Part 12
Gabriella aspettava e sorrideva. Era sicura di vincer lei, la bella e forte fanciulla. Non amava Arrigo il savio; amava Cesare, il generoso, Cesare il buono, Cesare il grande. Non gliel avrebbe detto, no, glielo avrebbe lasciato indovinare; ma se egli non si fosse apposto al vero, se egli non avesse inteso l'animo della sua candida interlocutrice, tanto peggio per lui! sarebbe stato Cesare... il semplice.
— Signorina... — incominciò egli, venendo a sedersi daccanto a lei.
— Mi chiami Gabriella, e mi dia del tu, come ha proposto mio padre, e come desidero io; — diss'ella, con accento dimesso.
— Non oserò mai; — rispose il Gonzaga. — Facciamo un passaggio. Dirò Gabriella ma darò del voi. Mi riserbo di dare del tu ad una bella fanciulla che accetterà di essere mia nipote. Siamo intesi?
— Che idea! — esclamò Gabriella,
— È un'idea fissa, bambina. L'ho già detta a vostro padre, che non l'ha disapprovata. Il mio Arrigo ne va pazzo; ed è giusto, poichè l'ha trovata lui, perchè è lui che m'ha chiamato a Roma, dove senza di lui non avrei rimesso piede.
— Perchè, signor Cesare? Che cosa vi ha fatto, questa povera Roma? —
Cesare Gonzaga trasse un lungo sospiro dal petto....
— Bambina, — rispose egli poscia, — sono storie dolorose ed antiche, in nome delle quali io vi prego di appagare il mio voto. Permettetemi di dire che voi non conoscete Arrigo. Gli uomini, prima di tutto, non si giudicano bene dalle apparenze. Ci sono quelli che custodiscono gelosamente i loro sentimenti delicati, e nascondono il meglio del loro cuore alle turbe. Infine, se egli vi ama!... Perchè io lo so, io l'ho veduto, io l'ho scrutato nei più intimi penetrali dell'anima, egli vi ama. Mi credete voi capace d'ingannarvi?
— No, — disse Gabriella. — Credo che siate ingannato voi stesso. Io stimo e rispetto vostro nipote. Vi dirò di più; lo vedevo assai volentieri, anche ignorando ch'egli appartenesse alla vostra famiglia. Ma io l'ho udito più volte, ed ho potuto giudicarlo. Non amo gli scettici. Arrigo Valenti è un savio; lo dicono tutti. Sapete voi che cos'è un savio a venticinque anni? È un uomo senza gioventù, senza entusiasmo, senza idealità, senza cuore, la rovina anticipata di una coscienza. Mio padre e mia madre, signor Cesare, mi hanno educata al culto delle grandi anime, dei cuori aperti e leali, delle nobili idee, dei generosi sentimenti. Non conoscevo ancora un uomo, fuori che mio padre, e già ne ammiravo, ne amavo uno, che somigliava a voi. —
Il discorso era stato lungo, e Cesare Gonzaga lo aveva ascoltato con molta calma, perchè, sebbene qualche volta gli fosse venuta la voglia d'interrompere, si trattava di cose che egli aveva prevedute, di uno stato d'animo e di un modo di sentire che egli già conosceva. Ma la chiusa gli giunse nuova; la chiusa lo fece addirittura balzar dalla scranna.
— Davvero? — diss'egli, fissando Gabriella negli occhi, come se temesse di aver male udito e cercasse in quegli occhi la conferma delle parole. — E quest'uomo, lo avevate già immaginato... coi capegli bianchi?
— Bianchi, no, ma un po' grigi, lo confesso; — rispose Gabriella. — Son grigi i capegli dell'uomo che ha pensato molto, e molto operato. Vedevo quei capegli grigi; vedevo la fronte alta, il labbro dolce e lo sguardo sereno; vedevo l'uomo pronto ad infiammarsi per ogni idea generosa, e gli esempi tutti della sua vita conformi a quella nobiltà di pensiero. Le aspirazioni son belle, — soggiunse la giovine filosofessa, — ma senza gli esempi, senza le prove, non valgono. Li conosciamo anche noi, povere osservatrici, i bei parlatori, gli apostoli del sentimento, i paladini dell'eroismo in parole, e non ci piacciono punto punto. Io amo soltanto chi ha sentito, combattuto e sofferto, chi nelle prove dolorose della vita non ha logorato il cuore, chi negli occhi limpidi mostra l'anima sua, giovane sempre, perchè eternamente buona. —
Cesare Gonzaga ascoltava, meditando ogni parola, vedendo la sua triste vita riflessa in quelle frasi, che la compendiavano, indovinandola quasi con tanto intelletto d'amore. E guardava, ascoltando, e sorrideva, e sentiva dentro di sè qualche cosa d'insolito, come un antico e pur mo' rinnovato desiderio di piangere.
— Ero bambina inesperta, — riprese Gabriella, — e già si diceva davanti a me che voi eravate un uomo singolare, valoroso in campo, mite e modesto negli usi della vita quotidiana, amico sincero, infine, e, per farvi il ritratto in due parole, un'anima eletta. Si aggiungeva che voi avevate compiuto un atto eroico, partendo dall'Italia, sacrificando il presente e il futuro, rinunziando alle più care speranze, alle più giuste ambizioni. La vostra medesima lontananza, anche quando tante voci possenti vi richiamavano in patria, dimostrava la grandezza del vostro sacrifizio. E s'intenerivano, signor Cesare, parlando di voi. Se li aveste uditi! Io ero una bambina, capivo poco, ma sentivo molto; ascoltavo e pensavo.
— Vi prego... — disse Cesare Gonzaga, con voce soffocata da una violenta emozione. — Non parlate dei morti.
— Perchè? Parliamone, se il loro ricordo fa bene allo spirito. Le mie parole, io spero, non vi torneranno neanche spiacevoli, se è vero che mi amate un pochino. Inoltre, noi donne, — soggiunse ella, accompagnando la frase con un arguto sorriso, — siamo state sempre adulate, e finiamo con credere a ciò che si è detto di noi, ed anche stampato. Siamo le consolatrici; la nostra amicizia è premio al valore e conforto alla sventura. Hanno aggiunto che un uomo buono non è completo, senza una donna buona. Signor Cesare, io non volevo dirvelo, incominciando. Ma voi, vedendomi ricusare ciò che mi offrite, potevate credere che io fossi un'ingrata, una cattiva, e che pensassi ad altri. Ieri avete anche avuto quistione con qualcheduno, e forse, anzi certamente, per me. Non dite di no, perchè sarebbe una bugia, indegna di voi. Orbene, io ora vi parlo a cuore aperto, come meritate, e senza arrossire. Mi faccio coraggio, vedete? Vi guardo in viso, e vi dico: io vorrei essere quella donna buona. Ho quasi vent'anni, già; non ho amato che mio padre, mia madre e voi. Volete? Nessuna donna... — e qui la fanciulla abbassò la fronte, sentendo le fiamme del rossore che aveva sperato di reprimere; — nessuna donna avrà mai detto ad un uomo ciò che io dico a voi in questo momento... che è solenne per me.
— Impossibile! — mormorò Cesare Gonzaga.
— Impossibile! E perchè?
— Perchè... vedete Gabriella... vostra madre... io... —
E così dicendo a parole interrotte, Cesare Gonzaga diede in uno scoppio di pianto.
Gabriella si levò in piedi vedendo ch'egli si abbandonava col capo arrovesciato sulla spalliera della seggiola, e fece uno sforzo supremo per rialzarlo.
— Voglio saper tutto! — gli disse. — Ho acquistato il diritto di pretendere da voi una confessione sincera.
— È una storia breve: — rispose il Gonzaga. — Ho amato vostra madre, come si doveva amarla, con tutte le forze dell'anima. E l'ho fuggita, vedete, l'ho fuggita, mentre stava in me di ottener la sua mano, a preferenza d'ogni altro. Vostro padre era già ricco, ed io no, o ben poco a paragone di lui. Ma il padre di quella donna mi era debitore di molto... della vita e dell'onore di uno de' suoi. Siate mio figlio, mi aveva detto; non ho che un tesoro ed è vostro. Io avevo veduto la figlia di quell'uomo; e mi ero acceso d'amore, e, sperando di essere amato, mi ero fatto stimare. Un giorno, Andrea Manfredi, l'amico mio, il mio fratello d'armi, mi bisbigliò il suo dolce segreto: Cesare, amo una donna. Anch'io, gli risposi. E parlavamo spesso dei nostri amori, delle nostre speranze, delle nostre gioie future, in mezzo alle fatiche del campo, nei brevi riposi della notte, nelle marce forzate, a Velletri, tra i fumi della vittoria, a Villa Corsini, dove cadde Goffredo Mameli, l'unico bardo della patria, e con lui Luciano Manara, Enrico Dandolo, Pietra Mellara, Daverio, Morosini, fiore di cavalieri e d'eroi. Tra le mura crollanti del Vascello, dove per tanti giorni fu pioggia di fuoco, noi trovammo ancora il momento di mandare un pensiero ai nostri giovani amori. Nè io avevo chiesto a lui il nome del suo, nè egli a me il nome del mio. Ma la morte era librata su noi, e l'immagine della morte diede coraggio ad Andrea. “Senti, mi disse, se io muoio, taglia una ciocca dei miei capegli, e portali a lei.„ — “Il suo nome?„ — “Lorenza.„ Tremai e un sudor freddo mi corse giù per le tempia. — “Lancillotti?„ gli chiesi. — “Sì, la conosci?„ Chiusi il mio cuore a forza, balbettai qualche parola, e promisi. Povero amico, egli si era profferto di ricambiarmi il favore, se io avessi dovuto soccombere. “No, grazie, — risposi, — è inutile; io amo senza speranza; nessuno piangerà la mia morte.„ Il destino ci volle salvi; rientrammo in Roma, nella nostra Roma inutilmente difesa. Il padre di Lorenza, potente presso il Governo papale, sentiva l'obbligo suo e voleva salvarmi. Gli chiesi di proteggere anche Andrea, che non avrebbe potuto nè voluto escire da Roma. L'amico mio indovinò tutto, ponendo piede in quella casa, e udendo certe parole del vecchio. Quel giorno mi diventò freddo, il mio fratello d'armi! Non ebbe fede, sospettò allora di me, ed io, che potevo esser salvo, io, che potevo ottenere quella donna, nè solo per l'assenso del padre, poichè ella sapeva il debito della famiglia verso di me e l'avrebbe nobilmente pagato col sacrifizio della sua vita, io me ne andai esule da Roma, inseguito come una fiera per tutti i dorsi dell'Apennino, dopo aver chiesto perdono della fuga a quell'uomo, dopo avergli resa la sua parola e raccomandata la felicità del povero Andrea. Un mese dopo, abbandonavo la patria; per trent'anni non l'ho più riveduta, e considerate voi il dolor mio!... non ho più potuto darle il braccio, valido ancora, nel giorno della riscossa.
— V'intendo! — mormorò la fanciulla, piangente.
— Voi somigliate a quella donna, Gabriella; — riprese il Gonzaga. — Un senso della bontà sua, della compassione che ella sentì per il mio sacrifizio, si è trasfuso nel vostro cuore, e vi parla oggi per me. So che sareste un angiolo consolatore; so che meriterei d'essere amato da voi, ma dite; posso io amare la figlia di Lorenza, e del medesimo amore che fu la delizia e il tormento di tutta la mia vita raminga? No, bambina; voglio coprir la tua fronte di baci, come la copre tuo padre, quando gli comparisci davanti, ricordandogli tua madre. Ed ho bisogno... non mi dire di no! ho bisogno di confondere in uno i due amori della mia vita, Lorenza e Cecilia, tua madre e mia sorella, la custode solitaria della mia casa distrutta, la mia povera sorella che si è spenta così lontana da me, invocando il mio nome e lasciandomi il suo unico figlio, il suo giovane Arrigo. Anch'egli, povero Arrigo!... Non ve l'ho ancor detto, Gabriella; egli è là, sopra un letto di dolore, e poteva morirmi, stamane, se il piombo maledetto....
— Che dite? — gridò Gabriella.
— Sì, bambina! Vostro padre, che sento singhiozzare qui, presso a noi, vostro padre che ha tutto udito e che mi legge nel cuore, vi dirà che Arrigo ha cancellato con un moto generoso dell'anima, con un impeto di gioventù, e se volete di gelosia, i difetti che voi vedevate in lui. Non è freddo, Arrigo, non è calcolatore, nè scettico, poichè non ha dubitato per l'amor suo di cimentare la vita, questa gran vita, che tanto si pregia e che val così poco! Gabriella, egli aspetta la vostra sentenza, e anch'io l'aspetto e la invoco. Amo in voi vostra madre; amate me in Arrigo. Egli è sangue del mio sangue, e porterà d'ora innanzi il mio nome. —
Gabriella piangeva, nascondendo il bel viso tra le palme.
— Povero amico! — mormorò ella finalmente.
— Ah, così va detto, bambina! — ripigliò Cesare Gonzaga. — Sono un povero amico. E presto, se il vostro bel cuore si piegherà al nostro desiderio, sarò il solitario, l'orso delle Carpinete. Noi, feriti nelle battaglie della vita, noi naufraghi di una memoranda tempesta in cui abbiamo perduto tante cose caramente dilette, vedete, dobbiamo esser soli. Siamo rovine di uomini, e non vivono intorno a noi che memorie. Un raggio tardo c'illumina qualche volta; ed è riflesso di soli già spenti. —
XVIII.
Due mesi dopo.... Ci volete venire, fin là? Ho in animo, come vedete, di risparmiarvi le noie del racconto, e tutti quei minuti particolari di un lieto fine, che vanno lasciati alle favole. Due mesi dopo, Arrigo il Savio era guarito largamente, non pure dalla ferita, ma anche da quella saviezza precoce, che lo rendeva tanto uggioso alle dame. Il conte Guidi, poveraccio, con una costola rotta e una palla alloggiata a tempo indeterminato tra due apofisi della colonna vertebrale, incominciava a ricogliere il fiato, ma non a scender da letto. Orazio Ceprani, andato una volta in casa di Arrigo, si era veduto metter sott'occhio tre lettere che non aveva voluto riconoscere: ma un “vada via!„ proferito tre volte con fiera progressione di accento da Cesare Gonzaga, i cui occhi erano lì lì per schizzar fuori dalle orbite, lo aveva fatto correre come un veltro, e senza voltarsi più indietro. Non va dimenticato che il signor Orazio portava con sè la consolazione di non sentirsi più domandare quelle cinquemila lire che sapete; giusto compenso alla perdita di un'utile amicizia.
E due mesi dopo, il signor Cesare Gonzaga, alzatosi di buon mattino da letto, sentì che non poteva più reggere alla vita di Roma. Del resto, non sapeva come occupare il suo tempo, perchè le faccende per cui aveva fatto il viaggio erano tutte sbrigate.
— Happy, — diss'egli allora al servitore, — farai le mie valigie. Io me ne andrò questa sera.
— Vuol partire, illustrissimo?
— Sì, ritorno alle mie Carpinete.
— Mi duole! — disse Happy.
— Ti duole! E perchè?
— Perchè.... Scusi, illustrissimo, la familiarità del linguaggio. Ma ci sono dei momenti.... —
Cesare Gonzaga non gli lasciò il tempo di finir la frase.
— Nella vita degl'individui, come in quella dei popoli; ho capito, va in fondo.
— Mi ero avvezzato così bene a lei!
— Davvero! Ed io che volevo per l'appunto invitarti a venire con me!
— Dice da senno?
— Non ischerzo mai. Ne avevo anzi già parlato a mio nipote. Tu sei un giovanotto d'ingegno, Happy, e sai molte cose, molte cose! Il tuo posto è di segretario; ma non al fianco del cavaliere, intendiamoci bene, perchè egli non ha più segreti da confidare, nè da lasciar trapelare. Verrai con me; parleremo di storia antica, di numismatica, e se ti piace, anche di araldica.
— E si lascierà chiamare marchese?
— Se ciò ti consola, sì. Del resto, avrai anche da tacere su parecchie coserelle vedute ed udite. Io ti dirò come Filippo II al suo Gomez, o al suo Perez, che non rammento più bene, tanto si somigliano fra loro: — _A me la fama — A te, se taci, salverai.... la pensione_. Il verso non torna, e forse si potrebbe dire _la paga_.
— Il verso non torna, ma c'è l'idea; — rispose prontamente il servitore. — Aggiunga, illustrissimo, che la pensione ha un senso largo, che la paga non ha. Del resto, il tiranno dell'Alfieri, promettendo la vita al suo confidente, non rischiava di mandare la Spagna in rovina.
— Ed anche di letteratura, Dei immortali! Anche di letteratura! — gridò Cesare Gonzaga. — E d'agraria ne sai nulla?
— Così, qualche principio. È stata la mia prima occupazione, e non ci ho merito. Ma scusi la mia curiosità; verranno alle Carpinete i signori Valenti Gonzaga?
— No, rimarremo soli. Ma vedrai, faremo delle grandi cose; ristoreremo il castello, dissoderemo sterpaie, feconderemo greti di fiume, vivremo tranquilli, come i pastori delle Bucoliche; pianteremo anche un bel faggio, mio caro Titiro, un bel faggio, alla cui ombra non poseremo; ma che importa? Penseremo ai figli, che non saran nati da noi; faremo voti per il bene dell'umanità, amandola da lontano, nello spazio e nel tempo. Ti conviene? —
Happy sorrise e spiccò un salto prodigioso.
— Con lei, signor marchese! Quante cose imparerò! Come sarò felice!
— Già, — disse il Gonzaga, — perchè per la prima cosa ti leverò quella caricatura di nome inglese, e ti restituirò alla semplicità della tua fede di battesimo. —
Così partì Cesare Gonzaga dall'eterna Roma, dove aveva fatto tante cose bellissime. Il conte Pompeo Morati di Castelbianco volle accompagnarlo alla stazione, e ritornò a casa innamorato di lui. Ancora adesso, quando gli avviene di ricordarlo, non dà tregua alle lodi.
— Che uomo! Che giovanotto! Ma già, non fo per dire, i giovani siamo noi. —
La contessa Giovanna sorride, ma a denti stretti; occasione eccellente per farli vedere. Ella, del resto, è tranquilla e serena; non ha una grinza alle tempie, dove è fama che si raccolgano, disposti a ventaglio, i dolorosi ricordi della vita; mantiene in onore i suoi famosi mercoledì, e riceve sempre come una imperatrice. Chi ama, oggi, o a chi pensa, la bruna signora? Ah, scusate, sarebbe un'altra storia, e a me può bastare di aver condotto questa al suo termine.
FINE.
FRATELLI TREVES, EDITORI
I NUOVI ROMANZI DI ANTON GIULIO BARRILI.
Il critico più potente dei nostri giorni, il _Bonghi_, fra gli studi d'ogni genere a cui attende, si diverte anco a leggere i romanzi moderni, e li legge come nessun altro, giacchè li analizza e ne dà dei giudizi veramente originali ed arguti come ogni cosa sua. Non ha risparmiato le critiche al LETTORE DELLA PRINCIPESSA; ma per concludere che “_si legge con piacere, e alle critiche che se ne può fare, non si pensa se non dopo averlo finito di leggere._„ (La Coltura) È quel che si può dire di tutti i romanzi del Barrili.
Ed è quel che è costretto a pensare press'a poco un altro critico severo, che è il signor G. A. CESAREO, di scuola affatto diversa. Il che bisogna aver presente quando si leggono le sue parole:
“Il Barrili cominciò veramente anche prima che il naturalismo recasse in Italia il suo grave bagaglio di tesi, di definizioni e di regole; ma progredendo, divenne più esperto, più franco, più amabile, ed ogni giorno guadagna terreno.
“Egli compensa il difetto di solidità de' suoi lavori con una grazia, una snellezza, una semplicità che innamora. — Certo, non ha quella tragica potenza di situazioni onde il lettore rimane anelante e perplesso: certo non sa dare ai suoi personaggi quello scultorio rilievo che li rende indimenticabili: certo non descrive con quell'animata efficacia di particolari sensibili, la quale sembra quasi evocare il paesaggio, no, ma il suo racconto si svolge vario d'avventura in avventura, e non s'indugia mai e senza scoter mai troppo il lettore, sa tenerlo desto ed attento sino alla fine. Inoltre ha spesso il Barrili un'invidiabile squisitezza di sentimento, una sottile giocondità d'osservazione, una viva freschezza di fantasia, un'ingegnosa novità di trovata, una ravvivatrice eleganza d'erudizione. Gli è un gentiluomo colto ed arguto che si piace di dipanare, per sollazzo d'una brigata di belle ed intelligenti signore, una sua confusa matassa di fili d'oro e di seta. Somiglia un poco a Vittorio Cherbuliez: ma si vede bene che non ne deriva.... E in fine è il solo fra tutti i romantici d'Italia, che sappia scrivere l'italiano senza affettazione accademica e senza incuria volgare. Il _Val d'Olivi_, il _Come un sogno_, sono due piccoli capolavori.„
Un giovine scrittore piemontese, il signor G. DEPANIS, che ha preso un bel posto nella critica italiana cogli studi che pubblica nella _Gazzetta Letteraria_, ha dedicato al nostro autore un articolo che riferiamo quasi per intero:
Fra i pochi romanzieri italiani, che hanno un'impronta loro speciale, Anton Giulio Barrili merita un posto distinto, se non per la potenza, per la squisitezza dell'ingegno fine e simpatico e per l'invidiabile spontaneità. Nello spazio di meno che vent'anni egli ha pubblicato trenta volumi fra romanzi, racconti e novelle, ed altri tre ne annunzia in preparazione. Egli ha tentato tutti i generi, dal semplice racconto sullo stampo di _Capitan Dodero_, al romanzo storico sullo stampo di _Semiramide_ ed al romanzo sociale sullo stampo del _Conte Rosso_; ha tentato anche il teatro colla _Legge Oppia_, commedia non felicissima davvero, ma che pure rivela sempre un ingegno accoppiante all'erudizione l'arguzia — connubio non guari frequente; — ed ha dato all'Italia alcuni buoni romanzi, quali _Val d'Olivi_, e _L'Olmo e l'Edera_, parecchi discreti, altri ancora (a che dissimularlo?) che non si possono dire tali, ed un vero gioiello, _Come un sogno_!
Certo, non bisogna chiedere al Barrili ciò che egli non ci dà e non ci vuole o non ci può dare. Ogni scrittore ha la sua impronta, ed è strana pretesa quella per cui si richiederebbe, exempligrazia, dal Farina la forza drammatica e psicologica del Verga e dal Verga l'umorismo lacrimoso del Farina. Ciascuno ha le proprie predilezioni e ci tiene ai proprii gusti ed alle proprie tendenze, scrittore e lettore. Laonde io non verrò qui a ripetere ciò che altri già disse sul _genere_ del Barrili: mi sarà più o meno simpatico, corrisponderà più o meno alla mia estetica particolare (Dio buono! e chi non si fabbrica a questi lumi di luna un'estetica per proprio uso e consumo?); non monta, accetto il genere qual è senza ricercar altro, magari lamentando in cuor mio che il Barrili si sia messo su di un sentiero fallace, anzichè su di una strada maestra.
È inutile ricercare nella più parte dei romanzi del Barrili la profonda analisi psicologica o la pittoresca riproduzione dell'ambiente o la rapida e drammatica concatenazione degli avvenimenti. Il romanzo, quale lo intende il Barrili, è un quissimile di colloquio o di conversazione tra lo scrittore ed il lettore; il primo racconta al secondo ciò che gli frulla pel capo, interrompendo tratto tratto la narrazione per dilucidare qualche punto oscuro o per ammaestrare in bel modo, preoccupandosi sovratutto di non suscitare passioni violente od eccessive, ma di restare in quel _quid medium_ che costituisce il garbo della buona società e che basta a tener desta l'attenzione. Finito il discorso o letto il romanzo — è quasi la stessa cosa — e riflettendoci sopra un pochino si affollano alla mente le obbiezioni e le riserve; però dovete confessare a voi stessi che non vi siete annoiati, anzi, che vi siete divertiti, e, se siete di buon conto, non negherete un ringraziamento al bel parlatore che vi ha affascinati.
_Il lettore della Principessa_ risponde appunto a questo che sembra l'ideale impostosi dal Barrili nella più parte dei suoi romanzi. Il bel parlatore non ascolta troppo il suono della propria voce, come gli è accaduto talvolta; non ci tiene neanche troppo a sfoggiare la propria erudizione o la propria filosofia; — cammina invece spedito, si fa sentire o leggere con diletto e non si stanca e non stanca mai. Non chiedetegli poi, ad esempio, perchè il dottorino Gualandi ricusi dapprima 50,000 lire di mancia dal conte di Loewenstein per avergli ritrovato il portafogli (un portafogli caruccio in verità) ed accetti, in seguito, un milione per essere stato da lui ritrovato in qualità di assistente ad una palazzina in costruzione; egli è capace di rispondervi con un sorrisetto canzonatorio o con una spallucciata. Rinuncio quindi a riassumere questo _Lettore della Principessa_. Un riassunto è di per sè stesso una birbonata; trattandosi del Barrili, diventa una doppia birbonata, perchè in un riassunto, per quanto fedele e coscienzioso, vanno smarriti il profumo e l'eleganza, precipui fra i pregi del Barrili. Dirò soltanto che, senza atteggiarsi neppur per sogno a romanzo sociale quale lo si volle gabellare, _Il lettore della Principessa_ è un quadrettino della vita intima di certe famiglie principesche e “nere„ di Roma, ed ha macchiette felicissime, come quelle del cardinale Savarelli, dell'impresario di lavori pubblici Pecchioli, delle due cameriere Alice e Barberina....