Arrigo il savio

Part 4

Chapter 43,796 wordsPublic domain

Ottime ragioni, o lettori. Speriamo che la contessa Giovanna le trovi più tardi da sè. Per oggi ella è triste, ferita nel suo amor proprio, punita nella sua vergogna. Ha dovuto tremare; ha dovuto mentire; e per chi? La bella dama è vestita di tutto punto, per recitare la sua parte. È l'ora di metter la maschera, ed ella con uno sforzo supremo ci riesce. È lo sforzo della necessità. Intanto, nelle sale di ricevimento si è lavorato alacremente; i candelabri, i doppieri, i lampadarii si accendono, e per lunga fila d'immagini si ripetono fiammelle, canestri di fiori, e quadri e bronzi dorati, su tutte le vaste specchiere. Ogni cosa è all'ordine, e il maggiordomo ne ha recato l'annunzio alla padrona di casa. Ora non mancano che i convitati, ed è naturale che manchino, poichè non sono ancora le nove. Ma ecco qualcheduno in anticamera. È troppo presto, per la folla; non può esser che lei, la giovane amica, il fiore appena sbocciato, Gabriella Manfredi.

V.

Snella di forme ed aggraziata nella sua giusta statura, bianca di neve la carnagione, il viso aperto, risolutamente modellato, ma di contorni finamente accarezzati, Gabriella Manfredi prometteva a diciott'anni una rigogliosa maturità di bellezza, ed era già, fin d'allora, un miracolo di leggiadria, di freschezza giovanile. La fronte, nitida e breve, era nascosta a mezzo da due ciocche increspate dei suoi capegli neri, che, raccogliendosi dietro agli orecchi piccini, scendevano in abbondante cascata di riccioli lungo il collo giunonio. Gli occhi grandi, profondi, color di zaffiro cupo, splendevano di luccicori cristallini di sotto agli archi prominenti delle sopracciglia nerissime. Ampia era la guancia e piena; il naso diritto, sporgente alla radice, risentito nel classico disegno delle nari; le labbra belle e carnose; il superiore alquanto più tumido, che, rialzandosi col sorriso, rosseggiava vivace sulla bianchezza luminosa dei denti; il mento, ovale e rilevato, completava degnamente quel tipo maraviglioso di bellezza greca, con tocchi più vigorosi di sentimento romano. Non fiori tra i capegli, o nel timido scollo del seno: era lei, lo sapete, il fiore appena sbocciato. Vestita di bianco e di nero, quasi per naturale richiamo alle due note caratteristiche di colore della sua bellissima figura, portava al collo, per unico ornamento, un sottil vezzo di perle. A vederla, quando volgeva da un lato la magnifica testa, nobilmente rilevata in arco al sommo della cervice, ricordava l'atteggiamento statuario di Diana, che par muovere il capo ai rumori della selva, mentre leva la mano all'omero, dove stanno raccolte le frecce infallibili. E forse accresceva l'illusione quel suo aspetto sereno, ma non senza indizi di osservazione precoce, di testolina forte, come sono generalmente le ragazze rimaste per tempo senza madre e costrette a studiar molto da sè, timide ancora nel soave candore della beata adolescenza, ma già salde di tempera ed agguerrite oltre l'età.

Tale era, nello splendore dei suoi diciott'anni, Gabriella Manfredi. L'accompagnava il senatore suo padre, e veniva con essi il conte di Castelbianco, ritornato allora, e miracolosamente a tempo da quel suo “eterno circolo.„

Giovanna accolse la fanciulla tra le sue braccia, e la baciò sulla fronte. Quel bacio all'innocenza la rianimò; le parve per un istante di non aver più nulla, e le fiorì sulle labbra il più lieto sorriso; poi stese la mano al senatore, in atto di saluto e di ringraziamento ad un tempo.

— Contessa, si arriva primi, secondo l'uso; — disse Andrea Manfredi, ridendo. — Ma voi lo volete, Gabriella lo vuole, ed io, non avendo da volere, obbedisco.

— Grazie, senatore. L'amo tanto, il vostro angelo! — rispose la contessa. — Come sei carina! sembri una bella ninfa antica! — proseguì, rivolgendosi alla fanciulla.

— E tu? — disse Gabriella. — Non c'è che l'antico paragone, per te. Sei sempre bella come un sole.

— Al tramonto, bambina! Pochi anni di più, e potrei essere tua madre.

— Se Pompeo lo permette, contessa, — entrò a dire il Manfredi, — vi costituisco tale, senz'altro, e corro via.

— Ve ne andate?

— Per una mezz'ora; il tempo di giungere all'Albergo di Roma, per stringer la mano, o lasciare un biglietto di visita, ad un amico mio di giovinezza, che oggi è stato da me e non mi ha trovato in casa.

— So chi è; — disse il conte. — Cesare Gonzaga.

— Per l'appunto. E chi t'ha fatto indovino a quel modo?

— Non c'è niente di maraviglioso. Per intanto puoi rimanere, perchè a momenti egli sarà qui. Ci siamo conosciuti stamane. Che simpatico uomo! È lo zio del Valenti.

— Del Valenti? — esclamò Andrea Manfredi. — Del giovane sodo?

— Sì, proprio lui: non lo sapevi?

— No, davvero. Cesare Gonzaga ha lasciato l'Italia trentatrè anni fa, e col Valenti, sai, ci vediamo poco.

— Sei come mia moglie, tu! — osservò il Castelbianco, dando una sbirciata alla contessa, che stava fortunatamente ragionando in disparte con Gabriella. — Quel Valenti le è uggioso, direi quasi antipatico. Ma perchè, dico io, perchè? Non è forse un savio ragazzo?

— Troppo savio; — rispose Andrea, — e la contessa, che ha rettitudine di giudizio, lo avrà subito indovinato, come l'ho indovinato io. Quelli lì, mio caro Pompeo, non sono giovani, e tu spendi male con essi il tuo bel titolo di ragazzo. Hanno l'anima vuota di nobili idee, il cuore risecchito: chiamali banchi ambulanti, orologi a pendolo, incapaci di un errore, ma anche di un largo concepimento e di uno scatto generoso.

— Sì, hai ragione; — disse il conte. — Ma noi, con le nostre follìe, col nostro cuore esaltato e con le nostre mani bucate, che guadagni abbiam fatti? Parlo per me, si capisce. —

Andrea Manfredi sorrise, e, ficcando il suo braccio sotto quello del conte Pompeo, soggiunse arguto:

— Tu, con tua buona pace, sei un vecchio impenitente.

— Vecchio? Oh, questa poi!... — rispose il conte. — È la prima volta che me lo dicono; e per fortuna non è un giudizio di donne.

— Matto!... — replicò il Manfredi. — Sai che ho sessantacinque anni, io? E che ai nostri tempi eravamo quasi coetanei?

— Quasi? — borbottò il conte. — Mettici quindici anni almeno, nel tuo quasi.

— Via, contentati di cinque, e diciamo sessanta.

— T'inganni, oh t'inganni! — rispose il conte Pompeo, che non voleva adattarcisi... — Vedi, Andrea; la mattina, quando non è ancora venuto il parrucchiere, ho cinquant'anni: dopo che è venuto, ne ho quaranta: sul Corso, a Villa Borghese e prima del pranzo, ne ho trenta....

— Ed ora ne hai venti, — conchiuse il senatore. — Se la va di questo passo, mi diventi bambino tra le braccia, e dovrò portarti io a dormire, in mancanza di balia. —

Mentre i due vecchi ridevano, avviandosi verso il salotto attiguo, le due donne chiacchieravano sedute sopra un divano.

— Che vuol dir ciò, che ti amo tanto, Giovanna? — diceva la fanciulla. — Vorrei star sempre con te. Sai che è una cosa triste, essere senza madre? Anche tu, da qualche tempo sei triste. Oh, non lo negare, non sei più quella di prima. C'è un dispiacere di mezzo. Vuoi confidarmelo?

— No, non ho nulla; — rispose Giovanna. — Contrarietà, forse, piccoli malumori in famiglia, ed anche passeggeri; non mette conto parlarne. Ragioniamo invece di te, mia bella fanciulla. Come va il cuore? Chi ami?

— Nessuno.

— Nessuno, è troppo poco. Neanche un principio? Tra tanti giovani che vedi....

— Ah, troppi ne vedo, — interruppe Gabriella, — e tutti si rassomigliano. Gravi, impettiti, inamidati, prepotenti, vengono in società per dettar sentenze, come altrettanti consiglieri di Cassazione. Sorridono di compassione ad ogni discorso un po' caldo, e sembrano accusarti di vanità, di leggerezza, di poesia, tutti sinonimi, per loro! Già, essi non parlano che di cavalli, come se fossero nati e allevati in scuderia, o di affari bancarii, o di politica. La politica non mi dispiace; anche il babbo ne parla, qualche volta, ma per paragonare i bei tempi, i tempi dell'apostolato, della pugna, del sacrifizio, insomma i tempi eroici... con questi! Essi ne parlano per fare i loro calcoli sulla stabilità o sulla caduta del Ministero, senza badare se questo si regge senza gloria, o cade con dignità. Non vedono che il fatto, essi, non ragionano che sulle conseguenze bancarie di quello, e sulle oscillazioni che potrà cagionare alla Borsa. Capisco che hanno da guadagnare e da perdere. Anche il babbo è banchiere; ma, tranne un'ora, ed anche meno, di conferenza col suo segretario, non c'è caso che tu lo senta ragionare di queste miserie. Come è giovane, mio padre! E loro, invece, è una pietà doverli sentire. Se ti parlano di musica, lo ricordi? non fanno che sentenziare brevemente, asciuttamente, tra la tedesca e l'italiana, come se ci fossero due musiche, separate e distinte fin dalla nascita. Se ti parlano di letteratura, non li senti far altro che condannare ogni idealità, bollandola con una parola di disprezzo: retorica! Un nobile entusiasmo non è, infatti, che retorica; un impeto di passione è falsità, poesia introdotta a forza nel linguaggio comune, offesa alla serenità di quella lastra fotografica che è l'arte. E se tu ardisci fare una piccola osservazione, ti lasciano dire, perchè sei donna, ma ti guardano in viso con aria gentilmente canzonatoria, come se fossi incapace d'intenderle, quelle nuove ragioni dell'arte. E fumano, poi, come vulcani, e mangiano molto e ballano poco. A teatro, i famosi giudici delle due scuole musicali, quando c'è l'opera, sonnecchiano nelle loro poltrone, o vanno a chiacchierare nei corridoi, fino all'ora del ballo, quando si tratta di ammirare le capriole. Questo è l'unico momento di gioventù e d'entusiasmo per essi. Infine, Giovanna mia, sono molto serii, e sotto quella vernice di serietà s'indovina il materialismo. Mi fermo, per non entrare in filosofia; ti dirò solo, per conchiudere, che appena uscita dal conservatorio, con tante idee per la testa, li credevo migliori. Non saranno cattivi a dirittura, gran che! Sono mediocri, e mi basta.

— Il ritratto non è abbellito, davvero; — osservò la contessa, sorridendo, — ma nel complesso è abbastanza rassomigliante. Il conte Guidi, per altro, non è così.

— Eh, non saprei; — disse Gabriella. — Lo studio.

— Tu, bambina?

— Io, sì; ti pare orgogliosa, la risposta? ma che cosa possiamo far noi, obbligate a parlar poco e ad ascoltar molto, se non studiare un pochino chi ci parla? Il conte Guidi mi pare uno dei migliori, qualche volta, e qualche altra non me lo pare. Che ne so io? È un cavaliere tenebroso.

— Ti amerà, forse, e non ardirà parlare troppo chiaramente. Sai che non è ricco?

— Oh, questo vorrebbe dir poco; non amo i ricchi.

— Perchè lo sei tu, birichina?

— No, sai, non ci penso neanche; e se ci penso... Vedi, Giovanna, — e così dicendo la fanciulla si strinse al fianco della contessa, come per parlarle all'orecchio, — ci sono dei momenti che, se non fosse per il babbo, vorrei essere... la mia cameriera. Lei almeno è felice; ama tanto sua madre, l'aiuta, e non ha altri pensieri. Se un uomo le dirà di volerle bene, non glielo dirà mica per la sua dote. La poverina non ha che la sua bellezza e il suo buon cuore; ma ci avrà la consolazione di non essere amata per altro.

— Cara! — esclamò la contessa, baciando sui capegli la sua giovane amica. — Ti passeranno, queste idee bizzarre, ti passeranno! Poichè tu studi la vita, la vedrai tutta meno bella, e ti piacerà di essere nata ricca, in una culla d'oro, come ha detto l'Aleardi. È già una bella difesa, esser ricca! Ma ecco, bambina mia, incominciano ad arrivare i nostri amici; ripigliamo la dignità del nostro ufficio.

— Io ti guardo ed imparo; — disse Gabriella. — Tu ricevi come un'imperatrice. —

VI.

L'imperatrice sorrise e andò incontro alle nuove venute. Ce n'erano parecchie, le quali entravano tutte insieme, facendo dire al conte Pompeo che le belle donne, fedeli al costume della pianta di questo nome, anche in casa Morati fiorivano a grappoli. La Savelli, la Carini, la Santoro, la Franchi dal Melle, stupende creature, ognuna delle quali rappresentava un diverso tipo di bellezza, si vedevano nel mazzo, e, venuta forse con esse per ragione di contrasto, non mancava la Gleisenthal. Facevano contorno (e forse sarebbe inutile il dirlo) otto o dieci cavalieri, via via seguiti, quasi incalzati, da uno sciame di eleganti compagni e rivali.

Son questi, non lo ignorate, i miracoli dell'orario, a cui deve sempre corrispondere un orologio ben regolato. Io ho conosciuto dei gentiluomini, i quali, per giungere in punto, nè un minuto prima, nè un minuto dopo, ad un geniale ritrovo, si adattavano a far sosta nei portoni delle case in cui erano invitati. Il bel mondo ha le sue leggi, e riesce a farle rispettare, senz'altra sanzione, fuor quella del ridicolo, che si rovescia sul capo ai miseri trasgressori. Si contraffà spesso e volentieri alle leggi dello Stato, e s'incorre nella multa, e si va anche in prigione; ma non c'è caso che con animo deliberato si venga meno alle leggi del mondo elegante. Passare per ignoranti in materia di consuetudini! Oh no; troppo grave è la pena.

In un quarto d'ora, sempre con l'orologio alla mano, le sale di casa Morati erano piene di gente. Piene, intendiamoci, non già stipate per modo da impedire il movimento dei gomiti. Questi pigia pigia si lasciano volentieri ai balli prefettizi e di Corte, dove bisogna invitare tutto il mondo ufficiale e titolato, senza pregiudizio di quei sollecitatori di biglietti d'invito, che non appartengono a nessuna classe particolarmente indicata. Un anfitrione privato deve cansare sopra tutto il guaio di una calca soverchia, anche a risico di lasciar fuori qualche dozzina di amici. Ne ha sempre tanti, colui che dà pasticcini da mangiare, Pommard, Montrachet, Haut-Brion e Château-Lafite da bere! Socrate, per verità, alloggiato in una casa ristretta, non si stimava mai tanto felice, come quando poteva riempirla d'amici. Ma Socrate era male ispirato, e la signora Santippe non partecipava al suo modo di vedere; anzi è da credere che fosse questa una delle ragioni per cui quel matrimonio celebre dell'antichità non riuscì troppo felice. L'altra ragione si sa, è stata la filosofia. Un marito filosofo, bontà divina! e che aspetta il suo sessantottesimo anno a ber la cicuta!...

Il conte di Castelbianco, che non era un filosofo, andava aliando di fiore in fiore con una leggerezza giovanile, che era natura in lui e che doveva accompagnarlo alla tomba. La Franchi dal Melle, ultimo fiore a cui era venuto a ronzare dattorno, lo aveva lodato della sua presenza così sollecita in casa, che non era, come sappiamo, nelle sue consuetudini.

— E non lo indovinate, baronessa, il perchè? — disse il conte Pompeo, piegandosi sulla vita e presentando la faccia in tre quarti. — Il cuore mi diceva che questa sera voi sareste venuta delle prime, ed ho voluto trovarmi subito al mio posto, per farvi una corte spietata.

— Zitto! — esclamò la baronessa. — Giovanna è vicina, e guai a me, se vi sente!

— Eh via! Peggio sarebbe se mi sentisse il cavalier Giorgetti, che vedo là in sentinella, come sempre. Il poveretto non ha occhi che per voi, e prevedo che a furia di guardare il sole, sarà ben presto costretto a usare le lenti turchine. —

Il colpo era forte e coglieva in pieno; ma la baronessa non ne fu sconcertata.

— Come v'ingannate! — diss'ella, dando in una sonora risata. — Quel povero cavaliere è un amico modesto e prezioso, che mi accompagna regolarmente, e non parla. Se parlasse....

— Lo mettereste al bando dell'impero? Io non lo credo; — rispose il conte.

— Avete torto a non crederlo, perchè sarebbe il primo dei miei doveri.

— Quand'è così, non insisto. Concludiamo dunque che il mio amico Giorgetti, accompagnando e tacendo.... Mi permettete, baronessa di dire tutto il mio pensiero?

— Bravo! Ne avete detto già tanto, e vi fate scrupolo di continuare?

— Ebbene, continuerò. Il mio amico Giorgetti, accompagnando e tacendo, non si guasta con voi, e passa per un felice agli occhi del mondo.

— Che gusto ci si trova?

— Più che non pensiate. Si vive di apparenza, quando la sostanza non c'è. Vedete? Se io potessi parere amato da voi, quasi quasi... non dico già per sempre, ma per dieci anni almeno, mi consolerei di non esserlo.

— Ecco un ragionamento che mi darà da pensare; — conchiuse la baronessa. — Vuol dire che congederemo il cavaliere.

— Per prender me, baronessa?

— Ah voi.... siete un bel capo, voi! Ma come fate ad essere così capriccioso? Avete in casa una bellezza famosa. Ancora stamane, vedendola, dicevo tra me: che uomo felice è Pompeo!

— Stamane! — esclamò il conte di Castelbianco. — Mia moglie! e dove? —

La baronessa si accorse di aver commesso un errore, e si provò ad attenuarlo nei particolari, non potendo correggerlo nella sostanza.

— In via Condotti; — rispose.

— Da un'estremità all'altra! — borbottò il conte di Castelbianco, il cui pensiero era già corso in via Sallustiana.

La contessa Giovanna, che stava ascoltando un discorso della marchesa Savelli, e che frattanto tendeva l'orecchio alle chiacchiere di suo marito con la Franchi dal Melle, si era mossa alla esclamazione del conte, ed era venuta terza nel colloquio, in atto di chi, passando, si fermi per dire una parola gentile. Aveva il sorriso sulle labbra, la povera contessa, e, come potete immaginarvi, l'angoscia nel cuore.

— Ah, eccovi in buon punto; — disse il conte, vedendola giungere, e facendo anche lui bocca da ridere. — Avete veduta stamane la baronessa, bella e seducente come sempre, e non me ne avete detto nulla. Sapete pure, Giovanna, che io sono un adoratore della baronessa!

— So questo; — rispose la contessa continuando a sorridere; — e potete immaginarvi, Pompeo, che, se l'avessi incontrata, non avrei dimenticato di accennarvelo, e di dirvi anche il colore della sua veste. Ma sono forse escita stamane? —

Così dicendo la contessa Giovanna volgeva un'occhiata compassionevole alla baronessa Franchi dal Melle.

— O allora? — disse il conte, guardando anche lui la baronessa. Ma questa aveva avuto il tempo di pensare al rimedio.

— Allora, ecco qua; — rispose ella prontamente. — Non ho veduto il volto, e la persona mi ha fatto credere che fosse Giovanna. Sicuro; escivo da San Carlo e mi ero incamminata per via Condotti, quando vidi entrare dal Berretta una bellissima persona. Come te, Giovanna! C'era la tua statura, il tuo giro di vita, l'atteggiamento della tua testa; insomma, che ti dirò? Anche senza vederti in viso, c'era da scommettere che eri tu.

— Ed anche con la veste color marrone, probabilmente; — soggiunse il conte.

— Lasciate che ci pensi; — rispose la baronessa, interrogando Giovanna con lo sguardo.

— Pensateci pure; ma certamente era color marrone; — ripigliò il conte. — Ecco una dama che avrà avuto l'onore d'ingannare più d'uno. Neanch'io, quando l'ho intravveduta in via Sallustiana, ho potuto distinguere il suo volto; ma il piede... il piede, vedete, era quello di Giovanna, e anch'io avrei scommesso che la dama di color marrone era proprio mia moglie.

— Guardate che stranezza! — esclamò la Franchi dal Melle, facendo le viste di ricordarsi. — La dama che ho veduta io aveva una veste color verde cupo.

— Ne siete ben certa?

— Certissima; e con una giacca di stoffa inglese ruvida... di colore amaranto scurissimo.

— Che gusto!

— Eh, non tanto cattivo, conte! Del resto, era in abito di mattina.

— Ecco dunque già tre donne che si rassomigliano; — osservò il conte Pompeo, mentre Giovanna incominciava a respirare, e mandava alla baronessa un'occhiata di riconoscenza. — La mia cioè quella di via Sallustiana, aveva il piede; la vostra di via Condotti aveva il complesso, il personale. E chi sa quante altre, Giovanna, avranno qualche cosa di voi. Ma già, ricordo di aver letto che Prassitele, quando ebbe a fare la sua Venere per i fabbricieri della chiesa di Gnido....

— Finitela, Pompeo! — disse Giovanna, interrompendolo. — Che discorsi son questi?

Pompeo rideva di gusto, poichè gli avevano levata quella spina dal cuore.

— Vedete, baronessa? — diss'egli. — Sempre così, mia moglie; non gradisce i complimenti maritali. Ed io ho più fortuna dieci volte con le altre. —

Ciò detto, il nostro Ganimede colse la prima occasione per aliare da capo, cercando una di quelle altre che gradivano, a sentirlo, le sue galanterie sessagenarie.

— Grazie! — mormorò Giovanna, rimasta sola con la Franchi dal Melle. — Vedi che disdetta! Esco senza dir nulla, per andare nei quartieri alti, a leticare con _Madame Duplessis_, che non vuole a nessun patto mandarmi una veste, che doveva esser pronta ier l'altro, e bisogna che tutti mi vedano. Ora, capirai, che una volta detto di no, il puntiglio....

— Non mi dir altro; — interruppe la Franchi dal Melle, donna spensierata, ma buona. — Tu ora mi fai sentire troppo che ho commesso un marrone, più marrone della tua veste. Io stessa ho avuto a ricordare più volte a qualcheduno che non si deve dir mai in società, di aver visto una persona per via, non solo nella giornata, ma per tutto il corso di una settimana; ed ecco, io stessa dovevo cascarci, come una provinciale! Basta, non lo farò più; sei contenta? —

Giovanna sorrise e si strinse amorevolmente al fianco della baronessa, come se volesse abbracciarla; quindi si volse, per stendere la mano ad un cavaliere elegantissimo, pallido, dai capegli neri e lucenti, dai baffi lunghi e dagli occhi profondi, che si era avvicinato in quel punto per farle riverenza.

— Bravo, Guidi! — gli disse la contessa Giovanna. — Ella è dei fedeli.

— C'è poco merito, signora; — rispose il giovanotto, inchinandosi. — Noi siamo pianeti e descriviamo costantemente, fatalmente, la nostra orbita intorno al sole.

— Ah, come è ben detto! — esclamò la Franchi dal Melle.

Il conte Guidi avrebbe potuto ricambiare la lode, soggiungendo che la vicinanza di un astro chiomato poteva recare qualche perturbazione anche nel giro d'un pianeta come lui. E sarebbe stata una immagine molto appropriata, perchè la baronessa aveva una capigliatura stupenda e notoriamente sua. Ma il conte Guidi oltre che non amava le metafore continuate, era furbo parecchio, e, al cospetto di due donne, gli metteva conto di restare qualche volta interdetto.

Egli rivolse perciò una timida occhiata alla baronessa e s'inchinò modestamente; poi, fatte poche altre parole con la padrona di casa, andò diritto dove lo chiamava per allora la legge di gravitazione, cioè a dire verso Gabriella Manfredi. L'aveva veduta sola, non potendo chiamar compagnia la presenza di un giovane ballerino (sapete che in società ci sono i ballerini nati, non buoni ad altro ufficio, fuor questo) e s'inoltrò risoluto. Il ballerino aveva chiesto l'onore di fare con lei il primo giro di valzer, lo aveva ottenuto, non gli restava altro da dire. Il conte Guidi incominciò a parlare del teatro Valle, dove la sera innanzi aveva veduto Gabriella; lodò alcune scene della commedia, ma si fermò più volentieri a criticare quel genere di composizione, manifestando le sue predilezioni per il dramma della vecchia scuola, dove erano nobili i sentimenti, alti i caratteri, e schietta e di gran vena la poesia. Di lì al teatro dello Schiller non c'era che un passo, e il conte Guidi trovò facilmente il modo di attaccare una conversazione non frivola, da non finir così presto, e da permettergli anche di prender posto accanto alla Manfredi.

I soliti frequentatori di casa Castelbianco erano quasi tutti arrivati, quando il conte Pompeo si avvicinò alla moglie, accompagnandone tre nuovi, Arrigo Valenti, Orazio Ceprani e un signore dai baffi grigi, ch'ella non conosceva ancora.

— Mia cara, — incominciò il conte, — sono felice di presentarvi Cesare Gonzaga, lo zio del nostro Valenti.

— È una vera fortuna per noi di conoscere un uomo come lei; — disse a sua volta la contessa. — Si è già tanto parlato, in casa mia, del marchese Gonzaga!