle spalle e allungò il muso.
— Questo non l'ho indovinato; è uno dei tanti arcani che dovrò ancora scoprire. Stamane, per esempio, uscendo di casa, per andare nei quartieri alti, chi vedo! Lei, proprio lei, male nascosta dietro i cristalli di una vettura da nolo, che andava... lassù. Dovevo vedere il Valenti, per certe faccende di Borsa, e ho ritardato un'ora buona a salire da lui; ma non l'ho veduta uscire, nè prima, nè poi. Di sicuro, c'è un passaggio segreto, un'altra scala, e che so io.
— Come? Sei tanto intrinseco del cavaliere, e non hai pratica della casa?
— Che cosa vuoi che ti dica? Il cavaliere ha il cuore chiuso come la mano; è avaro dei suoi segreti, come dei suoi quattrini.
— Glie ne hai chiesti, per caso?
— Una volta, sì, per mettere la sua amicizia alla prova. Ed è un'amicizia salda, la sua, a prova di bomba! Oh, ma aspetti, verrà anche il mio giro e faremo a buon rendere. Infine, vedi che capricci di fortuna! Si lavora tutti e due in Borsa, e il più delle volte con le stesse notizie. Orbene, egli guadagna ed io perdo. Stamane ci ho lasciato centomila lire, e sorrido; a denti stretti, ma sorrido. Lui, intanto, ne ha guadagnate trecentomila; e guardalo là, ride a piena bocca, il felice! —
Mentre questi bei ragionamenti si facevano tra il conte Guidi e quell'esemplare di gratitudine del signor Orazio Ceprani, il re della festa, accompagnato dalla contessa Giovanna, faceva il suo giro trionfale nel salotto e giungeva davanti a Gabriella Manfredi.
Fu allora tra il vecchio soldato e la fanciulla una scena bellissima, un dialogo commovente. Gabriella era diventata rossa, vedendolo venire verso di lei, e si era perfino alzata dal divano, con gran meraviglia del Guidi, che stava ad osservarla da lunge.
— Io non avevo più, questa sera, che da conoscere il suo nome; — disse Gabriella, poichè la presentazione fu fatta. — Conosco da molti anni Cesare Gonzaga; potrei anzi aggiungere che è la mia prima conoscenza.
— Che dice, signorina? — esclamò il Gonzaga, commosso alla voce della fanciulla, che gli richiamava al pensiero i suoni e le inflessioni di un'altra a lui cara. — Una fata benigna l'avrebbe condotta laggiù, nel cuore dell'India?
— Una fata benigna e un buon genio, che l'amavano ambedue; — rispose la fanciulla. — Ora, solo il mio genio è rimasto ad amarla. —
Cesare Gonzaga trasse un profondo sospiro, al malinconico accento di Gabriella Manfredi.
— Incomincio a capire; — diss'egli.
— Sì, — proseguì la fanciulla, — mio padre parla sempre, con affetto e con ammirazione, del suo migliore, del suo unico amico. Se oggi, quando ella è venuta a casa nostra, avesse chiesto di me, sarei stata felice di riceverla io, contro tutte le norme del cerimoniale. Ella è di casa nostra, signor Cesare; appartiene alla nostra famiglia. Mia madre, quando aveva da citare un tipo di cavalleria, ricordava sempre lei. Vuol sapere quando fu che udii per la prima volta il suo nome? Mamma e babbo, a tavola, parlavano di un caso che non ricordo più bene, ma in cui, dicevano loro, sarebbe bisognato un uomo di cuore e di virtù singolare; e mamma, allora, soggiunse una frase che non ho più dimenticata: “Senti, Andrea, per far questo che tu dimandi, ci sarebbe voluto un uomo come Cesare Gonzaga.„ —
Il vecchio soldato si recò una mano alla fronte, come per chetare un dolore, o discacciare un molesto pensiero, ma nel fatto per rasciugare con le ultime dita una lagrima.
— Ella vede adunque, — proseguì la fanciulla, provando una gioia schietta e profonda a ragionare con quell'uomo, a dirgli tutti i pensieri che fiorivano nella sua mente; — ella vede adunque che io la conosco intimamente, come conosco l'anima e il cuore di mio padre. Per una ragazza, che incomincia appena ora a vivere, sono abbastanza fortunata; non le pare? —
Il vecchio sorrise malinconicamente, a qual vanto giovanile, e rispose, tentennando la testa:
— Ah, signorina! La vita è piena d'ingrate novità. Gli uomini, creda a me, non si rassomigliano tutti.
— Lo credo facilmente; — replicò Gabriella. — Anzi, veda fin dove giungo, i due che conosco mi hanno resa molto difficile con gli altri. Quando ne incontro uno, che vuol comparire un miracolo di uomo (e l'hanno tutti, questa bella pretesa!) io dico subito tra me: sarà egli un uomo di cuore, un nobile carattere, un cavaliere antico, come il babbo, e come Cesare Gonzaga? —
La fanciulla parlava con una grazia ingenua, con un'anima, con una effusione di cuore, che l'avreste abbracciata, divorata dai baci, se fosse stata una bambina di sette anni. Davanti alla sua età, vi sarebbe mancato il coraggio di far tanto (non la voglia, perbacco!) e vi sareste inginocchiati. Cesare Gonzaga non fece nè l'una cosa nè l'altra; ma i suoi occhi ebbero lampi di tenerezza infinita, che valevano i baci e le genuflessioni.
— È bello, — diss'egli, — sentirsi parlare così; bellissimo sarebbe meritarlo. Ma io ricorderò in buon punto, signorina, che nessuna età dispensa l'uomo dalla modestia. Vedrei tanto volentieri suo padre! È forse uscito?
— Non credo. Sarà forse di là, impegnato in qualche grave discorso. Vuole che andiamo a cercarlo? —
Così dicendo, Gabriella si alzò e fece l'atto di prendere il braccio del Gonzaga.
— Con questa guida, in capo al mondo! — diss'egli.
— Ed io con lei, anche più in là; — rispose ella, appoggiandosi confidente a quel braccio che il Gonzaga le aveva finalmente profferto.
Proprio in quel punto, nella sala vicina, si attaccava sul pianoforte uno dei soliti valzer dello Strauss, e sulla soglia del salotto appariva il ballerino che sapete.
— Signorina, — diss'egli, — venivo per l'appunto a chiedere....
— Non chieda nulla, per ora; debbo far prima una presentazione; — rispose Gabriella. — Non vorrà mica dolersene?
— Oh, le pare? S'immagini: rimango a' suoi ordini; — replicò il ballerino, inchinandosi.
Gabriella, appoggiata al braccio del Gonzaga, proseguì la sua via. Il ballerino seguitava a due passi di distanza, tutto mogio e contrito. Il conte Guidi, piantato in un angolo, aveva notato ogni cosa, le tenerezze maravigliose di Gabriella per quell'indiano baldanzoso, i discorsi infiammati, gli atti vivaci, e finalmente quel loro andar via a braccetto, come se ella si fosse legata per tutta la sera a quell'uomo. E si morse le labbra, il conte Guidi, e si torse ancora i baffi, masticando qualche cosa, che non doveva esser zucchero.
VII.
Andrea Manfredi stava rincantucciato, e non per sua elezione, credetelo, nel fondo di una galleria, tutta messa a piante di stufa, e che sarebbe parsa davvero una stufa, se non ci fossero state cinque o sei grandi lastre di specchi, poste in fila e incorniciate da liste sottili, quasi da nervature di bronzo dorato, dietro agli ombrelli diffusi delle felci arboree e delle latanie borboniche. In quell'angolo di galleria, poco lunge da una delle porte spalancate, donde veniva la luce viva e il lieto rumore della sala da ballo, il senatore Manfredi era stato sequestrato da un suo collega, chiamato non indegnamente il primo seccatore del Regno; uno di quei molesti personaggi, così frequenti in società, che hanno sempre qualche cosa da dirvi, e non vi lasciano, nella terribile continuità del discorso, neanche il tempo di dire: permettete, ho qualche cosa da fare. I dotti vogliono che sia una malattia; gl'indotti si contentano di dire che è una seccatura enorme. Certo è, lettori miei, che se tra i precetti cristiani v'ha quello di assistere gl'infermi, non ci troverete la raccomandazione di ascoltare i noiosi, mentre la scappatoia di farne un'offerta a Dio misericordioso non sarebbe punto conforme a quel sentimento di gratitudine che lega la creatura al suo creatore.
Il Manfredi stava là, come vi ho detto, dimenandosi invano fra le strette di un ragionamento pazzo, che in venti minuti aveva toccato un centinaio di punti, dalla legge per il riordinamento del Genio Civile, che il ministro Baccarini aveva presentata quel giorno in Senato, fino alla fabbricazione del solfato di chinina, e alle proprietà fosforescenti di questo sale, quando sia scaldato a cento, e poscia sfregato nel buio. Ma egli vide apparire la sua Gabriella, in compagnia d'un signore alto, dai baffi grigi, e diede una rifiatata di contentezza, poichè il suo martirio era sul punto di finire.
— Scusate! — diss'egli, interrompendo il discorso e mettendo avanti le mani, per allontanare il noioso. — Vedo mia figlia, che mi cerca. Ah! — soggiunse, osservando meglio il cavaliere di Gabriella. — Sei tu, veramente?
E corse incontro a Cesare Gonzaga, che aveva riconosciuto, ad onta degli anni molti, da cui erano abbastanza mutati ambedue.
— Qua, qua, tra le mia braccia! — proseguì il senatore Manfredi, stringendo al petto l'amico della sua giovinezza. — Venivo, sai, venivo questa sera all'albergo; ma il conte di Castelbianco mi ha detto che tu dovevi capitare da lui, e sono rimasto qui ad aspettarti. Cesare... mio buon Cesare! —
E lo abbracciava ancora, e lo ribaciava sulle gote.
— È un brutto momento, Andrea, un brutto momento! — disse, con voce soffocata dalla commozione, il Gonzaga. — Ho fatto troppo a fidanza con le mie forze. Era meglio che ci vedessimo altrove.
— Siamo quasi soli; — rispose il Manfredi. — Là dentro si balla, e noi, qui in disparte... piangeremo come due ragazzi, non è vero?
— Eh, questo temevo, e ora si dà spettacolo, Andrea! Quanti anni passati! Il meglio della nostra vita, senza vederci! E tua figlia, la tua Gabriella, che angiolo!...
— Sua madre, vedi! Lo hai notato anche tu, che è tutta sua madre? Ed io debbo amarla due volte, questa cara figliuola. —
La cara figliuola stava lì ritta, guardando quei due amici lagrimosi, ch'ella era così felice di poter confondere in una sola ammirazione, in una sola tenerezza. Ma essa, nella postura in cui era, aveva anche gli occhi verso lo specchio, e quella perfida lastra le offerse l'immagine del suo ballerino, ritto impalato dietro le sue spalle, come un Mefistofele burlesco, venuto a rammentarle l'adempimento di un patto. E si volse, la cara figliuola, non senza un pochino di stizza, quasi volesse dirgli col gesto: — Ma ella vede, Dio buono, che ci ho altro da fare?
— Signorina, — disse il ballerino, ossequioso nell'atto, ma inflessibile nel proposito, sono sempre a' suoi ordini. Aspetterò, non s'incomodi. —
Gabriella fece un atto d'impazienza, ma tutto interiore, e, veduto che non c'era verso di liberarsi, prese l'eroica risoluzione di vuotare il calice amaro in un sorso.
— No, — rispose allora, — vengo subito. Badi, signor Cesare, — proseguì, rivolgendosi al Gonzaga, — appena finito questo valzer, vengo a discorrere con lei. Dev'essere questa sera il mio cavaliere.
— Antico; — rispose il Gonzaga. — Ma non dubiti, bella dama, non mi muovo di qui, fino a tanto ella non venga a levarmi di sentinella.
— Perchè darle del lei? — disse il Manfredi.
— Che vuoi? Non l'ho mica vista bambina.
— Ragione di più per rifartene ora!
— Babbo dice benissimo; — disse Gabriella, prima di allontanarsi. — Ma fra poco ne riparleremo. —
E andò, la cara fanciulla, andò nella sala da ballo, voltandosi ancora una volta indietro, prima di lanciarsi nel vortice proverbiale della danza. Il ballerino, di tanto in tanto, provò a collocare qualcheduna delle solite frasi; ma Gabriella era distratta e rispondeva a monosillabi. Finalmente, saltò in testa al ballerino di dirle:
— È ancora un bel cavaliere, quel marchese Gonzaga! —
Per quella volta la fanciulla si scosse, e rispose con una frase intiera:
— È il re dei cavalieri, senza macchia e senza paura. —
Il ballerino non soggiunse più altro. Aveva da ballare e ballò coscienziosamente, tanto da poter dire per una settimana, al caffè, nei soliti ritrovi de' suoi giovani amici: — Il primo valzer della serata, dai Castelbianco, l'ho ballato con la Manfredi, con la più bella ragazza di Roma. —
I due amici erano rimasti nella galleria, finalmente soli, perchè il primo seccatore del Regno, vedendo di non poter riattaccare il suo discorso sulle proprietà del solfato di chinina, era andato a cercare un'altra vittima; _sicut leo rugiens..._ con quello che segue.
— Lascia che io ti guardi ancora; — diceva il Manfredi; — così, nel bianco degli occhi. Come sei sempre giovine e forte! Io, vedi, sono una rovina.
— Eh, via! I capegli un tantino più bianchi de' miei, ecco tutto; — rispose il Gonzaga.
— Aggiungi un'anima accasciata, Cesare mio. Dopo la morte di Lorenza... avvenuta sei anni fa! e il mio dolore è acerbo ancora, come se l'avessi perduta ieri. Ti rattristo, coi miei discorsi, lo so; ma oggi, che vuoi? oggi è un lutto comune. Trentatrè anni fa, era un dolore tuo, che tu hai sopportato virilmente, mio povero amico! Che fuga è stata la tua, e come il tuo sacrifizio è stato inteso da noi! Perchè, infine, tu hai rinunziato alla famiglia, alla patria, a tutte le soddisfazioni, a tutti i conforti che potevi giustamente sperare. Ti amavo, lo sai, ti amavo come un fratello! Ma ti ho amato anche di più, pensando che tu eri più grande, più generoso di me, e che io non avrei saputo fare quello che hai fatto tu, con tanta semplicità, con tanto eroismo. Sì, lasciami dire tutto quello che io penso di te, e che ho dovuto tener chiuso qua dentro, senza neanche sperare che avrei potuto dirtelo un giorno. Senti, Cesare, amico e fratello mio, se mi fosse dato di versare per te fin l'ultima goccia di sangue, ancora non mi parrebbe di averti pagato il mio debito di riconoscenza.
— Sempre lo stesso entusiasmo! — esclamò Cesare Gonzaga. — E sei un banchiere!
— Sì, un banchiere, ma che per ciò? Ho seguita la via de' miei vecchi; ma il cuore non ha potuto mutarsi. Veramente, — soggiunse il Manfredi, — per i tempi che corrono, mi sono ingegnato di nasconderlo, come si nascondono i tesori e i difetti, o le virtù che fanno ridere. Che giorni, amico mio! E come ce l'hanno barattata fra le mani, questa patria, che avevamo immaginato di far così grande e così bella! Va tutto alla peggio, sai, e la nuova generazione non ci affida di giorni migliori. Penso spesso al vecchio di Orazio, per dar torto al mio pessimismo; e non mi riesce, pur troppo! Noi brontoloni, forse, ma con la fiamma dell'ideale nell'anima; i nostri successori, più ameni, più graziosi, più dotti, anche più esperti; ma a conto loro e per le loro ambizioni; ma senza il menomo pensiero di un gran debito morale e politico nella coscienza. Vedo io troppo nero? Non so; ma questo è certo e fuor di questione, che i giovani d'oggidì non mi aiutano punto a vederci più chiaro. —
Cesare Gonzaga non poteva, per parte sua, dargli torto. Ma quella intemerata del suo vecchio amico gli veniva proprio in mal punto, e pareva fatta a posta per levargli il coraggio.
— E sia; — diss'egli, andando risoluto incontro alla difficoltà; — non amiamo i giovani. Ma tu, almeno amerai mio nipote.
— Il Valenti? Questa sera soltanto, e dal conte di Castelbianco, ho saputo che il cavalier Valenti è tuo nipote. È ricco, ed anche esperto negli affari; farà molto cammino. È uno dei fortunati del giorno.
— Ma è anche un giovane d'onore; — disse il Gonzaga, che aveva colto a volo il sarcasmo. — Non siamo noi troppo severi, Andrea? L'hai detto tu stesso, ricordando il vecchio d'Orazio. Poveri giovani! Abbiamo fatto tante sciocchezze noi altri, ed essi non vogliono imitarci. Via, non esser troppo rigoroso coi giovani esperti e savi, se, un po' più presto che non abbiamo fatto noi, si mettono a combattere con accortezza di vecchi capitani la gran battaglia della vita.
— Senti, io ti parlo schietto; — rispose il Manfredi. — Amo la gente seria, ma mi piace che ognuno abbia i pregi, e, se vuoi, anche i difetti della sua età. Siano i vecchi temperati ed accorti, siano ardenti i giovani, ed anche un pochettino ingenui. Ora, che cosa t'ho a dire di più? Quel cavalier Valenti, per la sua età, mi pare un fenomeno, un prodigio di vecchiaia. Tanta esperienza, con quel sorriso angelico, in fede mia, è piuttosto fatta per allontanare, che non per attrarre la simpatia di un uomo come me. Ti dispiace?
— Sì, e molto... perchè dianzi, tenendo a braccetto Gabriella, vagheggiavo un certo disegno!...
— Un disegno? Così presto?
— Eh, caro mio, non me l'hai forse detto tu, proprio tu, che io debbo rifarmi del tempo perduto? Stringere un po' più saldamente i vincoli che ci uniscono, è oggi il mio desiderio più vivo, e, direi quasi, l'unico desiderio ch'io mi abbia. Arrigo, che ti è sembrato così serio e calcolatore, non è freddo che alla superficie. Io l'ho studiato, questa mattina, e posso aggiungere che gli ho dato un esame in piena regola. Non si nasce mica perfetti a questo mondo! Vedi, Andrea. Tu devi usarmi la cortesia di rifare con me lo studio di quel carattere, spogliandoti di tutte le tue antipatie....
— Antipatie, no; — interruppe il Manfredi; — l'uomo savio non ne ha mai, e l'uomo non savio, quando è giunto alla mia età, non ne ha più.